Jean-Paul Sartre, Élections, piége a cons

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Jean-Paul Sartre, Élections, piége a cons

Nel 1789 fu stabilito il voto censitario: significava far votare non gli uomini ma le proprietà, i beni borghesi, che non potevano dare i suffragi che a se stessi. Questo sistema era profondamente ingiusto poiché si escludeva dal corpo elettorale la maggior parte della popolazione francese, ma non era assurdo. Certo gli elettori votavano isolatamente e in segreto: questo tornava a separarle gli uni dagli altri e a non ammettere tra i loro suffragi che dei legami di esteriorità.
Ma questi elettori erano tutti dei possidenti, dunque già isolati dalle loro proprietà che si richiudevano su di loro ridando alle cose; agli uomini tutta la loro impenetrabilità materiale. Le schede elettorali, quantità discreta, non facevano che tradurre la separazione dei votanti e si sperava, addizionando i suffragi, di far scaturire l’interesse comune del più gran numero, cioè il loro interesse di classe. Nelle stesso periodo la Costituente adottava la legge Le Chapelier il cui fine confessato era di sopprimere le corporazioni ma che mirava, inoltre, ad interdire ogni associazione dei lavoratori tra loro e contro i loro datori di lavoro. Così i non-possidenti, cittadini passivi che non avevano nessun accesso alla democrazia indiretta, cioè al vo
to usato dai ricchi per eleggere il loro governo, si vedevano ritirare, per sovramercato, ogni permesso di raggrupparsi e di esercitare la democrazia popolare o diretta, la sola che si convenisse loro poiché non erano suscettibili di essere separati dai loro beni.
Quando, quattro anni più tardi, la Convenzione rimpiazzò il suffragio censitario col suffragio universale, non credette bene, tuttavia, di abrogare la legge Le Chapelier, in modo che i lavoratori, definitivamente privati della democrazia diretta, votarono come proprietari anche se non possedevano niente. I raggruppamenti popolari, vietati ma frequenti, divennero illegali rimanendo legittimi. Alle assemblee elette dal suffragio universale si sono dunque opposti nel 1794, nel 1848 nella Seconda Repubblica e infine nel 1870, dei raggruppamenti spontanei ma a volte molto estesi che dovevano essere chiamati appunto classi popolari o popolo. Nel 1848, in particolare, si credette di vedere, opposto ad una Camera eletta col riconquistato suffragio universale, un p
otere operaio che si era costituito nelle strade e negli Ateliers Nationaux. Si sa come finì: nel maggio-giugno 1848 la legalità massacrò la legittimità. Di fronte alla legittima Comune di Parigi, l’ultralegale Assemblea di Bordeaux trasferita a Versailles non ebbe che da imitare questo esempio. Alla fine del secolo scorso e all’inizio di questo le cose sembrarono cambiare: si riconobbe agli operai il diritto di sciopero, le organizzazioni sindacali furono tollerate. Ma i presidenti del Consiglio, capi della legalità, non sopportavano le spinte ricorrenti del potere popolare. Clemenceau in particolare si distinse nel reprimere gli scioperi. Tutti, ossessionati dalla paura dei due poteri, rifiutavano la coesistenza del potere legittimo, nato qua e là da
ll’unità reale delle forze popolari, e di quello, falsamente uno, che essi esercitavano e che riposava, in definitiva, sull’infinita dispersione dei votanti. Di fatto erano caduti in una contraddizione che non avrebbe potuto risolversi che con la guerra civile, dal momento che l’uno aveva la funzione di disarmare l’altro. Votando domani noi andiamo, ancora una volta, a sostituire il potere legittimo col potere legale. Questo, preciso, di una chiarezza in apparenza perfetta, atomizza i votanti in nome del suffragio universale. Quello è ancora in embrione, diffuso, oscuro a se stesso: fa tutt’uno, per il momento, con il vasto movimento antigerarchico e libertario che si incontra dappertutto ma che non è ancora organizzato. Gli elettori fanno parte dei raggr
uppamenti più diversi. Ma non è in quanto membri di un gruppo bensì come cittadini che l’urna li aspetta.
Quella cabina elettorale, piantata nell’aula di una scuola o di un municipio, è il simbolo di tutti i tradimenti che l’individuo può commettere verso i gruppi di cui fa parte. Essa dice a ciascuno: «Nessuno ti vede, non dipendi che da te stesso; stai per decidere nell’isolamento e in seguito potrai nascondere la tua decisione o mentire». Non c’è bisogno di altro per trasformare tutti gli elettori che entrano nell’aula in traditori in potenza gli uni degli altri. La diffidenza accresce la distanza che li separa. Se noi vogliamo lottare contro l’atomizzazione è necessario prima tentare di capirla. Gli uomini non nascono nella separazione: vengono su nell’ambiente familiare che li fa durante i loro primi anni. In seguito essi faranno parte di diverse comu
nità socio-professionali e fonderanno essi stessi una famiglia. Li si atomizza quando grandi forze sociali – le condizioni di lavoro in regime capitalista, la proprietà privata, le istituzioni, ecc. – si esercitano sui gruppi di cui essi fanno parte per . smembrarli e ridurli alle unità di cui si pretende che essi si compongano. L’esercito, per non citare che un esempio di istituzione, non considera mai la persona concreta del richiamato, che non può afferrarsi che sulla base della sua appartenenza a dei gruppi esistenti. Esso non vede in lui che l’uomo, cioè il soldato, entità astratta che si definisce per i doveri e per i rari diritti che rappresentano i suoi rapporti col potere militare. Questo «soldato», che esattamente il richiamato non è ma al
 quale il servizio militare intende ridurlo, è altro in sé da se stesso e identicamente altro presso tutti i commilitoni di una stessa classe. E’ questa identità stessa che li separa poiché essa non rappresenta per ciascuno che l’insieme prestabilito delle sue relazioni con l’esercito. Così, durante le ore di addestramento, ciascuno è altro da sé e, nello stesso tempo, identico a tutti gli Altri che sono altri da se stessi. Egli non può avere rapporti reali con i suoi compagni che se, durante i pasti o di sera, nella camerata, essi si spogliano tutti insieme del loro essere-soldato. Tuttavia la parola atomizzazione, così spesso impiegata, non rende la vera situazione delle -persone disperse e alienate dalle istituzioni. Non si può ridurle alla soli
tudine assoluta dell’atomo anche se si tenta di sostituire le loro relazioni concrete con le persone, con dei semplici legami di esteriorità. Non li si può escludere da tutta la vita sociale: il soldato prende l’autobus, compra il giornale, vota. Questo presuppone che egli usi dei «collettivi» con gli Altri. Semplicemente, i collettivi si indirizzano a lui come a un membro di una serie (quella di coloro che comprano i giornali, dei telespettatori, ecc.). Egli diventa identico quanto all’essenza a tutti gli altri membri, differendone solo per il suo numero d’ordine. Noi diremo che è serializzato. La serializzazione dell’azione la si ritrova nel campo pratico-inerte dove la materia si fa mediazione tra gli uomini nella misura in cui gli uomini si fanno me
diazione tra gli oggetti materiali (dal momento che un uomo prende il volante della sua auto egli non è altro che un guidatore tra gli altri e perciò contribuisce a rallentare la velocità di tutti e la sua stessa, e questo è il contrario di ciò che desiderava quando voleva possedere lui stesso un’automobile).
A partire da ciò nasce in me il pensiero seriale che non è il mio proprio pensiero ma quello dell’Altro che io sono e quello di tutti gli Altri; bisogna chiamarlo pensiero d’impotenza perché io lo produco in quanto io sono l’Altro, nemico di me stesso e degli Altri e in quanto io porto dovunque questo Altro con me. Supponiamo un’azienda dove non c’è stato uno sciopero da venti o trent’anni, ma dove il potere d’acquisto dell’operaio diminuisce costantemente a causa del «caro-vita». Ciascun lavoratore comincia a considerare una azione rivendicativa Ma i venti anni di « pace sociale » hanno stabilito poco a poco tra i lavoratori relazioni di serialità. Ogni sciopero – fosse anche di ventiquattr’ore – richiederebbe un raggruppamento di lavoratori. In qu
esto momento il pensiero seriale – che separa – resiste fortemente alle prime manifestazioni del pensiero di gruppo. Esso sarà razzista (gli immigrati non ci seguirebbero), misogino (le donne non ci capirebbero), ostile alle altre categorie sociali (i piccoli commercianti e i contadini non ci aiuterebbero), diffidente (il mio vicino è un Altro; dunque non so come potrebbe reagire), ecc. Tutte queste proposizioni di separazione non rappresentano il pensiero degli operai stessi, ma quello degli altri che essi sono e che vogliono mantenere il loro statuto d’identità e di separazione. Se il raggruppamento riuscisse, non si troverebbe più traccia di questa ideologia pessimista. Non aveva altra funzione che di giustificare il mantenimento dell’ordine seriale e
 dell’impotenza in parte subita, in parte accettata.
Il suffragio universale è un’istituzione, dunque un collettivo, che atomizza o serializza gli uomini concreti e si rivolge in essi a delle entità astratte, i cittadini, definiti da un complesso di diritti e doveri politici, cioè dal loro rapporto con lo Stato e le sue istituzioni. Lo Stato ne fa dei cittadini dando loro, per esempio, il diritto di votare ogni quattro anni, a condizione che essi rispondano a delle condizioni molto generali – essere Francesi, avere più di ventun’anni – che non caratterizzano veramente nessuno di loro. Da questo punto di vista tutti i cittadini, siano essi nati a Perpignan o a Lilla, sono perfettamente identici, come abbiamo visto che lo erano i soldati nell’esercito: non ci si interessa dei loro problemi concreti che nasco
no nelle loro famiglie o nei loro raggruppamenti socio-professionali. Di fronte alle loro solitudini astratte e alle loro separatezze si ergono gruppi o partiti che sollecitano i loro voti. Si dice loro che essi delegano il loro potere a uno o più di questi raggruppamenti politici. Ma, per «delegare la sua autorità», bisognerebbe che la serie costituita dall’istituzione del voto ne possedesse almeno una piccola parte. Ora, questi cittadini, identici e fabbricati dalla legge, disarmati, separati dalla diffidenza di ciascuno verso gli altri, mistificati ma coscienti della loro impotenza, non possono in nessun caso, fin quando hanno lo statuto seriale, costituire questo gruppo sovrano del quale ci è stato detto che emana tutti i poteri, il Popolo. Consider
ato che si è loro concesso suffragio universale, l’abbiamo visto, per atomizzarli ed impedirgli di raggrupparsi tra loro. Solo i Partiti, essendo originariamente dei gruppi – d’altronde più o meno serializzati e burocratizzati -, possono considerarsi come aventi un embrione di potere. In questo senso bisognerebbe rovesciare la formula classica, e quando un Partito dice: «Sceglietemi!», non intendere con ciò che gli elettori gli deleghino la loro sovranità, ma che i votanti, rifiutando di unirsi in gruppo per accedere alla sovranità, designano una o più comunità politiche già costituite ad estendere il potere, che esse già possiedono, sino ai confini nazionali. Nessun partito potrà rappresentare la serie di cittadini perché esso deriva la sua pot
enza da se stesso, cioè dalla sua struttura comunitaria; la serie d’impotenza non può, in alcun caso, delegargli una porzione d’autorità. Ma al contrario il Partito, quale che esso sia, usa la sua autorità per agire sulla serie reclamandone i voti; e la sua autorità sui cittadini serializzati non è limitata che da quella di tutti gli altri partiti messi insieme. In una parola, quando io voto, io abdico al mio potere – cioè alla possibilità che è in ciascuno di costituire con tutti gli altri un gruppo sovrano che non ha nessun bisogno di rappresentanti – e affermo che noi, i votanti, siamo sempre altri da noi stessi e che nessuno di noi può in alcun caso abbandonare la serialità per il gruppo, se non per interposta persona. Votare è senza dubbio,
per il cittadino serializzato, dare il suo voto a un Partito, ma è soprattutto votare per il voto, come dice Kravetz, cioè per l’istituzione politica che ci mantiene nello stato d’impotenza seriale. Lo si è visto, nel giugno 1968, quando de Gaulle ha chiesto alla Francia, in piedi e costituitasi in gruppi, di votare, cioè di andare a dormire e di avvolgersi nella serialità. I gruppi non-istituzionali diffidarono; gli elettori, identici e separati, votarono per l’U.D.R. che prometteva di difenderli contro l’azione dei gruppi che essi, solo qualche giorno prima, costituivano. Lo si vede ancora oggi quando Séguy chiede tre mesi di pace sociale per non spaventare gli elettori, in verità perché le elezioni siano possibili, cosa che non sarebbero più se q
uindici milioni di scioperanti, decisi e istruiti dall’esperienza del 1968, rifiutassero di votare e passassero all’azione diretta. L’elettore deve continuare a dormire e compenetrarsi della sua impotenza; così sceglierà dei Partiti che esercitino la loro autorità e non la sua. Così ciascuno, chiuso sul suo diritto di voto come il proprietario sulla sua proprietà, sceglierà i suoi padroni per quattro anni senza vedere che questo preteso diritto di voto non è che l’interdizione di unirsi agli altri per risolvere con la praxis i veri problemi.
Il tipo di scrutinio, sempre scelto dai gruppi dell’Assemblea e mai dagli elettori, aggrava le cose. La proporzionale non strappava i votanti alla serialità, ma almeno utilizzava tutti i voti. L’Assemblea dava una immagine corretta della Francia politica, cioè serializzata, poiché i Partiti erano rappresentati proporzionalmente al numero dei voti che ciascuno aveva ottenuto. Il nostro scrutinio al contrario, si ispira al principio opposto che è, diceva assai giustamente un giornalista, 49% = 0. Se in una circoscrizione al secondo turno, i candidati dell’U.R.D. ottengono il 50% dei voti, vengono tutti eletti. Il 49% dell’opposizione precipita nel nulla: corrisponde a circa la metà della popolazione che non ha il diritto di essere rappresentata.
Con questo sistema, prendiamo un elettore che ha votato comunista nel 1968 e i cui candidati non sono stati eletti. Egli vota – supponiamo – per lo stesso P.C. nel 1973. Se i risultati sono differenti da quelli del 1968, ciò non dipenderà da lui poiché egli avrà, nei due casi, dato il suo voto agli stessi candidati. Perché il suo voto sia utile, è necessario che un certo numero di elettori che hanno votato nel 1968 per la maggioranza attuale, se ne distacchino, stanchi e decidano di votare più a sinistra. Ma, intanto, non è affare del nostro uomo farli decidere; e poi, essi sono verosimilmente di un altro ambiente, e lui non li conosce nemmeno. Tutto avviene altrove e altrimenti: con la propaganda dei partiti, con certi organi di stampa. L’elettore d
el P.C., quanto a lui, non ha che da votare, è tutto quello che gli si chiede: egli voterà ma non parteciperà alle azioni che mirano a modificare il senso del suo voto. E poi, molti di quelli ai quali si potrebbe far cambiare idea sono ostili all’U.D.R. ma visceralmente anticomunisti: essi preferiscono eleggere dei «riformatori» che diventeranno così gli arbitri della situazione. E non è verosimile che questi si schierino con P.S. e P.C.; essi apporteranno la loro forza complementare all’U.D.R. che come loro vuole conservare il regime capitalista. L’alleanza dell’U.D.R. e dei riformatori, questo è il senso oggettivo del voto dell’elettore comunista: che in effetti è necessario perché il P.C. conservi i suoi suffragi e li aumenti, ed è questo aumen
to che diminuirà il numero degli eletti della maggioranza e li determinerà a gettarsi nelle braccia dei riformatori. Non c’è niente da dire se si accettano le regole di questo gioco da coglioni. Ma, in quanto il nostro elettore è se stesso, cioè in quanto uomo concreto, il risultato che egli avrà ottenuto come Altro identico non lo soddisferà affatto. I suoi interessi di classe e le sue determinazioni individuali coincidono per fargli scegliere una maggioranza di sinistra. Egli avrà contribuito a inviare all’Assemblea una maggioranza di destra e di centro dove il partito più importante sarà ancora l’U.D.R. Così quando quest’uomo metterà la scheda nell’urna, questa riceverà dagli altri un significato altro da quello che egli aveva inteso darle: r
itroviamo qui l’azione seriale che abbiamo trovato nel settore pratico-inerte.
Andiamo ancora più in là: poiché io affermo, votando, la mia impotenza istituzionalizzata, la maggioranza in carica non ci pensa due volte a dividere e manipolare il corpo elettorale, avvantaggiando le campagne e le città che «votano bene» a spese delle periferie e dei sobborghi che «votano male». Tanto che perfino la serialità dell’elettorato viene trasformata. Se era perfetta, un voto valeva l’altro. Siamo lontani dal conto: servono centoventimila voti per eleggere un deputato comunista, trentamila per mandare all’Assemblea un U.D.R. Un elettore della maggioranza vale quattro elettori del P.C. Egli vota contro ciò che bisogna chiamare una supermaggioranza, cioè contro una maggioranza che vuole mantenersi in carica con altri mezzi che la serialit
à pura dei voti.
Perché voterò? Perché mi hanno convinto che il solo atto politico della mia vita consiste nel portare il mio suffragio nell’urna una volta ogni quattro anni? Ma è il contrario di un atto. Io non faccio che rivelare la mia impotenza ed obbedire al potere di un Partito. Inoltre, io dispongo di un voto di valore variabile se obbedisco all’uno o all’altro. Per questa ragione, la maggioranza della futura Assemblea non riposerà che su una coalizione e le decisioni che prenderà saranno dei compromessi che potranno non riflettere affatto i desideri che esprimeva il mio voto. Nel 1959 la maggioranza ha votato per Guy Mollet perché egli pretendeva di fare al più presto la pace in Algeria. Il governo socialista che prese il potere decise di intensificare la gue
rra: ciò che portò molti elettori a passare dalla serie, che non sa mai per chi vota né per che cosa, al gruppo d’azione clandestina. E’ ciò che essi avrebbero dovuto fare molto prima ma, di fatto, fu l’improbabile risultato dei loro voti che denunciò l’impotenza del suffragio universale.
In verità tutto è chiaro se si riflette e si arriva alla conclusione che la democrazia indiretta è una mistificazione. Si pretende che l’Assemblea eletta sia quella che riflette meglio l’opinione pubblica. Ma non c’è opinione pubblica che non sia seriale. L’imbecillità dei mass-media, le dichiarazioni del governo, la maniera parziale o monca in cui i giornali riflettono gli avvenimenti, tutto ciò viene a cercarci nella nostra solitudine seriale e ci zavorra di idee di pietra, fatte di ciò che noi pensiamo che gli altri pensino. Senza dubbio in fondo a noi stessi ci sono esigenze e proteste ma, invece di essere convalidate dagli altri, si annientano in noi lasciando dei «bleus à l’ȃme» e un senso di frustrazione. Così, quando ci chiamano a votare,
 io, io Altro, ho la testa farcita di idee pietrificate che la stampa e la televisione vi hanno accatastato e sono queste idee seriali che si esprimono col mio voto ma non sono le mie idee. L’insieme delle istituzioni della democrazia borghese mi sdoppia: ci sono io e tutti gli Altri che mi si dice che io sono (Francese, soldato, lavoratore, contribuente, cittadino, ecc.). Questo sdoppiamento ci fa vivere in quella che gli psichiatri chiamano una crisi d’identità perpetua. Insomma chi sono io? Un altro identico a tutti gli altri e abitato da questi pensieri d’impotenza che nascono dovunque e non sono pensieri in nessun posto, o sono me stesso? E chi vota? Io non mi riconosco più.
Tuttavia ci sono quelli che votano come essi dicono, «per cambiare i mascalzoni», il che vuol dire che ai loro occhi il rovesciamento della maggioranza U.D.R. ha priorità assoluta. E io riconosco che sarebbe bello far cadere per terra questi politici bacati. Ma si è riflettuto che per rovesciarli si deve mettere al loro posto un’altra maggioranza che conserva gli stessi principi elettorali?
U.D.R., riformatori e P.C.-P.S. sono concorrenti: questi partiti si mettono su un terreno comune che è la rappresentanza indiretta, il loro potere gerarchico e l’impotenza dei cittadini: in breve, il «sistema borghese». Che il P.C. che si pretende rivoluzionario si sia ridotto, dopo la coesistenza pacifica, a cercare il potere borghesemente accettando l’istituzione del suffragio borghese, dovrebbe far riflettere. È a chi addormenterà meglio i cittadini: l’U.D.R. parla di ordine, di pace sociale, il P.C. tenta di far dimenticare la sua immagine di marca rivoluzionaria. Ci riesce così bene, di questi tempi, con l’aiuto dato dai socialisti, che, se riuscisse a prendere il potere grazie ai nostri voti, respingerebbe sine die la rivoluzione e diventerebbe i
l più stabile dei partiti elettorali. Ci sono tanti vantaggi a cambiare? In ogni caso, si annegherà la Rivoluzione nelle urne, cosa che non deve stupire, poiché, in ogni caso, sono fatte per questo.
Certi, tuttavia, vogliono essere machiavellici, cioè servirsi dei loro suffragi per ottenere un risultato altro che seriale. Essi sperano, mandando, se possono, una maggioranza P.C.-P.S. alla nuova Assemblea, di costringere Pompidou a gettare la maschera, a sciogliere la Camera, in altri termini a forzarci alla lotta attiva, classe contro classe o piuttosto gruppo contro gruppo, forse alla guerra civile. Che strana idea, di lasciarci serializzarci conformemente ai voti del nemico perché reagisca con la violenza e ci obblighi a costituire dei gruppi. E’ un errore. Il machiavellismo ha bisogno di partire da dati certi e di cui si può prevedere l’effetto. Non è questo il caso: non si possono prevedere a colpo sicuro i risultati di un suffragio serializzato:
 è prevedibile che l’U.D.R. perderà dei seggi e che il P.S.-P.C. e riformatori ne guadagneranno; il resto non è così probabile da definirvi su una tattica. Un solo segno: il sondaggio dell’I.F.O.P. pubblicato da France-Soir il 4 dicembre: 45% a P.C.-P.S., 40% all’U.D.R., 15% ai riformatori. E questa curiosa constatazione: ci sono molti più suffragi per P.C.-P.S. che gente persuasa che questa coalizione vincerà. Dunque ci sarà molta gente – tenuto conto di tutte le incertezze di un sondaggio – che voterà per la sinistra con la certezza che questa non raccoglierà la maggioranza dei suffragi: ancora di questa gente per la quale l’eliminazione dell’U.D.R. è prioritaria ma che non ha tanta voglia di rimpiazzarla con la sinistra. Queste osservazioni dann
o dunque, nel momento in cui scrivo, 5 gennaio 1973, per probabile una maggioranza U.D.R.-Riformatori. In questo caso, Pompidou non scioglierà l’Assemblea, preferirà mettersi d’accordo con i riformatori: la maggioranza si ammorbidirà un po’, ci saranno meno scandali, cioè ci si metterà d’accordo perché siano meno facilmente scoperti, J.-J. S.-S. e Lecanuet entreranno nel governo. E’ tutto. Il machiavellismo si ritorcerà dunque contro i piccoli Machiavelli.
Se essi vogliono tornare alla democrazia diretta, quella del popolo in lotta contro il sistema, quella degli uomini concreti contro la serializzazione che li trasforma in cose, perché non cominciare da qui? Votare, non votare è lo stesso. Astenersi, in effetti, è confermare la nuova maggioranza, quale essa sia. Qualunque cosa si faccia a questo proposito, non si sarà fatto niente se non si lotta nello stesso tempo, questo vuol dire fin da oggi, contro il sistema della democrazia indiretta che ci riduce deliberatamente all’impotenza, tentando, ciascuno secondo le sue risorse, di organizzare il vasto movimento antigerarchico che contesta dappertutto le istituzioni.

(«Les Temps Modernes», n. 318, gennaio 1973)

Jean-Paul Sartre, Élections, piége a consultima modifica: 2013-02-20T15:22:02+01:00da mangano1
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