giuseppe bailone,Locke: per una ragione consapevole dei suoi limiti

Locke: per una ragione consapevole dei suoi limiti e

per una proprietà privata senza limiti
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Nel 1689 John Locke pubblica il Saggio sull’intelletto umano, un libro che orienta la lotta per ragione in un senso destinato a diventare prevalente nel movimento illuminista del secolo successivo. Alla ragione, che si vuole alla guida dell’esistenza umana singola e associata, si chiede, cioè, di esaminare preliminarmente i propri limiti.

Non è la prima volta che la filosofia parla di limiti della ragione. Tutte le scuole scettiche nel corso dei secoli ne hanno parlato. Ne ha parlato anche la filosofia cristiana antica e medievale, che ha imposto limiti alla ragione in nome della rivelazione e della fede. Adesso, però, è la ragione stessa che si riconosce limitata, ma, nello stesso tempo, completa l’emancipazione da ogni tutela e afferma la propria autonomia.

La ragione non si pretende più assoluta, ma non riconosce autorità superiori cui subordinarsi. Limitata, ma pienamente sovrana.

Se in Cartesio l’autonomia della ragione significa il suo assolutismo, in Locke l’autonomia della ragione si coniuga con la coscienza dei suoi limiti.

Se in Cartesio, però, la ragione assoluta limita per prudenza il suo campo d’azione, in Locke, invece, la ragione si muove in ogni campo, esamina tutti gli aspetti dell’esistenza umana, anche la morale, la politica e la religione, non investite dal razionalismo cartesiano.

La ragione deve dire la sua in ogni campo dell’attività umana, ma, prima di tutto, deve dirla sui propri poteri. Ragione a tutto campo, ma non assoluta.

L’uomo ha solo la ragione per orientarsi nell’esistenza, ma, proprio per questo, deve farne un uso consapevole dei suoi limiti.

L’indagine preliminare dei limiti della ragione non è facile.

Scrive Locke: “L’intelletto, come l’occhio, ci fa vedere e percepire tutte le cose, ma non si accorge di se stesso; e il porlo ad una certa distanza e farne il suo proprio oggetto richiedono arte e cure. Ma quali che siano le difficoltà che ostacolano questa indagine, quale che sia la cosa che ci rende tanto oscuri a noi stessi, sono sicuro che tutta la luce che potremo gettare sul nostro spirito, tutta la familiarità che potremo acquisire col nostro intelletto, sarà non soltanto piacevole ma ci porterà un gran vantaggio nel dirigere i nostri pensieri alla ricerca di altre cose”.[1]

Non si può conoscere tutto, ma si possono raggiungere buoni risultati se si resta nel campo delle possibilità umane. La fiducia nella ragione, fondata sulla conoscenza dei propri limiti, può vincere la presunzione e lo scetticismo.

Contro lo scetticismo, Locke scrive: “Se non crederemo a nulla perché non possiamo conoscere tutto con certezza, agiremo altrettanto saggiamente di uno che non volesse servirsi delle gambe, ma rimanesse fermo e deperisse, perché non ha le ali per volare”.[2]

Per servirsi appropriatamente delle gambe bisogna, però, conoscerle bene, prenderne accuratamente le misure.

“E’ di somma utilità al marinaio di conoscere la lunghezza della sua fune, anche se con essa non può scandagliare tutte le profondità dell’oceano. E’ bene che egli sappia che è abbastanza lunga per raggiungere il fondo in quei luoghi che sono necessari per dirigere il suo viaggio e per avvisarlo delle secche che potrebbero rovinarlo. Il nostro compito qui non è di conoscere tutte le cose, ma solo quelle che concernono la nostra condotta. Se possiamo scoprire quelle misure mediante le quali una creatura razionale, posta nello stato in cui l’uomo si trova in questo mondo, può e deve governare le sue opinioni e le azioni che ne dipendono, non dobbiamo turbarci se altre cose sfuggono alla nostra conoscenza”.[3]

Questo accostamento dell’intelletto umano allo scandaglio del marinaio illustra bene l’impostazione filosofica di Locke e la distanza che la separa da quella del suo coetaneo Spinoza.

Se la profondità dell’oceano, che lo scandaglio del marinaio non può misurare, rappresenta la profondità dei problemi metafisici tradizionali, in primis quello dell’essere, Locke e Spinoza si collocano su posizioni opposte.

Per Spinoza, se non si misura tutta la profondità dell’essere, anche la navigazione intorno agli enti della quotidianità resta in balia d’idee confuse. Se, cioè, non si hanno idee chiare e distinte sull’essere, sul suo fondamento ultimo e più profondo, su Dio, anche la vita quotidiana si agita nella confusione. Se non si conosce bene il fondamento del tutto, anche la conoscenza dei particolari è incerta.

Per Locke, il problema principale della filosofia non è quello dell’essere, bensì quello dei poteri del nostro intelletto. Locke abbandona l’ontologia agli abissi insondabili degli oceani metafisici e promuove la filosofia come gnoseologia, come teoria della conoscenza. Avvia un’impostazione della filosofia destinata a imporsi con successo nel mondo anglosassone.

Il Saggio sull’intelletto umano è il frutto di una riflessione iniziata circa vent’anni prima, durante una riunione con amici in cui si è discusso infruttuosamente di principi morali e di religione.

Locke ne parla nell’Epistola al lettore che presenta il Saggio:

“Se fosse il caso di annoiarti con la storia di questo Saggio, potrei dirti che cinque o sei amici, riuniti nella mia stanza, che discorrevano di un argomento assai remoto da quello qui trattato, si trovarono presto ad un punto morto, a causa delle difficoltà che sorgevano da ogni lato. Dopo esserci scervellati un poco senza avvicinarci di più alla soluzione di quei dubbi che ci rendevano perplessi, mi accadde di pensare che eravamo su una strada sbagliata; e che, prima di iniziare indagini di quella natura, era necessario esaminare le nostre capacità, per vedere quali oggetti il nostro intelletto fosse o non fosse in grado di trattare. Proposi ciò alla compagnia, la quale prontamente acconsentì; e fu quindi concordato che questa sarebbe stata la nostra prima indagine. Alcuni pensieri frettolosi e mal digesti, su un argomento che non avevo ancora mai considerato, che annotai per la nostra prossima riunione, formarono la prima introduzione a questo Discorso; il quale, essendo stato iniziato, venne continuato su preghiera dei miei amici, scritto a brani incoerenti, trascurato per lunghi intervalli e poi ripreso secondo quanto mi concedeva l’umore e l’occasione e, infine, durante una vacanza solitaria, presa per motivi di salute, venne messo nell’ordine in cui ora lo vedi”.[4]

Il Saggio è scritto in inglese e in un linguaggio chiaro e semplice, senza tecnicismi, per fare un’opera utile a molti.

A differenza di Spinoza, Locke scrive per un pubblico il più possibile ampio.

“Poiché, pubblicando quest’opera, il mio proposito è di essere utile quanto mi è possibile, credo necessario rendere quanto ho da dire accessibile e intelligibile nel maggior grado possibile per ogni sorta di lettore”.[5] 

Siamo ormai in clima illuministico.

Il linguaggio chiaro rende non solo un servizio ai molti che desiderano apprendere, ma, sostiene Locke, anche alla scienza stessa.

“La conoscenza sarebbe già molto più progredita nel mondo se gli sforzi di uomini laboriosi e d’ingegno non fossero stati impediti dall’uso sapiente ma frivolo di termini goffi, affettati, o inintelligibili, introdotti nelle scienze e innalzati ad una specie di arte, a tal punto che la filosofia, che non è null’altro che la vera conoscenza delle cose, era considerata inadatta o indegna di essere ammessa nella conversazione delle persone educate e cortesi. I modi di dire vaghi e insignificanti, e l’abuso del linguaggio, da tanto tempo si fanno passare per misteri della scienza; e le parole difficili e male applicate, che hanno poco o nessun significato, hanno, per prescrizione, un tal diritto ad essere scambiate per erudizione profonda ed alta speculazione, che non sarà facile convincere coloro che parlano o sentono questo linguaggio che esso è solo la copertura per l’ignoranza e un ostacolo alla vera conoscenza. L’irrompere nel santuario della vanità e dell’ignoranza renderà qualche servizio, suppongo, all’intelletto umano”.[6]

Parlar semplice e chiaro fa bene all’intelligenza.

Nel 1689 Locke pubblica anche i Due trattati sul governo, nel secondo dei quali c’è un capitolo che svincola la proprietà privata dai limiti tradizionali.

In Inghilterra, dove una borghesia in ascesa, dedita al traffico mercantile e alle prime realizzazioni industriali e tesa a sostituirsi come classe dirigente all’aristocrazia terriera, mal sopporta limitazioni alla proprietà privata da parte dei governanti, Locke sostiene la piena conformità alla legge naturale, razionale e anteriore allo Stato, del diritto alla proprietà privata e all’accumulazione monetaria illimitata. Locke rompe gli argini che, in passato, la filosofia aveva posto all’arricchimento privato: egli vede proprio nel denaro, guardato con sospetto da molti filosofi, il mezzo che libera la proprietà privata dai ogni limite. Il denaro, infatti, è un bene non deteriorabile, a differenza di molti prodotti del lavoro che vanno consumati entro termini oltre i quali si deteriorano e trasformano la loro conservazione in semplice spreco. L’economia monetaria libera completamente l’accumulazione privata dal rischio dello spreco e, quindi, dell’ingiustizia sociale (è, infatti, male sprecare prodotti che potrebbero essere consumati da altri uomini bisognosi). Lo Stato, pertanto, ne prenda atto e non metta limiti all’arricchimento privato, salutare per l’intera comunità umana.

Locke scrive le prime pagine dell’utopia borghese e capitalistica.

 

John Locke nasce nel 1632, lo stesso anno della nascita di Spinoza.

La famiglia è di orientamento religioso puritano. Nella guerra civile, il padre ha combattuto, come capitano, nell’esercito parlamentare contro il tentativo regio d’instaurare l’assolutismo. Locke ha, quindi, conosciuto negli anni dell’adolescenza gli effetti della guerra civile che Hobbes ha voluto evitare con l’esilio volontario in Francia. Le traversie della famiglia imposte dalla guerra civile rallentano il corso dei suoi studi e gli consentono, solo nel 1652, di iscriversi all’università di Oxford e di seguire corsi di logica, di metafisica, di teologia e di letteratura. Dal 1658 a Oxford fa il professore di retorica, ma continua a seguire corsi da studente. Ha forti interessi per la medicina e per l’anatomia, che continua a studiare anche in seguito. Stringe una durevole amicizia con il chimico Robert Boyle, che a Oxford risiede dal 1654.

Nel 1666 conosce lord Anthony Ashley Cooper, futuro primo conte di Shaftesbury ed esponente del partito dei Whig, i liberali che si oppongono ai Tory. L’anno successivo si trasferisce a casa sua, a Londra, e diventa il suo medico personale. In quella casa avrà anche funzioni di precettore.

Viaggia in Francia e legge testi di Pascal, Malebranche e Gassendi.

Nel 1682, in seguito al fallimento di una congiura, lord Shaftesbury fugge in Olanda per sottrarsi alla cattura. Locke, poco dopo, prudentemente lo segue e resta in Olanda fino agli inizi del 1689, quando la “gloriosa rivoluzione” porta sul trono inglese Guglielmo d’Orange. In Olanda dà versione definitiva ai suoi testi fondamentali, la Lettera sulla tolleranza, il Saggio sull’intelletto umano e i Due trattati sul governo.

Nel 1695 pubblica anonima la Ragionevolezza del cristianesimo.

Muore nel 1704.

 

Torino 14 gennaio 2013

                                                                                Giuseppe Bailone

[1] J. Locke, Saggio sull’intelletto umano, a cura di Marian e Nicola Abbagnano, Utet 1971, p. 61.
[2] Ib. p. 64.
[3] Ib. pp. 64-65.
[4] Ib. p. 48.
[5] Ib. p. 50.
[6] Ib. p. 52.

giuseppe bailone,Locke: per una ragione consapevole dei suoi limitiultima modifica: 2013-01-18T13:05:54+01:00da mangano1
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