AGAMBEN – IDEA DELLA PROSA

AGAMBEN – IDEA DELLA PROSA
pubblicata da Maurizio Monina il giorno Giovedì 1 novembre 2012

 

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    È un fatto sul quale non si rifletterà mai abbastanza che nessuna definizione del verso sia perfettamente soddisfacente, tranne quella che ne certifica l’identità rispetto alla prosa attraverso la possibilità dell‘enjambement. Né la quantità, né il ritmo, né il numero delle sillabe – tutti elementi che possono occorrere anche nella prosa – forniscono, da questo punto di vista, un discrimine sufficiente: ma è senz’altro poesia quel discorso in cui è possibile opporre un limite metrico a un limite sintattico (ogni verso in cui l‘enjambement non è, attualmente, presente, sarà, allora, un verso con enjambement zero), prosa quel discorso in cui ciò non è possibile.
    Vi sono poeti – Petrarca ne è il capostipite – in cui l‘enjambement zero costituisce la regola, altri – e Caproni è fra questi – in cui il grado marcato tende, invece, a prevalere. Nell’ultimo Caproni, tuttavia, questa tendenza si esaspera fino all’inverosimile: l’enjambement divora allora il verso, che si riduce a quei soli elementi che permettono di attestarne la presenza – al suo specifico nucleo differenziale, dunque, se l‘enjambement individua, nel senso che s’è visto, il tratto distintivo del discorso poetico. Citiamo da una poesia recentissima:
…….. La porta
bianca…
…….. La porta
che, dalla trasparenza, porta
nell’opacità…
…….. La porta
condannata…
    La tradizionale consistenza metrica del verso è qui drasticamente contratta, e i puntini di sospensione, così caratteristici del tardo Caproni, stanno appunto a segnare l’impossibilità di svolgere il tema metrico del verso al di là del suo nucleo costitutivo (che – osservazione non triviale, anche se, dopo quanto si è detto, scontata – sta non al principio, ma in fine, nel punto della versura), così come, nell’adagio del quintetto schubertiano op. 163, di cui Caproni ha messo a frutto la lezione, il pizzicato ribadisce ogni volta l’impossibilità, per gli archi, di formulare compiutamente una frase melodica. Non per questo la poesia cessa di essere tale: ancora una volta, l‘enjambement, diversamente dal bianco mallarmeano, che annette la prosa al campo della poesia, è condizione necessaria e sufficiente della versificazione.
    Che cosa, dunque, è propriamente in esso in questione, perché gli venga conferito un simile potere delle chiavi sui metri della poesia? L‘enjambement esibisce una non-coincidenza e una sconnessione fra elemento metrico e elemento sintattico, fra ritmo sonoro e senso, quasi che, contrariamente a un diffuso pregiudizio, che vede in essa il luogo di una raggiunta, perfetta adesione fra suono e senso, la poesia vivesse, invece, soltanto del loro intimo discordo. Il verso, nell’atto stesso in cui, spezzando un nesso sintattico, afferma la propria identità, è, però, irresistibilmente attratto a inarcarsi sul verso successivo, per afferrare ciò che ha rigettato fuori di sé: esso accenna un passo di prosa col gesto medesimo che attesta la propria versatilità. In questo gettarsi a capofitto sull’abisso del senso, l’unità puramente sonora del verso trasgredisce, con la propria misura, anche la propria identità.
    L’enjambement porta così alla luce l’originaria andatura, né poetica né prosastica, ma, per così dire, bustrofedica della poesia, l’essenziale prosimetricità di ogni discorso umano, la cui precoce attestazione nelle Gatha dell’Avesta o nella satura latina certifica il carattere non episodico della proposta della Vita nuova alle soglie dell’età moderna. La versura, che, pur restando innominata nei trattati di metrica, costituisce il nocciolo del verso (e la cui esposizione è l‘enjambement), è un gesto ambiguo, che si volge a un tempo in due direzioni opposte, all’indietro (verso) e in avanti (prosa). Questa pendenza, questa sublime esitazione tra il senso e il suono è l’eredità poetica, di cui il pensiero deve venire a capo. Per raccoglierne il lascito, Platone, rifiutando le forme tràdite della scrittura, tenne fisso lo sguardo su quell’idea del linguaggio che, secondo la testimonianza di Aristotele, non era, per lui, né poesia né prosa, ma il loro medio.

AGAMBEN – IDEA DELLA PROSAultima modifica: 2012-11-01T15:33:26+01:00da mangano1
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