COME SOGNANO I FILOSOFI ITALIANI: PENSANO ANCORA CHE KANT SIA UN FILOSOFO “TOLEMAICO”!!!

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FILOSOFIA POLITICA E MERAVIGLIA. Sull’uscita dallo stato di minorità, oggi……
COME SOGNANO I FILOSOFI ITALIANI: PENSANO ANCORA CHE KANT SIA UN FILOSOFO “TOLEMAICO”!!! Una nota di Vincenzo Vitiello su tre recenti libri su Spinoza (di Carlo Sini, Biagio De Giovanni e Massimo Adinolfi) – con appunti  
Forse la crisi della polis, sottraendo alla filosofia il suo tema principale – la res publica, come la suprema res humana – apre l’orizzonte del pensiero oltre la soglia dell’umano. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione in filosofia, che, in contrasto con quella «copernicana di Kant, definirei «tolemaica», dacché segna il passaggio dalla riflessione del mondo a partire dall’uomo alla considerazione dell’uomo muovendo dal mondo.

a c. di Federico La Sala
LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” CONCEPITO COME “UOMO SUPREMO”. Note per una rilettura della “Storia universale della natura e teoria del cielo”
HEIDEGGER, KANT, E LA MISERIA DELLA FILOSOFIA – OGGI.
POLITICA, FILOSOFIA, E MERAVIGLIA. (fls)
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Se l’uomo è il centro
Le strade della filosofia nella crisi della politica
Stiamo assistendo alla fine della polis? Il pensiero ha ancora un destino nella sfera pubblica o guarda oltre di essa?
Un’analisi che lega tre recenti libri su Spinoza: di Carlo Sini, Biagio De Giovanni e Massimo Adinolfi
di Vincenzo Vitiello  (l’Unità, 03.02.2013)
«CERTO È STRANO NON ABITARE PIÙ LA TERRA»: QUESTO MESTO VERSO DI RILKE DESCRIVE NON LA CRISI DEL NOSTRO TEMPO, MA IL SUO TRIONFO. Il trionfo dell’appropriazione umana della terra e del tempo, il trionfo della storia e della politica. A questa appropriazione, che, seguendo il racconto di Genesi (2, 19-20), inizia da quando Dio concesse all’uomo la facoltà di dar nome agli animali della terra e del cielo, la filosofia ha dato un contributo notevole, concependo la vita buona come quella vita che si realizza nella comunità degli uomini padroni della terra e di tutto quanto sulla terra cresce e vive. Mestizia di poeta separato dal mondo, quella di Rilke? O non piuttosto un sentimento, frustrato, di più profonda partecipazione alla vita del tutto? Forse la crisi della polis, sottraendo alla filosofia il suo tema principale – la res publica, come la suprema res humana – apre l’orizzonte del pensiero oltre la soglia dell’umano.
Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione in filosofia, che, in contrasto con quella «copernicana di Kant, definirei «tolemaica», dacché segna il passaggio dalla riflessione del mondo a partire dall’uomo alla considerazione dell’uomo muovendo dal mondo. E qual filosofo della nostra modernità ha contribuito a questa trasformazione più e meglio di Spinoza?
Biagio de Giovanni, filosofo della politica che ha sempre accompagnato l’attività di studioso con l’impegno politico, in un suo recente libro, Hegel e Spinoza. Dialogo sul moderno, ha ampiamente argomentato che la risposta di Spinoza alla crisi del moderno – la scissione io-mondo – è più «avanzata» di quella hegeliana, perché non «redime» il finito, assorbendolo nel processo della universale ragione come suo momento necessario, ma lo «salva», e cioè lo «serba» nella sua finitezza, entro il «libero» spazio della sostanza eterna.
Altra volta ho rilevato la vicinanza di questa interpretazione della sostanza spinoziana all’Ereignis di Heidegger, l’evento puro che tutto pro-voca ed accoglie, e nulla impone. Vi torno su, in questa sede, perché Spinoza – lo Spinoza che de Giovanni non esita a dire «il mio Spinoza» -, pur teorizzando la razionalità dello Stato, procede oltre il «politico», verso quella fondazione etica della ‘comunità’ che non è in potere della comunità. Per l’autore del Tractatus teologico-politicus e del Tractatus politicus «sostanza» è il nome della «natura» in cui l’uomo abita, e solo perché abita in essa, può comunicare con altri, può, cioè, far comunità.
L’etica di Spinoza ha come tema la natura che non è solo punti, linee e figure geometriche, è sovratutto corpo vivente, Leib, e cioè: passione, sentimento, amore e odio, letizia e tristezza, immaginazione. È, nel linguaggio di Rilke, la Terra oltre la Città: la Terra che «salva» l’uomo nella sua finitezza e libertà. È questo il messaggio? Il nuovo messaggio della filosofia?
Nel 1991-92 – son passati vent’anni! – Carlo Sini tenne un corso alla Statale di Milano su La verità pubblica e Spinoza. Pubblicato la prima volta nel 2005, è stato riedito nel IV volume, tomo I, delle sue Opere, in questo inizio d’anno. Essendo stato già recensito su queste pagine, posso andar subito all’essenziale, che è già tutto nello stile del testo, che ha conservato l’andamento della lectio, della lettura. Della lettura non d’un libro, ma del mondo, quale si es-pone nel pensiero che si fa nell’atto stesso di dirsi, di scriversi. Questa la verità pubblica del mondo (e non sul mondo). Verità che non è, perché in via di farsi, come il mondo.
In questa pratica di pensiero Spinoza da «oggetto» diviene soggetto del pensiero, sorgente che non si conosce, meglio: che non è altrove che in ciò che essa alimenta. Pertanto non ha senso voler distinguere quello che è di Spinoza da quello che è di Sini – e non perché non lo si possa fare, ma perché facendolo, si cristallizza il pensiero, gli si toglie vita. Sini leggendo Spinoza, lo «continua» (per usare il verbo felicemente scelto da Massimo Adinolfi per il titolo del suo libro, appunto: Continuare Spinoza). Di qui l’arditezza delle analisi siniane, dalla negazione che gli attributi della sostanza siano due, pensiero ed estensione, o addirittura infiniti, alla affermazione che l’essenza della sostanza è «espressa» nel «sive» che congiunge-separa Dio e natura: Deus sive natura. Invero le due tesi dicono il medesimo: perché se «i due nomi (pensiero ed estensione) sono l’identico trascolorare della sostanza nella loro differenza», cosa mai può essere la sostanza fuor del «trascolorare»?
Il «sive» è il segno, la traccia che l’evento del trascolorare lascia nel pensiero, come nel corpo, in cui trascolora. Ma l’evento non è la traccia: pensieri e corpi, per dirla con Spinoza, non sono la sostanza. La verità pubblica del mondo non è il mondo. L’evento puro, il mondo, di cui il «sive» è segno o traccia, «non è pensabile (…) e non è da pensare».
L’evento puro del trascolorare dell’Indifferente nelle differenze non lo si pensa, lo si vive. In esso e di esso viviamo. Nella verità pubblica, oltre la verità pubblica: nella polis, oltre la polis. È un libero «trovarsi accanto» a uomini come a erbe e pietre e animali, oltre il «con-esserci» dell’ordine giuridico, delle leggi e della giustizia. Sini chiama mondo, quel che Rilke nomina terra. Pur nella grande differenza di metodo, intenti e scrittura, le analisi di de Giovanni e di Sini convergono nel risultato.
Lontani entrambi dal mito della terra incontaminata, trovano la terra, o, come entrambi amano dire, il mondo ciò che dà stabilità e potenza al fare nei conflitti della politica e pur nelle distruzioni delle guerre. Qui, nell’aiuola che ci fa feroci, e non altrove si «salva» il finito. O meglio: è già da sempre salvato. La nostra «salvezza» (de Giovanni), la nostra «eternità» (Sini), non è certo nella miseria delle nostra differenze, ma nella sovrabbondante ricchezza della sostanza, dell’evento, del mondo, che, peraltro, è solo in quelle differenze. Fuor di queste sarebbe solo Silenzio.
Mi chiedo se non sia questa un’ultima rassicurazione – necessaria all’uomo per non pensare alla morte: dell’uomo, del mondo, della Terra. Per Spinoza il filosofo pensa la vita, non la morte. Per Spinoza.

Domenica 03 Febbraio,2013 Ore: 20:21
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Federico La Sala
Milano
03/2/2013
23.07
Titolo:AL DI LA’ DEL BIOLOGISMO. Tutto viene dalla Terra, ma non tutto si risolve in Te…
Due madri = un padre?

di Sylviane Agacinski*

in “Le Monde” del 3 febbraio 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)

Nulla illustra meglio la coriacità della dissimmetria dei sessi del modo in cui ognuno affronta la questione della procreazione. Come tutti, anche gli omosessuali affrontano tale questione e, fino ad ora, non avevano altra possibilità che rivolgersi ad una persona dell’altro sesso.

Ciò che è cambiato, al punto da far emergere la nozione di omogenitorialità, è la possibilità, almeno apparente, di far a meno dell’altro sesso per “avere” dei figli, come si sente dire così spesso alla radio: l’attrice celebre tal dei tali “ha avuto dei figli con la sua compagna”. Quasi si dimentica ciò che questa meravigliosa “performance” deve alle tecniche biomediche e al donatore di sperma anonimo che ha dato il suo contributo in Belgio o in California.

Ma il dono di sperma e l’inseminazione artificiale sono da tempo praticati in Francia per coppie “classiche” nel quadro della procreazione medicalmente assistita (PMA) senza che questo turbi più di tanto o che ci si interroghi sulla trasformazione delle persone che danno la vita con semplici materiali biologici anonimi mentre i figli diventano prodotti fabbricati su richiesta e, di conseguenza, in certi paesi, delle merci. Oggi conosciamo gli effetti devastanti che possono esserci sui figli in seguito alla decisione deliberatamente assunta di mantenere il segreto sulla persona del loro genitore, anche quando un padre legale esiste ed ha svolto pienamente il suo ruolo.

Così, la prima riflessione che si impone alle nostre società moderne, prima di qualsiasi costruzione legislativa sulle modalità della filiazione, riguarda la distinzione, fondamentale nel diritto, tra le persone e le cose. Il filosofo Hans Jonas considerava la responsabilità degli esseri umani nei confronti della loro progenitura come l’archetipo della responsabilità. I donatori di sperma e le donatrici di ovociti sono innanzitutto degli esseri umani: si dice che donano delle cellule ad “una coppia”, in realtà contribuiscono a dare la vita ad un figlio, e quest’ultimo un giorno lo saprà e ne chiederà conto.

Non per avere o non avere sofferto nell’infanzia, ma perché, essendo egli stesso persona, vorrà sapere da quali persone proviene e qual è la sua storia umana. Per questo è necessario intraprendere una riflessione globale sul ruolo della medicina procreativa e sulle condizioni etiche delle sue pratiche, indipendentemente dalle coppie a cui sono destinate queste pratiche. Un progetto di legge sulla famiglia non può certo sostituire tale riconsiderazione totale. Rivolgendosi al Comitato consultivo nazionale di etica, il presidente della Repubblica va nella giusta direzione. Il problema è diverso per gli uomini – a causa della dissimmetria sessuale -, perché la procreazione omogenitoriale necessita di un dono di ovociti e dell’uso di “gestanti per altri” (“madri in affitto”).

Anche qui, la pratica non riguarda solo le coppie gay. Ma sono loro che militano più attivamente per la sua legalizzazione, ad esempio tramite il gruppo Homosexualité et socialisme o le associazioni LGBT (lesbiche, gay, bi e trans). A questo riguardo, le posizioni del governo sembrano chiare. Esso esclude ogni legalizzazione dell’uso di donne come “gestanti per altri”, consapevole della mercificazione del corpo che inevitabilmente comporta, con lo sfruttamento di donne socialmente fragili, come avviene in altri paesi.

Ma allora è inquietante e incoerente che Dominique Bertinotti, la ministra delegata per la famiglia, si ostini ad annunciare che continuerà ad esaminare tale questione; o che la ministra della giustizia, in una circolare almeno inopportuna, conceda un certificato di nazionalità ai figli nati da “gestanti per altri” all’estero. Bisogna sapere che i bambini nati in questo modo hanno uno stato civile emesso dal paese in cui sono nati, che non sono affatto sprovvisti di documenti di identità e che possono condurre una vita familiare normale. Non si potrebbe comprendere il fatto che, per vie indirette, si dia alla fine ragione a coloro che aggirano deliberatamente la legislazione in vigore.

Ma non spetta innanzitutto agli stessi futuri genitori interrogarsi sul loro percorso e sul loro progetto? E innanzitutto alle donne, poiché esse possono fin d’ora ordinare su internet dei campioni di sperma. Le tariffe delle “banche di sperma” sono disponibili on line, con le foto e le caratteristiche dei donatori. Un altro campo di riflessione riguarda l’omogenitorialità come nuovo modello di filiazione. Il principio di un matrimonio aperto a tutte le coppie unisce ampiamente i francesi, mentre il principio dell’omogenitorialità li divide.

Uno statu quo conservatore non avrebbe senso. Sì, è possibile istituire un matrimonio tra persone dello stesso sesso. Questa innovazione è auspicabile poiché contribuirà ad assicurare un pieno riconoscimento sociale alle coppie omosessuali che lo attendono. Ma trasforma il significato dell’antico matrimonio, nella misura in cui il suo principale effetto era la presunzione di paternità dello sposo, che non ha senso per una coppia dello stesso sesso.

La presunzione di paternità non è scomparsa dal matrimonio moderno, ma esso è profondamente cambiato. Ad esempio, i diritti di tutti i figli si basano ormai sulla definizione della loro filiazione civile, cioè sul collegamento con i genitori che li hanno concepiti e/o riconosciuti, sposati o no. La colonna vertebrale della famiglia è così la filiazione, mentre il matrimonio dei genitori diventa in qualche modo accessorio.

In questo contesto, ci si chiede se la vera uguaglianza non sarebbe applicare a tutti gli stessi diritti: quello di sposarsi per gli adulti e, per tutti i bambini, una filiazione stabilita secondo gli stessi criteri e le stesse regole. Ma non sarebbe così nel caso in cui si distinguesse una “omogenitorialità” ed una “eterogenitorialità”, ossia due genitori dello stesso sesso o di sessi diversi.

La capacità di chiunque di essere un “buon genitore” non è evidentemente in discussione. Del resto, molti omosessuali hanno figli con un partner dell’altro sesso, e non pretendono di fondare la loro paternità o la loro maternità sulla loro omosessualità. Al contrario, l’omogenitorialità significherebbe che l’amore omosessuale fonda la genitorialità possibile e permette di sostituire l’eterogeneità sessuale del padre e della madre con l’omosessualità maschile o femminile dei genitori.

Le formule, divenute correnti, di genitori gay e lesbici significano la stessa cosa. E quando la ministra della famiglia annuncia che bisognerà interrogarsi sulle “nuove forme di filiazione sia eterosessuali che omosessuali, sostituisce anche al carattere sessuato dei genitori il loro orientamento sessuale. Così, si tratta proprio di creare un nuovo modello di filiazione.

Secondo il modello tradizionale, un figlio è unito ad almeno un genitore, generalmente la madre che lo ha messo al mondo, e se possibile a due, padre e madre. Anche nell’adozione, la filiazione legale riproduce analogicamente la coppia procreatrice, asimmetrica ed eterogenea. Ne mantiene la struttura, o lo schema, ossia quello della generazione biologica bisessuata.

-In questo modo si può comprendere l’antropologo ed etnologo Claude Lévi-Strauss quando scrive che “i legami biologici sono il modello sul quale sono concepite le relazioni di genitorialità”. Ora, si noterà che questo modello non è né logico, né matematico (del tipo: 1+1), ma biologico, e quindi qualitativo (donna + uomo) perché i due non sono intercambiabili. È la sola ragione per la quale i genitori sono due, o formano una coppia.

Anche se questa forma non è sempre soddisfatta (ad esempio quando un bambino ha un solo genitore o è adottato da una sola persona), la differenza sessuale è simbolicamente indicata, cioè nominata dalle parole “padre” o “madre” che designano persone e posizioni distinte. Questa distinzione inserisce il bambino in un ordine in cui le generazioni si succedono grazie alla generazione sessuata, e la finitezza comune gli è così significata: poiché nessuno può generare da solo facendo sia da padre che da madre.

Allora, si pone la domanda di sapere che cosa viene significato al bambino unito, per ipotesi a due madri o a due padri. Un cumulo simile significa che due padri possono sostituire una madre? Che due madri possono sostituire un padre? Una lesbica militante, che non vuole aggiungere un padre alla sua coppia femminile, dichiara in un negozio: “Due genitori bastano”. E un’altra: “Io non voglio sobbarcarmi un padre per essere madre”. Come non sentire qui un diniego virulento della finitezza e dell’incompletezza di ciascuno dei due sessi?

Il timore che si può esprimere qui, è precisamente che due genitori dello stesso sesso simbolizzino, ai loro occhi, come a quelli dei loro figli adottivi (e ancor di più a quelli che sarebbero procreati con l’aiuto di materiali biologici), un diniego del limite che ciascuno dei due sessi è per l’altro, limite che l’amore non può cancellare.

* Sylviane Agacinski: filosofa, ha insegnato alla Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales dal 1991 al 2010. Ha lavorato sulla questione della differenza sessuale e della controversia sessuale nella democrazia (“Politique des sexes”, Seuil 2002), nella teologia (“Métaphysique des sexes”, Seuil 2005) e nel teatro (“Drame des sexes”, Seuil 2008). Con “Corps en miettes” (Flammarion, 2009) critica la mercificazione del corpo umano e contesta la riduzione del sesso al genere in “Femmes entre sexe et genre” (Seuil, 2012).
Autore
Città
Giorno
Ora
Federico La Sala
Milano
04/2/2013
08.55
Titolo:PER KANT. IL RICONOSCIMENTO DI ARTHUR S. EDDINGTON
PER KANT. IL RICONOSCIMENTO DI ARTHUR S. EDDINGTON

CONTRARIAMENTE A QUANTO ’PONTIFICAVA’ DEWEY NEL 1929 E HEIDEGGER NEL 1933, COSI’ SCRIVEVA, NEL 1939, ARTHUR S. EDDINGTON, L’ASTRONOMO E IL FISICO RELATIVISTA, CHE “NEL 1919 ORGANIZZO’ LE DUE FAMOSE SPEDIZIONI DI RILEVAMENTO DELL’ECLISSE SOLARE CHE FORNIRONO LA PRIMA CONFERMA SPERIMENTALE DELLA FORMULA DELLA RELATIVITA’ DI EINSTEIN PER LA DEVIAZIONE DELLA LUCE IN CAMPO GRAVITAZIONALE”:

“Non è consigliabile, penso, tentare di descrivere una filosofia fondata sulla scienza con le etichette dei sistemi filosofici più vecchi. Accettare una tale etichetta, farebbe sì che lo scienziato prendesse parte a controversie per cui non ha alcun interesse, anche se non le condanna come completamente senza significato. Ma se fosse necessario scegliere una guida tra i filosofi del passato, non ci sarebbe nessun dubbio che la nostra scelta cadrebbe su Kant. Non accettiamo l’etichetta kantiana, ma, come riconoscimento, è giusto dire che Kant anticipò in notevole misura le idee a cui siamo ora spinti dagli sviluppi moderni della fisica”

Cfr. Arthur S. Eddington, Filosofia della fisica, Prefazione di Maurizio Mamiani, Bari, Laterza, 1984, p. VII, pp. X-XI, e p.215.

COME SOGNANO I FILOSOFI ITALIANI: PENSANO ANCORA CHE KANT SIA UN FILOSOFO “TOLEMAICO”!!!ultima modifica: 2013-02-06T19:02:07+01:00da mangano1
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