Ennio Abate, Riflessione sul fare gruppo a partire da un’intervista

mercoledì 6 febbraio 2013

Ennio Abate,
Riflessione sul fare gruppo
a partire da un’intervista
ad Umberto Eco.

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Non so quanti frequentatori del blog hanno notato che sotto il nome Moltinpoesia ho tolto il sottotitolo «blog del Laboratorio Moltinpoesia di Milano». Ho cancellato anche la foto della Palazzina Liberty  dove ci riunivamo e sostituito l’immagine de Il quarto stato di Pelizza da Volpedo con quella dei migranti neri appollaiati con le loro suppellettili su un camion che va nel deserto. E, per finire, mi sono dimesso da coordinatore del Laboratorio. Spiegherò più avanti, sedate le polemiche,  le ragioni per cui ho ritenuto esaurita quell’esperienza di fare gruppo durata dal 2006 al 2012.

Questa intervista ad Umberto Eco, segnalatami dall’amico Giorgio Linguaglossa, mi  capita, dunque, a fagiolo. Permette di cogliere le differenze (sociologiche, ideologiche, di stile) tra il fare gruppo (letterario) negli anni ’60 (in apparenza “d’oro” sotto vari aspetti) e il fare gruppo oggi.  Tra le risposte di Eco mi hanno colpito in particolare i passaggi in cui ricorda: – il rapporto competitivo ma tutto sommato abbastanza cordiale tra vecchi e giovani letterati (gli incontri del sabato al Blu Bar di piazza Meda a Milano); – la condizione sociale benestante e “garantita” dei partecipanti piccoli-medi borghesi del Gruppo ’63 («Noi eravamo già sistemati, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università») ben distante da quella del precariato intellettuale odierno e dell’attuale ceto medio in via d’impoverimento; – la sua disincantata constatazione della impossibilità di fare gruppo oggi («Siamo in un’epoca di cani sciolti»); – l’attrazione fatale (e condizionante) del mercato («si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere»); – «la possibilità e il gusto del confronto» che allora c’era («l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi a criticarsi ferocemente l’un l’altro») e che oggi è irreperibile.
Se si confrontano queste condizioni con quelle in cui ha operato il tentativo di fare gruppo del Laboratorio Moltinpoesia, direi che siamo agli antipodi: sporadici o del tutto assenti i rapporti tra vecchi e giovani; estraneità al sistema delle case editrici dei giornali, della televisione e delle università; estraneità al mercato; difficoltà estrema del confronto e quasi impossibilità di ricucire il legame tra poesia e critica.  Dovrei concludere, perciò, che  l’esperienza del Laboratorio Moltinpoesia  è stata davvero un’impresa controcorrente, fuori stagione, anacronistica e persino donchisciottesca. E dovrei dare pienamente ragione ad Eco quando afferma, dopo aver evocato il fallimento del Gruppo 93, che «l’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico». E’ vero: il passaggio da me sperato e suggerito con insistenza dall’io/noi al noi non è avvenuto. E chissà se avverrà mai più. Resta un problema per me, ma irrisolto.

Oltre a queste riflessioni riferibili al problema del fare gruppo,  le risposte di Eco pongono problemi di giudizio storico più generale. Esse, come sempre spiritose  ma un po’ nostalgiche e che parecchio cedono all’annedotica amicale,  mi paiono evasive su alcune questioni: – fino a che punto questi giovani scrittori «con tanta voglia di fare a cazzotti» somigliavano o meno ai futuristi; – gli aspetti letterario-politici dello scontro tra  Gruppo  ’63 e le posizioni “tradizionali” (di Pasolini in particolare); – il  rapporto del Gruppo 63 con l’industria culturale che allora esplodeva e  delle cui esigenze d’innovazione neocapitalista esso si fece di fatto portavoce, cancellando tutte le istanze del marxismo critico. (A Eco basta un grande autore, «uno come Philip Roth, che vende milioni di copie», per assolvere la letteratura commerciale, quella cioè che «non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione»; – le questioni  su cui litigavano ferocemente i letterati tedeschi del Gruppo 47.
Un altro punto interessante suggerito da questa intervista sarebbe quello di capire se il fenomeno delle neoavanguardie degli anni Sessanta va inquadrato nel generale movimento Modernista della
cultura europea, quello che Linguaglossa ha da tempo indicato come filone letterario fondamentale in Europa e che oggi viene rivalutato, in maniera che in parte mi sorprende, anche da un critico come
Romano Luperini in un saggio, Insegnare il Novecento: il modernismo, su cui spero di tornare e del
quale  per ora mi limito a dare il link: qui  [E.A]

La Repubblica – Il Venerdì n° 1299

Marco Filoni Gruppo ’63. Noi, scrittori con tanta voglia di fare a cazzotti. Cinquant’anni fa nasceva il movimento che formò moltissimi intellettuali italiani del dopoguerra. Programma: fare arrabbiare più gente possibile. Incontro con un celebre fondatore, Umberto Eco

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Milano. Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come «Liale», sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Roba da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento. Da Guglielmi a Sanguineti, passando per Manganelli e Malerba, a Elio Pagliarani ed Enrico f Filippini, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino e Nanni Balestrini, forse il più attivo di tutti. E poi, naturalmente, Umberto Eco, che quando parla degli amici e delle vicende dell’epoca s’illumina in volto. Val la pena cominciare dall’inizio, poiché il Gruppo 63 non nacque certo dal nulla.

Professore, qual era il clima che l’ha generato?

«Mettiamo subito in chiaro una cosa: si continua a parlare del Gruppo 63 come di una neoavanguardia, come se fosse un gruppo che ha lanciato un modo nuovo di scrivere, un po’ come il futurismo. Non è così. Nel Gruppo 63 confluiva ciò che esisteva da almeno cinque o sei anni. Era già dalla metà degli anni Cinquanta che la rivista Il Verri ospitava i primi scritti dei poeti e dei critici che poi avrebbero fatto parte del Gruppo. Poi c’era stata l’antologia I Novissimi, uscita all’inizio degli anni Sessanta. Esisteva perciò già un contesto ben preciso».

Che però accomunava personalità estremamente differenti.

«Basti pensare all’abissale differenza fra Manganelli e Sanguineti, o fra Malerba e Balestrini…».

Gira un aneddoto sul suo incontro con Balestrini, propiziato dal filosofo Luciano Anceschi.

«Sì, un giorno Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che si può fare per questo ragazzo, è un po’ pigro…”. Poi, passato qualche tempo, dopo la nascita del Gruppo 63, Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che cosa si può fare con Balestrini, forse bisognerebbe frenarlo un po’”. Erano ancora i tempi del Blu Bar di piazza Meda, a Milano: è lì che in fondo si è disegnata non dirò una frattura ma una differenza generazionale. In questo bar, al sabato, si riunivano Montale, Sereni, Bo, l’alta e vecchia guardia, dove non dico il più giovane ma di certo il più avanzato era proprio Anceschi. Lui aveva cominciato a portare alcuni di noi giovani: per noi era davvero un’esperienza, incontrare questi grandi guru e poter conversare con loro. Però man mano che noi entravamo – arrivava Cambon con il suo ultimo saggio su Joyce o Giuseppe Guglielmi con la poesia sull’Anifructus brunito per la cena dove si parlava di merda – noi eravamo sempre di più e alcuni anziani non riuscivano a entrare nella nuova atmosfera, così non venivano più. Non era avvenuto nessuno scontro, intendiamoci, il clima era tutto sommato idillico. Poi capitava anche che qualche volta, visto che alcuni di noi lavoravano in televisione, si arrivava lì con bellissime fanciulle. Non è che agli anziani dispiacesse, direi il contrario, ma certamente si sentivano fuori posto».

Invece come avvenne l’atto di nascita formale del Gruppo 63?

«Da un delirio di Balestrini. Secondo me attorno a un tavolo di ristorante a Milano. Invece Balestrini stesso, proprio pochi giorni fa, mi diceva che era iniziato tutto a Palermo, un giorno, durante una chiacchierata, tanto che poi sempre lì ci ritrovammo per il primo incontro ufficiale del Gruppo».

Qual era l’idea fondante?

«Ricordo benissimo la frase di Balestrini: “Faremo incazzare un sacco di gente”. L’idea fondante era un atto puramente terroristico. Si trattava di un progetto sociologico ancor prima che letterario. Nel senso che il letterario c’era già prima col Verri e altri circoli, perciò poteva andar benissimo avanti anche senza Gruppo 63».

E a livello «sociologico» suscitaste uno straordinario clamore.

«Il clima era piuttosto favorevole. Ricordo quando nel ’62 uscìII Menabò di Vittorini con un mio lungo testo e quelli di Sanguineti, Filippini, Colombo e altri: fummo duramente attaccati da Vittorio Salvini su l’Espresso, che rappresentava allora un’“estrema destra” crociana. E ricordo anche un dibattito nella libreria Einaudi di Via Veneto, allora diretta da Cesare Cases: arrivò Achille Perilli, uno dei pittori (non c’erano tra noi solo uomini di penna ma anche uomini di pennello), con un manico di scopa nascosto sotto l’impermeabile, una sorta di manganello, dicendo: “Se stasera si deve menare, allora si mena!”. Un poco come accadeva alle serate futuriste».

C’era una certa euforia della critica…

«Sì, le polemiche verbali erano all’ordine del giorno. Sempre sul’Espresso, recensendo un mio intervento, Vittorio Saltini menzionava con sarcasmo una mia citazione da Blaise Cendrars, che diceva: “Tutte le donne che ho incontrato si profilano agli orizzonti – coi gesti pietosi e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia”. Versi bellissimi, ma Saltini commentava che a me “solo i semafori evocavano pensieri erotici”. Bene, gli risposi di mandarmi sua sorella!».

L’impressione è che vi divertivate davvero molto.

«Ci divertivamo un mondo. Ed è questo in qualche modo l’idea balestriniana di tipo terroristico. In cosa consisteva? C’era stata l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi a criticarsi ferocemente l’un l’altro. Ma in Italia questo era impensabile, perché l’etichetta era di estrema educazione e, anzi, d’incensamento reciproco, visto che in fondo quella letteraria era una piccola comunità che doveva autodifendersi».

Invece voi?

«Noi eravamo differenti. È mia la battuta che la nostra era “un’avanguardia in vagone letto”. Noi eravamo già sistemati, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università. Non dovevamo scalare il potere, non avevamo bisogno di arroccarci in una difesa corporativa. Ma quello che è apparso più intollerabile è altro: nessuno degli scrittori di tipo tradizionale avrebbe mai accettato di presentare i suoi testi a una pubblica critica, meno che mai fatta dai colleghi. Ebbene, ecco in cosa consisteva l’atto terroristico di Balestrini: lanciare nell’ambiente letterario un modo nuovo di interagire».

Quindi non era soltanto un costrutto teorico a tenervi insieme.

«Se si va a vedere chi ha partecipato alla riunione di Palermo e poi alle altre, si troveranno alcuni scrittori difficilmente ascrivibili a una qualche forma di neoavanguardia. Basti pensare a Malerba, un narratore modernissimo, ma leggibile. Non era soltanto un’associazione di illeggibili, come qualcuno indubbiamente era. Ciò che ci teneva insieme era il senso del reciproco duello. E poi tutto sarebbe finito se gli altri non si fossero offesi».

In che senso?

«L’esperienza sarebbe probabilmente terminata lì, a Palermo, come si conclude un qualsiasi convegno. E invece quelli che erano stati attaccati si offesero. E risposero creando una gran cagnara. Quando Sanguineti ha definito Bassani e Cassola le “Liale del nostro tempo”, Bassani ha reagito pubblicamente con vigore dando così rilievo a quella che era stata una battuta detta di passaggio. Altri invece si incuriosirono: Moravia per esempio era a Palermo in quei giorni, forse non era venuto per quello, ma pareva voler annusare da vicino cosa stava succedendo. Vittorini partecipò alla seconda riunione di Reggio Emilia, e lo stesso Calvino ci guardava con simpatia».

Più che avanguardisti o neo, eravate piuttosto sperimentali.

«L’avanguardia presuppone una sorta di attacco violento, lo sperimentalismo è un lento lavoro sulla pagina. Bisogna rileggersi il saggio di Renato Poggioli, bellissimo, sulle avanguardie: ne faceva una fenomenologia fissandone le caratteristiche. E fra queste diceva che per l’avanguardia deve esser terroristica e suicida. In ogni caso espressione polemica di un gruppo bohémien ancora escluso dal potere. Il Gruppo era terroristico, ma non suicida, perciò non eravamo come l’avanguardia storica. Joyce non era avanguardia ma scrittore sperimentale. Possiamo metterci anche Proust e ci sta benissimo. Quindi nella neoavanguardia del Gruppo 63 gli autori più interessanti e più visibili erano gli sperimentali».

È stata una componente goliardica che vi ha permesso di realizzare la premessa di Balestrini, quella cioè di far arrabbiare molta gente?

«Direi proprio di sì. Ricordo l’istituzione del Premio Fata, in opposizione al Premio Strega, per il romanzo più brutto dell’anno. L’idea venne a me insieme alla Cederna e ai fiorentini. Lo assegnammo a Pasolini: lo prese talmente sul serio che ci scrisse per argomentare che non potevamo dare quel premio a lui».

Veniamo ai vostri nemici, ai vecchi rappresentanti del mondo letterario che si piccarono delle vostre uscite. In definitiva vi rimproverarono per tre cose: la prima quella di fare gruppo.

«Esatto: se c’è un gruppo “c’è un golpe”, “ci attaccano perché vogliono il potere”».

Seconda: fate gruppo su base generazionale.

«Era vero, anche se qualcuno, come per esempio Manganelli, non era un adolescente di primo pelo».

Terza: fate gruppo contro qualcosa o contro qualcuno.

«Polemizzavamo contro quello che all’epoca, con linguaggio della critica americana, veniva chiamato “il romanzo ben fatto”. Quindi in un certo senso la polemica era contro il romanzo consolatorio, indirettamente contro la letteratura commerciale. Certo, oggi riconosco che l’aver messo sullo stesso piano Cassola e Bassani non fu giusto. Salverei Bassani e non Cassola».

Inizialmente si diceva che il Gruppo produceva solo programmi o poetiche, ma nessuna opera di valore. Poi si è dovuto ammettere che alcuni erano scrittori da non sottovalutare, come Arbasino, Manganelli, poeti come Pagliarani e Porta… Allora cosa è successo?

«Si è creata la sindrome del carciofo. Se si riconosceva via via che qualcuno era davvero uno scrittore, subito si diceva: sì, ma lui non c’entra veramente col Gruppo 63, ci è passato per caso. Manganelli? Era lì di passaggio. Si scopre Porta come grande poeta? Ma partecipava solo marginalmente al Gruppo. Man mano che non si poteva negare il talento di qualcuno di noi lo si scartava dal Gruppo come si sfoglia un carciofo. Col risultato che alla fine rimanevano soltanto i personaggi di secondo piano».

Per esempio?

«Si pensi agli sperimentali radicali, gli illeggibili per sfida. Ricordo il libro di Gian Pio Torricelli Coazione a ripetere: un intero libro dove per centinaia di pagine apparivano stampati in lettere alfabetiche, uno dopo l’altro e senza virgole, i numeri da uno a cinquemilacentotrentatré. Una provocazione, oggi si direbbe, alla Cattelan».

Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?

«Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo 93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti».

Non crede sia anche un po’ colpa degli scrittori, sempre più interessati a vendere il proprio libro che non a imporsi come autori?

«Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava Decimo Migliaio, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere».

L’aspetto di marketing della letteratura è evidente…

«Il libro di successo non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione. Ma non è detto che uno come Philip Roth, che vende milioni di copie, non sia un grande autore».

E cosa avevate all’epoca voi del Gruppo 63 che oggi non c’è più nel mondo letterario?

«La possibilità e il gusto del confronto. Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite».

Voi del Gruppo 63 non avevate un’identità politica ben definita.

«Diciamo che eravamo vaga sinistra».

Appunto, vaga…

«C’erano comunisti come Sanguineti e socialisti come Barilli. E altri che semplicemente non facevano politica».

Vi rimproverarono di non essere abbastanza engagés?

«Uscivamo dal periodo di dominio del Pci sulla cultura che aveva creato una neoscolastica marxista – per cui si attaccava persino Visconti solo perché si stava occupando di drammi ottocenteschi e non più di ponti della Ghisolfa. Era più che ovvio che il Gruppo non potesse e non volesse collocarsi in qualche “chiesa”. Però questo non escludeva che ciascuno, per conto proprio, avesse le proprie compromissioni politiche».

Dopo il Gruppo 63 si può parlare di altre correnti o generi?

«Non in maniera visibile. E comunque non con lo stesso impatto che avemmo noi allora».

Gli scrittori pulpitaliani degli anni Novanta?

«Ci stavano dentro persino gli Skiantos, ai quali Maria Corti dedicò un bellissimo saggio. Ma erano fenomeni più locali e più disseminati. L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica. L’unico tentativo di diversificazione fu quello di Bifo nel 1977, dei deleuziani bolognesi, ma anche lì sul piano letterario non ha prodotto molto».

Se dovesse fare un bilancio del Gruppo 63 oggi, cinquantanni dopo?

«Una delle accuse che ci muovevano era, come ho detto, che si producevano poetiche e non opere. Ecco, direbbe che La ragazza Carla di Pagliarani o le poesie di Porta non sono opere sopravvissute ai loro autori? In ogni caso la sopravvivenza di un’opera va però giudicata sull’arco di un secolo, non di qualche decennio. Pensi che nella prima metà del Novecento c’erano scrittori che contavano e oggi sono dimenticati -come Virgilio Brocchi o Papini. Persino Bacchelli, che pure per me continua a essere uno dei grandi scrittori della prima metà del Novecento. Vedremo se fra cinquant’anni si leggerà ancora Sanguineti o no. Se sì, ci saranno certamente ancora alcuni che diranno che però lui, tutto sommato, non apparteneva al Gruppo…».

Ennio Abate, Riflessione sul fare gruppo a partire da un’intervistaultima modifica: 2013-02-09T16:03:00+01:00da mangano1
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