Jolanda Bufalini,Miriam Mafai una vita intensa, quasi due

GIOVEDÌ 15 NOVEMBRE 2012
Miriam Mafai: Una vita, quasi due

Unknown-1.jpegEsce l’autobiografia postuma di Miriam Mafai che racconta una vita intensissima dalla politica al giornalismo

Jolanda Bufalini

Una vita intensa …quasi due
Miriam Mafai: l’autobiografia postuma

Un precoce Spoon River, che Miriam Mafai lesse e amò da adolescente. «E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca». Franco Cassano (Paeninsula): «Ci sono uomini-ovest, quelli per i quali una porta è sempre un’uscita e mai un’entrata». Ermanno Vitale (Ius Migrandi): «Ebreo significa colui che passa, dalla radice avar, passare, errare: dunque ebreo errante è, almeno dal punti di vista etimologico, un’espressione pleonastica».

Le citazioni in apertura di “Una vita, quasi due”, l’autobiografia di Miriam, incompiuta, uscita postuma da Rizzoli (pagine 263, euro 18,00) e curata dalla figlia Sara Scalia, fanno da traccia ad un percorso esistenziale che si è fatto forte della sua curiosità intellettuale, dell’apertura verso gli altri, della passione politica e civile, di una scrittura felice. Una vita intensa, quasi due, come disse all’editore dando origine al titolo sulle cui tappe si sono soffermati, al Quirinetta di Roma, Lucia Annunziata, Pierluigi Battista, Ezio Mauro e Walter Veltroni, interrogandosi, soprattutto Battista, sul rapporto fra quella vivacissima signora del giornalismo italiano e la scelta comunista compiuta da giovanissima, a Roma, durante l’occupazione tedesca.

La relazione fra quello spirito laico e il «convento» come lo chiama lei a un certo punto comunista. Il direttore di Repubblica si è dimostrato un lettore fortissimo: citava, da un capitolo all’altro, gli episodi, le lettere dal fronte in cui il padre Mario suggeriva le letture alle sorelle Mafai, lo stile incisivo e asciutto della collega a cui, su alcuni temi come quelli della bioetica, «la redazione si rivolgeva in modo naturale nella riunione del mattino», quella di Miriam ha detto rispondendo a Lucia Annunziata che da femminista si è chiesta perché una personalità così non sia diventata direttore «senza galloni era un’autorità senza galloni». Veltroni cita una lettera di Miriam a Vittorio Foa. Mafai, il marito di allora Umberto Scalia, Foa (e Paolo Bufalini e Giulio Spallone) furono protagonisti e dirigenti dell’epico sciopero alla rovescia del Fucino, che si concluse con la sconfitta dei Torlonia.

Cinquanta anni dopo, alla domanda di Foa: «Hai mai creduto nella rivoluzione?» Miriam rispondeva ricordando il Fucino: «Poi la terra i contadini l’hanno ottenuta e molti di loro sono diventati democristiani. Pazienza, ma quei bambini che non potevano andare a scuola perché non avevano le scarpe e che non conoscevano il sapore della carne, a scuola ci sono andati, la carne l’hanno mangiata. A me questo sembrava un pezzo di rivoluzione riuscita». Questo, dice Veltroni, «è il vero riformismo che non ha nulla a che vedere con i “senza se e senza ma” che, magari, durano poche settimane». Dunque: quella testa libera e il comunismo, il libro arriva al rapporto segreto di Chruscev e alla «colpevole innocenza» di chi non sapeva o non voleva sapere mentre altri Togliatti, Robotti sapevano (il 1956 è per Veltroni l’occasione persa del Pci di trasformarsi e si dispiace che Miriam non sia riuscita a concludere il libro).

Quella testa libera nasce in una famiglia di artisti, «Sono nata sotto il segno felice del disordine», esordisce l’autobiografia, e, poche pagine dopo: «Mi chiedo, alle volte, se la mia precoce decisione di aderire al Pci non sia stata ispirata, inconsciamente, anche dal desiderio di entrare in una comunità ordinata … impegno di disciplina di molti anni». Ezio Mauro ci torna sopra: «Noi siamo diventati di sinistra senza i pericoli che ha attraversato chi fece la scelta sotto il fascismo». Ed è un passaggio che accomuna le memorie di Miriam Mafai con quelle di altri della stessa generazione. Al disordine artistico di Raphael e Mario Mafai corrisponde uno straordinario ordine interiore. Racconta Miriam: «La guerra ha bussato molto presto alla mia porta. Era un giorno di maggio del 1936 e non sembrava una guerra sembrava una festa. L’Abissinia era nostra… La lezione venne interrotta: la professoressa e le allieve si abbracciavano felici. Io restavo da una parte, isolata e avvilita. Mio padre mi aveva spiegato che quella guerra era ingiusta». È la prima esperienza di «dolorosa esclusione da un evento collettivo». In quella direzione, mi pare, va cercata anche la risposta a una domanda che pone Lucia Annunziata: come mai quella cultura comunista sconfitta sia feconda anche nelle generazioni successive.

(Da: l’Unità del 14 novembre 2012)

Jolanda Bufalini,Miriam Mafai una vita intensa, quasi dueultima modifica: 2012-12-04T10:57:28+01:00da mangano1
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