i “Magnacucchi”, tecnica di un massacro politico

VENERDÌ 5 OTTOBRE 2012
I “Magnacucchi”, tecnica di un massacro politico

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Una delle pagine peggiori del togliattismo che tra l’altro contribuisce a smontare la leggenda, oggi tanto in voga, di un Ingrao voce libera all’interno di un PCI stalinista.

Fabio Martini

I “Magnacucchi”, tecnica di un massacro politico

Prima di loro, il peggior nemico politico era sempre stato fuori del partito; dopo di loro, quel riflesso così elementare cambierà. La vicenda di Valdo Magnani e di Aldo Cucchi, i due deputati del Pci che nel 1951 furono espulsi dal loro partito per aver espresso diffidenza verso l’Urss di Stalin, col passare degli anni ha finito col diventare non soltanto uno spartiacque storico-politico. Ma rappresenta soprattutto l’archetipo, la «madre» di tutte le intolleranze verso i dissidenti interni. Certo, mai più in Italia si ripeterà un tentativo così sistematico di demolizione politica e psicologica di dirigenti politici, eppure da quella vicenda traggono ispirazione molte delle tecniche di discredito successivamente adottate (anche di recente) da altri parti politiche: a destra, ma anche nel mondo della contestazione globale ai partiti.

Della storia dei due parlamentari torna a occuparsi un libro – L’eresia dei Magnacucchi sessant’anni dopo (Bononia University Press) – che raccoglie gli atti di un convegno e di una mostra svoltisi a Bologna nel 2011, arricchiti da ulteriori contributi. E tra i tanti motivi di interesse di quella vicenda, il libro aiuta a mettere a fuoco proprio la «tecnica di un massacro» morale e politico.

Tutto era iniziato il 19 gennaio 1951 a Reggio Emilia: Valdo Magnani (allora trentanovenne, già dirigente della Resistenza in Jugoslavia, uomo di grande cultura, cugino di Nilde Iotti), deputato e segretario della federazione provinciale del Pci, terminata la relazione introduttiva, rompe la ritualità: legge un possibile ordine del giorno nel quale si impegnavano i comunisti italiani a difendere i confini nazionali contro ogni aggressione esterna, da qualunque parte arrivasse e dicendo no a qualsiasi rivoluzione «importata su baionette straniere». Lo segue immediatamente un altro deputato del Pci, il bolognese Aldo Cucchi, leggendario eroe partigiano, medaglia d’oro al valor militare. Due strappi sostenuti da un coraggio che risulta difficile da comprendere se letto con i volubili occhi dell’ oggi: erano gli anni della guerra fredda, Stalin era ancora al potere, si combatteva la guerra di Corea, nei partiti vigeva un fideistico conformismo e dunque ogni dissenso interno risultava temerario, semplicemente inimmaginabile.

Scatta immediato l’isolamento verso i due, che si dimettono dal partito. Ma al Pci non piace che si siano messi fuori da soli: dopo una settimana Cucchi e Magnani – già ex – vengono formalmente espulsi. Un modo per sfregiarli. Come sparare su due corpi senza vita. Ma i due sono vivi e per loro inizia la persecuzione. Memorabile resterà la scomunica pronunciata da Palmiro Togliatti («anche nella criniera di un nobile cavallo da corsa possono trovarsi due o tre pidocchi»), irrisorio il nomignolo inventato da Giancarlo Pajetta («Magnacucchi»), ma restano esemplari le raccomandazioni di alcuni dirigenti del Pci, a cominciare da quella di Antonio Roasio: «Dobbiamo farli odiare da tutti».

La parole chiave sono due, secondo una tecnica che Togliatti aveva importato dall’Urss staliniana: traditori e agenti del nemico. Ma siamo in democrazia e dunque Giuseppe Magnani, il padre di Valdo, si ritrova costretto a vivere in casa e a evitare alcuni parenti, mentre attorno ai due eretici il partito organizza un controllo sociale, che è stato raccontato da Mario Tobino, lo scrittore grande amico di Cucchi: «I compagni si davano il cambio, erano come agenti in borghese», in un «assedio che durava tutte le ventiquattr’ore» e che in città era alimentato da «insulti a fior di labbro, occhiate d’odio, ghigni di disprezzo», rendendo le loro case «come trincee circondate».

Certo, psicologicamente è rivelatrice la pagina del sofferto rientro di Magnani nel Pci, avversato non solo da Secchia, ma anche da Amendola e Ingrao e alfine concesso nel 1962: «Era un partito senza il quale Valdo non poteva vivere», ha raccontato più tardi la moglie Franca, corrispondente della tv tedesca, donna di grande finezza che – sposando il suo Valdo – aveva sfidato l’ostracismo della propria famiglia. Per desiderio della moglie Franca e dei figli Marco e Sabina non è mai stato rivelato il testo della lettera con la quale Magnani chiese a Togliatti di rientrare nel Pci. Segno di un rispetto, d’altri tempi, per la volontà di Magnani che, successivamente chiamato dal Pci alla guida della Lega Coop, morirà nel 1982, deluso – come ricorderà la moglie – «dalla emarginazione cui l’avevano tenuto i compagni di un partito che “perdeva tutti i treni”».

(Da: La Stampa del 4 ottobre 2012)

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