Giuseppe Bailone,Spinoza: conoscenza = libertà e felicità

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Spinoza, nonostante le personali gravi difficoltà, vuole il massimo dalla vita. Come già abbiamo visto, ha cominciato presto a cercare qualcosa che lo facesse “godere in eterno di una continua e somma letizia”, ed ha, poi, costruito un sistema filosofico che dimostra la reale possibilità per l’uomo di arrivare a tanto. L’eterna e somma letizia, nonostante l’espressione che sembra indicare finalità religiose e mistiche, è molto umana e di questo mondo. Significa ricca, armonica e piena realizzazione dell’individuo in una società razionalmente ordinata. Un vero paradiso terrestre! Il nemico dell’utopia, il filosofo che considera la speranza una passione al pari della paura, il teorico della libera necessità, vede nell’uomo forze che, sviluppate secondo la loro natura, portano al raggiungimento della felicità. La necessità del reale e dell’uomo stesso, nella concezione di Spinoza, non incatena l’uomo alla condizione in cui si trova, non travolge la libertà umana, ma la sostiene. Se le cose dipendessero dal caso o dall’arbitrio di volontà divine impenetrabili, l’uomo non potrebbe prendere in mano il proprio destino, non potrebbe progettare la propria vita. La necessità metafisica spinoziana, invece, rende tutto comprensibile e prevedibile: niente è affidato al caso né al capriccio di divinità cui affidarsi in preghiera con timore e speranza; l’uomo può contare sulla stabilità dell’ordine delle cose e su se stesso. La metafisica di Spinoza, che esplicitamente nega l’antropocentrismo, prospetta un umanesimo senza arroganza, ma ben fondato: l’uomo non è al centro dell’universo, non è il fine e il senso del creato, ma può costruire il suo mondo in una realtà sul cui ordine stabile può contare. Il mondo, razionale e necessario, non ha senso, perché il senso è cosa solo umana, ma in questo mondo l’uomo può darsi un senso. Un senso il cui valore dipende dal grado di conoscenza che lo fonda. L’uomo, infatti, può fermarsi ai livelli più bassi della conoscenza delle cose e di se stesso e consegnarsi, di conseguenza, alle passioni più brutali, oppure elevarsi al grado più alto di conoscenza e trovare nella ragione la guida per la costruzione di un mondo solidale, giusto e felice. Decisivo è lo sviluppo della mente, che Spinoza intende come l’insieme delle facoltà psicologiche, inferiori e superiori, conoscitive, emotive e pratiche. La mente umana non è sostanza, come non lo è il corpo. Sostanza è solo Dio. La mente è un modo dell’attributo divino del pensiero, così come il corpo è un modo dell’attributo divino dell’estensione. La mente e il corpo sono uniti dall’unica sostanza che li costituisce. La mente è “l’altra faccia” del corpo. Fino a un certo livello è retta dalle stesse leggi che governano il corpo, ma, ha la capacità, da un certo grado di sviluppo in poi, di sottrarsi all’influenza del corpo. Dal suo sviluppo può venire la conoscenza adeguata, condizione di vita buona e felice. La mente è l’idea del corpo. Tutto ciò che avviene nel corpo è percepito dalla mente, che, attraverso il corpo conosce le altre cose, prima in modo parziale e confuso, per poi arrivare, se percorre fino in fondo il percorso conoscitivo, alla conoscenza adeguata delle cose e di sé. Ma, che cos’è la “conoscenza adeguata” di Spinoza? Non è il riflesso delle cose, né la corrispondenza con le cose. Le sensazioni non sono lo specchio delle cose, ma l’effetto dell’interazione tra le cose e i sensi. Le sensazioni sono pertanto soggettive. Infatti, Spinoza, considera soggettivi i colori, i sapori, gli odori, ecc., come Galileo. L’idea che riflette empiricamente una cosa non è un’idea adeguata della cosa. Lo diventa solo quando ricostruisce la natura della cosa e la coglie nelle sue connessioni necessarie con le altre cose. Non basta il legame delle idee singole con altre idee singole, anche se molte. Le cose non sono isolate, né hanno solo legami fra di loro, sono parti del tutto, ordinato e razionale. La verità di una cosa si raggiunge cogliendola nei suoi rapporti col tutto di cui è parte. La verità è l’intero. L’adeguata conoscenza si raggiunge quando la mente supera l’apparenza sensibile delle cose, la loro visione parziale, e le inserisce nell’ordine necessario universale che le costituisce. L’adeguatezza non è relativa alla cosa singola, ma solo all’ordine necessario divino. E’ la conoscenza delle leggi che governano le cose a metterci in condizione di rapportarci adeguatamente a esse. E’ la conoscenza della gravitazione universale che permette di essere bene, adeguatamente, in rapporto con i singoli gravi. Le singole cose non sono sostanza, ma manifestazioni dell’unica sostanza, che è Dio. Solo la conoscenza di Dio apre alla conoscenza adeguata delle cose. Ma, il percorso che parte dalle percezioni sensibili “mutile e confuse” e arriva alle idee adeguate è lungo, difficile. I più si fermano ai livelli inferiori. Dall’empiria occorre passare al piano razionale, dimostrativo. La ragione supera la dimensione soggettiva, variabile e incerta, della conoscenza, e coglie nelle cose gli elementi comuni, le loro proprietà matematico-geometriche, e le leggi che le governano. Il livello supremo della conoscenza si raggiunge con l’intuizione intellettuale, che afferra l’oggetto immediatamente e lo inscrive nella struttura universale corrispondente all’ordine necessario del mondo. La conoscenza adeguata, fatta d’idee chiare e distinte, prospetta all’uomo la sua posizione nell’ordine cosmico, il suo essere elemento di una lunghissima catena di determinazioni causali, e gli indica il comportamento che lo adegua alla situazione e gli permette la piena realizzazione della sua individualità in armonia con l’analoga realizzazione delle altre individualità del suo mondo sociale e politico. Spinoza inserisce questa teoria della conoscenza in un sistema, che egli articola in tre parti: ontologia, cioè teoria dell’essere; gnoseologia, cioè teoria della conoscenza; ed etica, cioè teoria morale e politica, in lui strettamente legate, come nel pensiero greco. La terza parte del sistema trova il suo accordo con la prima tramite la seconda. E’, cioè, possibile costruire un’ottima e realistica teoria morale e politica, perché è possibile conoscere pienamente, adeguatamente, la realtà propria e delle cose con le quali si è in rapporto. Il rapporto tra le tre parti è molto stretto, intrinseco. Infatti, anche le capacità umane di conoscere e di praticare la moralità sono momenti della realtà. Si potrebbe, pertanto, dire che la teoria della conoscenza e l’etica sono articolazioni dell’ontologia, sono suoi ulteriori capitoli. Vanno, quindi, studiate senza cambiare registro, senza passare dall’essere al dover essere, dalla necessità alla possibilità, da ciò che purtroppo è reale a ciò che sarebbe bene che diventasse reale, dal deprecabile vizio al lodevole merito. Essere e dover essere coincidono, per Spinoza, sia nell’ontologia che in quelle sue articolazioni che sono la teoria della conoscenza e l’etica. Non si ride e non si piange in filosofia. In nessun momento della costruzione del sistema ci sono cose che si prestano a essere derise, deprecate, biasimate o lodate. Merito e colpa sono valutazioni umane, individuali o sociali, non sono caratteri dell’essere. In filosofia si ragiona come in geometria; non c’è posto per la retorica, per le esortazioni e per le invettive. L’ontologia spinoziana inizia come teologia, prosegue come cosmologia e finisce come antropologia. Per capire la propria natura e orientarsi bene nel mondo, l’uomo deve avere idee chiare e distinte su Dio e sulle cose. Se non si raggiunge un’adeguata conoscenza di sé, degli altri e delle cose che ci riguardano, la felicità si allontana in proporzione alla confusione, all’incertezza conoscitiva. Bisogna conoscere per essere virtuosi e felici. L’ignoranza tiene lontani dalla virtù e dalla felicità. La via che conduce alla virtù felice – scrive Spinoza a conclusione dell’Etica – “sembra difficilissima, tuttavia essa può essere trovata. E senza dubbio dev’essere ben difficile ciò che si trova così raramente. Come potrebbe mai accadere, infatti, se la salvezza fosse a portata di mano e si potesse trovare senza grande fatica, che essa fosse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare”.[1] Strada molto difficile e per i pochi dotati dalla natura. La natura degli individui non è, infatti, uguale per tutti. Spinoza, nella battaglia filosofica che ha tanto impegnato il Medioevo sulla questione degli Universali, si colloca tra i nominalisti: non ci sono essenze universali e neppure valori universali, come bene, bellezza, giustizia, ecc. I valori sono, come il senso che si dà all’esistenza, senza fondamento metafisico; sono costruzioni umane e valgono solo nel mondo umano. Gli individui non sono la riproduzione in serie di un modello umano universale, sono diversi tra loro. E questa diversità decide il loro destino. E’ la natura individuale, non il merito, non la volontà astrattamente intesa, a decidere il livello che il processo conoscitivo raggiunge. “I più, infatti, credono di essere liberi nella misura in cui è lecito obbedire alle proprie voglie, e di rinunciare al proprio diritto in quanto sono obbligati a vivere secondo la prescrizione della legge divina. Ritengono, dunque, che la moralità e la religione, e, assolutamente parlando, tutto ciò che si riferisce alla fortezza d’animo, siano dei pesi che sperano di deporre dopo la morte, per ricevere il premio della loro schiavitù, cioè della loro moralità e della loro religione; e non per questa speranza soltanto, ma anche e principalmente per paura di essere puniti dopo la morte con duri supplizi, s’inducono a vivere secondo la prescrizione della legge divina, per quanto lo permettono la loro pochezza e il loro animo impotente”.[2] I più si comportano così perché sono schiavi delle passioni. E sono schiavi delle passioni perché la loro conoscenza è incerta e confusa. Le passioni, infatti, nascono dalle idee inadeguate. Chi non sa in che mondo vive e non conosce bene la propria natura si agita mosso dalla paura e dalla speranza, due sentimenti opposti, ma entrambi radicati nell’incertezza. E si agita, perché, come ogni ente, tende per natura ad affermarsi, si sforza di perseverare nel suo essere. Spinoza chiama questo sforzo naturale con la parola latina “conatus”. Il conatus, cioè “lo sforzo, con il quale ciascuna cosa si sforza di perseverare nel suo essere, non è altro che l’essenza attuale della cosa stessa”.[3] Ogni cosa è il proprio sforzo di esistere. E’ qui la chiave per capire l’identità spinoziana di essere e dover essere, di reale e razionale; per capire, cioè, come la necessità ontologica non comporti rassegnazione e fatalismo, bensì tensione che la conoscenza può rendere attiva e libera. Anche la mente, infatti, non solo il corpo, è il suo sforzo di essere. “Questo sforzo, quando è riferito alla sola mente, si chiama volontà; ma quando è riferito insieme alla mente e al corpo, si chiama appetito, il quale quindi, non è altro se non la stessa essenza dell’uomo, dalla cui natura segue necessariamente ciò che serve alla sua conservazione; e quindi l’uomo è determinato a farlo. Non c’è, poi, nessuna differenza tra l’appetito e la cupidità, tranne che la cupidità si riferisce per lo più agli uomini in quanto sono consapevoli del loro appetito, e perciò si può definire così: la cupidità è l’appetito con coscienza di se stesso. Risulta dunque da tutto ciò che verso nessuna cosa noi ci sforziamo, nessuna cosa vogliamo, appetiamo o desideriamo perché la giudichiamo buona; ma, al contrario, che noi giudichiamo buona qualche cosa perché ci sforziamo verso di essa, la vogliamo, l’appetiamo, la desideriamo”.[4] La mente spesso non ha idee chiare e distinte, adeguate, ma “mutilate e confuse”. E’ “necessariamente attiva” nelle cose di cui ha idee adeguate, ma è “necessariamente passiva” in quelle di cui non ha idee adeguate.[5] E’ l’attività conoscitiva, naturale nell’uomo, a determinare il passaggio dalla passività, dalla schiavitù delle passioni, all’attività morale e politica, non quel che normalmente s’intende per volontà, che Spinoza considera illusione. Dalle idee inadeguate nascono le passioni, mentre le azioni nascono solo dalle idee adeguate. Solo la chiarezza d’idee rende attiva la mente. Quando non sappiamo chi siamo e dove ci troviamo o lo sappiamo confusamente, ci agitiamo mossi dalla paura e dalla speranza. Le passioni, per loro natura cieche, possono essere tenute a bada da altre passioni inculcate dalla religione e dal potere politico; ma, per vincerle del tutto e liberarne la mente, ci vuole la forza che solo la conoscenza adeguata può determinare. Bisogna saper guardare le passioni, anche quelle più violente e negative, con lo stesso animo con cui si guardano gli enti geometrici, le linee e le superfici. Si ottiene così, una conoscenza che non è solo attività contemplativa, ma anche forza operativa; una conoscenza che diventa “passione” della ragione. Spinoza non separa teoria e pratica. Non separa, come Cartesio, la volontà dall’intelletto. La buona teoria diventa, di per sé, buona attività pratica. Arrivano a buoni livelli di moralità coloro che la natura ha dotato della capacità di raggiungere un buon livello conoscitivo. Tutto dipende dal conatus, dalla carica individuale di energia naturale umana. Si può vedere in questo la versione laica della teoria della predestinazione allora trionfante in campo protestante e non solo? Perché no? Come quella, anche questa predestinazione ha nella sua consapevolezza la leva per rovesciarsi in attivismo, in “libera necessità”. Proprio il determinismo universale consente all’uomo di costruire, in base al conatus naturale, un mondo umano, in cui a ognuno sia possibile realizzare le proprie potenzialità ed essere felice. “Il fondamento della virtù è lo sforzo stesso di conservare il proprio essere e la felicità consiste per l’uomo nel poter conservare il proprio essere”.[6] Pertanto, “la virtù dev’essere desiderata per se stessa, e nessuna cosa esiste che sia più preziosa di essa o più utile per noi, a causa della quale la virtù dovrebbe essere desiderata”. Ne consegue che “quelli che si uccidono sono impotenti d’animo, e sono vinti del tutto dalle cause esterne che si oppongono alla loro natura”.[7] “Agire assolutamente per virtù non è altro in noi che agire, vivere, conservare il proprio essere (queste tre espressioni si equivalgono) sotto la guida della ragione, e ciò sul fondamento della ricerca del proprio utile”.[8] L’etica di Spinoza è un sì alla vita e ai suoi piaceri, razionalmente regolati. “Nulla, invero, se non una torva e triste superstizione proibisce di prendersi diletto. Nessun nume, o altro, se non è invidioso, trae piacere dalla mia impotenza e dal mio incomodo, e considera come virtù le lacrime, i singhiozzi, la paura e altre cose siffatte che sono segni di animo impotente; ma al contrario, quanto maggiore è la letizia da cui siamo affetti, tanto maggiore è la perfezione a cui passiamo, cioè tanto più è necessario che partecipiamo della natura divina. E’ dunque proprio dell’uomo saggio servirsi delle cose e trarne diletto per quanto è possibile (non già sino alla nausea, perché ciò non significa dilettarsi). E’ proprio dell’uomo saggio, dico, ristorarsi e rinforzarsi con cibi e bevande moderati e gradevoli, come anche con odori, con l’amenità delle piante verdeggianti, con gli ornamenti, con la musica, coi giochi che esercitano il corpo, con gli spettacoli teatrali, e con altre cose siffatte delle quali ciascuno si può servire senz’alcun danno altrui. Giacché il corpo umano è composto di moltissime parti di natura diversa, le quali hanno bisogno continuamente d’un alimento nuovo e vario affinché tutto il corpo sia ugualmente atto a ciò che può seguire dalla sua natura, e, conseguentemente, affinché la mente sia ugualmente atta a comprendere più cose contemporaneamente”.[9] Dall’utilità individuale, cercata con la ragione, scaturisce la solidarietà umana. Le passioni, anche quelle che sono considerate nobili, come, ad esempio, quelle religiose, poiché nascono da idee incerte e confuse, mettono gli uomini in conflitto; la ragione, invece, unisce naturalmente gli uomini. “Se, per esempio, due individui di natura del tutto identica si uniscono l’uno all’altro, essi vengono a formare un individuo due volte più potente che ciascuno singolarmente. Nulla dunque è più utile all’uomo che l’uomo stesso: nulla, dico, di più eccellente per conservare il proprio essere gli uomini possono desiderare se non che tutti si accordino in tutto in modo che le menti e i corpi di tutti formino quasi una sola mente e un solo corpo, e tutti si sforzino insieme, per quanto possono, di conservare il proprio essere, e tutti cerchino insieme per sé l’utile comune di tutti; donde segue che gli uomini che sono guidati dalla ragione, cioè gli uomini che cercano il proprio utile sotto la guida della ragione, non appetiscono nulla per sé che non desiderino per gli altri uomini, e perciò sono giusti, fedeli e onesti”.[10] In un secolo di mobilitazione religiosa che provoca guerre anche civili, Spinoza invita a sostituire alla forza della speranza quella della ragione. Il Novecento ha spesso fatto suo il motto di Romain Rolland “Pessimismo dell’intelligenza e ottimismo delle volontà”, ripreso più volte da Antonio Gramsci e a lui spesso attribuito. Nel Novecento, però, i miti ideologici di mobilitazione hanno fatto precipitare l’umanità in condizioni simili a quelle terribili del Seicento. Il ritorno alla razionalità spinoziana, che non piange e non ride, può essere molto salutare. Torino 11 novembre 2012 Giuseppe Bailone [1] Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, in Tutte le opere, Bompiani 2010, p. 1607. [2] Ib. V, Prop. 42, scolio, p. 1605. [3] Ib. III, Prop. 7, p. 1329. [4] Ib. III, Prop. 9, scolio, pp. 1331-1333. [5] Ib. III, Prop. 1, p. 1319. [6] Ib. IV, Prop. 18, p. 1461. [7] Ib. IV, prop. 18, p. 1461. [8] Ib. IV, Prop. 24, p. 1467. [9] Ib. IV, Prop. 46, p. 1499. [10] Ib. IV, Prop. 18, p. 1461.

Giuseppe Bailone,Spinoza: conoscenza = libertà e felicitàultima modifica: 2012-11-13T19:55:15+01:00da mangano1
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