fed la sala, I sapienti del Vaticano e il pericolo della logofobia

 

 

ALI BABA jpg.jpgaNTROPOLOGIA ED EVANGELO. L’ANTROPOLOGIA DEL CATTOLICESIMO COSTANTINIANO: LA TEOLOGIA POLITICA “ANDRO-POLOGICA” E “TE-ANDRICA” DI UN’ ISTITUZIONE DI UOMINI VALOROSI (“ANDRAGATHIA”)  FIGLI DI “MAMMASANTISSIMA”!  IN PRINCIPIO ERA IL LOGOS, NON IL “LOGO”!!!
QUANTA PAURA DEL LOGOS TRA LE FILA DEI SAPIENTI DEL CATTOLICESIMO RATZINGERIANO! Nati da uomo e da donna, non sanno ben pensare nemmeno l’incarnazione di se stessi, attaccano la Costituzione, e allertano sul “pericolo della logofobia”!  Una riflessione di Adriano Pessina (dall’Osservatore Romano) – con note
Nel dibattito – che spesso assume i toni dello scontro – tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale. L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio

a c. di Federico La Sala

IL PERICOLO DELLA LOGOFOBIA
di Adriano Pessina * (L’Osservatore Romano, 13 gennaio 2013)
Nel dibattito – che spesso assume i toni dello scontro – tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale. L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento dell’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.
Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni.
L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi. Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.
L’umano è il maschile e il femminile. La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali. I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.
Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta – come non lo è peraltro quello eterosessuale – e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata.
Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione. Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare.
La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana. Nati da uomo e da donna. Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.
* Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore

«I bambini non sono merce»

di Luca Kocci (il manifesto, 13 gennaio 2013)

Contro natura, disumana, contraria ad ogni evidenza antropologica. Sono gli aggettivi che le gerarchie ecclesiastiche e gli organi di stampa cattolici hanno usato per definire la sentenza della Corte di Cassazione che l’altro ieri ha confermato l’affidamento alla madre – ora legata sentimentalmente e convivente con un’altra donna – del figlio piccolo, negando che vivere all’interno di una coppia omosessuale sarebbe stato «dannoso» per «l’equilibrato sviluppo» del bambino.

L’affidamento e «l’adozione dei bambini da parte degli omosessuali porta il bambino ad essere una sorta di merce», ha detto ieri ai microfoni di Radio Vaticana monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e «padre spirituale» della Comunità di Sant’Egidio del ministro Riccardi, «il bambino deve nascere e crescere all’interno di quella che, da che mondo è mondo, è la via ordinaria, cioè con un padre e una madre». Talvolta questo contesto può frantumarsi, aggiunge il «ministro della famiglia» del Vaticano – che nella Curia romana è considerato un “progressista” -, ma «inficiare questo principio è pericolosissimo per il bambino e per l’intera società». «Suggerisco a monsignor Paglia di leggersi un po’ di letteratura scientifica e di rendersi conto di persona di come crescono i bambini nelle famiglie gay», gli risponde l’ex presidente dell’Arcigay Aurelio Mancuso, fondatore della rete per i diritti civili Equality Italia.

«Sentenza pericolosa», titolava ieri Avvenire, affidando il commento al giurista Carlo Cardia, già paladino dell’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche, che parla di «essenziale diversità e complementarietà tra il padre e la madre» che introducono il bambino «nel più vasto orizzonte degli affetti, dei sentimenti, delle relazioni, dandogli sicurezza, solidità, capacità di realizzarsi pienamente». Invece la sentenza della Cassazione «considera il bambino come soggetto manipolabile, attraverso sperimentazioni che sono fuori della realtà naturale, biologica e psichica».

Un bambino, prosegue, «privato artificiosamente della doppia genitorialità, vede venir meno la dimensione umana e affettiva necessaria per la crescita e il suo armonico sviluppo», si intravede «un profilo disumanizzante» che «comporta il declassamento dei suoi diritti». «Evidentemente Avvenire, pur di non dar ragione a due donne che vogliono educare in libertà il loro figlio, preferiva il genitore islamico che aveva abbandonato il bambino», commenta Franco Grillini.

Netta anche la condanna dell’Osservatore romano: riconosce che un bambino può crescere anche con uno o senza genitori, però aggiunge che non bisogna «creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni». E comunque, scrive il quotidiano del papa, il nodo resta l’omosessualità: «L’umano è il maschile e il femminile», non possono negarlo nemmeno le coppie omosessuali, che però escludono dalla relazione questa polarità con una scelta «autoreferenziale». Per cui «la peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita»: «È dimensione costitutiva della condizione umana». Schematico don Antonio Mazzi: «La Cassazione va contro natura».

Mentre è articolato il ragionamento di Gianni Geraci, portavoce del Guado, uno dei primi gruppi italiani di omosessuali credenti: «Quello che è un valore, ovvero una famiglia con un padre e una madre, non può essere considerato l’unico valore, anche perché l’esperienza ci mostra che talvolta quel nucleo si rompe, o non si realizza, ma il bambino cresce ugualmente sereno», spiega al manifesto. «Piuttosto che condurre inutili e dannose battaglie ideologiche, bisogna pensare soprattutto al bene dei minori. Per questo è urgente una legge che consenta l’adozione anche da parte di un single. Sarà poi una sua scelta, e un suo diritto, decidere con chi educarlo».

Don Franco Barbero, della comunità di base di Pinerolo, sul suo blog racconta la storia di Morena, «figlia felice di due lesbiche»: «È fidanzata. Una bella e gioiosa giovane donna. Quando la incontro, la vedo felice come una ragazza cresciuta in un contesto d’amore. Ha persino convertito dall’omofobia il suo fidanzato. È il più bel commento alla sentenza della Cassazione».
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    14/1/2013    08.07
Titolo:LA BATTAGLIA PERDUTA DELLA CHIESA ….
La battaglia perduta della Chiesa

di Danièle Hervieu-Léger*

in “Le Monde” del 13 gennaio 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)

Il discorso ostile della Chiesa sul “matrimonio per tutti” conferma la sua incapacità di adattamento alle nuove vie della famiglia

Nel dibattito sul matrimonio per tutti, non sorprende che la Chiesa cattolica faccia sentire la sua voce. Sorprende di più che eviti con cura ogni riferimento ad una proibizione religiosa. Per rifiutare l’idea del matrimonio omosessuale, la Chiesa invoca infatti una “antropologia” che la sua “esperienza in umanità” le dà titolo di riferire a tutti gli uomini, e non solo ai suoi fedeli.

Il nocciolo di questo messaggio universale è l’affermazione secondo la quale la famiglia coniugale – costituita da un padre (maschio) e da una madre (femmina) e da figli che essi procreano insieme – è la sola istituzione naturale suscettibile di fornire al rapporto tra coniugi e tra genitori e figli, le condizioni della sua realizzazione.

Assegnando a questa definizione della famiglia una validità “antropologica” invariante, la Chiesa difende in realtà un modello di famiglia che essa stessa ha prodotto. Ha cominciato a dare forma a questo modello fin dai primi tempi del cristianesimo, combattendo il modello romano di famiglia che si opponeva allo sviluppo delle sue imprese spirituali e materiali, e facendo del consenso dei due sposi il fondamento stesso del matrimonio.

Nel modello cristiano del matrimonio – stabilizzato tra il XII e il XIII secolo -, si presuppone che il volere divino si esprima in un ordine della natura, assegnando all’unione il ruolo della procreazione e mantenendo il principio di sottomissione della donna all’uomo. Significherebbe far torto alla Chiesa non riconoscere l’importanza che questo modello ha avuto nella protezione dei diritti delle persone e dello sviluppo di un ideale di coppia fondato sulla qualità affettiva della relazione tra i coniugi. Ma la distorsione operata facendone il riferimento insuperabile di ogni coniugalità umana è così resa solo più palpabile.

Infatti questa antropologia prodotta dalla Chiesa entra in conflitto con tutto ciò che gli antropologi descrivono invece della variabilità dei modelli di organizzazione della famiglia e della genitorialità nel tempo e nello spazio. Nel suo sforzo per tenere a distanza la relativizzazione del modello familiare europeo indotto da questa constatazione, la Chiesa non ricorre solo all’aiuto di un sapere psicanalitico esso stesso costituito in riferimento a quel modello.

Trova anche, nell’omaggio insistente reso al codice civile, un mezzo per dare un sovrappiù di legittimazione secolare alla sua opposizione ad ogni evoluzione della definizione giuridica di matrimonio. La cosa è inaspettata, se si pensa all’ostilità che essa manifestò a suo tempo all’istituzione del matrimonio civile. Ma questa grande adesione si spiega se ci si ricorda che il codice napoleonico, che ha eliminato il riferimento diretto a Dio, ha però fermato la secolarizzazione alla soglia della famiglia: sostituendo all’ordine fondato in Dio l’ordine non meno sacro della “natura”, il diritto si è fatto esso stesso il garante dell’ordine immutabile che assegna agli uomini e alle donne dei ruoli diversi ed ineguali per natura.

Il riferimento preservato all’ordine non istituito della natura ha permesso di affermare il carattere “perpetuo per destinazione” del matrimonio e di proibire il divorzio. Questa estensione secolare del matrimonio cristiano operata dal diritto ha contribuito a preservare, al di là della laicizzazione delle istituzioni e della secolarizzazione delle coscienze, l’ancoraggio culturale della Chiesa in una società nella quale non le era concesso dire la legge in nome di Dio nell’ambito politico: l’ambito della famiglia restava infatti l’unico sul quale poteva continuare a combattere la problematica moderna dell’autonomia dell’individuo-soggetto.

Se la questione del matrimonio omosessuale può essere considerata come il luogo geometrico dell’esculturazione della Chiesa cattolica nella società francese, è dovuto al fatto che tre movimenti convergono in questo punto per dissolvere i residui di affinità elettiva tra la problematica cattolica e quella secolare del matrimonio e della famiglia.

Il primo di questi movimenti è l’estensione della rivendicazione democratica al di fuori della sola sfera politica: una rivendicazione che raggiunge la sfera dell’intimità coniugale e della famiglia, che fa valere i diritti imprescrittibili dell’individuo rispetto ad ogni legge data dall’alto (quella di Dio o quella della natura) e rifiuta tutte le disuguaglianze fondate in natura tra i sessi.

Da questo punto di vista, il riconoscimento giuridico della coppia omosessuale si inserisce nel movimento che – dalla riforma del divorzio alla liberalizzazione della contraccezione e dell’aborto, dalla ridefinizione dell’autorità genitoriale all’apertura dell’adozione alle persone celibi/ nubili – ha fatto entrare la problematica dell’autonomia e dell’uguaglianza degli individui nella sfera privata.

Questa espulsione progressiva della natura fuori dalla sfera del diritto è essa stessa resa irreversibile da un secondo movimento, che è la rimessa in discussione dell’assimilazione, acquisita nel XIX secolo, tra l’ordine della natura e l’ordine biologico. Questa assimilazione della “famiglia naturale” alla “famiglia biologica” si è iscritta nella pratica amministrativa e nel diritto.

Da parte della Chiesa, lo stesso processo di biologizzazione è sfociato, in funzione dell’equivalenza stabilita tra ordine della natura e volere divino, nel far coincidere, in maniera molto sorprendente, la problematica teologica antica della “legge naturale” con l’ordine delle “leggi della natura” scoperte dalla scienza. Questo schiacciamento rimane al principio della sacralizzazione della fisiologia che segna le argomentazioni pontificie in materia di proibizione della contraccezione o della procreazione medicalmente assistita. Ma, all’inizio del XXI secolo, è la scienza stessa che contesta l’oggettività di tali “leggi della natura”.

La natura non è più un “ordine”: è un sistema complesso che unisce azioni e retroazioni, regolarità e incognite. Questo nuovo approccio fa andare in frantumi i giochi di equivalenza tra naturalità e sacralità di cui la Chiesa ha armato il suo discorso normativo su tutte le questioni riguardanti la sessualità e la procreazione. Le resta quindi, come sola legittimazione esogena e “scientifica” di un sistema di proibizioni che ha sempre meno senso nella cultura contemporanea, il ricorso intensivo e disperato alla scienza degli psicanalisti, ricorso più precario e soggetto a contraddizioni, ce ne rendiamo conto, delle “leggi” dell’antica biologia.

La fragilità dei nuovi montaggi sotto cauzione psicanalitica attraverso i quali la Chiesa fonda in assolutezza la sua disciplina dei corpi viene messa in luce dalle evoluzioni della famiglia coniugale stessa. Perché l’avvento della “famiglia relazionale” ha, in poco più di mezzo secolo, fatto prevalere il primato della relazione tra gli individui sul sistema di posizioni sociali fondate sulle differenze “naturali” tra i sessi e le età.

Il cuore di questa rivoluzione, nella quale il controllo della fecondità ha una parte immensa, è la separazione del matrimonio dalla filiazione, e la correlativa pluralizzazione dei modelli familiari composti e ricomposti. Il diritto di famiglia ha omologato questo fatto importante e ineluttabile: ormai non è più il matrimonio che fa la coppia, è la coppia che fa il matrimonio.

Questi tre movimenti – uguaglianza dei diritti fin nell’ambito intimo, decostruzione del supposto ordine della natura, legittimità dell’istituzione ormai fondata sulla relazione degli individui – si cristallizzano insieme in una esigenza irreprimibile: quella del riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, e del loro diritto, tramite l’adozione, di formare una famiglia.

Di fronte a questa esigenza, le argomentazioni sostenute dalla Chiesa – fine della civiltà, perdita di punti di riferimento fondativi dell’umano, minaccia di dissoluzione della cellula familiare, indifferenziazione dei sessi, ecc. – sono le stesse che furono usate, a suo tempo, per criticare l’impegno professionale delle donne al di fuori del focolare domestico o per combattere l’instaurazione del divorzio consensuale.

È poco probabile che la Chiesa possa, con questo tipo di armi, arginare il corso delle evoluzioni. Oggi, o domani, l’evidenza del matrimonio omosessuale finirà per imporsi, in Francia come in tutte le società democratiche. Il problema non è sapere se la Chiesa “perderà”: essa ha già perduto – molto al suo interno, e anche nella gerarchia lo sanno.

Il problema più cruciale che essa deve affrontare è quello della propria capacità di produrre un discorso che possa essere ascoltato sul terreno stesso degli interrogativi che si pongono sulla scena rivoluzionata della relazione coniugale, della genitorialità e del rapporto familiare. Quello, ad esempio, del riconoscimento dovuto alla singolarità irriducibile di ogni individuo, al di là della configurazione amorosa – eterosessuale o omosessuale – nella quale è impegnato.

E ancora quello dell’adozione, che, da parente povero della filiazione qual era, potrebbe diventare al contrario il paradigma di ogni genitorialità, in una società, in cui, indipendentemente dal modo in cui lo si fa, la scelta di “adottare il proprio figlio”, e quindi di impegnarsi nei suoi confronti, costituisce la sola difesa contro le perversioni possibili del “diritto ad avere un figlio”, che minacciano le coppie eterosessuali non meno delle coppie omosessuali. In questi diversi ambiti, ci aspettiamo una parola rivolta a persone libere. Il matrimonio omosessuale non è certo la fine della civiltà. Ma potrebbe costituire una pietra miliare drammatica quanto lo fu l’enciclica Humanae Vitae nel 1968 nel cammino verso la fine del cattolicesimo in Francia, se il discorso della Chiesa rimane solo quello della proibizione. E questa non è un’ipotesi solo teorica.

*Danièle Hervieu-Léger
– Sociologa, Directrice d’études alla EHESS (Ecole des hautes études en sciences sociales). Ha diretto dal 1993 al 2004 il Centro di studi interdisciplinari dei fatti religiosi (CNRS/EHESS) e ha presieduto l’EHESS dal 2004 al 2009.
– Ha pubblicato, tra l’altro: “Vers un nouveau christianisme” (éd. Cerf, 2008), “Le Retour à la nature” (éd. de l’Aube, 2005) e “Catholicisme, la fin d’un monde” (Bayard, 2003)
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    14/1/2013    13.19
Titolo:«un attentato alla famiglia». «tutti nati da un uomo e una donna»….
Nozze gay, 300.000 no a Parigi

di Marco Mongiello (l’Unità, 14 gennaio 2013)

Il progetto di legge del Governo socialista di Francois Hollande su matrimoni e adozioni omosessuali scatena la protesta della destra e della chiesa francese. Ieri centinaia di migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Parigi dietro un grande striscione con scritto «tutti nati da un uomo e una donna».

Tra i manifestanti, 340.000 per la polizia, 800.000 per gli organizzatori, diversi rappresentanti della chiesa francese, della destra dell’Ump, tra cui il neopresidente Jean-François Copé, e dell’estrema destra del Front National, anche se mancava la leader Marine Le Pen. In un corteo separato hanno sfilato anche gli integralisti cattolici dell’associazione Civitas. «Un padre e una madre, è elementare» recitavano alcuni cartelli.

Già prima di vincere le elezioni presidenziali a maggio Hollande aveva promesso una legge su matrimoni gay e adozioni. In Francia dal 1999 esistono le unioni civili, i cosiddetti Pacs (Pacte civil de solidarité), che però non garantiscono gli stessi diritti dei matrimoni e soprattutto non permettono le adozioni.

Per questo lo scorso 7 novembre il Governo ha varato il disegno di legge «Matrimonio per tutti», preparato dal ministro della giustizia Christiane Taubira, che dovrà iniziare ad essere discusso dal Parlamento a maggioranza socialista il prossimo 29 gennaio. Alcuni deputati socialisti avrebbero voluto inserire anche delle misure sulla procreazione assistita, ma alla fine l’esecu tivo ha deciso di rimandare la questione. Contro la legge però si è levata l’opposizione della chiesa, che considera il progetto di legge «un attentato alla famiglia».

Anche ieri l’arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, il cardinale André Vingt-Trois, ha dato il suo «sostegno e incoraggiamento» ai manifestanti. Alla sua battaglia si sono uniti il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, il rettore della grande moschea di Parigi, Dalil Boubakeur, e il presidente della federazione protestante di Francia, Claude Baty. La destra dell’Ump, dopo un primo momento di esitazione, ha deciso di cavalcare il movimento. La manifestazione è «un test per Hollande perché si vede chiaramente che in Francia di sono milioni di francesi che probabilmente sono preoccupati per questa riforma – ha dichiarato ieri il presidente dell’Ump Jean-François Copé – non si può imporre dall’alto senza alcun dibattito un progetto che sconvolge profondamente l’organizzazione della famiglia in Francia da un punto di vista giuridico».

«LA MANIF POUR TOUS»

A rispondere è stata la ministra degli Affari sociali, Marisol Touraine, secondo la qualei «indubbiamente ci sono stati meno manifestanti di quanto speravano gli organizzatori». Quanto alla legge sui matrimoni omosessuali, ha aggiunto il ministro, «è un impegno del presidente della Repubblica. Si tratta di far fare un progresso molto significativo alla nostra società riconoscendo l’uguaglianza di tutti». In serata un comunicato dell’Eliseo ha fatto sapere che nonostante la manifestazione «consistente» il Governo non modifica la sua volontà di avere un dibattito al Parlamento per permettere il voto sul progetto di legge. Il17 novembre il movimento contrario alle nozze gay aveva tenuto una prima manifestazione con 70.000 persone a Parigi e altre 30.000 in altre città della Francia.

L’associazione che tiene le fila dell’organizzazione si chiama «La Manif Pour Tous», la manifestazione per tutti, parafrasando il nome della legge di Hollande. A guidarla è un personaggio televisivo cattolico, conosciuta con il nome d’arte Frigide Barjot, un giovane omosessuale ateo fondatore dell’associazione «Plus Gay Sans Mariage», Xavier Bongibault, e un’insegnante che dice di aver votato per Hollande e di essere di sinistra, Laurence Tcheng, che ha dato vita al suo movimento «La Gauche Pour Le Mariage Républicain».

Gli organizzatori ci tengono a prendere le distanze dall’estrema destra dei cattolici integralisti. «Avevamo chiesto alle autorità di farli sfilare dall’altra parte della Senna ma non ci hanno ascoltato», ha precisato all’Unità Caroline Bernot, una portavoce dell’associazione. «Noi chiediamo al governo un vero dibattito o un referendum – ha spiegato – nel diritto francese la famiglia è un’istituzione e non ha senso sposare due persone dello stesso sesso».
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    14/1/2013    13.37
Titolo:Spagna. Legge è entrata nel costume …
In Spagna, nonostante l’opposizione della Chiesa, la legge è entrata nel costume

di Sandrine Morel

in “Le Monde” del 13 gennaio 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)

Sette anni e 23 000 matrimonio omosessuali dopo, che cosa resta del dibattito sulle unioni tra persone dello stesso sesso che aveva scosso la Spagna, al tempo del voto sulla legge, nel 2005? “Nulla”, dichiara decisamente la presidentessa della Federazione lesbiche, gay, transessuali e bisessuali (FELGTB), Boti Garcia, che parla oggi di “normalizzazione assoluta”.

Circa il 70% degli spagnoli sono oggi favorevoli al matrimonio gay rispetto al 60% in occasione del voto sulla legge. Le unioni si celebrano in pace, come le adozioni di figli da parte di coppie omo. E la battaglia giudiziaria è stata richiusa con la risoluzione del Tribunale costituzionale, il 6 novembre 2012, a favore del “matrimonio egualitario”. Ma il percorso fu seminato di trappole. Nel 2003 le organizzazioni gay e lesbiche cominciano la lotta presentando delle richieste di matrimonio gay nei comuni. Per parlare ad una sola vice, si uniscono in seno ad una stessa piattaforma, la FELGTB.

Nei mesi precedenti le elezioni del marzo 2004, fanno pressione sul partito socialista, allora all’opposizione, per “trasmettere l’idea che non eravamo cittadini differenti e che di conseguenza non dovevamo avere diritti differenti”, spiega la signora Garcia. Ottengono che il provvedimento figuri nel programma elettorale di José Luis Rodriguez Zapatero.

Una volta eletto, il giovane presidente si affretta a mantenere la promessa fatta in campagna elettorale: uno schema di progetto di legge viene redatto alla fine del 2004. L’idea è di effettuare una semplice sostituzione nel codice civile dei termini che definiscono il matrimonio come l’unione di un uomo e di una donna con la parola “coniugi”. “La cosa più bella di questa legge è che è esattamente la stessa del resto della società”, assicura la signora Garcia. Nel marzo 2005, il testo comincia, tra vive polemiche, il suo percorso legislativo.

La Chiesa, che gode ancora di un potere e di un’influenza considerevole, utilizza tutti gli strumenti in suo possesso per impedirne l’approvazione. Ma il governo socialista non si lascia impressionare. Né dai volantini distribuiti durante le messe o dalle petizioni firmate all’uscita dalle scuole cattoliche. Né da certi giudici che paragonano pubblicamente il matrimonio gay ad un’unione tra un uomo e un animale. E neanche dalla manifestazione massiccia del 18 giugno 2005 che riunisce a Madrid 1,5 milioni di persone secondo gli organizzatori, 180 000 secondo la polizia.

Convocata dall’associazione ultraconservatrice e cattolica Forum delle famiglie, vi partecipano anche vescovi accanto a rappresentanti di peso del Partito popolare (oggi al potere), tra cui gli attuali ministri dell’agricoltura, Miguel Angel Arias Canete o delle infrastrutture, Ana Pastor. La signora Garcia se ne ricorda come se fosse ieri. “I vescovi con la loro tonaca nera e la croce che brillava al sole, traspiravano omofobia, racconta ancora scossa. In piazza Colon, hanno fatto salire sul palco anche dei bambini, contro i nostri diritti…”

Nonostante queste pressioni, il 30 giugno 2005, la Spagna diventa il terzo paese europeo a legalizzare il matrimonio gay, dopo i Paesi Bassi e il Belgio. La legge viene votata con 187 voti a favore e 147 contrari. L’11 luglio viene celebrato il primo matrimonio tra due uomini. Tuttavia gli attacchi continuano. La Conferenza episcopale spagnola moltiplica le critiche e dal Vaticano l’ex presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, invita i funzionari municipali a non sposare le coppie omosessuali. Mentre diversi giudici, invocando una “impossibilità morale” o mettendo in discussione la costituzionalità del testo, rifiutano di scrivere i matrimoni gay nel registro civile.

Una cinquantina di deputati del Partito Popolare decidono in settembre di deporre un ricorso davanti al Tribunale costituzionale, facendo planare sulle unioni già celebrate una spada di Damocle. “Per sei anni, abbiamo vissuto in un’insicurezza immensa, non solo delle nostre coppie, ma dei nostri figli”, sottolinea la signora Garcia. Nel novembre 2012, il tribunale ha chiuso il dibattito.

fed la sala, I sapienti del Vaticano e il pericolo della logofobiaultima modifica: 2013-01-15T19:22:26+01:00da mangano1
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