fed la sala, KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA

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“PER LA CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA” DELLA RAGIONE ATEA E DEVOTA
KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA, PRENDE LE DISTANZE DA ENGELS E RENDE OMAGGIO A FULVIO PAPI. Alcune precisazioni sulla sua intervista impossibile – raccolte da Federico La Sala
Salvatore Veca “intervista” Karl Marx: «Uno spettro si aggira per il mondo: sono io».
domenica 28 ottobre 2012.
 

[…] Il mio invito fraterno, da compagno è: sveglia! E’ ora di smetterla con i vecchi divertimenti di intellettuali di molti (non quattro) soldi, asserviti all’industria culturale del padrone di turno. Basta! Che “il mio faccione” – come dici – sia “tornato in giro per il mondo”, certamente non è il mio: è il vostro! Io sono sempre stato sempre con voi, nel presente – anche nel vostro presente! Solo che voi, immersi nel “sonno dogmatico” della ragione atea e devota, non sapete distinguere “illusione” da “apparenza”, confondete i “fenomeni della scienza” con i “fenomeni da baraccone”, e non riuscite a distinguere nemmeno un presidente di un partito (“forza Italia”) da un presidente di una repubblica (“forza Italia”). Figuriamoci, se potete essere giusti con me. Attenti: “badate – come scriveva Voltaire nel suo Dizionario filosofico, alla sua voce “Abate” – che non arrivi il giorno della ragione”! […]

RISPOSTA DI KARL MARX A SALVATORE VECA. Alcune precisazioni sulla sua intervista impossibile *

raccolte da Federico La Sala

Caro Veca

non voglio polemizzare sulla tua ricostruzione dell’intervista, ma – ringraziandoti molto per avermi sollecitato a intervenire nel vostro presente – ritengo opportuno e doveroso fare alcune precisazioni. Devo dire che il modo in cui hai filtrato il senso del mio pensiero è fortemente inquinato dal desiderio di cavalcare la moda! Esperto come sono della “miseria della filosofia” devo dire – dalle notizie che mi arrivano dall’Italia – la miseria della filosofia italiana è arrivata alle stelle: roba da sganasciarsi dalle risate!

Il mio invito fraterno, da compagno è: sveglia! E’ ora di smetterla con i vecchi divertimenti di intellettuali di molti (non quattro) soldi, asserviti all’industria culturale del padrone di turno. Basta! Che “il mio faccione” – come dici – sia “tornato in giro per il mondo”, certamente non è il mio: è il vostro! Io sono sempre stato sempre con voi, nel presente – anche nel vostro presente! Solo che voi, immersi nel “sonno dogmatico” della ragione atea e devota, non sapete distinguere “illusione” da “apparenza”, confondete i “fenomeni della scienza” con i “fenomeni da baraccone”, e non riuscite a distinguere nemmeno un presidente di un partito (“forza Italia”) da un presidente di una repubblica (“forza Italia”). Figuriamoci, se potete essere giusti con me. Attenti: “badate – come scriveva Voltaire nel suo Dizionario filosofico, alla sua voce “Abate” – che non arrivi il giorno della ragione”!

Caro Veca

mi conoscete ben poco tu e i tuoi brillanti colleghi! Continuate a usarmi e a scimmiottarmi, ma solo per il vostro tornaconto! Battute come queste: “Infelicità è vivere nella necessità”, ma non è necessario vivere nella necessità”, dette da voi, suonano come quelle barzellette del vostro Mentitore di Stato. D’altra parte, siete della stessa “pasta” e della stessa “ditta”: il materialismo storico come moda (“avanti, o popolo della libertà, alla riscossa: il populismo trionferà”).

Abbiate la bontà e l’umiltà di ascoltarmi e leggere con attenzione! E, se volete capire, rileggete e leggete ancora – oltre alla mia “Introduzione del ‘57” – le “Tesi di filosofia della storia” di Walter Benjamin: questi ne sapeva molto di più di tutti voi e sapeva distinguere tra tempo della moda e tempo del materialismo storico; e, caso mai avete qualche difficoltà o dubbio sulla comprensione del testo, chiedete a Giorgio Agamben qualche lume “sul metodo”; forse riuscirete a capire qualcosa di “infanzia e storia” e, al contempo, di storia e storiografia.

Caro Veca – mi consenta – mi fai dire, a proposito delle parole di Epicuro: “non ho mai inteso questa superba massima in senso morale e tanto meno moralistico. L’ho sempre considerata come un invito perentorio al realismo, all’analisi concreta della situazione storico-sociale determinata e concreta. E così, continuo a pensare, dovrebbe essere considerata da qualsiasi essere umano, chiunque sia o ovunque gli accada di avere una vita con tanti altri”. Qui tocchiamo vette di “sublime” stravolgimento e confusione.

La questione è direttamente legata alla mia dichiarazione: “io non sono marxista” (“Je ne suis pas marxiste”) e mi fa ricordare gli operai parigini e i miei lavori giovanili. Il senso di tale dichiarazione è che io non sono e non ho mai sognato di essere la scimmia materialistica dell’hegelismo! Epicuro, per me, è da collocare all’interno dell’orizzonte critico (non idealistico né materialistico – volgare, sia l’uno sia l’altro). Questo, né prima né ora avete voluto e volete capirlo: tutto il mio lavoro è all’insegna della “critica dell’economia politica” della ragione atea e devota – come delle utopie!

E’ vero ho civettato spesso e molto con la dialettica hegeliana (e, in questo senso, sono stato in parte tentato di essere “marxista”), ma la mia concezione del rapporto “soggetto-oggetto” è ben oltre l’hegelismo e il marxismo: esso è da pensare come e a partire dal “rapporto sociale di produzione”. Se non si capisce questo, del materialismo storico niente è stato capito! Esso porta avanti il programma dell’illuminismo e della rivoluzione copernicana kantiana e, nel suo centro e nel suo cuore, ha come stella polare il suo imperativo categorico: “rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, asservito, abbandonato e spregevole” (“Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”). E questo dice quanto e come io sia stato più discepolo di Kant, che non di Hegel (e nemmeno di Epicuro e Democrito).

Il mio invito, ora e sempre, è: “Sàpere aude!. Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza”. Solo su questa strada, la strada della critica, l’emancipazione umana, un altro mondo – il comunismo, è possibile – non altra! E non confondete il materialismo storico con il vecchio preistorico trucco del platonismo (ateo-devoto) per il popolo!!!

Caro Veca,

per finire, mi consenta un ultimo appunto! Il mio programma non ha nulla da spartire con il tuo “saggio sul programma scientifico di Marx” (Milano 1977)! Hai fatto con me lo stesso errore che ha fatto Engels con Kant! Oh, se solo avessi ascoltato più attentamente il saggio Fulvio Papi avresti senz’altro capito di più di scienza e di etica, di “cosmologia e civiltà”, e del mio stesso “imperativo categorico”: “E’ quindi inutile con Kant ricorrere a modelli storiografici che vogliano sceverare un’autenticità del suo pensiero e un piano ideale di natura operativa o tattica o politica tale che faccia nascere un insieme di questioni marginali, che però non corrispondono alla centrale linea speculativa. Quando, ad esempio, Engels nell’Antischelling sottolinea nella Storia generale della natura l’aspetto cosmologico, vedendone solo l’apporto di natura scientifica procede a una semplificazione che vede unilateralmente solo una faccia della problematica kantiana.
  Che dal punto di vista engelsiano questo modo di procedere fosse ovvio e che questa valutazione settorialmente scientifica sia stata fatta altre volte e anche con legittimità in quanto la cosmologia costituisce una zona obiettiva del sapere scientifico, non esclude che traducendo in un modello storiografico questo tipo di semplificazione e di riduzione non sia poi più possibile una ricostruzione della totalità filosofica del pensiero kantiano di questo periodo.
  Ciò che interessa vedere è invece come il giovane Kant armonizzi in un discorso filosofico questa doppia esigenza, scientifica e religiosa, e nella delineazione di questo come è il compito di chi si proponga di mostrare la forma originale con cui Kant darà equilibrio speculativo al suo problema” (Fulvio Papi, Cosmologia e civiltà. Due momenti del Kant precritco, Argalia Editore, Urbino 1969, pp. 13-15).

M. saluti,

Federico La Sala (21.10.2010)

* NOTA:

«Uno spettro si aggira per il mondo: sono io»

Salvatore Veca “intervista” Karl Marx

Corriere della Sera, 20.10.2010

Veca – Buongiorno, signor Marx. E, prima di tutto, un grazie di cuore per aver alla fine accettato l’intervista. Confesso che è stato molto faticoso, e a un certo punto mi sembrava fosse proprio una mission impossible. In ogni caso, come mi ha chiesto, ho predisposto una decina di domande. Ma, se è d’accordo, mi piacerebbe cominciare con una sua battuta.

Marx – Se lei è convinto che sia una buona idea, la mia battuta preferita resta: Je ne suis pas marxiste. Mi ci sono proprio affezionato, perché in fondo mi è servita in molte circostanze imbarazzanti. E di circostanze imbarazzanti, com’è noto, ne ho vissute più d’una. Una delle ragioni del ritardo e del laborioso lavoro per arrivare alla sua intervista è appunto legata a circostanze francamente imbarazzanti. Mi creda, negli ultimi due anni, ho cominciato a ricevere una richiesta quotidiana di interviste. Mi sono dovuto documentare e ho scoperto che il mio faccione è tornato in giro per il mondo. Uno spettro s’aggira per il mondo e ha il nome di Marx. Di Karl, non di Groucho…

Veca – Qual è la massima fra le tante, che raccomanderebbe ancora oggi, nell’avvio ingarbugliato del ventunesimo secolo? Marx – Non ho problemi a rispondere e sarò conciso. Infelicità è vivere nella necessità, ma non è necessario vivere nella necessità. Questo ci ha insegnato uno dei miei eroi classici, Epicuro. Solo un’avvertenza, in proposito. Non ho mai inteso questa superba massima in senso morale e tanto meno moralistico. L’ho sempre considerata come un invito perentorio al realismo, all’analisi concreta della situazione storico-sociale determinata e concreta. E così, continuo a pensare, dovrebbe essere considerata da qualsiasi essere umano, chiunque sia o ovunque gli accada di avere una vita con tanti altri.

Veca – Veniamo alla faccenda dei tempi della storia…

Marx – La questione è importantissima. Molto più della pappa dei nostri sentimenti morali. Il materialista storico è uno che ha il dovere intellettuale e scientifico di scrutare i segni dei tempi, con un fiuto particolare per la loro stratificazione ed eterogeneità. Altro che la presunta mancanza di immaginazione del materialista storico, di cui mi ha accusato il critico critico Karl R. Popper.

Il critico critico, un professore che insegnava dalla cattedra della London School Metodo scientifico, continuando a ripetere con convinzione che la sua fosse una materia evanescente, anzi inesistente, sostiene che la miseria del materialista storico, la miseria dello storicismo coincide con la mancanza di immaginazione. Lo storicista, dice il critico critico, non è capace di immaginare un cambiamento nelle condizioni del cambiamento. Bene. Rimando la critica al mittente.

Quando ho enunciato la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, ho indicato un po’ pedantemente e, in ogni caso, scrupolosamente un gran numero di controtendenze. Un materialista storico prende sul serio la storia. Dopo tutto, questo in fondo è l’unico punto in cui ho criticato il grande maestro Hegel. Ora, la cosa si fa seria, indipendentemente dalle critiche del critico critico che lasciano il tempo che trovano, quando la teoria deve misurarsi con la prassi.

Sul tema, nel sito e in rete, si cfr.:

INTERVISTA A FULVIO PAPI SU MARX

   L’ASSASSINIO DI KANT, I CATTIVI MAESTRI E LA CATASTROFE DELL’EUROPA. “Come fu possibile la hitlerizzazione dell’Imperativo Categorico di Kant? E perché è ancora attuale oggi?” (Emil L. Fackenheim, Tiqqun. Riparare il mondo).
  PER LA CRITICA DELLA RAGIONE ATEA E DEVOTA: FREUD CON KANT.

LA “CASTA ITALIANA” DELLO “STATO HEGELIANO” – DELLO STATO MENTITORE, ATEO E DEVOTO (“Io che è Noi, Noi che è Io”). Appunti e note

  MA DOVE SONO I FILOSOFI ITALIANI OGGI?!
  POCO CORAGGIOSI A SERVIRSI DELLA PROPRIA INTELLIGENZA E A PENSARE BENE “DIO”, “IO” E “L’ITALIA”, CHI PIU’ CHI MENO, TUTTI VIVONO DENTRO LA PIU’ GRANDE BOLLA SPECULATIVA DELLA STORIA FILOSOFICA E POLITICA ITALIANA, NEL REGNO DI “FORZA ITALIA”!!!

  HUSSERL CONTRO L’HOMUNCULUS: LA ’LEZIONE’ DI ENZO PACI AI METAFISICI VISIONARI (ATEI E DEVOTI) DI IERI (E DI OGGI). Una ’traccia’ dal “Diario fenomenologico”)

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> KARL MARX RISPONDE —– Minima immoralia … nella “alte Scheisse” (vecchia m….) (di Fulvio Papi).
27 ottobre 2012, di Federico La Sala
MINIMA IMMORALIA
di Fulvio Papi *
Stresa. Ho passato una parte dell’estate in un luogo lacustre a me carissimo per pubbliche e segrete ragioni, un tempo luogo di vacanze anche per gli italiani (Gadda vi veniva a trovare la zia, vi passò Piovene), ma oggi soprattutto richiamo pieno di seduzioni per stranieri.
Ogni mattina mi recavo all’edicola della stazione e così, dopo aver ritirato il quotidiano d’abitudine, mi fermavo a dare un’occhiata ai giornali stranieri che, per lo meno nella mostra, subissavano le nostre prestigiose (?) testate.
Non voglio far credere a nessuno che potessi passare da una lingua all’altra come se tutte me le avesse insegnate mia madre (che del resto sapeva male anche l’italiano). Ma una cognizione a un foglio e poi ad un altro per riuscire a capire l’essenziale non era impossibile.
Erano i tempi in cui si preparava la cosiddetta manovra economica poi votata con la fiducia da parte dei parlamentari che, salvo le eccezioni che ci sono sempre, o usurpano quel titolo, o lo onorano parlando da assoluti incompetenti.
Ma allora erano i tempi della cosa da fare. E sui fogli stranieri l’impressione comune non era quella di un incontro-scontro di ipotesi che avessero uno sguardo al complicatissimo avvenire del nostro paese nell’Europa e nel mondo, ma piuttosto che si trattasse di una sfilata su un palcoscenico di varietà nel quale ogni attore aveva il problema di far sentire la sua voce, eco di sgangherati ma solidissimi interessi di qualche corporazione piena di soldi che, di fronte al possibile naufragio, si accaparrava più salvagente possibili per non essere toccata nei propri privilegi. Che cosa ne è venuto fuori lo capisce chiunque sappia leggere i documenti. Tuttavia la cosa più interessante è più personale.
La frequentazione quotidiana dell’edicola mi fece conoscere un professore tedesco che parlava anche un ottimo francese. Egli elogiava il luogo, le sue sponde, i suoi colori, i suoi boschi e soprattutto l’isola Bella.
Allora per un gusto antipatico e un poco maligno (che di solito non credo di avere) gli dissi che tutti i grandi elogi fatti dagli scrittori tedeschi all’isola Bella, Goethe compreso, non derivavano affatto da proprie visite (come fu invece quella di Stendhal) ma da una ripetizione di una guida di viaggio tedesca che andava per la maggiore nell’ultimo Settecento.
Non era sapere mio ma un apprendimento da un valentissimo filologo italiano che ne aveva scritto nel 1923. Il mio interlocutore rimase tra l’incredulo e il perplesso. In ogni modo mi restituì la malignità dicendomi, nella sua lingua ma lentamente e in modo comprensibile: «lo sa che il suo è un paese di merda?».
Avesse detto un paese cui spettava qualche altra qualità, avrei potuto anche non capire e fingere di aver capito. Ma la parola tedesca Scheisse apparteneva al mio antico sapere filosofico poiché appariva nella Ideologia tedesca di Marx-Engels laddove il testo affermava che se il proletariato non avesse colto l’occasione rivoluzionaria, tutto sarebbe tornato nella alte Scheisse (vecchia m….).
Poiché la mia informazione quotidiana non è buona, rimasi quasi un po’ offeso. Il mio paese è pieno di ladri, di parassiti, di ignoranti (che comandano), di imbroglioni, di evasori fiscali (ai quali riserverei pene ottocentesche), di servi nell’anima prima che altrove, ma è anche un paese di gente che fa una vita d’inferno per lavorare, di giovani che, senza nessuna garanzia, si adattano a lavori differenti e precari, di persone colte che leggono anche libri difficili, di forze dell’ordine che (tolte le inevitabili mele marce) sono un esempio di efficienza e di senso del dovere, di scienziati che i centri di ricerca stranieri desiderano rapirci, di madri che fanno tre lavori per farcela ecc. ecc.
Questa Italia la sprezzante Scheisse non la meritava proprio. Poi con un minimo di pazienza ci siamo spiegati, e soprattutto il professore mi ha messo sotto il naso un giornale tedesco. Allora tutto rientrava in una nota autobiografia.
Fulvio Papi
* Odissea, Novembre-Dicembre 2011, n. 2, p. 4
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> KARL MARX RISPONDE A —- PIETRO BARCELLONA, DA ’CATTOLICO’ MARXISTA A ’CATTOLICO’ CRISTIANO, AL SERVIZIO DELLA TRASCENDENZA CATTOLICA IMPERIALE.
19 agosto 2012, di Federico La Sala
PIETRO BARCELLONA

  DA ’CATTOLICO’ MARXISTA A ’CATTOLICO’ CRISTIANO
AL SERVIZIO DELLA TRASCENDENZA CATTOLICA IMPERIALE.

  Bisogna ricostruire ma la politica non basta
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> KARL MARX RISPONDE — «Marxism 2012» (Londra). Oltre la tragedia del comunismo reale, la riscoperta del grande filosofo (di Umberto Curi).
3 luglio 2012, di Federico La Sala

   Un fantasma si aggira per l’Europa: la nuova primavera di Karl Marx

  Oltre la tragedia del comunismo reale, la riscoperta del grande filosofo

  di Umberto Curi (Corriere della Sera, 03.07.2012)
Qualche tempo fa, la rete radiofonica della Bbc, Radio 4, nella rubrica «In our time» aveva promosso un’iniziativa davvero singolare. Si chiedeva agli ascoltatori di indicare «il più grande filosofo della storia», fra una lista di 20 autori. L’esito finale del sondaggio, proseguito per alcune settimane con una risonanza crescente e con alcuni significativi riflessi nei grandi media, appare per molti aspetti sorprendente. In questa insolita classifica, infatti, è risultato largamente vincitore Karl Marx (con quasi il 30% dei voti), seguito a notevole distanza da Hume (12,67%), Wittgenstein (6,80%), Nietzsche (6,49%), Platone (5,65%) e Kant (5,61%). Nelle ultime posizioni, Epicuro, Hobbes e Heidegger, votati con percentuali pressoché irrilevanti. A ridosso dei primi, anche se irrimediabilmente tagliati fuori dalla «zona podio», san Tommaso e Socrate, seguiti da Aristotele e da Popper, i quali raggranellano rispettivamente il 4,52% e il 4,20%. Ma prima di esprimere qualche valutazione in margine a una iniziativa per molti versi stravagante, può essere istruttivo, oltre che talora anche divertente, andare a spulciare nel repertorio delle risposte fornite, oltre che delle motivazioni che accompagnano le diverse nomination.
Trascurando le indicazioni più scontate, riguardanti pensatori comunque noti e più volte votati, colpisce anzitutto l’insistenza con la quale emergono i nomi di filosofi orientali – gli indiani Ghandi, Patanjali e Nagarjuna, i cinesi Lao-Tzu e Confucio, il persiano El Ghazali, proposti in esplicita polemica con l’impostazione «eurocentrica» dominante nella lista dei 20 nomi proposti. Merita di essere sottolineata, in questo contesto, la motivazione addotta per la scelta di Averroè, grande esponente dell’aristotelismo arabo, fautore del dialogo interculturale e della tolleranza contro ogni forma di fanatismo, a proposito del quale si dice che «abbiamo bisogno di ricordare quest’uomo oggi più che mai». Una seconda annotazione riguarda la filosofia italiana, che risulterebbe del tutto assente, se non fossero avanzate le candidature di due grandi autori, i quali non rientrano tuttavia fra i filosofi in senso stretto, quali sono Dante e Machiavelli.
Tipicamente britannico il senso dell’umorismo che ha ispirato, fra le altre, le nomination di Guglielmo di Occam («Per il suo celebre rasoio. Ah, se solo la gente si ricordasse di usarlo di più!») e di Montaigne («Perché mi fa ridere e perché non è nella lista dei 20 che lo farebbe ridere!»). Più corrosive, al limite della provocazione, altre proposte: quella relativa a Kermit the Frog («almeno i suoi epigrammi ci fanno ridere»), o quella che vorrebbe incoronare come maggiore filosofo della storia il calciatore Éric Cantona, noto per le sue intemperanze violente dentro e fuori i campi da football, e più recentemente per la sua performance come attore cinematografico. Infine, non prive di arguzia, e perfino di una sottile verità, alcune proposte «estremistiche», per certi versi coincidenti, quali quella che indica «nessuno» quale maggior filosofo della storia («Perché ha ragione il poeta giapponese Basho quando ammonisce a non cercare i saggi del passato, ma a cercare piuttosto ciò che essi hanno cercato»), o quella che nomina se stesso, perché «non si deve credere ai filosofi più di quanto si debba credere ai politici o a qualunque altro, in quanto ciascuno dovrebbe essere per se stesso il proprio filosofo favorito».
Nel complesso, il sondaggio promosso dalla Bbc può essere giudicato semplicemente come un giochino bizzarro ma innocuo, derivato principalmente dalla tendenza a inventare nuove forme di intrattenimento. D’altra parte, da questa competizione emergono anche alcuni elementi un po’ più seri, che meritano qualche riflessione.
Anzitutto stupisce, e per certi versi perfino allarma, il fatto che un quotidiano austero e prestigioso, quale l’«Economist», nelle ultime settimane del sondaggio abbia svolto una campagna fra i suoi lettori, affinché fosse votato Hume, al solo scopo – esplicitamente dichiarato – di evitare l’incoronazione di Marx quale maggior filosofo. Segno evidente della persistenza di paure e pregiudizi tutt’altro che superati,
in un Paese, e in un giornale, che pure dovrebbero essere perfettamente in grado di distinguere fra l’opera di un filosofo (certamente fra i più grandi, comunque la si pensi) e la tragedia del comunismo realizzato. Senza altresì avvedersi che, in una società dello spettacolo e della comunicazione quale è la nostra, un intervento a gamba tesa di questo genere non poteva che generare un effetto controproducente.
In secondo luogo, i risultati del sondaggio dimostrano che, almeno in un pubblico eterogeneo e indifferenziato quale è quello presumibilmente coinvolto nella consultazione, la figura del filosofo è ancora largamente associata a quella di alcuni grandi autori del passato, mentre stentano a emergere i protagonisti del pensiero del Novecento. A ciò si aggiunga che, a eccezione di Wittgenstein, non vi è traccia fra i più votati di una particolare inclinazione per i filosofi di orientamento analitico. A dispetto di ciò che, viceversa, si è soliti ripetere, quando si indicano nei Paesi di lingua inglese le roccaforti della tendenza abitualmente contrapposta alla filosofia continentale.
Insomma, per quanto possa apparire sorprendente: uno spettro ancora si aggira per l’Europa, nelle sembianze di un uomo con una folta capigliatura e una barba scurissima.

  Studi, festival e perfino un romanzo giallo

  Così Hobsbawm ha lanciato la tendenza

  Corriere della Sera, 03.07.2012
Le idee di Karl Marx per interpretare la crisi contemporanea: Gian Paolo Patta, sindacalista e politico, ha appena pubblicato il saggio Plusvalore d’Italia. Il buon uso di Marx per capire la crisi mondiale e del nostro Paese (edizioni Punto Rosso, pp. 236, 15).
La riscoperta di Marx ha già un suo «classico» nel saggio di Eric Hobsbawm, uno dei maggiori storici contemporanei, intitolato Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo (Rizzoli, 2011).

  Tra i libri dedicati alla modernità del pensiero del filosofo tedesco usciti quest’anno: A lezione da Marx (Manifestolibri) di Stefano Petrucciani, Marx oltre il marxismo (Franco Angeli) di Stefano Ricciuti e perfino un giallo, Marx & Engels, investigatori. Il filo rosso del delitto (Nuovi Equilibri).

  Dagli scaffali alla piazza: dal 5 al 9 luglio a Londra si tiene il festival «Marxism 2012». Sottotitolo: «Idee per cambiare il mondo» (www.marxismfestival.org.uk).
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> KARL MARX RISPONDE —- Nuovi manoscritti smontano dogmatismi antichi (di Marcello Musto – La seconda vita di Karl Marx)
24 giugno 2012, di Federico La Sala
La seconda vita di Karl Marx
Nuovi manoscritti smontano dogmatismi antichi e offrono analisi attuali sulla crisi Dopo anni di lodi sperticate alla logica di mercato, è molto utile analizzare la sua opera e i suoi appunti
Con questo articolo Marcello Musto, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche della York University di Toronto, ed esperto di marxismo, avvia una collaborazione con l’Unità
di Marcello Musto (l’Unità, 24.06.2012)
SE LA PERPETUA GIOVINEZZA DI UN AUTORE STA NELLA SUA CAPACITÀ DI RIUSCIRE A STIMOLARE SEMPRE NUOVE IDEE, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù.
Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all’unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute ne Il capitale.
NUOVI SENTIERI PER LA RICERCA
Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la Mega2. In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti.
Grazie a questa importante novità e tramite la stampa dei quaderni di appunti di Marx (precedentemente quasi del tutto sconosciuti), emerge un pensatore per molti versi differente da quello rappresentato da tanti avversari e presunti seguaci.
Alla statua dal profilo granitico che, nelle piazze di Mosca e Pechino, indicava il sol dell’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce l’immagine di un autore fortemente autocritico che, nel corso della sua esistenza, lasciò incompleta una parte significativa delle opere che si era proposto di scrivere, perché sentì l’esigenza di dedicare le sue energie a studi ulteriori che verificassero la validità delle proprie tesi.
Diverse interpretazioni consolidate dell’opera di Marx vengono, così, rimesse in discussione.
Le cento pagine iniziali de L’ideologia tedesca (testo molto dibattuto nel Novecento e da tutti considerato pressoché terminato) sono state pubblicate, per la prima volta, in ordine cronologico e nella veste originaria di sette frammenti separati. Si è scoperto che essi erano degli scarti delle sezioni, del libro in cantiere, dedicate agli esponenti della Sinistra hegeliana Bauer e Stirner. La prima edizione del testo, stampata a Mosca nel 1932, ma anche le numerose e successive versioni, che non ne variarono di molto la sostanza, crearono, invece, l’errata impressione che il cosiddetto «capitolo su Feuerbach» rappresentasse la parte principale del libro scritto da un Giano bifronte (Marx ed Engels), nel quale – secondo gli studiosi sovietici – erano state esposte esaustivamente le leggi del materialismo storico (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx), o – secondo il marxista francese Althusser – era stata partorita niente meno che «una rottura epistemologica senza equivoci, chiaramente presente nell’opera di Marx».
Ulteriore motivo di interesse di questa edizione è l’avanzamento nella distinzione tra la concezione di Marx e quella di Engels. Passaggi precedentemente considerati del tutto unitari vengono letti in modo differente. La frase, oggetto di critiche feroci e difese ideologiche, ritenuta da diversi autori come una delle principali descrizioni della società post-capitalistica secondo Marx («la società comunista (… ) regola la produzione in generale e (… ) mi rende possibile il fare oggi questa cosa, domani quell’altra; la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare”), fu, in realtà, opera del solo Engels (ancora influenzato dalle idee degli utopisti francesi) e del tutto respinta dal suo amico più caro.
Le acquisizioni filologiche della Mega2 hanno prodotto risultati di rilievo anche rispetto al magnum opus di Marx. Nel corso dell’ultimo decennio sono stati pubblicati quattro nuovi volumi, contenenti tutte le bozze mancanti dei Libri Secondo e Terzo de Il capitale – lasciati, com’è noto, da lui incompleti. La stampa di questi testi consente di ricostruire l’intero processo di selezione e composizione dei manoscritti marxiani svolto da Engels (i suoi interventi ammontano a diverse migliaia – cifra inimmaginabile fino a pochi anni fa), nel lungo arco di tempo compreso tra il 1883 e il 1894.
Oggi si può valutare, dunque, dove egli apportò consistenti modifiche e dove, invece, rispettò più fedelmente il testo di Marx che pure, occorre affermarlo con chiarezza, non rappresenta affatto l’approdo finale della sua ricerca (incluse le pagine sulla celebre Legge della caduta tendenziale del saggio di profitto).
NON SOLO UN CLASSICO
Credere di poter relegare Marx alla funzione di classico imbalsamato, al campo degli specialismi dell’accademia, costituirebbe, però, un errore pari a quello commesso da coloro che lo trasformarono nella fonte dottrinaria del “socialismo reale”. Le sue analisi sono più attuali che mai.
Quando Marx scrisse Il capitale, il modo di produzione capitalistico era ancora in una fase iniziale del proprio sviluppo. Oggi, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e alla sua espansione geografica in nuove aree del pianeta (in primis la Cina), esso è divenuto un sistema compiutamente globale – che invade e condiziona tutti gli aspetti (non solo quelli economici) della vita degli esseri umani – e le riflessioni di Marx si rivelano più feconde di quanto non lo fossero al suo tempo.
Dopo vent’anni di lodi incondizionate alla società di mercato, pensieri deboli subalterni e vacuità post-moderne, poter ritornare a guardare l’orizzonte sulle spalle di un gigante come Marx è una notizia positiva per tutti quelli che sono impegnati nella ricerca, politica e teorica, di un’alternativa democratica al capitalismo.
Karl Heinrich Marx (1818 – 1883), filosofo ed economista tedesco
Il ritorno del gigante
La Mega 2
La nuova edizione tedesca (Marx-Engels Gesamtausgabe) si articola in quattro sezioni: la prima comprende le opere e gli articoli; la seconda Il capitale e tutti i suoi manoscritti preparatori; la terza l’epistolario; e la quarta i quaderni di estratti. Dei 114 volumi previsti, ad oggi ne sono stati pubblicati 58 (18 dalla ripresa avvenuta nel 1998), ognuno dei quali comprende un amplio apparato critico.
La traduzione italiana (Marx Engels Opere Editori Riuniti), iniziata nel 1972 e basata sull’edizione tedesca del 1956-68, venne interrotta nel 1990, quando erano stati dati alle stampe solo 32 dei 50 volumi programmati. Di recente le case editrici Edizioni Lotta Comunista e La Città del Sole hanno pubblicato alcuni dei 18 tomi rimanenti.
Oggi nel mondo

  In Germania Il capitale è divenuto nuovamente un best seller, mentre in Giappone ha riscosso grande successo la sua versione manga. In Cina è in corso di stampa una nuova mastodontica traduzione (dal tedesco e non – come avvenuto in passato – dal russo) delle sue opere complete e vengono ora pubblicati anche i principali lavori dei “marxisti occidentali”. In America latina, infine, una nuova domanda di Marx è ripresa anche dal versante politico.
In libreria

  Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Manifestolibri 2012 Inventare l’ignoto. Testi e corrispondenze sulla Comune a Parigi, Alegre 2011 L’alienazione, Donzelli 2010

  Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet 2010

  Il capitalismo e la crisi, Derive e Approdi 2009 Quaderni antropologici, Unicopli 2009
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> KARL MARX RISPONDE — LA RIVOLUZIONE EVANGELICA, LA RIVOLUZIONE RUSSA, E L’ “AVVENIRE” DELL’UNIONE SOVIETICA E DELLA CHIESA CATTOLICA.
10 maggio 2012, di Federico La Sala
“AVREMMO BISOGNO DI DIECI FRANCESCO DI ASSISI”. LA RIVOLUZIONE EVANGELICA, LA RIVOLUZIONE RUSSA, E L’ “AVVENIRE” DELL’UNIONE SOVIETICA E DELLA CHIESA CATTOLICA. Le ultime riflessioni di Lenin raccolte da Viktor Bede
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> KARL MARX RISPONDE —- LA CECITA’ DELLA TRADIZIONE CRITICA E IL PROBLEMA JEAN-JACQUES ROUSSEAU.
5 maggio 2012, di Federico La Sala
IL PROBLEMA JEAN-JACQUES ROUSSEAU E LA CECITA’ DELLA TRADIZIONE CRITICA.
Ecco allora ciò che deve essere chiaro: gli eredi perversi di Rousseau sono all’oggi i fanatici del «partito personale». Tra presidenzialismo, antipolitica e dintorni (…)

  FILOSOFIA, ANTROPOLOGIA E POLITICA. IL PENSIERO DELLA COSTITUZIONE E LA COSTITUZIONE DEL PENSIERO ….

  STATO DI MINORITA’ E FILOSOFIA COME RIMOZIONE DELLA FACOLTA’ DI GIUDIZIO. Una ’lezione’ di un Enrico Berti, che non ha ancora il coraggio di dire ai nostri giovani che sono cittadini sovrani. Una sua riflessione
L’ILLUMINISMO, OGGI. LIBERARE IL CIELO. Cristianesimo, democrazia e necessità di “una seconda rivoluzione copernicana” (Federico La Sala)
Rousseau, il piacere dell’eguaglianza
A trecento anni dalla nascita del ginevrino dalla vita spericolata e virtuosa Un pensatore decisivo per le origini della sinistra che vide le alienazioni della società di massa, anticipò il romanticismo e inventò la sovranità popolare
di Bruno Gravagnuolo (l’Unità, 01.05.2012)
Jean-Jacques Rousseau compirà trecento anni il 28 giugno. E festeggiamenti e maledizioni sono già cominciate. Come nella vita del ginevrino, sempre in bilico tra devozioni e ripulse. Usciamo da giochini mediatici e luoghi comuni. Per esempio: Hollande a sinistra è con Rousseau, Sarkozy a destra è con Hobbes. Parola della rivista Philosophie. Oppure: Rousseau virtuista, moralista, pericoloso, «giustizialista». Secondo la vulgata di Corrado Ocone su La Lettura del 15 aprile.
Cominciamo da qualcos’altro: da Jean-Jacques e dal suo «problema», come direbbe Ernst Cassirer. Problema di una certa «soggettività», che diventa il teatro interiore di un dramma storico più vasto: la modernità di massa. Che può stritolare o emancipare individui e popoli.
Presto detta la cifra biografica del ginevrino. Orfano di una madre bibliofila morta nel concepirlo e allievo di un padre calvinista e orologiaio. Che lo abbandona dopo una rissa. Girovago e mantenuto, da nobili e gran dame, sue amanti. Prima fra tutte Madame de Warenne, la sua «maman». Incisore, segretario, operista, lacché, copista di partiture.
C’è stato chi come Robert Darnton ha ipotizzato che Il nipote di Rameau, dissipato parente del musicista allora in voga, e ispiratore del dialogo di Diderot, fosse Rousseau stesso. I conti tornano. Diderot fu sponsor di Jean-Jacques, e lo conobbe da parassita e da profeta. La musica, copiata o composta c’è. Rousseau scrisse tre opere, tra cui le Le Muse galanti, rappresentata in casa di Madame di Epinay, altra sua amante. Ma più che altro torna una «dialettica». Quella scoperta da Hegel, recensore del libro di Diderot nella Fenomenologia dello spirito: coscienza libertina e coscienza virtuosa. Nichilismo e morale. Dissoluzione e volontà.
Ma a un certo punto Jean Jacques «si decide». E, folgorato nel 1750 da un concorso dell’Accademia di Digione, scende in guerra contro il Progresso, i Lumi, l’Enciclopedia. E attacca l’ineguaglianza e il dispotismo, l’educazione falsa. Il dissipato, sempre amato da influenti protettori, è diventato un Licurgo dell’Etica.
Ma qual è il cuore del problema in questa Etica immaginaria che risana le piaghe del mondo assieme a quelle di Jean-Jacques? Eccolo: autenticità del soggetto umano, e ricostruzione (romantica) della natura umana divisa da orgoglio, ineguaglianza e proprietà. Qui la chiave. Per Rousseau la politica, al tempo moderno, è l’unica psico-terapia in grado di arginare l’infelicità. Terapia psicologica, non a caso. Non solo perché in Rousseau c’è una psico-pedagogia per raddrizzare le storture dell’anima e creare buoni cittadini. Non solo perché tra Confessioni e Réveries praticherà l’autoanalisi tesa all’«autenticità» e alla «trasparenza» del soggetto. Ma perché nell’era del dispotismo, segnato da nuove ineguaglianze proprietarie, la politica è l’unica salvazione. Per ripristinare l’unità infranta dall’«amor proprio» e dal prometeismo alienato, che ha lacerato il sentimentalismo dell’«amor di sé», entro il quale il genere umano viveva nell’equilibrio della compassione per l’altro.
C’è qui una chiara lezione calvinista. Quella del peccato originale che si svela nella perversione dell’ego ritorta nell’onnipotenza autosufficiente. Fino ad asservire l’altro in una smisurata libido manipolatoria. Dopo il crollo dell’unità senza colpa del genere umano e della sintonia tra simili con la natura benefica. E l’inizio della tecnica e delle arti, esercizi di arricchimento e vanità.
Ricomporre quella unità, infranta da catastrofi, disubbidienze e usurpazioni, è impossibile per Rousseau (come scrive nel Discorso sull’ineguaglianza). E però residua un dovere: ricomporre la frattura almeno artificialmente. Almeno nella volontà etica pungolata dalla «mancanza originaria». Come? Con un contratto. Un artificio sociale in forma di protesi razionale.
Insomma, una specie di regno dei fini in terra, assiso su un vulcano fatto di potenziale e latente regressione verso l’egotismo connaturato alla natura umana. È una giustificazione per fede quella di Rousseau, dove l’atto di fede sta nel tramutare la perfettibilità umana (pericolosa e arrogante) in virtù mediana dell’accordo politico giusto. Che ripristini la trasparenza, l’immediatezza della compassione e la gioia del rispecchiarsi nell’inerme: per elevarlo e farne un cittadino libero. Fare Contratto sociale è lavare il peccato originale. E consacrare, con una teologia politica, l’ecclesia dei cittadini all’unico modo di venerare Dio. Con una comunità civile. Dove l’eucarestia risanatrice è lì presente e reale, nella Volontà generale e nell’Io comune.
Dunque, ecco un patto dove «ciascuno unendosi a tutti non obbedisce che a se stesso e resti tanto libero come prima». C’è la persona giusnaturalista in quel patto, e gli averi. E nondimeno solo il patto li riconosce, arrogandosi il diritto politico di revocarli. Non più diritti imprescrittibili e sanciti a valle dal patto, come in Locke. E neanche la soggezione perenne al sovrano, una volta conferitogli l’assenso nel contratto. L’idea è un’altra. È il moto quieto e continuo della Volontà indivisa che si esercita in comune e non si smembra. Si autorappresenta e non si cede, se non come delega tecnica, revocabile a maggioranza. Niente corpi intermedi. Niente fazioni, «partiti» o associazioni. Niente arricchimenti di troppo, poiché libera per Jean-Jacques è quella società dove nessuno è tanto ricco da poter compare la libertà di un altro, o tanto povero da doverla venderla. Per inciso: splendido slogan per la sinistra, anche oggi!
Come è splendida l’analisi, che nel Contratto Rousseau svolge su opulenti e pezzenti. I primi sono i fautori della tirannide, i secondi coloro dai quali provengono i tiranni. Perchè gli uni comprano, e gli altri vendono… Sicché Rousseau analista della diseguaglianza, che l’incipiente capitalismo cova all’ombra dell’Antico Regime. E Rousseau riformatore d’anime in forma politica. Altra intuizione: la società moderna seduce e «aliena», con scintillio di lusso e di denaro. Ed è esposta a demagoghi e involuzioni autoritarie, se il cittadino si estranea dal civismo.
Ma c’è dell’altro. Jean-Jacques fu un profeta egualitario, che per paradosso ha alimentato i suoi nemici: uomini e movimenti dispotici. Bandire infatti fazioni e corpi intermedi, genera sempre un vortice fatale. Tra «stato, movimento e popolo» polarizzato sul tiranno carismatico che si fa scudo dell’emergenza. Ed è così che nella storia la dittatura, «provvisoria e commissaria», diviene «sovrana» (Carl Schmitt). Nei totalitarismi di destra e sinistra. Sull’onda dell’«azione diretta» contro rappresentanza e partiti. Dai giacobini, ai reazionari comunitari, al soviettismo. Passando per populismi e fascismi. Risolutiva a riguardo l’analisi sul Terrore giacobino del solito Hegel: la Volontà generale per palesarsi senza corpi intermedi, ha bisogno di complotti da stroncare e pericoli da sventare. Di mobilitazione e guerra civile, fino all’autodistruzione.
Ecco allora ciò che deve essere chiaro: gli eredi perversi di Rousseau sono all’oggi i fanatici del «partito personale». Tra presidenzialismo, antipolitica e dintorni. Eredi inconsapevoli o cinici. Che rimuovono un dato: quella di Rousseau era pur sempre una democrazia civica ed egualitaria, all’alba della democrazia, con tutta la carica selvaggia del grido lancinante contro l’ingiustizia. In conclusione perciò, tanti auguri Jean-Jacques! Non hai colpa per come ti hanno usato: contro te stesso. Perciò, onde evitare malintesi, di destra o di sinistra, promettiamo di difenderti. Ma anche di maneggiarti con cura.
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> KARL MARX RISPONDE — Il «Manifesto per un soggetto politico nuovo» e il “Catechismo della chiesa cattolica”. Tra Toni Negri e Tommaso d’Aquino (di Alberto Asor Rosa)
28 aprile 2012, di Federico La Sala
Tra Toni Negri e Tommaso d’Aquino
di Alberto Asor Rosa (il manifesto, 27.04.2012)
Il «Manifesto per un soggetto politico nuovo» è improntato a un prorompente «ottimismo della volontà». Com’è noto, Antonio Gramsci raccomandava che i due elementi della fatidica coppia – «pessimismo dell’intelligenza» e «ottimismo della volontà» – procedessero sempre insieme. Meno noti i motivi che secondo lui renderebbero raccomandabile, anzi inevitabile, l’accoppiata: «Tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche». D’altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare uomini sobri, pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori orrori e non si esaltano a ogni sciocchezza». Per cui, appunto: «Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà».
Riguarda in qualche modo la citazione gramsciana gli estensori del suddetto «Manifesto»? No, assolutamente no: volevo soltanto che il pensiero gramsciano fosse almeno una volta richiamato, per intero). Mi predisporrei perciò a introdurre qualche elemento pessimistico nel ragionamento del «Manifesto», cercando al tempo stesso di guardarmi dallo spingermi troppo nella direzione opposta, cosa che, ahimè, in casi del genere capita di frequente. Utilizzerò di volta in volta argomenti concettuali ed esempi pratici: le mie esperienze degli ultimi dieci anni me lo consentono (cosa che non a tutti i miei interlocutori accade).
1. Politica. Un perno del «Manifesto», assolutamente condivisibile, è che «democrazia rappresentativa» e «democrazia partecipata» dovrebbero integrarsi e ri-equilibrarsi profondamente. L’idea, invece, che uno dei due versanti, quello della «democrazia rappresentativa», rappresentato essenzialmente dal sistema dei partiti, sia attualmente tutto da buttare e l’altro, quello della «democrazia partecipativa», tutto da esaltare e valorizzare, è completamente sbagliata, e fortemente autolesionistica. Ci sono realtà istituzionali e politiche, con le quali è possibile/necessario mantenere un livello alto di confronto, di scontro e comunque di serio rapporto; e ci sono realtà di base totalmente catturate all’interno del sistema dello sfruttamento e dell’utilitarismo individualistico. In alcune Regioni d’Italia (molte, direi), se si facesse un referendum sull’abusivismo vincerebbero gli abusivisti.
La stessa cosa si potrebbe dire del rapporto fra centro e periferia. In taluni casi, l’auspicato decentramento del potere funziona alla grande; in certi altri assolutamente no. Alcuni Comuni sono virtuosi; gli altri (la maggioranza, io penso) no, anzi sono spesso i manutengoli degli interessi privati più sporchi. In casi come questi, oltre che battersi in ogni modo con la denuncia, bisogna ricorrere in un modo o nell’altro alle istanze «superiori»: le Regioni, lo Stato.
L’idea che il quadro sia omogeneo in tutte le sue componenti e su tutti i suoi versanti è distruttiva. Attualmente il quadro è invece frastagliato, poliforme e multicentrico. Al tempo stesso, tutto si tiene. L’idea giusta, appunto, che la «democrazia partecipativa» spinga per una riforma profonda della «democrazia rappresentativa» e del «sistema dei partiti» comporta che nessuna opportunità, nessuna chance sia cammin facendo ignorata e trascurata, e tutte invece siano volte all’unico obiettivo che meriti oggi perseguire: una diversa nozione e pratica della politica.
Il sistema – il sistema tutt’intero, intendo – si può riformare solo se si salva. E si salva solo se viene coinvolto tutt’intero, dalla A alla Z, per quanti sforzi questo comporti, e quanta pazienza e sobrietà richieda. Occorre violentemente attirare l’attenzione sul presente così com’è, se si vuole trasformarlo.
2. Principi, ideologia. È fuor di dubbio che siano fortemente cambiati forme e attori del conflitto. Mi chiedo però fino a che punto il gigantismo del sistema – la globalizzazione, appunto – abbia tolto di mezzo il fondamentale antagonismo fra capitale e lavoro: lo ha se mai anch’esso ingigantito, a livello planetario. Di questo non c’è traccia nel «Manifesto»: si direbbe che i protagonisti del conflitto siano, in questo quadro, attori di una diversa separazione/contrapposizione sociale (e politica, e culturale). Si lotta, infatti, per qualcosa di profondamente diverso dagli obiettivi tradizionali: si lotta per i cosiddetti «beni comuni».
Dei «beni comuni» Stefano Rodotà, che ne è l’interprete al tempo stesso più innovativo ed equilibrato, dà una definizione che io accolgo e faccio mia. Essi «sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future». E cioè: ci sono beni, esattamente definiti dal punto di vista delle caratteristiche dominanti, delle possibili fruizioni e delle possibili forme di governance, la cui «proprietà», per così dire, è comune, cioè appartengono «a tutti e a nessuno». Detto così, va benissimo: questi «beni comuni» rientrano perfettamente nel quadro di un programma di «democrazia partecipativa», la quale, oltre a valere per sé, preme sulla «democrazia rappresentativa» per mutarne obiettivi e metodi ed eventualmente per ottenere un sistema di governance giuridico-istituzionale, che sia rispettoso della natura speciale di quel bene (mi riservo di porre a Rodotà una domanda, ma lo farò più avanti).
Ma i «beni comuni» divengono nel «Manifesto» il programma di massima del «nuovo soggetto politico». La cosa mi pare abnorme. Non solo per il pericolo successivamente segnalato dallo stesso Rodotà: «Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorte di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità d’individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità comune di un bene può sprigionare tutta la sua forza» (il manifesto, 12 aprile). Ma soprattutto perché, se i «beni comuni» assurgono a orizzonte ideologico e di valore del nuovo movimento, ci si dovrebbe chiedere più trasparentemente (una delle richieste basilari di una vera «democrazia partecipativa») non solo dove va ma anche da dove viene un movimento così orientato.
La risposta sarebbe lunga e problematica: ma qualcosa si può cominciare a dire. Uno dei punti di partenza possibili è senza ombra di dubbio Michael Hardt e Antonio (Toni) Negri: Comune (titolo originale dell’opera, molto più significativo di quello della tradizione italiana: Commonwealth), apparso nel 2009 (trad. ital. 2010), che porta il sottotitolo anch’esso estremamente significativo di: Oltre il privato e il pubblico. Lo chiamo in causa per almeno due motivi: perché il «comune» negriano è, esplicitamente, il frutto del palese rifiuto e superamento da parte dell’autore del vecchio operaismo e, più specificamente ancora, della teoria marxiana del valore; e perché i «beni comuni» sono obiettivi strategici logicamente comprensibili e accettabili, solo nella prospettiva biopolitica di una «democrazia della moltitudine», che veda anch’essa il superamento del conflitto di classe di fronte ai bisogni del più indeterminato ma appunto perciò meno obsoleto e più possente soggetto rivoluzionario: «Oggi potremmo dire: “Sta sorgendo una razza multitudinaria”» (Moltitudine, Rizzoli, Milano, 2004, pp. 409).
Ogni volta, però, che ci si allontana dall’idea che questa sia una società divisa in classi – ossia ci si allontana dalla persuasione laica che esistono sfruttati e sfruttatori, percettori di un enorme surplus di potere a danno di altri che ne hanno poco o punto, a causa del meccanismo economico dominante (lo so, lo dico in maniera troppo rozza e approssimativa, ma qui non posso fare altrimenti) – si aprono scenari imprevedibili e sorprendenti. Per esempio, si scopre che la radice della nozione di «bene comune» è teologico-cristiana. Ne ragiona infatti con profondità niente di meno che Tommaso d’Aquino (riprendendo in parte, come soventi gli capita, definizioni aristoteliche): il quale, nella Summa Theologiae (I-II, 90, 3), scrive (traduzione improvvisata, e forse zoppicante): «…Come l’uomo è parte della casa, così la casa è parte della città; e la città è la comunità perfetta, come si dice in Aristotele, Politica (Aristotele, infatti, lì parla della “polis”). E perciò, siccome il bene del singolo uomo non è l’ultimo fine, ma è ordinato in funzione del “bene comune” (ad commune bonum); nello stesso modo, il bene di una casa è ordinato in funzione del bene di una città, la quale è la comunità perfetta».
Tommaso è un autore che i «benecomunisti» non amano citare (solo un piccolo cenno polemico in U. Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari, 2011, pp. 41). Nelle opere di Negri, ad esempio, non ce n’è traccia. Eppure è di fondamentale importanza. Il ritorno al Medio Evo, di cui si parla a proposito dei «benecomunisti», è tutt’altro che banale: significa la riappropriazione, in funzione apparentemente anticapitalistica, di un intero universo concettuale e ideale pre-capitalistico. Insomma: se la società divisa in classi non fosse alla fin fine altro che una «comunità», ovviamente non potrebbero esserci «beni comuni». I cittadini, les citoyens, in lotta per due secoli e mezzo per contendere all’avversario di classe ciò che a loro spetta, diventano «persone», prive di connotazione sociale (secondo un dettame che la teologia cristiana farebbe volentieri proprio): «Unire le persone per bene» intorno a un metodo è molto più agevole che farlo nel merito ed è certamente foriero di potenziali egemonie nuove che superino finalmente vecchi steccati…» (U. Mattei, il manifesto, 4 aprile). «Superare i vecchi steccati» è ciò che cercano di fare proprio oggi tutte le forme di «antipolitica».
Sorprende che molti dei firmatari del «Manifesto», che sono stati o sono ancora o si dicono ancora marxisti, non abbiano notato che in questo testo non viene mai nominato, nonché la «classe», neanche il «popolo». La soggettività politica viene trasferita a altre entità per ora poco chiare, autodefinentesti e autordinantesi, quali che la lotta politica fosse il frutto selezionato, alla fin fine, di alcuni gruppi intellettuali, che, come si diceva scherzando una volta, «danno la linea». E naturalmente, insieme con «classe» e con «popolo», spariscono le categorie di «destra» e di «sinistra» (anch’esse mai nominate nel «Manifesto»). I «benecomunisti» stanno più avanti, anche in questo caso, di queste obsolete distinzioni: stanno là dove «le persone per bene» – operai, impiegati, funzionari, banchieri, capitalisti, pensionati, sfruttatori, purché «per bene» – decidono di stare tutte insieme per meglio governare il loro «comune» destino.
Il riferimento a Tommaso d’Aquino non deve però far pensare a una discussione e a un rinfacciamento puramente dottrinari, destituiti di esiti pratici e politici immediati. La dottrina di Tommaso cala infatti di peso in quella attuale, e perfettamente operante, della Chiesa cattolica.

  Come si fa a non accorgersi di un dato così clamoroso? La filologia in certi casi conta più della logica (ma è anche più rara, molto più rara). Nel Catechismo della Chiesa cattolica (Edizioni Piemme, Città del Vaticano, 1993), la dottrina del «bene comune» occupa il posto centrale nella conformazione dell’agire sociale e pastorale della Chiesa nel mondo (III, II: La comunità umana; 2. La partecipazione alla vita sociale; II. Il bene comune). Il «bene comune», secondo l’ammonimento di Tommaso qui puntualmente richiamato («Non vivete isolati, ripiegandovi, in voi stessi … invece riunitevi insieme, per ricercare ciò che giova al bene di tutti (bonum commune), è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e speditamente» (pp. 361). Non si potrebbe dir meglio in un contesto nel quale il conseguimento del «bene comune» rappresenta il nuovo Sovrano. Ma certo stupisce che il «messaggio» che esce dal progetto di un «nuovo soggetto politico» sia così vicino a quello uscito dal Consiglio Vaticano II (cui il Catechismo fondamentalmente attinge).
3. Comportamenti e passioni. Potremmo ancora citare a lungo dal Catechismo, e anche da molti altri e diversi autori del medesimo orientamento. Siccome le analogie sono indubbiamente clamorose, sarebbe interessante ascoltare una spiegazione del perché, sopprimendo la categoria analitica e pratica del conflitto di classe, tornano a manifestarsi prepotentemente e a dilagare visioni del mondo in cui l’ultraterrenità, e il discorso teologico-scolastico, tornano a farsi dominanti. In attesa che una qualche risposta venga (ma se uno usa gli stessi termini e concetti di un altro, qualcosa di «comune» dev’esserci), osservo che il lungo capitolo che conclude il «Manifesto» sui «comportamenti» «e sulle passioni» non fa che accentuare, ai limiti del disagio, le reazioni che si provano di fronte alla teoria fin qui esposta dei «beni comuni». Un universo di buoni sentimenti – «la compassione e la gioia, l’amore e la speranza, la generosità e il rispetto degli altri», «il sentimento dell’empatia» – dovrebbe prendere il posto di quello in cui finora siamo sventuratamente nati e cresciuti – quello delle «passioni negative, l’invidia, l’odio, l’orgoglio, l’ira… la rivalità, la voglia di sopraffare…». Allora, nel nuovo universo, « a predominare sarebbero le virtù sociali delle mitezza e della fermezza…». Io qui non so cosa dire. Va bene non aver letto (o aver dimenticato) Machiavelli. E Marx. E Schmitt. Ma pretendere di affrontare l’incredibile violenza dell’attuale sistema di sfruttamento globale con il sorriso sulle labbra e le pacche sulle spalle, mi pare indizio di una mentalità che non porta da nessuna parte (naturalmente, anche Negri impernia la sua ideologia multitudinaria sull’«amore»: se no, che biopolitica sarebbe? Anche il male, tuttavia, secondo lui, può impadronirsi dell’amore. Il conflitto sarebbe allora fra un amore malato e «cattivo» e un amore buono, autentico. Interessante).
4. «Beni comuni» e «Pubblico». Torno alla domanda che qualche colonna fa avrei voluto rivolgere a Rodotà. Ho citato la sua definizione di «beni comuni», che ora per chiarezza del lettore ritrascrivo: «(Essi) sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali, e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future». La domanda è: non potrebbe esser questa anche una buona definizione di «pubblico?» E cioè: lo Stato democratico-capitalistico moderno, nella sua complessa strutturazione, è il frutto di spinte contrastanti nelle quali la funzione e l’indirizzo loro impresso da esigenze, interessi e modalità di vita propri delle classi cosiddette subalterne, hanno lasciato un segno consistente. Il «pubblico» oggi non s’identifica certo con lo Stato Leviatano; se mai si potrebbe dire che, nei casi migliori, lo Stato è stato (e in parte ancora è) un’articolazione del «pubblico» – il «pubblico», che tra le proprie funzioni più specifiche e prestigiose ha quella di proiettare la tutela dei beni d’interesse comune «nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future». Sanità pubblica, Scuola pubblica, Università, ricerca, sistema delle pensioni, diritti del lavoro, solidarietà sociale, tutela del territorio, sistema della giustizia «imparziale» e nei limiti delle umane abitudini) «uguale per tutti», sono i principali requisiti di un sistema imperniato sul «pubblico» (e non sul «privato»). È la materia, del resto, chiarissimamente descritta e regolata negli artt. 2, 3 e 4 della nostra Costituzione (che forse andrebbero tenuti più presenti).
Se le cose stanno così, non sarebbe meglio, invece che procedere negrianamente «oltre il privato e il pubblico», considerare la battaglia per i «beni comuni» un allargamento e un rafforzamento di quella per il «pubblico», in una visione più dinamica e articolata di quella praticata presentemente?
La cosa è tutt’altro che facile, ma è decisiva. Quel che io vedo è che il «pubblico», costruito prevalentemente con le lotte di generazioni e generazioni di cittadini italiani ed europei, è minacciato, frantumato, reso subalterno da una colossale invasione del «privato». Il governo Monti in Italia, politicamente, ideologicamente ed economicamente, ne rappresenta un esempio di prim’ordine. Allora, se le cose stanno così, all’ordine del giorno oggi non c’è la reclusione insieme di «pubblico» e «privato» nel medesimo cassetto di vecchi arnesi ormai inutili: c’è una gigantesca battaglia per la difesa del «pubblico», che, invece di fermarsi all’esistente, eventualmente si rafforzi e s’allarghi con l’individuazione e la conquista di nuovi territori. Per questo i partiti sono ancora necessari, in Italia e in Europa.
Quel che è accaduto recentemente in Francia dimostra eloquentemente che la forza di organizzazioni centralizzate e ben dirette è essenziale alla causa del mutamento. Se, come si spera, il candidato socialista riuscirà a prevalere, l’intero assetto europeo dei prossimi anni ne risulterà influenzato.
In Italia stiamo molto peggio, lo so, ma le coordinate del lavoro da fare sono molto simili.
5. Il «metodo» viene prima del «merito?» Il metodo adottato dai promotori del «Manifesto», come già s’è detto, appare sul manifesto il 29 marzo. Dopo le prime battute, assai interessanti, di dibattito, due degli organizzatori (Alberto Lucarelli, Ugo Mattei) dichiarano aperta la consultazione per la scelta del nome del «nuovo soggetto politico» (il manifesto, 17 aprile), dando per scontato che a Firenze il prossimo 28 aprile il «nuovo soggetto politico» si faccia (ignorando del tutto riserve e precisazioni come quelle emerse negli interventi già citati di Stefano Rodotà e in quello di Piero Bevilacqua (13 aprile). Un dibattito è serio se serve a determinare le conclusioni. Se le conclusioni sono già date, il dibattito non è serio.
Io spero che a Firenze i promotori ci ripensino: che non nasca un «nuovo soggetto politico» su basi così fragili. Ci sono cento, mille, diecimila cose da fare per un’organizzazione che pratichi seriamente il verbo autentico della Rete: ossia, molti soggetti collocati liberamente all’interno di un terminale che fa da punto di riferimento logistico (niente di più) dell’insieme (se mai avrebbe senso lavorare, con i medesimi criteri, per una Rete di Reti: ma di questo eventualmente parleremo un’altra volta).
Ma l’obiettivo fondamentale e strategico è riconquistare il «pubblico», sottrarlo alla cattiva politica, in tutte le sue modalità, stratigrafie e manifestazioni, e al tempo stesso allargarlo, e di molto, oltre le dimensioni originarie (ad esempio, io provo un grande interesse per la riflessione di Guido Viale sulla «riconversione ecologica dell’economia»: ma anche in questo caso mi chiedo come affrontare una gigantesca problematica del genere limitandosi a praticarla dal basso, e su segmenti limitati di territorio).
Su questo percorso incontreremo molti ostacoli e molti diversi interlocutori: e, se sarà necessario, dovremo usare anche molta astuta e consapevolissima cattiveria.
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> KARL MARX RISPONDE —-CONFLITTO, CRISI, INCERTEZZA. E’ maturo il tempo per una comprensione del mondo che sia anche la sua trasformazione (di Albero Burgio – Come confutare le teorie dominanti)
28 aprile 2012, di Federico La Sala
Come confutare le teorie dominanti
di Alberto Burgio (il manifesto, 27.04.2012)
Un saggio che rovescia la dottrina economica neoliberale e pone con forza la necessità di spiegare la sua egemonia nonostante il fallimento Sembra la quadratura del cerchio, eppure è possibile riassumere teorie complesse in un linguaggio piano e al tempo stesso fornirne un’interpretazione originale. L’ultimo libro di Giorgio Lunghini – Conflitto, crisi, incertezza, Bollati Boringhieri, pp. 132, euro 14 – dimostra che nulla – ferma restando l’asperità del compito – impedisce la convivenza tra essenzialità, chiarezza e autonomia di giudizio. In nove brevi capitoli offre una magistrale sintesi comparativa dei cinque principali paradigmi (Ricardo, Marx, il marginalismo, Keynes e Sraffa) che articolano la discussione contemporanea. Ma, caratterizzata da una mirabile linearità del dettato (viene in mente lo Smith, Ricardo, Marx di Claudio Napoleoni), la ricostruzione si tiene stretta a un forte nucleo teorico – a una tesi critica in senso stretto radicale – che mette in questione il fondamento stesso del discorso economico, investendone frontalmente le finalità.
La sequenza delle posizioni prende le mosse dalla teoria neoclassica, oggi (da buoni quarant’anni) dominante soprattutto in ambito accademico (e noi italiani, governati dall’incarnazione stessa dello spirito bocconiano, sappiamo meglio di chiunque altro quanto strette e pericolose siano le relazioni tra accademia e politica). I tratti salienti della teoria sono individuati nell’individualismo metodologico (la teoria soggettiva del valore-utilità) e nella rappresentazione di un sistema economico in equilibrio («omeostatico»), nel quale le crisi sono accidentali e il mercato garantisce l’uguaglianza tra domanda e offerta in virtù della sua capacità di autoregolarsi. Emerge così il paradosso di una teoria che, nel momento in cui dichiara di partire dai bisogni e dalle preferenze di individui razionali e onniscienti, descrive la realtà dal punto di vista del capitale privato, fornendone un’immagine controfattuale (un mondo senza crisi né conflitti distributivi, in cui lo scopo dell’attività economica è la produzione di valori d’uso e la moneta non incide sulla produzione e sui livelli occupazionali), per ciò stesso funzionale al dominio dell’impresa e della finanza.
Il modello neoclassico è il termine di riferimento per l’esame delle altre teorie, a cominciare da quelle di Ricardo e Marx, sue prime autorevoli rivali ante litteram. Ricardo svela un primo non-detto del marginalismo (il conflitto distributivo tra capitale e lavoro e il suo definirsi in base ai rapporti di forza sociali); Marx ne mette implacabilmente a nudo altri (la storicità del capitalismo industriale; il dispotismo del capitale nel condizionare alla generazione di profitto composizione e volumi della produzione; la casualità e precarietà dell’equilibrio e il ruolo-chiave svolto dalle crisi). Quanto la posizione marxiana sia attuale e misconosciuta (anche a sinistra) lo chiarisce il passaggio che Lunghini dedica allo statuto del lavoro vivo, quindi alla vexata quæstio della presunta estinzione del salariato (che in realtà cresce, nella misura in cui il suo tratto costitutivo non è la forma contrattuale ma la concreta subordinazione alle decisioni del capitale).
Seguono Keynes e Sraffa. Il primo compie un gesto che, di per sé, svuota di senso l’utopica oleografia dei neoclassici: nessuno – tanto meno il singolo individuo – dispone di conoscenze sufficienti a orientare scelte razionali tese a soddisfare i bisogni. Nella sua forma attuale, l’economia (come la realtà stessa) è il regno dell’incertezza, alla quale ciascuno cerca di far fronte con risposte anche «istintive» (Keynes riflette mentre Freud si fa faticosamente strada lungo i sentieri dell’inconscio), dettate da sfiducia e inquietudine. Di qui una serie di fattori critici (la preferenza per la liquidità; la propensione al tesoreggiamento; l’impiego speculativo della moneta) che causano l’instabilità del sistema e, soprattutto, rendono normale la sottoccupazione. Quanto a Sraffa, egli compie un sacrilego passo wittgensteiniano (far dire alla teoria economica tutto il dicibile per fare emergere l’ineffabile) che ne decreta la damnatio memoriæ. L’aver risolto il problema ricardiano (e marxiano) della misura invariabile rimuovendo il nesso tra valore e prezzi (quindi sopprimendo la questione del valore) significa in realtà – fuor di metafora – costringere la «scienza» economica a riconoscersi politica: discorso e ideologia plasmati dagli interessi sociali in conflitto.
Un crimine di lesa maestà. Che ha, tra gli altri, il merito di risolvere la «questione gramsciana» che Lunghini, attento lettore dei Quaderni, finge di «consegnare al lettore» e alla quale invece risponde con nettezza. Perché l’egemonia culturale e politica della teoria neoclassica a dispetto di un palese fallimento teorico? Proprio per quel conflitto e quei rapporti di forza tra le classi di cui parlano Ricardo e Marx; proprio per quella tutela della sperequazione e della rendita di cui parla Keynes; proprio per la rimozione del conflitto teorico di cui parla, a proposito di Sraffa, Luigi Pasinetti. Come dire (ai «nipoti» e al common reader cui il libro è dedicato): ora spetta a voi (a ciascuno di noi) operare sul terreno pratico per la risoluzione di un problema (non soltanto la ricchezza: anche il benessere comune, la «felicità» di tutti) di cui l’economia non può farsi carico, in quanto «scienza borghese». Non diversamente Marx chiuse da giovane i conti con la filosofia contemplativa scrivendo che è maturo il tempo per una comprensione del mondo che sia anche la sua trasformazione.
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> KARL MARX RISPONDE —- LA CARESTIA AVANZA! SIAMO ALL’ULTIMA CENA!!!
26 aprile 2012, di Federico La Sala

  IL VANGELO DI PAPA RATZINGER E DI TUTTI I VESCOVI E IL “PANE QUOTIDIANO” DEL “PADRE NOSTRO”, VENDUTO A “CARO PREZZO”, MOLTO CARO (= “CARITAS”)!

  ULTIMA CENA ED ECONOMIA VATICANA: LA CARESTIA AVANZA!!! Benedetto XVI “cambia la formula dell’Eucarestia”! «Il calice fu versato per molti», non «per tutti»!!!
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> KARL MARX RISPONDE — La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L’ultimo libro di Luciano Gallino (di Rossana Rossanda – Il quarto stato del capitale; di Fabio Raimondi – La cruda analisi che mette a nudo il pensiero unico). ) )
26 aprile 2012, di Federico La Sala
IL QUARTO STATO DEL CAPITALE
di Rossana Rossanda (il manifesto, 26.04.2012)
La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L’ultimo libro di Luciano Gallino per Laterza sgombra il campo da molte erronee convinzioni che hanno orientato le politiche delle sinistre. Ma è anche un invito a guardare con lucidità la crisi del pensiero critico, che non può invece essere aggirata proponendo soluzioni che non scalfiscono la religione del libero mercato. Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18).
Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c’è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov’è oggi l’operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera. E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un’ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l’estensione dell’economia mondializzata. Mai come oggi l’innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produrre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore. Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori.
Si è allargato quindi, in quantità e qualità, il conflitto di interessi fra capitale e lavoro, i capitali concorrono (ma è più elegante dire «competono») nel ridurne il costo, mentre i vecchi e nuovi lavoratori, non ancora o non più organizzati, si fanno la guerra, concorrendo gli uni contro gli altri più o meno consapevolmente al ribasso, per conquistare un posto. Dunque le classi non solo ci sono ancora, ma l’offerta di manodopera e lo sventagliarsi delle retribuzioni, che trent’anni fa dispiegavano su scalini di circa trenta grandezze diverse (ed era già un bel salto), oggi avviene in grandezze da 1 a 300: in altre parole occorrono trecento anni di lavoro a una operia o cassiera dei supermercati per guadagnare quello che il suo direttore generale guadagna in un anno. Qualcuno ricorderà che negli anni Ottanta i padroni italiani sostenevano che il costo del lavoro era diventato una voce minima nell’insieme dei costi di bilancio, ma oggi è su di esso, sia pur calato in assoluto, che esercitano la maggiore pressione possibile. Nella lotta di classe sono cambiati l’attaccante e chi si difende; l’attaccante che, pur in inferiorità di mezzi, era il salariato oggi si difende sia dal padrone sia dallo stato, che legifera a favore del padrone – Monti ed Elsa Fornero ne sono figure da manuale. Adesso le parti sono invertite. All’attacco è il capitale e il lavoro è sotto botta.
Divisi e senza partito
Qualche anno fa, scendendo all’aeroporto di Roma, mi sorprese un grande pannello luminoso che riproduceva il famoso quadro di Pelizza da Volpedo, «Il quarto stato», dove operai e contadini, assieme a una donna con il bambino in braccio, marciano avanti senza paura, a rappresentare il proletariato emergente come figura politica, con i suoi sindacati e i suoi partiti. Soltanto che al posto delle facce affaticate e degli abiti modesti, giubba sulla spalla, c’erano una schiera di inappuntabili manager in giacca e cravatta che avanzavano sotto la scritta: «Capitalisti di tutto il mondo unitevi!»
Pareva una battuta, invece era già fatto. Mentre i proletari non solo sono arretrati, non solo non hanno più, in Italia e altrove, un partito che li rappresenta in parlamento, ma si sono divisi. Gli stessi metalmeccanici, le tute blu cui vanno le nostre simpatie e speranze, non sono collegati neanche a livello europeo, neanche quando dipendono dallo stesso padrone, e quindi sono esposti a essere battuti, su questo o quel punto, ora l’uno ora l’altro. La pressione per azzerare il contratto nazionale, l’indebolimento dell’articolo 18, l’allontanamento dell’articolo 81 della Costituzione, il moltiplicarsi degli «atipici» per dire il sempre più ampio precariato diminuisce anno per anno il peso contrattuale della forza di lavoro, specie europea, tendendo ad allinearla al modello degli Stati Uniti, a negoziato principalmente privato fra datore di lavoro e lavoratore. L’ideale del padronato è che il lavoro possa essere assunto e dimesso solo per il tempo che serve all’impresa e a alle condizioni più modeste possibile. Non ci siamo ancora del tutto, ma la tendenza è questa. Il volume di Gallino infilza una per volta, capitolo per capitolo, questa frammentazione del lavoro e della sua capacità di difesa, ribattendo alle domande di Paola Borgna, che si fa ogni tanto avvocato del diavolo cioè degli stereotipi dell’opinione dominante.
Dominio dell’economia
Con la stessa chiarezza lega le politiche di austerità alla loro natura di classe, mentre le istituzioni, il ceto politico tutto e la presidenza della Repubblica si affanna a descriverla come mera tecnica per rimettere i conti a posto, e indica nella flessibilità del lavoro il fine effettivo cui mira il padronato, che spera di mantenere a tempo indeterminato soltanto quella parte di manodopera che gli garantisce un certo know how, facendo ruotare tutto il resto nel minor tempo e con le minori garanzie possibili. Ma con questo viene meno la possibilità per il lavoratore dipendente di programmare la propria esistenza che viene meno, chiudendo il cerchio sotto il profilo della rappresentanza politica: più si dilata la distanza di reddito fra le classi più sale la sfiducia nella capacità e nella stessa volontà della sfera pubblica di fungere da compensatore o moderatore della tendenza sfavorevole alle classi subalterne. Più si è costretti a constatare che non siamo «nella stessa barca», nel senso che i più possono esserne sbattuti fuori a ogni momento, meno i partiti, specie quelli che si dicono di sinistra, appaiono credibili. Ma meno la sfera politica è credibile, più la cosiddetta «economia» diventa dominante.
Gallino, il cui penultimo libro era, se non erro, Finanzcapitalismo e delineava il contesto in cui il capitale si muove oggi, chiede dunque energicamente che i concetti vengano rimessi al loro posto, che la lotta di classe si veda nei suoi attuali protagonismi e forme, che si sono ribaltate dal 1848 a ieri l’altro, e che si rilanci una battaglia nella sua direzione originaria cominciando con il rimettere sui piedi l’immagine dei rapporti di lavoro.
Perché e come ne sia avvenuto il rovesciamento sarebbe lungo dire. Ma al di là della lucidità e crudeltà intrinseca dei detentori di capitale, che non hanno né funzioni né doveri di beneficenza né di pubblica utilità, sul mutamento di cultura avvenuto nella seconda metà del Novecento ci sarebbe molto da dire. In primo luogo sullo stato di incertezza e confusione delle organizzazioni sindacali e politiche sotto l’urto concomitante della ripresa neoliberista, da Thatcher e Reagan in poi, e della crisi verticale dei socialismi reali. Ma anche negli errori di analisi nostri, delle sinistre radicali, nel corso degli anni Settanta – incapacità di misurare esattamente il rapporto reale di forze, opponendo il precariato ai presunti «garantiti», e moltiplicando negli anni seguenti le categorie interpretative della crisi del movimento operaio invece che guardarla per quello che realmente era. Qualcosa di analogo, a mio avviso, ripetiamo oggi nel convulso bisogno di liberarci dai parametri della lotta di classe attraverso la sottrazione dei «beni comuni» alla dialettica delle classi, causa giusta ma insufficiente, o al rinvio della sussistenza della forza lavoro a un reddito di cittadinanza messo sulle spalle della finanza pubblica. Tutto utile ma tutto esterno alle vicissitudini del modo di produzione e di quella lotta di classe della quale il lavoro di Luciano Gallino non cessa di rappresentarci lo spessore e la violenza.

   LA CRUDA ANALISI CHE METTE A NUDO IL PENSIERO UNICO
di Fabio Raimondi
La lotta di classe c’è ancora. A dire il vero non è mai sparita, tanto meno negli ultimi trent’anni, solo che è condotta prevalentemente dall’alto, nonostante il processo di «proletarizzazione» in corso. Mentre lavoratori dipendenti e pensionati salvano gli Stati e il welfare coprendo forzatamente i buchi di bilancio che manager e politici inetti hanno prodotto attraverso investimenti fallimentari e politiche regressive, le classi dirigenti attuano la ridistribuzione del reddito dal basso verso l’alto!
Per riprendersi il potere contrattuale che la working class (le classi operaia e media) aveva conquistato con le lotte degli anni ’60 e ’70, la «classe capitalistica transnazionale» ha lanciato una controffensiva chiamata globalizzazione, il cui asse portante è la finanza. Per chi, intossicato da mantra della scomparsa delle classi, volesse convincersene, può leggere l’intervista di Paola Borgna a Luciano Gallino: La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza 2012, pp. 214, € 12), dove si forniscono dati scientifici per l’analisi di classe, dando corpo all’assunto che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia sono state condotte in chiara funzione antioperaia. Il testo ha il merito di sfatare alcuni luoghi comuni; ad esempio, che la politica sia «sopraffatta» dall’economia e dalla finanza, favola propagandata di comune accordo, dato che sono state scelte politiche «a spalancare le porte al dominio delle corporations» attraverso leggi che ne hanno favorito le pratiche speculative; leggi promulgate grazie al continuo scambio di personale tra apparati politici degli Stati e personale tecnico proveniente dalle organizzazioni economico-finanziarie. L’imponente battage pubblicitario, prodotto dai «pensatoi» come il forum di Davos, ha poi divulgato l’ideologia delle due i, «individuo e impresa», in tutto il mondo grazie a una disponibilità di mezzi di comunicazione che surclassa quella del «pensiero critico» e delle minoranze intellettuali che ancora lo producono.
Il quadro tratteggiato è, a dir poco, desolante. Per darne solo un assaggio, alcuni dati: il rapporto tra i salari dei top manager e quelli di impiegati e operai è salito in media da 40 a 1 negli anni ’80 a 300 a 1, con punte anche di 1000 a 1, oggi; la popolazione negli slums delle megalopoli (città con più di 5 milioni di abitanti), è passata dal 5% degli anni ’80 al 20% di oggi e tra il 2020 e il 2025 «potrebbe aggirarsi complessivamente intorno al miliardo e duecento milioni di persone»; lo svuotamento delle campagne e il land grabbing non causano solo migrazioni di dimensioni epocali ma, «tra il 2005 e il 2008», sono responsabili anche degli «aumenti dei generi alimentari: dal 70% del riso al 130% del grano»; infine, la quantità di «denaro illecito» depositato nelle cosiddette «isole del tesoro» ammonta a circa 20 trilioni di dollari, un terzo del Pil mondiale.
L’evanescente mediazione
Di pari passo, la politica ha reso competitivi paesi terzi, la cui concorrenza è ora utilizzata dalle classi dirigenti sia per rivalersi sui lavoratori, facendo pagare loro il prezzo della crisi che esse hanno prodotto, sia per metterli gli uni conto gli altri aumentando le divisioni interne esistenti. Gallino non ha torto quando dice che da trent’anni almeno i sindacati sono sotto attacco, ma non si può negare che in quest’arco di tempo essi abbiano contribuito a creare le condizioni per il loro discredito, schierandosi per ogni controriforma del lavoro (compresa l’attuale) con l’illusione che il piano della mediazione fosse strutturale anziché il frutto della lotta di classe, abbandonata la quale anch’esso si sgretola. Come diceva il filosofo matto, la «teoria marxista dell’abbassamento tendenziale del tasso di profitto è, in realtà, una teoria dell’aumento tendenziale della lotta di classe» ed è quindi sbagliato «ridurla a semplici effetti finanziari, contabili», dato che, al contrario, «è profondamente politica». Le divisioni tra lavoratori del Sud e del Nord del mondo, ad esempio, i sindacati non le vogliono affrontare. Delocalizzazione, contenimento del costo del lavoro, sfruttamento dei migranti, esplosione della precarietà sono fenomeni che, spesso, i sindacati hanno supportato, anziché combattere; lo stesso dicasi per la finanziarizzazione dei fondi pensione che spiega, almeno in parte, l’acquiescenza di molti lavoratori.
A fronte di un’analisi accurata e cruda, il punto debole del discorso di Gallino, debolezza che emergeva già nel precedente Finanzcapitalismo (Einaudi), è la ricerca di un «socialismo appropriato al XXI secolo». Una ricerca che si muove dentro un orizzonte statalistico, immaginando un’Europa politica basata sul modello socialdemocratico di welfare state, lontano dalla «Terza via», anziché su quello statunitense, e il cui primo compito è dare rappresentanza alle istanze del riformismo benecomunista, «un soggetto senza progetto» (Rossana Rossanda), il cui intento sembra quello di curare il cancro con l’omeopatia. Una prospettiva riformistica che, pur non essendo un male in sé, sconta l’illusione di voler praticare ancora un piano concertativo e conciliativo tra capitale e lavoro, una prospettiva che perfino Adam Smith, non un pericoloso comunista, riteneva impossibile, tanto più se «i governi dell’Unione europea stanno preparando un’altra grave crisi industrial-finanziaria che arriverà purtroppo presto».
La gabbia da distruggere
Forse, non è il caso di disperare se da molti anni ormai, da Craxi ad Amato, da Dini a Prodi, da Berlusconi a Monti & Co., la cui idea di equità è «Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham» (come diceva Marx), cioè il mercato, per tutti, viene mostrato che la lotta di classe dei padroni produrrà un ulteriore e voluto impoverimento della working class. Se, infatti, il Pil mondiale annuo è, oggi, di 65 trilioni di dollari e quello finanziario di 240 trilioni (mentre intorno al 1980 si equivalevano: 27 trilioni) e per «sradicare la povertà estrema e la fame» basterebbero un centinaio di miliardi, che non si trovano perché «i paesi ricchi sostengono di avere le casse vuote» è chiaro, come disse James Wolfensohn (ex presidente della Banca mondiale) che «la civiltà è giunta alla fine». A identica conclusione si arriva sapendo che i paesi europei hanno speso circa 3 trilioni di dollari per salvare le banche e che ora, per risanare i bilanci, tagliano il welfare state.
Ma questa civiltà, sempre moribonda (come lo Stato e la società), continuerà a fare immensi danni se la working class non riuscirà a passare da una classe che esiste oggettivamente, quale prodotto inevitabile del modo di produzione capitalistico, a una classe che esiste anche soggettivamente perché capace di organizzarsi e agire politicamente in modo autonomo. Il passaggio non è scontato e che si risolva nell’istituire uno o più partiti capaci di dare rappresentanza lo è ancora di meno.
Non si tratta di essere per forza massimalisti o concertativi. Ma se è vero che il governo Monti ha la fiducia di più di metà degli italiani, siamo ben lontani da una forma benché minima di consapevolezza della stretta globale in cui ci troviamo, stretta che rischia di diventare un destino: la weberiana «gabbia d’acciaio» che va distrutta se ci si vuole davvero occupare delle persone.
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> KARL MARX RISPONDE —- INGIUSTIZIA EPISTEMICA: LA DECAPITAZIONE DI OLOFERNE. «Changing the Ideology and Culture of Philosophy» (di Franca D’Agostini – Sebben che siamo donne non ci fa paura la filosofia).
27 marzo 2012, di Federico La Sala
LA DECAPITAZIONE DI OLOFERNE E LA FINE DELLA CLAUSTROFILIA. UN OMAGGIO A ELVIO FACHINELLI. Una nota sull’importanza della sua ultima coraggiosa opera
Sebben che siamo donne non ci fa paura la filosofia
Il «pensiero femminile» è socialmente discriminato: un condizionamento negativo
La “rabbia” di una filosofa americana del Mit: in questo campo siamo discriminate, molte di noi costrette a lasciare
di Franca D’Agostini (La Stampa, 25.03.2012)
Sally Haslanger è una delle più brillanti filosofe americane: in un articolo su Hypathia confessa che da quanto è arrivata al Mit, nel ’98, si è più volte domandata se non fosse il caso di lasciare la filosofia “C’ è in me una rabbia profonda. Rabbia per come io sono stata trattata in filosofia. Rabbia per le condizioni ingiuste in cui molte altre donne e altre minoranze si sono trovate, e hanno spinto molti a lasciare. Da quando sono arrivata al Mit, nel 1998, sono stata in costante dialogo con me stessa sull’eventualità di lasciare la filosofia. E io sono stata molto fortunata. Sono una che ha avuto successo, in base agli standard professionali dominanti». S’inizia così «Changing the Ideology and Culture of Philosophy», un articolo di Sally Haslanger, una delle più brillanti filosofe americane, apparso su Hypathia .
C’è un problema, che riguarda le donne e la filosofia: inutile negarlo. «Nella mia esperienza è veramente difficile trovare un luogo in filosofia che non sia ostile verso le donne e altre minoranze», scrive Haslanger. E se capita così al Mit, potete immaginare quel che succede in Italia. È facile vedere che, mentre in tutte le facoltà le donne iniziano a essere presenti (anche se rimane il cosiddetto «tetto di cristallo», vale a dire: ai gradi accademici più alti ci sono quasi esclusivamente uomini), in filosofia la presenza femminile scarseggia.
Non sarà forse che le donne sono refrattarie alla filosofia, non la capiscono, non la apprezzano? Stephen Stich e Wesley Buchwalter, in «Gender and Philosophical Intuition» (in Experimental Philosophy, vol. 2), hanno riproposto il problema, esaminandolo nella prospettiva della filosofia sperimentale: una tendenza filosofica emergente, che mette in collegamento le tesi e i concetti filosofici con ricerche di tipo empirico (statistico, neurologico, sociologico, ecc). La prima conclusione di Stich e Buchwalter è che effettivamente sembra esserci una «resistenza» del «pensiero femminile» di fronte ad almeno alcuni importanti problemi filosofici. Stich e Buchwalter si chiedono perché, e avanzano alcune ipotesi, ma non giungono a una conclusione definitiva.
Le femministe italiane di Diotima avrebbero pronta la risposta: la filosofia praticata nel modo previsto da Stich e compagni è espressione estrema del «logocentrismo» maschile, dunque è chiaro che le donne non la praticano: sono interessate a qualcosa di meglio, coltivano un «altro pensiero». Ma qui si presenta un classico problema: in che cosa consisterebbe «l’altro pensiero» di cui le donne sarebbero portatrici? Se si tratta per esempio di «pensiero vivente», attento alle emozioni e alla vita, come a volte è stato detto, resta sempre da chiedersi: perché mai questo pensiero sarebbe proprio delle donne? Kierkegaard, che praticava e difendeva una filosofia di questo tipo, era forse una donna?
Forse si può adottare un’altra ipotesi. Come spiega Miranda Fricker in Epistemic Injustice (Oxford University Press, 2007) le donne subiscono spesso ciò che Ficker chiama ingiustizia testimoniale, vale a dire: ciò che pensano e dicono viene sistematicamente sottovalutato e frainteso. Un’osservazione fatta da una donna che gli uomini non capiscono, per ignoranza o per altri limiti, viene all’istante rubricata come errore, o come vaga intuizione. Fricker cita Il talento di Mr. Ripley: «Un conto sono i fatti, Marge, e un conto le intuizioni femminili», dice il signor Greenleaf. Ma Marge aveva ottime ragioni nel sostenere che Ripley aveva ucciso il figlio di Greeenleaf.
In questa prospettiva il quadro muta. Consideriamo la rilevazione dell’attività cerebrale di un ragazzo e una ragazza che svolgono una prestazione intellettuale «di livello superiore», ossia risolvono per esempio un’equazione difficile. A quanto pare, mentre il cervello del ragazzo si illumina in una sezione molto circoscritta dell’emisfero frontale, il cervello della ragazza si illumina in modo diffuso, diverse zone dell’encefalo sono coinvolte. Ecco dunque la differenza emergere dai fatti cerebrali: le donne – così si dice – avrebbero un’intelligenza aperta e «diffusa». Naturalmente, questa diffusività è un limite: è appunto la ragione per cui le prestazioni intellettuali femminili sarebbero meno rapide ed efficaci. L’ipotesi differenzialista a questo punto ribatte: attenzione, l’intelligenza diffusa è un pregio, ed è il mondo che privilegia rapidità ed efficacia a essere sbagliato.
Ma l’altra ipotesi – che tanto Haslanger quanto Fricker indirettamente sostengono – sembra più ragionevole: se c’è un «pensiero femminile», la sua prima caratteristica consiste nell’essere un pensiero socialmente discriminato, che subisce sistematicamente ingiustizie testimoniali. Il cervello discriminato è coinvolto sul piano emotivo, a causa del grande quantitativo di ingiustizia che ha dovuto subire. E a questo punto il mistero è risolto: provate voi a risolvere un difficile problema filosofico in un ambiente in cui tutto vi dice che non sapete risolverlo. Provate, in più, avendo dentro di voi la rabbia descritta da Haslanger: quella che vi viene dal conoscere questa ingiustizia, che riguarda voi ma anche altre persone, e altre minoranze discriminate (anche tra i neri non ci sono molti filosofi). Poi vedete un po’ se non vi si illumina tutto il cervello.
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> KARL MARX RISPONDE —- IL MARXISMO E L’ORTICARIA (di don Aldo Antonelli).
27 marzo 2012, di Federico La Sala
IL MARXISMO E L’ORTICARIA.
di don Aldo Antonelli
Mi è bastato scrivere la parola “Marxismo”, sabato scorso 24 marzo, per far venire l’orticaria a qualche amico, vicino ma abitante anche a distanza di centinaia di chilometri.
E allora, mettiamo le cose in chiaro e cerchiamo di vedere i nodi del problema così come si pongono per uno, come il sottoscritto, che vuole essere cristiano ma non vuole essere infettato dalle ideologie borghesi e dalle filosofie idealistiche (in senso hegeliano) che storicamente si sono sposate con il cristianesimo e che lo hanno asservito agli interessi della classa abbiente e alla sua filosofia di dominio.
Naturalmente non voglio fare un trattato accademico, anche perché non ne ho le capacità. Voglio solo significare che come cristiano, non posso inventarmi una “mia” filosofia, magari o addirittura deducendola dalla fede ( e, in questo senso, possiamo dire che non esiste una filosofia cristiana) ma devo, per fare anche teologia, usare un sistema di pensiero e quindi mutuare una filosofia dalla “ragione ragionante” e quindi anche dalle filosofie correnti. E’, dopo tutto, ciò che ha fatto San Tommaso D’Aquino, che per fare la sua teologia (poi diventata teologia ufficiale della chiesa) ha usato la filosofia greca, di Aristotele in particolare. E’ ciò che ha fatto Theilard De Chardin, mutuando dal Dawinismo, l’idea dell’evoluzionismo. E’ ciò che sta facendo il teologo Eugen Drewermann, prendendo dalla psicanalisi di Freud alcuni elementi di analisi per fare teologia ed è ciò che hanno fatto tutti i teologi della Teologia della Liberazione (Hugo Hasmann, Metz, Gutierrez, Moltmann e in particolare l’italiano Giulio Girardi morto ultimamente), mutuando dal Marxismo alcuni principi di analisi della realtà per poter reinterpretare il Messaggio Biblico nell’oggi dell’uomo.
Scusatemi questi riferimenti, ma li ritengo necessari per far notare che quello mio non è un “capriccio” e che nel dibattito teologico non c’è, come appare ai più, nessuna porta chiusa nei confronti di nessuna filosofia e di nessuna sociologia che si rispetti. Dal marxismo in particolare possiamo desumere dei principi interpretativi circa la formazione del “pensiero” (in campo filosofico) e del “capitale” (in campo economico) che io ritengo a tutt’oggi i più idonei a spiegare la realtà. E non mi interessano le “ideologizzazioni” che storicamente sono state fatte del marxismo, quasi fosse una “contro teologia”, né delle strumentalizzazioni politiche.
Finora, per quello che so (nel mio piccolo) il Marxismo è l’unica “scienza” (notare bene, tra virgolette…) che mi permette di analizzare il mondo dell’economia e delle sovrastrutture ideologiche che lo abbambaciano. Se voi ne avete altre, prego, fatemele conoscere.
Naturalmente non sto qui a snocciolare i motivi che hanno portato al chiesa ad odiare e a combattere il Marxismo con il suo ateismo (che, va detto chiaramente, non è un ateismo teologico, ma è un ateismo metodologico!). Fare una lettura marxista della storia della chiesa e della sua teologia ci porterebbe a capirla meglio e a purificarne anche la fede che la sottende. Il che non è poco.
Aldo
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> KARL MARX RISPONDE —- Senza Marx non troviamo talvolta neppure le parole per parlare del mondo (di Bruno Bongiovanni – Marx non è marxista).
25 marzo 2012, di Federico La Sala
Marx non è marxista
di Bruno Bongiovanni (l’Unità, 25.03.2012)
Marx ha dichiarato di non essere marxista? Sicuramente. Vediamo un po’. «Marxista» e «marxismo», del resto, come «comunista» (1569) e «socialista» (1753), furono all’inizio ingiurie. Le utilizzarono prima, a partire dal 1872, un poliziotto francese, e i seguaci di Bakunin, poi, a partire dal 1882, i socialisti «possibilisti» francesi contro quanti si rifacevano alle analisi di Marx. Proprio per difendersi dalla voglia di certezze dei compagni etichettati come «marxisti», ma anche per combattere gli avversari politici, Marx, poco prima di morire, secondo le testimonianze del russo Lopatin, e di Engels, aveva dichiarato con energia di non essere «marxista». Il «marxismo», con un rovesciamento semantico, venne tuttavia fatto proprio dagli epigoni. Non subito. Le cose marciarono però alla svelta. E nel 1895 l’Enciclopedia Brockhaus già riportava la voce «Marxismus». Nell’Enciclopedia Britannica (1902), tuttavia, la voce «Marx», per quanto firmata da Bernstein, non ospitava ancora il sostantivo «marxismo».
Al di là della questione del nome, il «marxismo», come sistema organicamente chiuso, laddove Marx (morto nel 1883) l’aveva lasciato drammaticamente aperto, ebbe comunque come data di nascita il 1878, anno di composizione, da parte di Engels, dell’Antidühring. Il «marxismo ortodosso», travolto dalla prima guerra mondiale, visse così, in tutto, 36 anni. Diversissima è invece la vicenda del marxismo-leninismo, espressione elaborata negli anni dello stalinismo maturo. E nel 1934 Adoratskij definì la «dialettica materialistica» il «fondamento del marxismo-leninismo». Oggi il termine «marxismo» è di rado pronunciato. Ed è certo che il solo Marx non basta per comprendere il mondo. Ma è anche certo che senza Marx non troviamo talvolta neppure le parole per parlare del mondo.
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA .—- SOCRATE INCONTRA MARX LO STRANIERO DI TREVIRI.
6 marzo 2012, di Federico La Sala
SOCRATE INCONTRA MARX LO STRANIERO DI TREVIRI
Mario Vegetti, Platone. Repubblica, libro XI. Lettera XIV.

  Napoli, Guida (coll. “Autentici falsi d’Autore”), 2004, pp. 52, € 6,00

  Recensione di Maurizio Brignoli (www.recensionifilosofiche.it, 09.05.052005)
All’interno del progetto editoriale degli “autentici falsi d’autore” Mario Vegetti analizza un testo, il cui ritrovamento ad opera dello studioso sovietico Josiph Vissarionovich risale al 1937, identificabile come l’XI libro della Repubblica platonica. Un testo condannato all’oblìo, e la cui autenticità è ancora oggi contestata dagli studiosi di scuola anglosassone, perché presumibilmente sottoposto a censura dall’indirizzo conservatore dell’Accademia post-platonica, o forse costituente forse l’autentico libro X, in seguito sostituito dall’attuale, che offre una lettura mitica e religiosa al posto di quella politica presente nel testo qui ritrovato.
Il libro XI si apre con l’arrivo dello Straniero di Treviri, forse un dotto di origine germanica acculturatosi negli ambienti greci di Marsiglia o un commerciante al servizio del ricco Federikos Anghelos, che dà vita a un dialogo con Socrate incentrato sul rapporto fra educazione e rivoluzione e sulla questione del potere. Lo Straniero sostiene la necessità che il popolo non abbia bisogno di speranze o paure per essere ben governato, bensì di verità. Socrate replica allo Straniero sostenendo che le disuguaglianze di carattere e intelligenza, che permettono a pochi straordinari di capire che la felicità dell’insieme è superiore a quella delle parti, sono all’origine della sua convinzione che il comunismo e il governo della città debbano cominciare dai pochi migliori. Che gli uomini non siano eguali per natura è comunque posizione condivisa anche dallo Straniero che rifiuta le tesi, da lui definite sciocchezze, sostenute in Palestina e da Rossone d’Elvezia che gli uomini siano tutti belli e buoni.
Secondo lo Straniero di Treviri è dalla base che si deve partire, dall’elemento che rende eguali falegnami, fabbri, muratori, che non è il loro sapere o la loro natura, bensì il loro lavoro che aggiunge valore alla materia e dal quale dipende la ricchezza della città nel suo insieme; è questo che li unifica e li rende, con un termine barbarico non presente nel pensiero politico greco, una Klasse. Di fronte alle obiezioni di Socrate e Trasimaco, il Trevirita deve comunque ammettere la necessità di una guida di pochi ottimi capaci di interpretare i bisogni e le aspirazioni dei lavoratori, di renderli coscienti e di guidarli verso la liberazione loro e della città tutta. Questa tesi dell’oligon meros, di un Partei in barbarico, potrebbe risalire all’influenza dello scita Vladimiros Leninos.
Lo Straniero non nasconde comunque le sue simpatie per l’ispirazione comunista di fondo di Socrate (enunciata nel libro V) e, di fronte alle obiezioni del giovane Aristotele al comunismo, lo Straniero replica che, ben lungi dal sostenere che ogni tipo di proprietà sia un furto, come vuole Prudone di Lutezia, lo sia invece la proprietà privata della terra, fonte del sostentamento comune, e l’appropriazione del frutto del lavoro altrui. In conclusione, sia Socrate che lo Straniero concordano sulla necessità di una mutazione straordinaria del mondo in un momento in cui la barbarie avanza sempre più e Socrate non esclude neppure che un giorno anche Trasimaco, nel momento in cui la sua ossessione per il potere si trasformi in uno strumento per cambiare l’inerzia dei tempi, si allei con lui e lo Straniero in quest’opera di trasformazione.
Vegetti nell’edizione del testo e nell’introduzione offre un ricco apparato di note con continui richiami a studiosi importanti come Giuseppe Mucca, D. Lomuto, M. Vecchietti e riviste prestigiose come i Quinterni di storia, Quaderni histerici e la Revue phantastique de Philosophie.
Di questo prezioso manoscritto, andato perso durante la seconda guerra mondiale, pare che esista un esemplare identico in un convento del monte Athos che i monaci non consentono però di trascrivere o fotografare. Ci pare assolutamente condivisibile l’invito volto da Vegetti a un intervento, anche militare, da parte della comunità internazionale per recuperare questo patrimonio culturale.
La lettera XIV, presumibilmente l’ultimo scritto di Platone, prende spunto da un episodio della storia italiana pre-romana: la tirannide esercitata da un politico dalle origini incerte, noto col nomignolo spregiativo di Bereskhetos – indicante in Aristofane, secondo la dotta ricostruzione di S. Funghi-Porcini, le forze della stoltezza e della follia – che governa utilizzando come mercenari tribù di barbari cispadani e pretoriani tiburtini.
Prendendo spunto dalla magia del piccolo tiranno che è capace di trasformare i giudici in accusati e i malfattori nei loro giudici, Platone riformula in modo radicale alcune posizioni fondamentali esposte nella Repubblica. Prima di tutto riconosce l’eccessivo formalismo socratico a proposito della giustizia identificata col rispetto delle leggi e dei poteri costituiti. Platone riconosce la giustezza delle tesi di Trasimaco: come si possono cambiare le leggi ingiuste di un tiranno o di una maggioranza maneggiata da abili impostori? La questione della giustizia si risolve in quella del potere giusto.
Platone afferma di aver riflettuto sulle parole del barbaro di Treviri che sosteneva come la giustizia legale e politica potesse essere solo la conseguenza, e non già la premessa, di una giustizia più radicale riguardante i rapporti sociali fra gli uomini. È per questo che secondo Platone risulta fallace sia il tentativo socratico di garantire la giustizia tramite l’ossequio a leggi e tribunali già ingiusti, sia quello di Platone stesso di sostituire un governo ingiusto con uno giusto mantenendo intatto l’ordine sociale e rischiando ogni volta di dar vita solamente a nuove tirannidi.
Bisogna quindi partire non più da un numero ristretto di individui, ma dalle moltitudini degli sfruttati e Platone invita gli amici d’Italia a chiamare alla lotta contro il tiranno proprio questi oppressi e in questo modo la vittoria sarà vicina: “Sappiate però che essa costerà anche a voi un prezzo pesante, perché nulla sarà come prima nel mondo che ne verrà, e spariranno anche i privilegi di cui voi stessi comunque godete” (p. 52).

  Indice

  La Repubblica, libro XI: Introduzione (La storia del testo; Gli interlocutori: lo Straniero, il giovane Aristotele; Lo sviluppo argomentativo). Libro XI

  Lettera XIV: Introduzione (La tradizione manoscritta; Il contesto storico; Il senso dell’epistola)

  Lettera XIV – Agli amici d’Italia (Sulla giustizia)

  L’autore
Mario Vegetti (Milano, 1937), ordinario dal 1975 di storia della filosofia antica presso l’Università di Pavia, ha dedicato i suoi studi alla storia del pensiero scientifico greco, grazie anche agli insegnamenti di Ludovico Geymonat, e alla sfera etico-politica della filosofia antica. Tra le sue opere recenti ricordiamo: Biologia. La medicina in Platone (Il Cardo, Venezia 1995), Guida alla lettura della Repubblica di Platone (Laterza, Roma-Bari 1999), Quindici lezioni su Platone (Einaudi, Torino 2003).
* http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2005-9-10/vegetti.htm
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> KARL MARX RISPONDE — Quando Marx criticava i «censori» dell’arricchimento e invitava a non confondere l’economia con la morale (di Massimo Adinolfi)
19 gennaio 2012, di Federico La Sala
Quando Marx criticava i «censori» dell’arricchimento
Il filosofo di Treviri spiegava che era futile prendersela con l’avidità dei banchieri e l’egoismo degli speculatori e invitava a non confondere l’economia con la morale
di Massimo Adinolfi (l’Unità, 19.01.2012)
E se, dopo aver capito che la ricetta reaganiana non funziona, e che non è vero che lo Stato sia sempre il problema piuttosto che la soluzione – se non altro perché allo Stato si è chiesto di salvare con migliaia di miliardi il sistema bancario americano – se ora che la crisi ha investito i debiti degli Stati europei dovessimo chiederci se non occorra essere più radicali? E domandare, a proposito del capitalismo, se anch’esso non sia il problema, invece che la soluzione?
Troppi «se», si dirà. Ma davvero sarebbe un bel guaio, perché di risorse intellettuali per misurarsi con un simile problema non ce ne sono molte, in circolazione. Non si vorrà mica tirare in ballo un’altra volta Marx? Certo lui qualche parolina l’ha detta, provando per esempio a sostenere che le crisi non sono eventi più o meno accidentali, ma fasi strutturali del funzionamento dell’economia capitalistica. Come si fa però a riprendere un’analisi del genere, se persino il termine, «capitalismo», è scomparso dal dibattito? In verità, la parola sta di nuovo facendo capolino, e il solo fatto che la si torni a usare indica perlomeno che il problema c’è: la fede nelle virtù taumaturgiche del mercato si è indebolita; indebolita è pure la convinzione che il mercato rappresenti sempre il miglior sistema di allocazione delle risorse; fragilissima è ormai la presunzione che alla politica spetti solo il compito di correggere le distorsioni del mercato.
Certo, non possiamo farne solo un affare di parole. Forse, però, tornare a usare la parola «capitalismo» aiuta a individuare nodi strutturali, quelli che non vengono meno solo per il fatto che non li si nomina più. Marx era ad esempio con- vinto che la crisi si manifesta sì sui mercati finanziari, e anzi le bolle speculative la ingigantiscono oltre misura, ma comincia da un’altra parte, nella sfera della produzione: è lì che bisogna guardare. Siccome però il fenomeno della sovrapproduzione, che lui poneva all’origine della crisi, raccoglie le abbondanti ironie degli economisti mainstream, figuriamoci se proponiamo di tornare alle sue descrizioni del ciclo economico (con tanto di inevitabile crollo finale). Però, quando Marx spiega che è futile oltre che irresponsabile prendersela con l’avidità dei banchieri e l’egoismo degli speculatori, quando avvisa che non è buttandola sul piano della morale che si individuano le cause e si indicano le vie d’uscita, non sarà il caso di rimpiangere un pensiero critico altrettanto robusto? Così, se il presidente del Consiglio vola a Londra per riconquistare la fiducia dei mercati, ci si può chiedere se è di economia che stiamo parlando, o non piuttosto di psicologia?
Sentite allora Marx, quando ad esempio se la prende con la stampa: «Ora non ci chiederemo se i giornalisti inglesi, che per un decennio hanno diffuso la dottrina secondo cui l’epoca della crisi commerciali si era definitivamente chiusa con l’introduzione del libero commercio, abbiano ora il diritto di trasformarsi improvvisamente da servili panegiristi a censori romani dell’arricchimento moderno».
Che dire? A parte il fatto che oggi il problema non ce l’abbiamo solo con i giornalisti inglesi, e che di decenni di panegirici ne abbiamo vissuti più d’uno, ma non avremmo bisogno di penne altrettanto sfrontate? Perché di questo anzitutto si tratta: se il capitalismo crollerà, non ce lo manderà certo a dire, ma intanto si può auspicare un po’ più di libertà intellettuale, di intelligenza critica, di anticonformismo nel dibattito delle idee?
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> KARL MARX RISPONDE —- «Mega2». A partire dalla sua lettura Musto scrive un importante contributo: Ripensare Marx e i marxismi (di Franca Izzo)
16 gennaio 2012, di Federico La Sala
La battaglia contro il socialismo di Stato di Lassalle e Rodbertus
Riscoprire Marx ostile al socialismo di Stato
«Mega2» È il titolo della prima edizione critica che raccoglie tutti gli scritti editi e inediti del filosofo di Treviri. A partire dalla sua lettura Musto scrive un importante contributo sul profilo teorico e umano del pensatore
di Franca Izzo (l’Unità, 16.01.2012)
Karl Marx, il suo pensiero e l’enorme mole di inediti che stanno progressivamente vedendo la luce, sono di nuovo al centro dell’interesse nel mondo. Per i lettori italiani che ne volessero sapere di più è appena giunto in libreria un volume (Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, ottobre 2011) che dà un importante contributo all’inconsueto profilo teorico ed umano del pensatore di Treviri offerta dalla nuova edizione critica dei suoi scritti editi ed inediti.
«Nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano, e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancor oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere» (p.189).
L’autore, attualmente docente presso la York University di Toronto (data la ormai ben nota incapacità della nostra università di dare prospettive a valenti studiosi pur formatisi al suo interno) ha seguito il lavoro dell’équipe di studiosi che sta approntando a Berlino la Mega2, ovvero la prima vera edizione critica della sterminata produzione di Marx, formata sia dagli inediti che dagli scritti ordinati e pubblicati postumi da Engels, a cominciare dal secondo e dal terzo libro del Capitale.
LO SCARTO CON ALTRE EDIZIONI
Unendo alle competenze filologiche solide conoscenze teoriche e della storia delle interpretazioni, Musto in questo lavoro illumina un’immagine di Marx lontana sia dalla monumentalità irrigidita del fondatore di un’ortodossia,cche dal frammentarismo accademico. Quella che emerge dalle pagine di Musto è la figura del pensatore geniale che ha svelato le radici storiche, quindi modificabili, del suo e del nostro presente spiegando i meccanismi di sviluppo a scala mondiale del modo di produzione capitalistico; ma anche del ricercatore frenetico, mai pago dei risultati del proprio lavoro, sempre pronto a seguire nuove piste di studio, ad aprire nuovi orizzonti di ricerca, lasciando di fatto incompiuto il progetto della sua vita.
Attraverso alcune analisi esemplari, come quella condotta sui cosiddetti Manoscritti economico filosofici scritto giovanile dove compare per la prima volta il concetto di lavoro alienato che ha tanto animato le polemiche tra gli interpreti Musto ci introduce in quel laboratorio, ribollente di idee originali, riassunti o commenti di opere altrui, che sono gli scritti marxiani. Il lettore può verificare lo scarto che si apre tra la presunta opera compiuta, come le precedenti edizioni ce l’avevano consegnata e l’effettivo stato dello scritto che così ci consente di penetrare nel processo del lavoro creativo di Marx, nella sua officina di pensiero.
Ai saggi di impianto biografico e filologico, accompagnati da appendici di utilissime tabelle cronologiche , si intrecciano nel volume studi dedicati alla «odissea della pubblicazione» degli scritti marxiani e alla storia delle interpretazioni, in particolare dei Manoscritti, dei Grundisse e del Manifesto del Partito comunista. Mentre è di rilievo teorico il saggio sull’Introduzione del 1857, una delle poche opere pubblicate da Marx. Si tratta di un testo assai noto, di carattere metodologico nel quale sono delineati i tratti generali del metodo di esposizione e della concezione materialistica della storia, che ha attirato l’attenzione di innumerevoli interpreti e critici. Musto lo analizza con grande puntualità mettendone in luce la complessa architettura, la struttura aperta e il suo straordinario valore teorico.
I TESTI SUCCESSIVI
«Nelle opere successive (all’Introduzione…) Marx scrisse delle questioni di metodo non più nella forma aperta e problematica che aveva caratterizzato lo scritto del 1857, bensì in modo compiuto e senza lasciar trasparire la complessa genesi della sua elaborazione. Anche per questa ragione, le pagine (dell’Introduzione)… sono straordinariamente rilevanti» (p.149). Sostenuta dalla rete di queste robuste conoscenze c’è una forte passione che guida la ricerca di Musto, la passione per il suo autore, per Marx che ciclicamente si vuole trattare come un «cane morto», al pari del suo amato Spinoza e che ciclicamente viene riscoperto come indispensabile a comprendere i fenomeni del mondo globalizzato.
«Si è aperta una stagione contraddistinta dai molti Marx. Dopo il tempo dei dogmatismi, non sarebbe potuto accadere altrimenti… Tra i molti Marx che continuano ad essere indispensabili, se ne segnalano almeno due…quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che ne intuì e analizzò lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, ha descritto la società borghese…L’altro Marx…è il teorico del socialismo. L’autore che ripudiò l’idea di “socialismo di Stato”, al tempo già propugnata da Lassalle e Rodbertus» (pp.218-9).
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>KARL MARX RISPONDE … Karl Marx, arrivano gli inediti: “So solo che non sono marxista” (di Andrea Tarquini).
8 gennaio 2012, di Federico La Sala

  BERLINO.

  Agitatore, rivoluzionario, profeta inflessibile della lotta di classe. Così è rimasto nella memoria del mondo. Invece no: fu soprattutto teorico e scienziato, politologo e pensatore sempre curioso, attentissimo persino alle scienze naturali.

  Karl Marx, arrivano gli inediti “So solo che non sono marxista”

  Migliaia di pagine ancora da catalogare

  Centinaia di volumi ancora da pubblicare

  Analisi e profezie ancora da studiare Nell’anno della crisi, viaggio (con sorpresa) negli archivi del padre del comunismo
di Andrea Tarquini (la Repubblica, 08.01.2012)
Agitatore, rivoluzionario, profeta inflessibile della lotta di classe. Così è rimasto nella memoria del mondo. Invece no: fu soprattutto teorico e scienziato, politologo e pensatore critico sempre curioso, attentissimo persino alle scienze naturali e alle nuove tecnologie. Credeva nella democrazia e nella libertà di parola molto più di quanto non si pensi, le riteneva irrinunciabili. E la crisi odierna del capitalismo attuale lui l’aveva a suo modo prevista, molto più di come ce lo tramandarono le dittature totalitarie realsocialiste. Riemerge dal passato come un moderno newlabourista, un progressista tedesco o un liberal americano dai suoi scritti di migliaia di pagine ingiallite ma spolverate con cura in un bel palazzo neoclassico qui a Berlino, al numero 22/23 della Jaegerstrasse.
Qui nella splendida Mitte a un passo da Gendarmenmarkt, la piazza delle cerimonie prussiane e del Kaiser, forse la più bella della capitale. Eccoci al quarto piano della Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, l’Accademia delle scienze che rivede la sua opera e un volume dopo l’altro ne prepara la pubblicazione completa: 114 tomi, di qui al 2020 e chi sa come allora sarà il mondo. «Certo lui lo aveva studiato e previsto molto meglio di come ci fu detto dai poteri che lo usarono post mortem», spiega il dottor Gerald Hubmann, responsabile a fianco del professor Manfred Neuhaus del grande lavoro. Ma insomma, di chi stiamo parlando? Di Karl Marx, proprio lui. Qui i suoi scritti, volumi, appunti, epistolari, vengono studiati, riletti in modo critico e pubblicati passo dopo passo. E lui, «il vecchio barbone» come lo chiamarono affettuosi e riverenti generazioni di militanti di sinistra, insieme a Friedrich Engels torna attuale in un’altra luce.
È un tuffo nella storia, quello in Jaegerstrasse 22/23. Un tuffo sereno nella doccia fredda inquietante della crisi del mondo globale. I volumi, rieditati in versione critica e scientifica, uno dopo l’altro si accatastano nelle stanze degli accademici. Mega, come “grande” in greco antico, si chiama il progetto dell’opera completa di Marx ed Engels rivista in modo critico. Mega in tedesco è una sigla: Marx-Engels GesamtAusgabe. Frugando nelle carte consunte dal tempo si scoprono cose che i contemporanei di Marx vollero ignorare, e che il marxismo-leninismo ufficiale preferì censurare. Le Tesi su Feuerbach, spiega Hubmann, non furono all’inizio parte de L’ideologia tedesca. Vi furono inserite solo dopo, e il tutto, secondo Marx, era solo una collezione di appunti «destinata ai topi». Appunti di agitazione politica consegnati ai manoscritti suoi dell’epoca, tutti a penna con correzioni e cancellature, i disegnini di volti spesso femminili magari schizzati da Engels accanto. Slogan politici trasformati in ortodossia nell’Urss. Insomma: la teoria secondo cui l’esistenza materiale determina la coscienza, base del materialismo storico, spiega Hubmann, era un’idea in cui Marx non credeva. Guardi qui, dice mostrando un volume riedito, Marx disse: «Tutto quello che so è che non sono un marxista».
«Un volume dopo l’altro», spiega ancora Hubmann, «noi curatori di Mega scopriamo un altro Marx. Non un “cane morto”, non un ideologo del passato, bensì un politologo e scienziato attuale. Un uomo che continuò a ricercare con curiosità fino alla vecchiaia e seppe vedere e prevedere le radici della crisi di oggi. Studiò nei suoi tardi anni l’evoluzione del capitalismo, da capitalismo industriale a sistema sempre più basato sul credito e sulla finanza e quindi esposto alle sue oscillazioni e alle sue incertezze», a crisi ingovernabili a danno di tutti. La svolta, la sua fase dopo Il Capitale, cominciò con lo studio dell’economia americana: i grandi spazi, l’esigenza di costruire in fretta ferrovie e altre infrastrutture, la crescente fame di materie prime, il boom dell’agricoltura, spiegano gli accademici, imposero la crescente dipendenza dell’economia reale dal credito: serviva sempre più denaro. Mega, II/13: ecco le analisi di Marx anziano sui nuovi processi di circolazione del capitale, sul suo sviluppo col turbo come sistema sempre più finanziario. Sembra di leggere pagine sulla crisi dei nostri giorni, invece sono vecchie di un secolo e mezzo.
È un caso, un accidente della storia, se il progetto Mega ha potuto vedere la luce. Opere, carteggi, epistolario e appunti di Marx ed Engels erano in mano all’archivio della Spd. Dopo la rivoluzione bolscevica, nacque un fitto lavoro comune di scienziati socialdemocratici tedeschi e del Pcus per sistematizzarle. Parte del materiale fu portata a Mosca, altra parte restò nella vivace Berlino della fragile Repubblica di Weimar. Furono le radici dell’opera completa, ma i drammi di quegli anni le seccarono. La ricerca di quegli scienziati e filosofi cadde troppo presto sotto l’occhio sospettoso della Nkvd, la polizia segreta di Stalin. Al dittatore, racconta Hubmann, non piacque scoprire certe pagine critiche, certi appunti sull’esigenza della libertà di parola e del libero confronto tra forze politiche e sociali. Meno che mai gli piacque scoprire che Marx ed Engels avevano scritto molto più di Lenin e non teorizzavano un totalitarismo né tantomeno i gulag. Con la brutale svolta autoritaria in Urss gli scienziati marxisti finirono male. A cominciare dal loro capo David Rjazanov, giustiziato per tradimento nel 1938, poco prima del patto Hitler-Stalin. Altri finirono sorvegliati e solo la grande fama li salvò dal plotone d’esecuzione. Fu il caso di György Lukács, il padre ungherese del marxismo critico.
Ma se Mosca piangeva, Berlino non rideva. Venne il ’33, la democrazia di Weimar fu rovesciata da Hitler. Gli archivi della Spd si salvarono per caso: i socialdemocratici, sfidando la Gestapo, li portarono da amici accademici olandesi. «Chi sa perché, ma anni dopo narra Hubmann nell’Olanda occupata, Gestapo e polizia collaborazionista non pensarono mai di frugare nei sotterranei dell’accademia di Amsterdam, non scoprirono mai quanto avrebbero volentieri distrutto». Venne il 1945, la disfatta dell’Asse e la Guerra fredda con la Germania divisa. Urss e Ddr ripresero il lavoro di edizione completa dopo la morte di Stalin, ma Breznev lo bloccò: troppi manoscritti critici, troppe pericolose idee di invito al dubbio. Il lavoro fu congelato fino all’89 della caduta del Muro di Berlino. «E per quanto possa sembrare strano», notano i professori di Jaegerstrasse, «se lavoriamo liberi e con rigore scientifico al Mega lo dobbiamo anche a Helmut Kohl, certo non sospetto di simpatie marxiste. Il cancelliere della riunificazione che amava la storia, decise che, magari sottotono, la ricerca su quelle tonnellate di manoscritti che la Ddr aveva chiuso in cantina avrebbe dovuto riprendere nella Germania unita».
Sono passati più di vent’anni da quell’ennesima svolta in cui i manoscritti ingialliti dei due barbuti riuscirono a sopravvivere. Adesso il lavoro continua, diviso tra Berlino, Amsterdam e Mosca. Con l’interesse crescente dei preparatissimi scienziati ufficiali cinesi, che forse vi cercano nuove idee per la futura prima potenza mondiale. Scoprono anche loro un altro Marx. L’uomo che perseguitato quasi ovunque in Europa si guadagnò da vivere come corrispondente del New York Daily Tribune.
Rivediamo quelle pagine: narrava come un grande inviato le scosse politiche e sociali o le crisi economiche dell’Europa di allora, persino i primi movimenti operai in Italia o Spagna. Non c’erano le comunicazioni moderne: Marx ed Engels inviavano gli articoli a New York col piroscafo, dovevano scriverli pensando a non farli invecchiare. Jenny Marx, l’amata moglie, teneva la contabilità d’ogni spedizione. Cominciò anche a conservare i più curiosi, incredibili scritti del marito anziano. Karl aveva rinunciato alla politica, annotava la sua fiducia nel libero dibattito e confronto tra idee e forze politiche. E prese a studiare le scienze: ecco appunti e schizzi perfetti sulla geologia, sulla fisica, sui primi passi della scienza nucleare.
Ed ecco, infine ma non ultimo, la scoperta forse più affascinante. Marx ed Engels, nell’Europa del capitalismo senza internet né jet di linea, crearono una rete di scambi epistolari internazionali. Con leader operai, con politici, con scienziati, gente d’ogni corrente di pensiero o tendenza: a suo modo, dicono soddisfatti gli accademici di Jaegerstrasse, fu il primo social network. Funzionò per anni. Bentornato, caro vecchio Marx, e scusaci: troppi opposti estremismi del Ventesimo secolo ti avevano tramandato male. Arrivederci al 2020. Forse ci servirai quando chi sa che volto avrà il capitalismo.
Mercato senza sviluppo la causa della crisi
di Karl Marx (la Repubblica, 08.01.2012)
L’enorme quantità e la varietà delle merci disponibili sul mercato non dipendono soltanto dalla quantità e dalla varietà dei prodotti, ma sono in parte determinate dall’entità della parte di prodotti prodotti come merci, che dovranno dunque essere immessi nel mercato per la vendita in qualità di merci. La grandezza di questa parte delle merci dipenderà, a sua volta, dal grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico che produce i propri prodotti solo come merci e dal grado in cui tale modo di produzione domina in tutte le sfere della produzione. Deriva da qui un grande squilibrio nello scambio tra paesi capitalistici sviluppati, come l’Inghilterra, per esempio, e paesi come l’India o la Cina. Questo squilibrio è una delle cause delle crisi.
Causa totalmente trascurata dagli asini che si accontentano di studiare la fase dello scambio di un prodotto con un altro prodotto e che scordano che il prodotto non è pertanto in alcun caso merce scambiabile in quanto tale.Questo costituisce anche la spina nel fianco che spinge gli inglesi, tra gli altri, a voler stravolgere il modo di produzione tradizionale esistente in Cina, in India eccetera, per trasformarlo in una produzione di merci e, in particolare, in una produzione basata sulla divisione internazionale del lavoro (vale a dire, nella forma di produzione capitalistica). Riescono in parte in questo intento, per esempio, quando danneggiano i filatori della lana o del cotone svendendo i loro prodotti o rovinando il loro modo di produzione tradizionale, che non è in grado di competere con il modo di produzione capitalistico o con il modo capitalistico di immettere le merci sul mercato. Anche se il capitale produttivo, per sua stessa natura, è disponibile sul mercato, vale a dire è offerto in vendita, il capitalista può (per un periodo di tempo lungo o breve, secondo la natura della merce) tenerlo lontano dal mercato se le condizioni non gli sono favorevoli o al fine di speculare o altro. Il capitalista può sottrarre il capitale produttivo al mercato delle merci, ma in un momento successivo sarà costretto a riimmetterlo. Ciò non ha effetti al fine della definizione del concetto, ma è importante nell’osservazione della concorrenza.
La sfera della circolazione delle merci, il mercato, è in quanto tale distinta anche fisicamente dalla sfera della produzione, esattamente come sono distinti temporalmente il processo di circolazione e l’effettivo processo di produzione. Le merci ora pronte restano depositate nei magazzini e nei depositi dei capitalisti che le hanno prodotte (eccetto il caso in cui siano vendute direttamente) quasi sempre solo in modo passeggero prima di essere spedite verso altri mercati. Per le merci si tratta di una stazione di preparazione dalla quale saranno immesse nell’effettiva sfera di circolazione, esattamente come i fattori della produzione disponibili restano in attesa, in una fase preparatoria, prima di essere convogliati nell’effettivo processo di produzione.
La distanza fisica tra i mercati (considerati dal punto di vista della loro localizzazione) e il luogo del processo di produzione delle merci all’interno di uno stesso paese, e successivamente fuori da esso, costituisce un elemento importante, perché è proprio la produzione capitalistica a far sì che per una buona parte dei suoi prodotti il mercato sia costituito dal mercato mondiale. (Le merci possono essere anche acquistate per essere ritirate immediatamente dal mercato, ma questo elemento dovrebbe essere esaminato altrove, così come la menzione precedente alle merci che i produttori tengono lontane dal mercato).
Conseguentemente, occorre che il mercato si espanda in continuazione. Inoltre, in ogni singola sfera della produzione, ogni capitalista produce secondo il capitale che gli è offerto, indipendentemente da ciò che fanno gli altri capitalisti. Tuttavia, non sarà il suo prodotto, bensì il prodotto totale del capitale investito in quella particolare sfera di produzione a costituire il capitale produttivo, il quale offre in vendita questa e ogni singola altra sfera di produzione. È un dato di fatto empirico che nonostante la dilatazione della produzione capitalistica porti a un incremento, a una moltiplicazione del numero delle sfere di produzione, ovvero delle sfere di investimento del capitale, nei paesi a produzione capitalistica avanzata, questa variazione non tenga mai il passo con l’accumulo del capitale stesso.

  Traduzione di Guiomar Parada
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> KARL MARX RISPONDE — la Grande Trasformazione si è guadagnata un altro nome: si chiama la Grande Perversione!
5 dicembre 2011, di Federico La Sala
La grande perversione
di Leonardo Boff *
Per risolvere la crisi economico-finanziaria della Grecia e dell’Italia è stato costituito, per esigenza della Banca Centrale Europea, un governo di soli tecnici senza la presenza di politici, nell’illusione che si tratti di un problema economico che deve essere risolto economicamente. Chi capisce solo di economia finisce col non capire neppure l’economia. La crisi non è di economia mal gestita, ma di etica e di umanità. E queste hanno a che vedere con la politica. Per questo, la prima lezione di un marxismo minimo è capire che l’economia non è parte della matematica e della statistica, ma un capitolo della politica. Gran parte del lavoro di Marx è dedicato alla destrutturazione dell’economia politica del capitale. Quando in Inghilterra si visse una crisi simile all’attuale e si creò un governo di tecnici, Marx espresse con ironia e derisione dure critiche perché prevedeva un totale fallimento, come effettivamente successe. Non si può usare il veleno che ha creato la crisi come rimedio per curare la crisi.
Per guidare i rispettivi governi di Grecia e Italia hanno chiamato gente che apparteneva agli alti livelli dirigenziali delle banche. Sono state le banche e le borse a provocare l’attuale crisi che ha affondato tutto il sistema economico. Questi signori sono come talebani fondamentalisti: credono in buona fede nei dogmi del mercato libero e nel gioco delle borse. In quale punto dell’universo si proclama l’ideale del greed is good, ovvero l’avidità è un bene? Come fare di un vizio (e diciamo subito, di un peccato) una virtù? Questi signori sono seduti a Wall Street e alla City di Londra. Sono volpi che non si limitano a guardare le galline, ma le divorano. Con le loro manipolazioni trasferiscono grandi fortune nelle mani di pochi. E quando è scoppiata la crisi sono stati soccorsi con miliardi di dollari sottratti ai lavoratori e ai pensionati. Barack Obama si è dimostrato debole, inchinandosi più a loro che alla società civile. Con i soldi ricevuti hanno continuato la baldoria, giacché la promessa regolazione dei mercati è rimasta lettera morta. Milioni di persone vivono nella disoccupazione e nel precariato, soprattutto i giovani che stanno riempiendo le piazze, indignati contro l’avidità, la disuguaglianza sociale e la crudeltà del capitale.
Persone formate al catechismo del pensiero unico neolibersita tireranno fuori la Grecia e l’Italia dal pantano? Quello che sta succedendo è il sacrificio di tutta una società sull’altare delle banche e del sistema finanziario.
Visto che la maggioranza degli economisti dell’estabilishment non pensa (né ha bisogno), tentiamo di comprendere la crisi alla luce di due pensatori che nello stesso anno, il 1944, negli Stati Uniti, ci hanno fornito una illuminante chiave di lettura. Il primo è il filosofo ed economista ungaro-canadese Karl Polanyi con il suo La grande trasformazione (1944; Einaudi, 1974), un In che consiste? Consiste nella dittatura dell’economia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale che ha aiutato a superare la grande Depressione del 1929, il capitalismo ha messo a segno un colpo da maestro: ha annullato la politica, mandato in esilio l’etica e imposto la dittatura dell’economia. A partire dalla quale non si ha più, come si era sempre avuta, una società con mercato, ma una società di solo mercato. L’ambito economico struttura tutto e fa di tutto commercio, sorretto da una crudele concorrenza e da una sfacciata avidità. Questa trasformazione ha lacerato i legami sociali e ha approfondito il fossato fra ricchi e poveri in ogni Paese e a livello internazionale.
L’altro pensatore è un filosofo della scuola di Francoforte, esiliato negli Usa, Max Horkheimer, autore de L’eclissi della ragione (1947; Einaudi 1969). Qui si danno i motivi per la Grande Trasformazione di cui parla Polanyi che consistono fondamentalmente in questo: la ragione non è più orientata dalla verità e dal senso delle cose, ma è stata sequestrata dal processo produttivo e ridotta ad una funzione strumentale «trasformata in un semplice meccanismo molesto di registrazione dei fatti». Deplora che concetti come «giustizia, uguaglianza, felicità, tolleranza, per secoli giudicati inerenti alla ragione, abbiano perso le loro radici intellettuali». Quando la società eclissa la ragione, diventa cieca, perde significato lo stare insieme, rimane impaludata nel pantano degli interessi individuali o corporativi. È quello che abbiamo visto nell’attuale crisi. I premi Nobel dell’Economia, i più umanisti, Paul Krugman e Joseph Stiglitz hanno scritto ripetutamente che i “giocatori” di Wall Street dovrebbero stare in carcere come ladri e banditi.
Ora, in Grecia e in Italia, la Grande Trasformazione si è guadagnata un altro nome: si chiama la Grande Perversione.
* Teologo e filosofo
* Adista/Segni Nuovi, n. 92 del 10/12/2011
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> KARL MARX RISPONDE —- IMPARARE A CONTARE!!! BASTA CON LA FILOSOFIA COME RIMOZIONE DELLA FACOLTA’ DI GIUDIZIO,
23 novembre 2011, di Federico La Sala
RIPENSARE L’ITALIA
RIPENSARE L’EUROPA.
PER IL “RISCHIARAMENTO” (“AUFKLARUNG”) NECESSARIO.
ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI PLATONE DALL’UNO DI KANT, E L’IMPERATIVO CATEGORICO DI KANT DALL’IMPERATIVO DI HEIDEGGER E DI EICHMANN !!!
FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA.
FILOSOFIA, ANTROPOLOGIA E POLITICA. IL PENSIERO DELLA COSTITUZIONE E LA COSTITUZIONE DEL PENSIERO ….

  STATO DI MINORITA’ E FILOSOFIA COME RIMOZIONE DELLA FACOLTA’ DI GIUDIZIO. Una ’lezione’ di un Enrico Berti, che non ha ancora il coraggio di dire ai nostri giovani che sono cittadini sovrani. Una sua riflessione
(Federico La Sala).
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> KARL MARX RISPONDE —-LA CRISI, I RICCHI, LE OLIGARCHIE. Occupy Wall Street – il nome di un movimento che è globale nella sua semplicità, come globale è l’1% — è il segno che la tregua tra oligarchia e democrazia si è interrotta (di Nadia Urbinati).
9 novembre 2011, di Federico La Sala
La crisi, i ricchi e le oligarchie
di Nadia Urbinati (la Repubblica, 08.11.2011)
L’eguaglianza ha fatto il suo grande rientro nella politica quotidiana. Ed è un ospite non gradito per chi tiene le fila delle transazioni finanziarie e delle politiche monetarie. Lo si vede da come i governi hanno accolto la proposta di istituire una tassa sulle rendite patrimoniali – il nostro è all’avanguardia nell’aver escogitato tutte le misure che possono pesare sui molti senza direttamente toccare i pochi (in extremis e nella disperata ricerca di sopravvivere qualche giorno in più tira fuori la proposta di ‘Tobin tax’ ma senza dimostrare di crederci).
Presumibilmente perché a Roma l’oligarchia governa direttamente, senza intermediari. È fuori di dubbio che Silvio Berlusconi sia il più ricco italiano e quindi tra quell’1% che Occupy Wall Street ha individuato come la minoranza che accumula e concentra potere entrando fatalmente in rotta di collisione con la maggioranza e, quindi con l’eguaglianza. Oligarchia e democrazia sono esplicitamente visibili e in tensione.
In un ottimo libro dal titolo chiaro, Oligarchy, uscito per Cambridge University Press pochi mesi fa, Jeffrey A. Winters ci ricorda che la democrazia non elimina l’oligarchia ma la incorpora. Questo lavoro di inclusione dura e ha successo fino a quando l’economia cresce e produce ricchezza alla quale tutti, chi più e chi meno, possono sperare di accedere e, nei fatti, vi accedono anche. Ma quando questa condizione decade, allora la moltitudine comincia a proporre politiche che intaccano le ricchezze e le proprietà dei pochi, politiche fiscali redistributive. È a questo punto che la differenza tra oligarchia e democrazia si mostra con tutta la sua radicalità.
Occupy Wall Street – il nome di un movimento che è globale nella sua semplicità, come globale è l’1% — è il segno che la tregua tra oligarchia e democrazia si è interrotta. Le pressioni delle dirigenze finanziarie e bancarie sulla democrazia greca, ce lo ricordava recentemente Gad Lerner su questo giornale, affinché non ricorra al referendum è il segno di un’escalation del potere oligarchico su quello democratico. E che il popolo greco non vada al referendum è un segno del potere che l’oligarchia ha di fare sentire la sua voce. Ma è anche un segno del fatto che le procedure democratiche stesse possono diventare un problema se il loro uso paventa esiti che possono mettere a repentaglio l’interesse materiale dei pochi. In questo frangente si è buttata alle ortiche la logica del proceduralismo democratico, che i manuali scolastici ci insegnavano a non giudicare dal punto di vista degli esiti ma delle possibilità di determinarli con le nostre autonome forze. Ora invece è proprio l’esito che viene invocato per neutralizzare la procedura. Un rovesciamento pericolosissimo poiché chi ci garantirà che le elezioni non verranno giudicate non opportune perché passibili di interrompere la stabilità di governo?
Il linguaggio per dualismi – “i pochi” e “i molti” – ha un sapore quasi antico, arcaico. Chi sono i pochi? E come denotarli? Non essendo più i pochi che producono dirigendo masse di lavoratori, non possono essere qualificati come capitalisti tradizionali. Sono super-ricchi – nuovi e meno nuovi. Individuabili solo per quantità: 1%. E infatti, quando Aristotele doveva definire il governo democratico lo faceva identificandolo con i poveri, che sono i tanti. Non perché una società democratica sia fatta di poveri, ma per una ragione molto più sottile e che si vede oggi molto bene: perché non appena la questione della ricchezza materiale si fa critica in quanto la sua distribuzione prende vie inegualitarie, allora i molti si rappresentano (e spesso sono) come poveri o impoveriti. A questo punto, il dualismo è una realtà che può essere rappresentata solo con la quantità, e ciò è in sintonia con la democrazia, la quale è un governo fondato sulla quantità (dei voti).
Allora 1% contro 99% diventa la raffigurazione aritmetica dell’identità della democrazia quando il patto tra i molti e i pochi si rompe perché la ricchezza si muove in una direzione soltanto.
Sono molti i casi di lotta oligarchica che il libro di Winters ricostruisce, dall’Atene e Roma classiche, all’Indonesia e le Filippine, da Venezia e Siena, dalle commissioni mafiose negli Stati Uniti e in Italia fino alle famiglie degli indiani Apalachi. Insomma non esiste società senza oligarchia. Gli Stati si possono quindi distinguere tra quelli schiettamente oligarchici e quelli che hanno siglato un compromesso con la democrazia. Nell’Atene classica quel compromesso riuscì per alcuni decenni, benché l’alternativa oligarchica restasse sempre una concreta possibilità visto che le grandi famiglie non accettarono mai il governo dei molti. I governi rappresentativi sono riusciti a correggere questa condizione di endogena precarietà della democrazia traducendo in meccanismi costituzionali il rapporto con “i pochi”, dalla cui collocazione è sempre dipesa la stabilità dei sistemi politici. Consentire a questi di competere attraverso le elezioni è stato un modo per incorporarli – con il contributo dei molti che li eleggono, giudicano, controllano e limitano nel potere.
Il successo delle democrazie rappresentative costituzionali ha corrisposto a due secoli e mezzo di espansione della società di mercato nelle due forme che conosciamo: il capitalismo industriale e, ora, quello finanziario. È stato un successo reso possibile da una condivisione generale degli oneri che ha consentito che il divario tra arricchimento dei pochi e dei molti non fosse fuori controllo. Oggi questo compromesso è rotto. E per molti ordinari cittadini è cominciato un duro periodo di impoverimento – che non è la stessa cosa della povertà. La durezza di questa crisi consiste nel fatto che per la prima volta cittadini che avevano conosciuto per due o tre generazioni un’espansione dei diritti e delle possibilità, si trovano oggi di fronte alla perdita di status, a non potere aver progetti per il futuro. Con la propaganda mediatica, come ci racconta Paul Krugman, che li vuole convincere ad accettare l’impoverimento senza dare loro in cambio alcuna certezza per il domani. In passato quando si trattava di tirare la cinghia si invocava “l’interesse nazionale”, e i super-ricchi erano in molti casi, come gli Stati Uniti, i primi a partecipare. Ma oggi non vogliono condividere gli oneri.
Questa è la gravità dell’attuale tensione tra oligarchia e democrazia: se le due forze si mostrano così bene oggi, se in altre parole l’eguaglianza, anzi la sua violazione, è oggi il tema centrale è perché il patto che mitigava la diseguaglianza e incorporava l’oligarchia dentro la democrazia mostra la corda. Nessuno può allo stato attuale delle cose dire come lo scontro si evolverà. Ma le pressioni dei “mercati” sulla Grecia affinché non convochi i molti a giudizio è un segnale nemmeno troppo velato dei rischi politici che questa crisi contiene. Per la democrazia non si promette nulla di buono.
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> KARL MARX RISPONDE —- Gli Usa rinnegano il mito del capitale. Il ritorno di Karl Marx nel cuore di Wall Street (di Federico Rampini – di Paul Krugman) –
11 ottobre 2011, di Federico La Sala
Il ritorno di Karl Marx nel cuore di Wall Street
Quei ricchi isterici che minacciano i valori americani
di Paul Krugman (la Repubblica, 11.10.2011)
NON sappiamo ancora se i manifestanti del movimento Occupy Wall Street imprimeranno una svolta all’America. Di certo, le proteste hanno provocato una reazione incredibilmente isterica da parte di Wall Street, dei super ricchi in generale. Edi quei politici ed esperti che servono fedelmente gli interessi di quell’un per cento più facoltoso. Questa reazione ci dice qualcosa di importante,e cioè che gli estremisti che minacciano i valori americani sono quelli che Franklin Delano Roosevelt definiva i monarchici economici (“economic royalists”) non la gente che si accampaa Zuccotti Park. Si consideri, innanzi tutto, come i politici repubblicani abbiano raffigurato queste piccole, anche se crescenti dimostrazioni, che hanno comportato qualche scontro con la polizia – scontri dovuti, pare, a reazioni esagerate della polizia stessa – ma nulla che si possa definire una sommossa.
Non c’è stato nulla, finora, di paragonabile al comportamento delle folle raccolte dal Tea Party nell’estate del 2009. Ciò nonostante, Eric Cantor, leader della maggioranza alla Camera, ha denunciato degli «assalti» e «la contrapposizione di americani contro americani». Sono intervenuti nel dibattito anche i candidati alla presidenza del partito repubblicano, il cosiddetto Grand Old Party, con Mitt Romney che accusa i manifestanti di dichiarare una «guerra di classe», mentre Herman Cain li definisce «antiamericani». Il mio preferito, comunque, è il senatore Rand Paul che, per qualche motivo, teme che i manifestanti cominceranno a impossessarsi degli iPads, perché credono che i ricchi non se li meritino.
Michael Bloomberg, sindaco di New York e gigante della finanza a pieno titolo, è stato un po’ più moderato. Pur accusando anche lui i manifestanti di voler «portar via il posto a chi lavora in questa città», una dichiarazione che non ha nulla a che vedere con i reali obiettivi del movimento. E se vi è capitato di sentire i mezzibusti della CNBC, gli avrete sentito dire che i manifestanti si sono «scatenati» e che sono «allineati con Lenin».
Per capire tutto questo, bisogna rendersi conto che fa parte di una sindrome più ampia, nella quale gli americani ricchi, che beneficiano ampiamente di un sistema truccato a loro favore, reagiscono in modo isterico contro chiunque metta in evidenza quanto sia truccato questo sistema.
L’anno scorso, probabilmente lo ricorderete, alcuni baroni della finanza si infuriarono per alcune critiche molto miti fatte dal presidente Obama. Accusarono Obama di essere quasi un socialista perché appoggiava la cosiddetta legge Volcker, che voleva semplicemente impedire alle banche sostenute da garanzie federali di intraprendere speculazioni rischiose. E riguardo alla proposta di metter fine a una scappatoia che permette a molti di loro di pagare delle tasse bassissime, Stephen Schwarzman, presidente del Gruppo Blackstone, ha reagito paragonandola all’invasione nazista della Polonia.
Poi c’è la campagna diffamatoria contro Elizabeth Warren, una riformatrice del sistema finanziario che si candida al senato per il Massachusetts. Recentemente, un suo video su YouTube, in cui spiegava in molto eloquente e comprensibile a tutti perché si debbano tassare i ricchi, ha fatto il giro del web. Non diceva nulla di radicale: era solo una moderna versione della famosa definizione di Oliver Wendell Holmes, secondo la quale «le tasse sono ciò che paghiamo per vivere in una società civile».
Ma se dessimo ascolto ai paladini della ricchezza, dovremmo pensare che la Warren sia la reincarnazione di Lev Trotsky. George Will ha dichiarato che ha un «programma collettivista» e che crede che «l’individualismo sia una chimera». Rush Limbaugh l’ha definita, invece, «un parassita che odia il proprio ospite e che vuole distruggerlo mentre gli succhia il sangue». Ma che sta succedendo? La risposta, di sicuro, è che i Masters of the Universe di Wall Street capiscono, nel profondo del loro cuore, quanto sia moralmente indifendibile la loro posizione. Non sono John Galt; non sono nemmeno Steve Jobs. Sono gente che è diventata ricca trafficando con complessi schemi finanziari che, lungi dal portare evidenti benefici economici agli americani, hanno contribuito a gettarci in una crisi i cui contraccolpi continuano a devastare la vita di decine di milioni di loro concittadini.
Non hanno ancora pagato nulla. Le loro istituzioni sono state salvate dalla bancarotta dai contribuenti, con poche conseguenze per loro. Continuano a beneficiare di garanzie federali esplicite ed implicite – fondamentalmente, siamo ancora in una partita in cui loro fanno testa e vincono, mentre i contribuenti fanno croce e perdono. E beneficiano anche di scappatoie fiscali grazie alle quali, spesso, gente che ha redditi multimilionari paga meno tasse delle famiglie della classe media. Questo trattamento speciale non sopporta un’analisi approfondita e, perciò, secondo loro, non ci deve essere nessuna analisi approfondita. Chiunque metta in evidenza ciò che è ovvio, per quanto possa farlo in modo calmo e moderato, deve essere demonizzato e cacciato via. Infatti, più una critica è ragionevole e moderata, più chi la porta dovrà essere immediatamente demonizzato, come dimostra il disperato tentativo di infangare Elizabeth Warren.
Chi sono, dunque, gli antiamericani? Non i manifestanti, che cercano semplicemente di far sentire la propria voce. No, i veri estremisti, qui, sono gli oligarchi americani, che vogliono soffocare qualsiasi critica sulle fonti della loro ricchezza.
© 2011 New York Times News Service. Traduzione di Luis E. Moriones)
E gli Usa rinnegano il mito del capitale
Il movimento anti-Wall Street che da giorni scende in piazza ha scelto il proprio “guru”. E, a sorpresa, ha rispolverato Marx e le sue teorie. Nella nazione in cui parlare male dei miliardari era diventato un tabù, sembra l’inizio di una svolta rispetto agli ultimi 30 anni segnati dall’egemonia culturale dell’edonismo reaganiano
di Federico Rampini (la Repubblica, 11.10.2011)
NEW YORK C’è un nuovo guru i cui testi sono diventati un’ispirazione per Wall Street: è un tedesco barbuto, si chiama Karl Marx. A riscoprire l’autore del “Capitale” e del “Manifesto del partito comunista” non sono soloi giovani che da tre settimane protestano contro i soprusi dei banchieri. Il movimento “Occupy Wall Street” è arrivato secondo in questa riscoperta. Il revival di Marx era già iniziato altrove: ai piani alti di quegli stessi grattacieli di Downtown Manhattan, contro cui i manifestanti gridano i loro slogan. Michael Cembalest, capo della strategia d’investimento per la JP Morgan Chase, in una lettera riservata ai clienti Vip della sua banca scrive che «i margini di profitto sono ai massimi storici da molti decenni e questo si spiega con la compressione dei salari».
Cembalest riecheggia ampiamente l’analisi di Marx sulle crisi di sovrapproduzione, provocate da un capitalismo che comprime il potere d’acquisto dei lavoratori. Sottolinea che a fronte dei profitti-record c’è «un livello salariale sceso ai minimi da 50 anni, sia se lo si misura in percentuale del fatturato delle imprese, sia in proporzione al Pil americano». Tre suoi colleghi di Citigroup, altro colosso bancario di Wall Street, nei loro studi per i clienti descrivono gli Stati Uniti come una «plutonomia, dominata da una ristretta élite del denaro».
La rivista The New Republic parla di “bolscevismo alla Brooks Brothers”: è la riscoperta delle teorie classiche del padre del comunismo da parte di chi indossa le celebri camice che sono uno status-symbol della élite di Manhattan. La rivista economico-finanziaria Bloomberg Businessweek intitola un reportage “Marx to Market, come la crisi ha reso le sue teorie rilevanti”. Cita un altro esperto di una grande banca, George Magnus della Ubs, secondo il quale l’attuale livello di disoccupazione può essere descritto come «l’esercito industriale di riserva» di Marx: un’arma in mano ai capitalisti per ricattare chi ha lavoroe comprimerei livelli retributivi. Il capitalismo – sostiene Bloomberg Businessweek – ha cercato di ovviare alla depressione dei consumi con la finanza creativa e cioè offrendo all’esercito dei nuovi poveri un credito a buon mercato: ma lo scoppio della bolla dei mutui subprime ha interrotto quell’illusione.
Il pensiero marxiano torna a fiorire nelle aule universitarie, e non solo nei corsi di scienze politiche e di storia che non lo avevano mai completamente dimenticato. Alla University of Santa Cruz, California, un circolo interdisciplinare di lettura e commento dei testi del grande Karl, di Friedrich Engelse di Antonio Gramsci si è formato attorno al Dipartimento di Scienze Ambientali, dove abitualmente si prediligono chimica e biologia. Aumentano gli abbonamentia The Nation, l’unica rivista storica della sinistra americana che non ha mai ripudiato il marxismo; la sua direttrice Katrina Vanden Heuvel è un’opinionista corteggiata dai network televisivi Abc, Cnn, Msnbc, Pbs.
Per il pubblico di massa, la tv ha appena lanciato due serial praticamente sovversivi. Basta “Sex and the City”e altre storie eroticofrivole da borghesi spendaccioni, roba datata pre-recessione. Ora vanno in onda “2 Broke Girls” storia di due ragazze spiantate (vedi il titolo) che faticano per sopravvivere coni magri salari da cameriere. Sul network Abc il serial del momentoè “Revenge”, dove la protagonista trama vendette contro i banchieri e altri privilegiati che hanno rovinato suo padre. Gli episodi si svolgono agli Hamptons, la località di villeggiatura marittima dei miliardari newyorchesi, luogo ideale per chi voglia punire i capitalisti. L’attrice Madeleine Stowe che recita da protagonista della “Vendetta”, è convinta che «in questo particolare momento della nostra storia, l’americano medio vuol vederei ricchi messi al tappeto».
E’ un inizio di svolta rispetto agli ultimi trent’anni, segnati dall’egemonia culturale dell’”edonismo reaganiano”? Questa è la nazione dove parlar male dei ricchi era diventato un tabù, perché il dogma dell’American Dream è che un giorno ricchi lo saremo tutti. Per anni in cima alla classifica dei best-seller si sono avvicendati libri come “Secrets of the Millionaire Mind”, “The Millionaire Next Door”, “Rich Dad Poor Dad”: i lettori sembravano ossessionati dalla voglia di carpire i segreti del milionario della porta accanto, il suo modo di pensare, i metodi con cui educai suoi figli. Perfino le chiese evangeliste si erano adeguate, scordandosi della parabola sul “riccoe la cruna dell’ago” avevano abbandonato il Vangelo di Matteo a favore di un culto della prosperità: successoe ricchezza come segni della predestinazione divina. Ora tutto ciò sembra invecchiato di colpo, di fronte all’efficacia dello slogan di “Occupy Wall Street”: «Siamo il 99%, riprendiamoci un’America cheè stata sequestrata dall’1% dei plutocrati».
I manifestanti sono ancora un minoranza, ma dietro di loro c’è una realtà terribile. La recessione del 2007-2009 ha lasciato 25 milioni di americani senza lavoro e ha tagliato del 3,2% i redditi di chi ancora ha un posto. Dopo quella botta le cose non sono affatto migliorate, anzi: dal giugno 2009 al giugno 2011 il reddito della famiglia media è sceso ancora di più, meno 6,7%. Nel frattempo per i ricchi nulla è cambiato. E non importa se siano incompetenti: Léo Apotheker, il disastroso chief executive di Hewlett-Packard defenestrato dal Consiglio d’amministrazione il mese scorso, è stato ringraziato con un “premio di licenziamento” di 13 milioni di dollari che si aggiungono a quello che lui aveva guadagnato di stipendio normale cioè 10 milioni in soli 11 mesi. Il suo collega chief executive di Amgen (biotecnologie) se n’è andato con 21 milioni di stipendio annuo dopo che il valore dell’azienda in Borsa era caduto del 7%e lui aveva licenziato 2.700 dipendenti.
Barack Obama ha colto il cambiamento di clima e da un paio di settimane il suo tono è un po’ più radicale. Ha proposto la tassa sui milionari, sfidando la destra a bocciargliela al Congresso. Ha espresso «comprensione» per il movimento “Occupy Wall Street”, noncurante del fatto che la polizia di New York ne abbia arrestato 700 aderenti per il blocco illegale del ponte di Brooklyn. Subito da destra è partita contro il presidente l’accusa di «fomentare l’odio di classe» (Rick Perry), di «incitare alla lotta di classe» (Mitt Romney). Sembrano riecheggiare Ronald Reagan, il padre storico dei neoconservatori, quando diede la sua versione della discriminante tra destra e sinistra: «Noi aumentiamo la ricchezza nazionale perché tutti abbiano di più, loro redistribuiscono quello che abbiamo già, cioè spartiscono la povertà».
Ma il Verbo reaganiano ha perso credibilità, dopo trent’anni di regressione delle classi lavoratrici e del ceto medio. Sotto lo shock di questo declino della middle class, si cominciaa riscoprire che gli anni d’oro dell’American Dream furono segnati proprio dalla lotta di classe: all’epoca dei presidenti democratici Woodrow Wilson e Franklin Roosevelt c’erano potenti forze socialiste nel paese; sotto John Kennedy e Lyndon Johnson la piena occupazione coincise con il massimo potere contrattuale dei sindacati.
David Harvey, il 75enne storico e geografo che ha sempre insegnato Marx ai suoi studenti (prima a Oxford poi a Johns Hopkins) è convinto che la storia si ripete: come ai tempi della Grande Depressione, «in mano al capitalismo sregolatoe alla destra, l’economia di mercato va verso l’autodistruzione». Un segnale arriva perfino dalla superpotenza governata da un partito che si definisce comunista.
In Cina l’attenzione verso “Occupy Wall Street” è intensa, sul blog Utopia animato da accademici nostalgici del maoismo quella protesta viene definita come «l’inizio di una rivoluzione che spazzerà il mondo». E non si limiterà agli Stati Uniti: secondo quei blogger cinesi «i paesi emergenti hanno lo stesso destino, le stesse sofferenze, gli stessi problemie gli stessi conflitti; di fronte a una élite globale che è il comune nemico, i popoli hanno una sola opzione, unirsi per rovesciare lo strapotere delle oligarchie capitalistiche». Come diceva Lui: proletari del mondo intero…
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> KARL MARX … RENDE OMAGGIO A FULVIO PAPI. —- Trent’anni di questione morale. La questione – sia per Berlinguer sia per Napolitano – prima che un problema giuridico, era uno stile di vita (di Luca Telese – La fine dell’innocenza
10 luglio 2011, di Federico La Sala
La fine dell’innocenza
di Luca Telese (il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2011
L’intervista rilasciata da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari contiene una scudisciata che il giorno dopo farà sobbalzare i lettori di La Repubblica e metà della classe politica italiana: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”. Nessun leader, nel tempo della prima repubblica, con l’esclusione dell’antisistema Marco Pannella – aveva mai osato tanto. Sono passati trent’anni da quel giorno. Trent’anni di questione morale. Trent’anni di rabbia e di oblio.
È stato esattamente trent’anni fa, che in una estate calda come questa Enrico Berlinguer ha coniato – in una intervista che sarebbe entrata in tutti gli archivi – una locuzione destinata a raccontare l’Italia di allora, quella di Mani pulite (che sarebbe arrivata undici anni più tardi) e – purtroppo – anche quella che stiamo vivendo, nel tempo dei pizzini, degli appalti facili, delle p3 e della P4, dei contributi spontanei alle fondazioni “amiche”. Intervista “profetica”, si disse. Ma in realtà nata con un processo di elaborazione che in Berlinguer fu tutt’altro che rapido.
Oggi Scalfari ricorda quel giorno con una nitidezza cristallina: “Parlammo ore. Segnai pochi appunti e poi ricostruii di getto tutta l’architettura del discorso. Berlinguer era uno dei pochi politici che mi considerava e di cui mi consideravo amico. Poteva capitare che cenassimo insieme, a casa mia o a casa sua. Ancora più frequentemente a casa di Tonino Tatò. Ma quando poi l’intervista era scritta, con lo stesso Tatò iniziava un lavoro minuzioso di limatura. Di quell’intervista – aggiunge il fondatore di La Repubblica – toccammo poco o nulla. E mi accorsi subito che la sua portata avrebbe trasceso quella della cronaca politica”.
ERA L’ITALIA che esce faticosamente dagli anni di piombo. L’Italia del terremoto, di Vermicino, delle lacrime di Sandro Pertini. Ed è il Pci che sta abbandonando la Solidarietà Nazionale e l’accordo con la Dc per passare all’opposizione. Ma lo strappo che questa svolta produce nel partito non è, e non può essere, indolore.
Lo scontro che è già nell’aria prende corpo quasi improvvisamente, anche perché, il grande critico della svolta ha il nome del dirigente più pesante nel gruppo dirigente di quel Pci: Giorgio Napolitano. Sono curiosi i paradossi della storia, quando passano trent’anni. Oggi forse Napolitano, che fu il fiero oppositore di quella svolta, limerebbe molte delle sue critiche del 1981 a Berlinguer, e condividerebbe molte delle sue affermazioni. E probabilmente Massimo D’Alema, che allora era un sostenitore del segretario, oggi lo criticherebbe.
Si disse che quel dialogo del segretario del Pci con Scalfari era stato l’atto fondativo dell’antipolitica: oggi, dopo tutto quello che la politica ci ha regalato, possiamo forse dire che quella critica drastica era (ed è) l’unica possibilità di salvezza della politica pulita. “I partiti – diceva Berlinguer – sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi – sosteneva – comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune”. In quei giorni, secondo la migliore tradizione del gruppo dirigente comunista, le ragioni della politica contingente vennero dissimulate dietro la disputa di dottrina. Napolitano aveva scelto di attaccare Berlinguer, partendo da lontano. Ovvero dall’editoriale che doveva scrivere per commemorare l’anniversario della morte di Togliatti, ma usando Togliatti per criticare Berlinguer su tre punti: il giudizio sul degrado dei partiti, la denuncia inappellabile che Berlinguer faceva sulla questione morale, la chiusura netta che il segretario del Pci opponeva a Craxi, il rifiuto della via socialdemocratica in nome della cosiddetta “terza via” fra socialismo reale e capitalismo.
Ma il giudizio più duro era quello sulla società italiana e sul suo degrado: “I partiti – diceva il segretario del Pci – hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali,gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali”. Parole che sarebbero passate alla storia come il manifesto della “Diversità”.
“Io – diceva il segretario – credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità”. E Scalfari: “Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?”. Berlinguer ovviamente negava: “Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Ma noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato”.
Per Napolitano era troppo. Racconterà di aver telefonato a Gerardo Chiaromonte: “Eravamo entrambi sbigottiti: in quella clamorosa esternazione coglievamo un’esasperazione pericolosa come non mai, una sorta di rinuncia a fare politica, visto che non riconoscevamo più nessun interlocutore valido, e negavamo che gli altri partiti, ridotti a macchine di potere e di clientela esprimessero posizioni e programmi con cui confrontarci”.
Insomma, lo spettro della cosiddetta “antipolitica”, e l‘esaltazione del primato dei partiti, il dilemma su cui ancora oggi si dibatte a sinistra, (a partire dal celebre discorso di D’Alema a Gargonza che preconizzò la fine dell’Ulivo nel 1996). Il primo segnale premonitore della Questione morale a sinistra, era arrivato da Torino, con lo scandalo Zampini. Un imprenditore era andato dal sindaco comunista Diego Novelli dicendo di aver pagato una tangente. Novelli (berlingueriano di ferro) anziché insabbiare disse: “Lei deve andare dal magistrato”.
Nel 1992-93, nel ciclone di Tangentopoli, emersero le confessioni di un segretario di federazione milanese, Cappellini, che ammetteva di aver preso tangenti e di “averle buttate nel calderone dei bilanci delle feste dell’Unità”. Parole che sconvolsero i militanti di base, insieme alle rivelazioni successive che riguardavano pagamenti per la metropolitana di Milano, e poi l’epopea del compagno “G”, alias primo Greganti, e quella della tangente “scomparsa” alle soglie di Botteghe Oscure su cui indagò (senza trovare prove definitive) il pm Di Pietro. Achille Occhetto arrivò a proclamare, contro la corruzione, “una seconda Bolognina”.
Poi i piccoli smottamenti di costume come l’entusiastico grido di Piero Fassino al telefono con Giovanni Consorte: “Abbiamo una banca?”. Proprio Fassino, nel suo Per passione, aveva ricostruito l’ultima parte della vita di Berlinguer come un partita a scacchi bergmaniana con Craxi, dove il segretario muore un attimo prima che l’altro gli faccia scacco matto. Parole di pessimo gusto, in ogni caso. Soprattutto alla luce degli scandali “sinistri” di questi giorni. Ha detto Pierluigi Bersani al Messaggero: “Nel nostro partito non c’è nessuna questione morale”. Ma la questione morale – sia per Berlinguer sia per Napolitano – prima che un problema giuridico, era uno stile di vita.
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> KARL MARX RISPONDE —- IL GRANDE INQUISITORE E I DODICIMILA SANTI. Il tradimento delle élites democratiche e delle forze politiche (di Lucia Ceci –
8 luglio 2011, di Federico La Sala
GLI APPRENDISTI STREGONI E L’EFFETTO “ITALIA”. LA CLASSE DIRIGENTE (INCLUSI I GRANDI INTELLETTUALI) CEDE (1994) IL “NOME” DEL PAESE AL PARTITO DI UN PRIVATO. Che male c’è?!
COSTITUZIONE, LINGUA E PAROLA…..
IL BERLUSCONISMO E IL RITORNELLO DEGLI INTELLETTUALI

  Zagrebelsky e C.

  Non date la colpa al Papa

  di Lucia Ceci (il Fatto/Saturno, 08.07.2011)
F. Cassano, L’umiltà del male, Laterza, pagg. 96, • 14
E. Mauro – G. Zagrebelsky, La felicità della democrazia, La-terza, pagg. 192, • 15 LA FINE DI UNA stagione si consuma sempre con una resa dei conti: chi è stato responsabile di cosa. Negli italici confini del secolo breve è capitato almeno tre volte: Caporetto, 8 settembre, tangentopoli. Il redde rationem investe le persone, i fatti, le cose. Ma gli intellettuali sono interessati anche ad altro: le cause. Accade dunque, nel crepuscolo del berlusconismo, che i professionisti dell’analisi di lungo periodo si adoperino per individuare il vizio d’origine di tanto sfa-celo. E poiché la scena, con le notti di Arcore, si consuma su un terreno etico in cui il privato si mesce col pubblico e ha il volto seducente e da tutti decifrabile di una prostituta minorenne, appare naturale chiamare in causa l’azionista di maggioranza dell’ethos pubblico italiano: la Chiesa cattolica.
In questi mesi di crisi torna a riaffacciarsi il teorema che evoca la presenza del papato nel territorio nazionale quale forza fiaccatrice degli anticorpi civili : dal fascismo a Scilipoti, passando per l’evasione fiscale, la corruzione, il bunga-bunga. Così, più che in altri momenti, ci troviamo a imparare da Ezio Mauro come, nello sfacelo delle istituzioni democratiche, la «riconquista» dei vescovi sia «quasi un Dio italiano che cammina, una sorta di via italiana al cattolicesimo».
E contemporaneamente ci imbattiamo nel dito di Gustavo Zagrebelsky, puntato contro «l’enorme concentrazione di potere mondano» di cui la Chiesa dispone. E nei suoi profetici richiami perché essa si purifichi dai beni della terra e dal potere sulla terra. Pena la salvezza della laicità e, dunque, della democrazia. Una Chiesa di santi. Una laicità senza se e senza ma.
Eppure non si può mettere sulle spalle di Pietro il peso dei guasti della democrazia in Italia. Ora è vero che la gerarchia cattolica ha rinunciato da troppo tempo a parlare di Dio. E sente piuttosto il dovere di intervenire su temi lontani dalle Sacre Scritture e dalle vite concrete delle donne e degli uomini. Che vuole raggiungere direttamente il legislatore nelle pieghe di un tessuto politico fragile e gregario. Ma non si può ignorare che l’essere cattolici si riduce all’esser stati battezzati, che i vescovi orientano sempre meno le menti, le scelte morali, le decisioni elettorali degli italiani. La longa manus della Chiesa (così la chiamano Mauro e Zagrebelsky) riesce solo a muovere un ceto politico impegnato nella spartizione di prebende, il cui cinismo resiste ai colpi di ogni indignazione.
Da parte mia mi sottrarrei volentieri al compito di individuare il germe che fornisce la cifra specifica del deficit di etica pubblica nell’Italia di oggi. Perché non sono capace di fare un ragionamento semplificato. Avrei bisogno di tirare in ballo crisi del sistema dei partiti, mutamenti di assetti internazionali, tradizioni civiche, culture politiche, guelfi e ghibellini. E il ragionamento sarebbe meno incalzante. Una cosa però la voglio dire.
Se proprio non posso sottrarmi alla semplificazione tirerei in ballo il tradimento delle élites democratiche e delle forze politiche che dal 1994 in avanti le hanno rappresentate. Perché in 17 anni di berlusconismo hanno guidato il Paese per 101 mesi, cioè 8 anni e mezzo, se mettiamo insieme i governi Dini, Prodi, D’Alema, Amato. Perché il loro narcisismo etico – per usare una categoria centrale nell’ultimo libro di Franco Cassano, L’umiltà del male – il loro atteggiamento di superiorità morale le ha rese incapaci di una mobilitazione in grado di innervare la politica.
Se il Grande Inquisitore è riuscito ad avvelenare i pozzi non è solo per la sua potenza, ma anche perché il campo gli è stato lasciato libero dalla presunzione di quelli che Dostojevski nella sua Leggenda chiama i dodicimila santi.
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> KARL MARX … RENDE OMAGGIO A FULVIO PAPI. —– GIUDICARE E VALUTARE: SONNO DOGMATICO, STATO DI MINORITA’, E INCAPACITA’ DI GIUDIZIO.
7 luglio 2011, di Federico La Sala

  SONNO DOGMATICO, STATO DI MINORITA’, E INCAPACITA’ DI GIUDIZIO. DIO E’ AMORE (“Charitas”) O MAMMONA (“Caritas”)?! CARDINAL RAVASI, NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? SI TRATTA DELLA PAROLA FONDANTE E DISTINTIVA DELLA FEDE CRISTIANA!!! Ha dimenticato l’esortazione di Papa Wojtyla (“Se mi sbalio, mi coriggerete”)?!

  LA FACOLTA’ DI GIUDIZIO E IL MAGISTERO DEI SANTI PADRI DELLA CHIESA CATTOLICA DI OGGI. Il cardinale Ravasi si rende conto che “è grave atrofizzare la facoltà, di cui è dotata la nostra mente, di sceverare tra vero e falso”, ma continua a fare “sogni d’oro”! Un suo “mattutino” – con alcune note, a c. di Federico La Sala

  GIUDICARE E VALUTARE. (…) Montaigne, nei suoi Saggi non esitava ad affermare che «la cura e la spesa dei nostri padri mirano solo a riempirci la testa di sapere; di giudizio e di virtù, non se ne parla nemmeno!»
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> KARL MARX …. RENDE OMAGGIO A FULVIO PAPI. —- Pd e amalgama. Arriva un cattolico a casa Gramsci. A Claudio Sardo, nuovo direttore dell’Unità, i primi «cordiali auguri» dall’Osservatore Romano, organo ufficiale della Città del Vaticano (di Daniela Preziosi).
6 luglio 2011, di Federico La Sala
VIVA L’ITALIA. LA QUESTIONE “CATTOLICA” E LO SPIRITO DEI NOSTRI PADRI E E DELLE NOSTRE MADRI COSTITUENTI. Per un ri-orientamento antropologico e teologico-politico.

  Pd e amalgama

  Arriva un cattolico a casa Gramsci

  di Daniela Preziosi (il manifesto, 6 luglio 2011)
Non capita spesso che i primi «cordiali auguri» a un nuovo direttore dell’Unità arrivino dall’Osservatore Romano, organo ufficiale della Città del Vaticano. Anzi, fin qui non era nell’ordine delle cose, nonostante il crollo del Muro e via scendendo.
È capitato ieri a Claudio Sardo, il primo cattolico (dichiaratamente tale, non solo in interiore homine) che dirigerà, dall’8 luglio, il giornale fondato da Gramsci. Sostituisce Concita De Gregorio, contratto scaduto e non rinnovato con i ringraziamenti della casa, nonostante la riconsegna delle chiavi a quota 38mila, meno 10mila copie di quelle che le aveva lasciato Antonio Padellaro.
Formalmente il Pd non c’entra con la nomina decisa dalla Nie, e in persona dall’editore Renato Soru, arrivato nel 2008 da presidente della Sardegna con la nuova stagione veltroniana, poi disarcionato e fra le concause della successiva ’walterloo’. Ma il vento è cambiato e l’editore, che ora punta sul suo nuovo Sardegna 24, si vuole disimpegnare. E così chiama il notista del Messaggero (e segretario della Stampa parlamentare) che, insieme allo storico Miguel Gotor ha firmato il libro-intervista di Bersani, «Per una buona ragione». L’ottima ragione di Soru è che così il Pd non potrà tirarsi indietro nel ’facilitare’ la sua uscita. L’ottima ragione di Bersani è che oltretutto le ultime interviste di Sardo al giornale di Caltagirone sono state D’Alema, Casini, oltreché lo stesso segretario Pd: più che articoli, un’alleanza di governo.
«Ma no, quello a cui potrei contribuire piuttosto è alla costruzione di un’alleanza fra società, movimenti e politica», replica Sardo. Che è cattolico, «di sinistra» ma soprattutto persona prudente. E non dimentica che la sua predecessora rischiò il collo raccontando la linea editoriale a un periodico prima che alla redazione. «Rispetteremo le radici dell’Unità e cercheremo di dare un contributo alla nuova identità plurale del Pd. Sapendo che non tutte le antinomie sono componibili. Dando priorità alla questione sociale. Ma l’Unità è un giornale, faremo giornalismo».
Su Gramsci ovviamente non c’è discussione, «importantissimo per la cultura italiana, come decisivo è stato l’apporto del Pci». Quanto al suo essere cattolico, «la cultura religiosa è spesso un apporto decisivo alla partecipazione e a un tessuto sociale solidale». Tanto basta per zittire i Fioroni e i D’Ubaldo.
Sardo è un ex aclista dell’era di Domenico Rosati, ai tempi ne ha anche diretto il settimanale. Ha certo un’allure meno scapigliata della tuttavia pettinatissima De Gregorio, che è approdata all’unità da Repubblica con nel curriculum un po’ di cose di sinistra, persino un libro sul G8 di Genova.
Tutto congiurerebbe contro di lui, dalla gioia dell’Udc a un entusiasmo che D’Alema e i dalemiani hanno messo in circolo per la sua nomina. Ma che Sardo non abbia il profilo del normalizzatore lo dimostra il fatto che la redazione – stanca di fili rossi e direttrici in tv – ha accolto con un comunicato affettuoso il «professionista serio e autorevole» a cui offre «massima collaborazione».
Lui ha ricambiato con un gesto di quelli che dicono cose, una prima informale visita alla redazione già lunedì, stringendo la mano a colleghi e poligrafici. Dettagli: la direttrice a metà giugno ha preso le ferie, e fin qui di saluti non se n’è visti.
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> KARL MARX RISPONDE —- CIBO MATERIALE E CIBO SPIRITUALE: UNA SOLA GRANDE SPECULAZIONE TEOLOGICO-POLITICA ED ECONOMICA! La Conferenza della Fao e l’intervento di Benedetto XVI.
1 luglio 2011, di Federico La Sala

   L’EUCHARISTIA E IL “DEUS CARITAS” DI BENEDETTO XVI. LA GRAZIA DEL DIO DI GESU’ E’ *BENE COMUNE* DELL’INTERA UMANITA’, MA IL VATICANO LA GESTISCE COME SE FOSSE UNA SUA PROPRIETA’. Una miseria senza fine dell’intera gerarchia vaticana …

   FAME NEL MONDO?! CIBO MATERIALE E CIBO SPIRITUALE: UNA SOLA GRANDE SPECULAZIONE TEOLOGICO-POLITICA ED ECONOMICA! La Conferenza della Fao e l’intervento di Benedetto XVI. Una nota sull’evento – con appunti sul tema
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA —- UNO SCHIAFFO DI LUCIANA CASTELLINA A TUTTA LA FILOSOFIA ITALIANA. Avere il coraggio di continuare a pensare il non ancora pensato.
30 giugno 2011, di Federico La Sala

  ANTROPOLOGIA, POLITICA, E FILOSOFIA: “SAPERE AUDE!” (I.KANT, 1784).NON SIAMO ALLA FINE DELLA STORIA. Ridisegnare un mondo migliore …

  UNO SCHIAFFO DI LUCIANA CASTELLINA A TUTTA LA FILOSOFIA ITALIANA. Avere il coraggio di continuare a pensare il non ancora pensato. Il suo testo, con una nota – a cura di Federico La Sala

  Le donne, gli uomini e la più grande bugia della storia. C’è una bugia storica che non può essere svelata declassificando documenti segreti, come è stato per le Carte del Pentagono o per le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. A dirla sono le nostre moderne democrazie. (…)
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA. —- “SCORPIONE E FELICE”. RIDENDO E SCHERZANDO, MARX TROVA “LA PIETRA FILOSOFALE” DEL SUO CAMMINO
3 maggio 2011, di Federico La Sala

   MARX E LA CRITICA DELL’ECONOMIA TEOLOGICO-POLITICA. ” Me ne stavo seduto pensieroso, misi da parte Locke, Fichte e Kant e mi dedicai a una profonda ricerca per scoprire in che modo una lisciviatrice può essere connessa al maggiorascato, quando mi trapassò un lampo (…)” (K. Marx, “Scorpione e Felice”).

  “SCORPIONE E FELICE”. RIDENDO E SCHERZANDO, MARX TROVA “LA PIETRA FILOSOFALE” DEL SUO CAMMINO.
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA. —- Ci sono gli errori politici marxiani ma la visione di capitalismo e finanza è valida. Eric Hobsbawm fa il punto su una teoria controversa e vitale (di Bruno Gravagnuolo – Siamo seri, torniamo al dottor Karl Marx)
8 giugno 2011, di Federico La Sala
Eric Hobsbawm 60 anni di studi in un volume che fa il punto su una teoria controversa e vitale
La profezia. Ci sono gli errori politici marxiani ma la visione di capitalismo e finanza è valida
Siamo seri, torniamo al dottor Karl Marx
Saggi di ieri e di oggi nell’ultimo volume dello storico britannico di origini ebraiche nato ad Alessandria d’Egitto nel 1917. E una nuova tesi: il secolo breve finito nel 1989 torna ad allungarsi col ritorno di Marx dopo il 2008.
Ci sono anche delle pagine inedite sul pensiero di Antonio Gramsci nel libro che raccoglie alcuni saggi su Karl Marx e il marxismo dello storico, icona della sinistra anglosassone, convinto che «il superamento del capitalismo» resti tuttora una prospettiva «plausibile».
di Bruno Gravagnuolo (l’Unità, o8.06.2011)
Inattesa fortuna. Già prima del 2008 le «azioni» del pensatore di Treviri si erano alzate «Taking Marx seriusly», prendere Marx sul serio. Di nuovo. È ora di farlo. La tesi di Eric Hobsbawm, grande storico marxista, riassunta nell’ultima pagina del suo ultimo libro, è tutta qui: Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo. Non è una tesi riduttiva e nemmeno scontata, benché Karl Marx un ruolo rilevante lo abbia sempre avuto nelle idee e nei conflitti del mondo. Anche nei periodi di peggior fortuna del suo pensiero, e prima che tornasse di moda… Non è riduttiva perché allude a un giudizio analitico di base che pervade tutto libro: mai come oggi la «chiave marxiana» apre le porte dell’economia globale e delle sue crisi deflagranti. Di là del fatto incontrovertibile che le soluzioni politiche prospettate da Marx si siano rilevate fallimentari. Abbiano generato effetti perversi, o diversi rispetto alle attese (neodispotismi asiatici, nazionalcomunismi, riformismi socialdemocratici).
E allora approfondiamo la tesi di base di Hobsbawm, il cui libro è fatto per metà di cose già pubblicate, come i saggi della Storia del Marxismo Einaudi, e per metà di cose più recenti, come nel caso dell’ultimo saggio, quello dedicato al ritorno clamoroso di Marx con lo tsunami finanziario del 2008 (Marx e il Movimento operaio, il secolo lungo). Il primo punto è il seguente: il lavoro dipendente è la stragrande maggioranza delle forze produttive, sia in Europa che su scala globale. Anche se nel vecchio continente la classe operaia è (ancora) pari a circa un terzo del totale. Il che liquida tante false retoriche sociologiche sul trionfo del lavoro autonomo. Non c’è impoverimento assoluto, ma crescita dentro una forbice, che vede le ineguaglianze crescere esponenzialmente (con redistribuzioni tra poveri). Secondo: il ceto medio si assottiglia e la ricchezza si concentra verso l’alto, in modo sempre più anonimo e incontrollato.
La crisi del 2008, rileva Hobsbawm, è frutto di un’economia a debito privato sul quale si è costruito un gigantesco castello finanziario, poi franato. Al contempo i salari si sono abbassati per via della tecnologia, della precarietà e della concorrenza mondiale tra salariati, usati come immenso esercito di riserva da comprimere flessibilmente. Tutto questo nel quadro dello smantellamento delle protezioni di welfare, che generavano inflazione, e dell’ascesa di economie emergenti capaci di produrre a costi tali da metere in ginocchio il primo mondo. Che a un certo punto ha cominciato a delocalizzare gli investimenti.
Conclusione: ce ne è abbastanza per rendere attuale Marx. Che scommetteva esattamente su crolli ciclici del mercato, determinati da incrementi del macchinario (capitale fisso) e decrementi di quello «variabile»: salari. Sempre più incapaci di assorbire o di stimolare la produzione (a meno di non drogare il tutto con il credito al consumo, che ha prodotto lo tsunami negli Usa). Infine, aggiunge Hobsbawm, il saccheggio mercatista della natura con l’esaurimento delle fonti non rinnovabili, incrementa costi e rischi, spiantando economie di autosussistenza e generando migrazioni incontrollate. E quindi: complessità della crisi globale all’apice. E vittoria delle merce come forma dominante. Nella spettralità del consumo-immagine, e delle attese finanziarie, che a loro volta destabilizzano le econome degli stati sovrani, sempre più indebitati (nel pubblico e nel privato).
Fin qui in Hobsbawm la pars destruens. Che include critiche all’incapacità in Marx di concepire istituzionalmente la democrazia, per lo più intesa da lui solo come «maschera giuridica borghese» e non anche come forza propulsiva ideale e materiale (con i risultati totalitari che ben conosciamo). E la pars construens? Qui cominciano le difficoltà. Perché lo storico britannico non riesce a indicarla con precisione. Due le sue ricette: una nuova idea di stato-nazione, che a suo (giusto) avviso non declina affatto e che resta l’unica entità in grado di associare i cittadini alle politiche. Uno stato-nazione collaborativo con altri stati, dentro entità sovranazionali più vaste, che concorra a regolare diritti, salari, fisco e meccanismi finanziari. Seconda idea: una generale idea di società cooperativa che ripristini l’alleanza tra democrazia e mercato e stia in guardia contro l’anarchia selvaggia del capitalismo.
Insomma, se ben capiamo, una proposta neokeynesiana bilanciata da regole transnazionali, per rilanciare l’accumulazione con politiche pubbliche volte ad accrescere i salari e redistribuire la ricchezza. Incluso il «valore d’uso» di una natura non depredata. Ma qui il discorso, con l’inversione del ciclo liberista post-2008, è solo agli inizi. E l’agenda sarebbe lunghissima: dall’invenzione di una finanza sociale e democratica, alla lotta contro gli sprechi del ceto politico. Fino a intravedere forme nuove di socialismo: economia civile, cooperativa e solidale. Con politiche industriali e di sdoganamento del ruolo dello stato (purché non sprechi e funzioni). Intanto però contentiamoci della proposta di uno dei massimi storici viventi: riprendiamo sul serio Marx.
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA. —- Hobsbawm: la crisi finanziaria rilancia la lezione di Marx (di Antonio Carioti)
17 gennaio 2011, di Federico La Sala
Hobsbawm: la crisi finanziaria rilancia la lezione di Marx
di Antonio Carioti (Corriere della Sera, 17.01.2011)
Ci sono anche delle pagine inedite sul pensiero di Antonio Gramsci nel nuovo libro dello storico inglese Eric Hobsbawm, che sta per uscire in Gran Bretagna. Il volume, intitolato How to Change the World (Little, Brown &Company, pp. 480, £ 25) raccoglie alcuni saggi già pubblicati su Karl Marx e il marxismo, più altri scritti nuovi riguardanti l’attualità del filosofo tedesco rispetto alla crisi che ha investito l’economia mondiale. E il titolo, «Come cambiare il mondo» , rende subito l’idea della posizione di Hobsbawm, icona della sinistra anglosassone, convinto che «il superamento del capitalismo» resti tuttora una prospettiva «plausibile» .
In una lunga intervista apparsa ieri sull’ «Observer» , a cura di Tristram Hunt, lo studioso presenta il libro e celebra una sorta di rivincita intellettuale sui teorici del neoliberismo, egemoni per lungo tempo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, che predicano «la pura economia di mercato e il rifiuto dello Stato e dell’intervento pubblico» . Negli anni Novanta alcuni di loro erano giunti a sostenere che la globalizzazione avrebbe permesso al capitalismo uno sviluppo illimitato, senza più crisi economiche di rilievo, ma il crac del 2008 li ha smentiti rudemente. E la forte instabilità del sistema, osserva Hobsbawm, riabilita l’analisi di Marx, che «predisse il mondo moderno molto più di chiunque altro nel 1848» (data d’uscita del celeberrimo Manifesto del partito comunista, scritto da lui con l’inseparabile Friedrich Engels).
Al tempo stesso Hobsbawm, noto in Italia soprattutto per la sua opera sul Novecento Il secolo breve (Rizzoli), riconosce che all’importanza del pensiero teorico di Marx corrisponde la povertà delle sue proposte politiche. Il filosofo di Treviri «previde la globalizzazione» , ma il suo programma consisteva solo nel fatto «che i lavoratori avrebbero dovuto unirsi in un blocco sorretto dalla coscienza di classe e agire politicamente per prendere il potere» . Ben scarse invece le indicazioni di Marx su come governare, tanto che i suoi seguaci del XX secolo, i socialdemocratici come i comunisti, finirono per ispirarsi, in modo assai diverso, alle «economie di guerra pianificate dallo Stato durante la Prima guerra mondiale» .
Insomma, per come lo descrive Hobsbawm, Marx può tuttora servire per comprendere come funziona il mondo, ma non certo per trovare il modo di cambiarlo, tanto più che la sinistra occidentale, che aveva confidato nella globalizzazione, sembra decisamente disorientata. Così Hobsbawm confida al suo interlocutore di trovarsi a suo agio soprattutto guardando all’America Latina, dove gli ideali socialisti restano al centro del dibattito pubblico. Come esempio virtuoso cita il modo in cui la sinistra brasiliana dell’ex presidente Lula ha messo insieme il movimento sindacale e altre forze progressiste, fino a costruire una coalizione vincente. Mentre la Cina appare allo storico inglese «un grande mistero» .
Quanto allo sloveno Slavoj Žižek, guru del nuovo radicalismo, Hobsbawm lo liquida come un performer, che può colpire con le sue provocazioni, ma non aiuta molto «a ripensare i problemi della sinistra» . Alla fine l’impressione dell’anziano studioso, non lontano dai 94 anni, è che compito dei progressisti sia soprattutto difendere gli istituti dello Stato sociale e cercare una nuova combinazione tra pubblico e privato per riformare l’economia. Suggerimenti vaghi, certo insufficienti a decretare la sospirata fuoriuscita dal capitalismo: in questo Hobsbawm appare quanto mai fedele alla lezione di Marx.
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA. — Perché Karl Marx parla anche di noi. Un saggio di Nicoalo Merker (di Lucio Villari).
18 dicembre 2010, di Federico La Sala
Un saggio di Nicoalo Merker
Perché Karl Marx parla anche di noi
La sua opera può essere letta come un racconto di lungo periodo. E come la testimonianza diretta di un’epoca che ci appartiene interamente e che non si è conclusa
di Lucio Villari (la Repubblica, 17.12.2010)
«La cosa più triste in questo momento», scriveva Marx alla figlia Jenny nel 1881, «è essere vecchio. Il vecchio può soltanto prevedere anziché vedere». E l’anno dopo, pochi mesi prima di morire, a un amico che gli proponeva una edizione completa delle sue opere, Marx rispondeva di doverle «ancora scrivere». Queste riflessioni, stanche e amare, hanno un senso. Marx può infatti essere anche riletto, come si fa con i classici della letteratura o della poesia, anzitutto perché la sua opera maggiore, il Libro primo de Il Capitale (il secondo e il terzo sono stati messi a punto ed editati da Friedrich Engels), è stata scritta – sono parole sue – secondo un progetto fondato su «considerazioni artistiche», e poi perché quest’opera è stata, per oltre un secolo, un punto di riferimento per milioni di persone; anche se è stata letta da una minoranza.
Già quando il libro apparve nel 1867 era stato accolto dal silenzio. Poi tutto cambierà e Marx diventò marxismo. In verità Marx non ha fatto nulla per diventare un classico perché nei suoi scritti vi è un pensiero asistematico, provocatorio, simile, per molti aspetti, a quello di Diderot, senza l’ordine e il senso affascinante di stabilità che trasmettono solo i classici. Eppure sia lui che Diderot (Marx amava molto le ascendenze dell’Illuminismo) hanno visto e descritto con chiarezza cose molto importanti. E questo ne ha decretato l’immortalità. Marx ha visto un mondo che non si è concluso con il suo tempo e che si è maggiormente rivelato nel nostro: il mondo anche misterioso della produzione capitalistica e la sua variabilità sociale e culturale. Non a caso citava il Mefistofele di Goethe («lo spirito che sa vedere l’altra faccia della medaglia») o si richiamava alle incertezze e ai dubbi di tanti personaggi shakespeariani. È questo vedere anche l’altra faccia delle cose importanti e non temporanee (di una singola anima oppure della grande storia di una società) che fa di un’opera un classico. L’errore suo è stato piuttosto nelle previsioni senza dubbi. Se avesse previsto ad esempio invece della vittoria del socialismo i luoghi dove la sua opera sarebbe stata nel Novecento maggiormente diffusa si sarebbe ritratto sgomento. Dunque, l’amara confessione a Jenny va interpretata come un momento di malinconia per la difficoltà di riuscire ad essere sempre contemporanei di ciò che accade.
Comunque, solo una particolare sensibilità letteraria (le «considerazioni artistiche») permise a Marx di penetrare nelle strutture proteiformi ed epiche del Capitale e dei «rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono». E come in un poema mitologico o in un romanzo epico i protagonisti diventano anche espressioni simboliche e astratte del racconto, così nel teatro del Capitale lo sguardo acuto e critico di Marx non si appunta sui singoli capitalisti. Ecco una sua poco nota osservazione al riguardo: «Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classe. Il mio punto di vista meno che mai può rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane soltanto creatura; per quanto soggettivamente possa elevarsi sopra di essi».
Questa precisazione è un tocco di classe (borghese) congeniale alla cultura di cui Marx era imbevuto, ma fa capire anche l’intelligenza aperta della sua analisi della società moderna europea scrutata in un arco storico amplissimo. Lo dice nella prefazione, che si chiude con una citazione di Dante, a Il Capitale: «Il fine ultimo del libro è di svelare la legge economica del movimento della società moderna». Quindi un’opera di storia (la Settima sezione del Libro primo, dedicata all’”accumulazione originaria”, è un grande affresco morale e non solo economico e politico di storia europea tra il ’500 e il ’700) che oggi si può leggere come la testimonianza diretta di un’epoca che ci appartiene interamente perché non è ancora conclusa. È stato questo un metodo seguito da Marx in tutti i suoi scritti politici, economici, filosofici, di teorico dei diritti e delle libertà degli individui e dei popoli, di giornalista, di osservatore attento. Il metodo “marxista” di analizzare il successo della società borghese per vederne le profonde contraddizioni, per esaltare la libertà e la liberazione degli uomini dalle oppressioni politiche e dai bisogni degradanti e contro ogni “metamorfosi regressiva” sempre in agguato nell’”ordine capitalistico”. È questa, in fondo, la sua “classicità”.
Se queste parziali riflessioni hanno un fondamento, allora può essere utile confrontarle con il recente volume di Nicolao Merker (Karl Marx. Vita e opere. Laterza, pagine 257, euro l8). Potrebbe essere la inattesa (visti i tempi) occasione per riaprire anche in Italia (come già avviene soprattutto nel mondo anglosassone) il discorso su Marx, dando nuove prospettive di lettura ai suoi scritti e alla sua vita privata, che fu insieme complessa e drammatica. Come è sempre quella degli autori classici per i quali valgono i versi latini che Marx amava spesso ripetere: sic vos non vobis.
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> KARL MARX RISPONDE —- I beni comuni ripensano la democrazia (di Paolo Cacciari).
27 novembre 2010, di Federico La Sala
I beni comuni ripensano la democrazia
di Paolo Cacciari (il manifesto , 26.11.2010)
Un nuovo spettro si aggira sul mondo: la socializzazione dei beni comuni. Moltitudini inquiete stanno imparando a riconoscerli. Alcuni gruppi hanno cominciato a rivendicarne l’uso. Altri sperimentano già forme di gestione fuori mercato. Commons movment lo si trova tra le popolazioni indigene delle foreste dell’Amazzonia e nei Free Culture Forum ( digital commons) delle principali città europee, come è nelle innumerevoli vertenze contro il saccheggio del territorio e nei movimenti per una agricoltura contadina, nelle reti di economie solidali e nei gruppi che fanno cooperazione decentrata, nei movimenti per l’acqua pubblica e per la giustizia climatica. Rivendicano l’accesso alla conoscenza, la sovranità alimentare e non solo, l’autonomia nella gestione dei propri bisogni e dei propri desideri.
I beni comuni sono stati sdoganati nel mondo scientifico dagli studi del primo premio Nobel donna per l’economia Elinor Ostrom. Sono entrati nelle Costituzioni nazionali grazie all’Ecuador di Evo Morales. Sono osservati e studiati da sociologi e politologi grazie al lavoro di Paul Hawken che ha creato un gigantesco database (www.wiserearth.org ) delle organizzazioni che se ne occupano. Da ultimo sono stati rilanciati da un convegno della fondazione Heinrich Böll Stiftung: ” Costructing a Commons-Based Policy Platform”, che si è svolto a Berlino i primi di novembre (materiali preparatori, documento finale reperibile nel loro sito e persino un piccolo cartone animato sta girando su: youtube.com/watch?v=WT6vbAu_UjI ) con il contributo anche di studiosi e attivisti italiani come Giovanna Ricoveri e Marco Berlinguer.
Cosa accomuna questi movimenti? La scoperta dell’esistenza di beni naturali, cognitivi, relazionali che sono di tutti e non appartengono a nessuno: res communes omnium. Beni speciali, doni del creato e lasciti delle generazioni precedenti di cui tutti necessitiamo e di cui tutti dobbiamo poter beneficiare. Elementi primari, basici. Scrive la fondazione Heinrich Böll: «I beni comuni sono la precondizione di tutti gli obiettivi sociali, inclusi quelli ambientali». Beni e servizi che nessuno può dire di aver prodotto in proprio e che quindi nessuno può arrogarsi il diritto di possedere, comprare, vendere, distruggere. Alcuni, gli ecosistem service, sono semplicemente indispensabili alla preservazione di ogni forma di vita: atmosfera, acqua, suolo fertile, energia, cicli trofici. Altri, i beni cognitivi, sono indispensabili a connettere le relazioni umane: lingue, codici, saperi, istituzioni sociali. Inoltre, vorrei sommessamente ricordare che il sole, l’aria, il territorio, le parole… non sono solo pannelli fotovoltaici, turbine, suolo edificabile, linguaggi tecnici per ottimizzare la produttività sociale, ma anche profumi, fragranze, paesaggi, creatività. Ingredienti anch’essi diversamente utili alla preservazione della salubrità mentale di ciascuno di noi.
Chi decide quali sono i beni comuni? L’attività stessa di commoning (come l’ha battezzata Peter Linebaugh), le pratiche di cittadinanza attiva ( Engin Isin), il fare comunanza, condividere conoscenze, risorse, servizi rendendoli accessibili a tutti. I beni comuni sono ciò che la società stessa sceglie di gestire collettivamente. I beni comuni hanno una essenza naturale ed una sociale. Oggi, da noi, è l’acqua. A dicembre a Cancun sarà di scena il clima. Nelle università e nei centri di ricerca è in gioco la libertà di ricerca. Nei territori colpiti dalla crisi economica è il lavoro (come ha ben scritto la Fiom sui manifesti della manifestazione del 16 ottobre). Pezzo dopo pezzo, momento per momento, i beni comuni sono i tasselli di una idea di società che si prende la libertà di pensare al dopo-crisi o, meglio, al dopo crisi di civiltà e di senso che stiamo vivendo.
Il riconoscimento, la rivendicazione e la gestione dei beni comuni rappresentano un rovesciamento dei criteri con cui siamo abituati a pensare il mondo. Dentro i parametri dei beni comuni natura e lavoro non sono più utilizzabili come “carburante” nei processi di produzione e di consumo, fattori da sacrificare all’imperativo della massima resa del capitale investito, ma come il fine stesso dello sforzo cooperativo sociale che deve essere mirato alla rigenerazione delle risorse naturali (preservandole il più a lungo possibile, adoperandosi per rallentare, non per incrementare, l’entropia naturale del sistema) e alla realizzazione della creatività umana, consentendo a ciascuno di apportare un contributo utile al proprio e all’altrui benessere. Niente di meno che una trasformazione delle relazioni sociali a partire da un cambio di modello dell’idealtipo umano assunto come riferimento da qualche secolo a questa parte: da egoista, individualista, proprietario a consapevole, cooperante.
Proviamo ad elencare alcuni capisaldi della società dei beni comuni. Essa richiede una salto nell’orientamento del diritto: gli oggetti naturali possono essere titolari di diritti legittimi indipendentemente dagli utilizzatori. Nemmeno lo Stato può essere considerato sopra le leggi che presiedono la conservazione della biosfera che costituisce un patrimonio non disponibile, inviolabile. A Cancun si parlerà della proposta di istituire un tribunale internazionale di giustizia climatica e ambientale. L’orizzonte del diritto tradizionale e della democrazia liberale verrà messo in discussione.
Un salto nelle concezioni filosofiche che regolano la scienza con la rinuncia al dominio assoluto dell’uomo padrone e signore sulla natura. La vita sulla terra non è frazionabile, serve una ricomposizione tra bios ed ethos. Le scienze cosiddette post-normali mettono in discussione il riduzionismo e il meccanicismo.
Una idea radicale di democrazia orizzontale, non gerarchica, in cui le comunità abbiano la libertà di disporre dei beni di riferimento a loro afferenti. Un’idea di democrazia che va oltre il concetto di sovranità e di proprietà. Nessun “interesse generale”, nessuna “maggioranza”, nessuna “superiore razionalità tecnica” può giustificare il dominio su altri, la distruzione di beni irriproducibili e insostituibili, unici, come lo siamo ognuno di noi.
Qualche tempo fa, rispondendo a Carla Ravaioli, Guido Rossi si lamentava: «Basta capitalismo. Ma con che cosa lo si sostituisce? Nessuno ha un’idea in testa» ( il manifesto 31.10.2010). Lo stesso concetto ha sviluppato Slavoj Zizek: «Siamo letteralmente sommersi da requisitorie contro gli orrori del capitalismo: giorno dopo giorno veniamo sommersi da inchieste giornalistiche, reportage televisivi e best-seller che ci raccontano di industriali che saccheggiano l’ambiente, di banchieri corrotti che si ingozzano di bonus esorbitanti mentre le loro casseforti pompano denaro pubblico, di fornitori di catene prêt-à-porter che fanno lavorare i bambini dodici ore al giorno. Eppure, per quanto taglienti queste critiche possano apparire, si smussano appena uscite dal loro fodero: mai infatti rimettono in discussione il quadro liberal-democratico all’interno del quale il capitalismo compie le sue rapine». ( Le Monde Diplomatique, novembre 2010). Ecco, seguire l’idea della gestione collettiva dei beni comuni può servire a costruire un progetto concreto dell’alternativa possibile.
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA. Alcune precisazioni —- “Trattato sulla tolleranza”: Perché Palmiro Togliatti fu traduttore di Voltaire (di Sergio Romano).
15 novembre 2010, di Federico La Sala
Perché Palmiro Togliatti fu traduttore di Voltaire
risponde Sergio Romano (Corriere della Sera, 15.11.2010)
Il primo volume della serie «I classici del pensiero libero» – il Trattato sulla tolleranza di Voltaire – è apparso con una sua prefazione. Posseggo una precedente edizione dell’opera, pubblicata da Editori Riuniti nel 1949 con la prefazione, nientemeno, di Palmiro Togliatti. Conosciamo l’abilità del «Migliore» nel vendere al suo ipnotizzato pubblico le verità apodittiche della «Via al socialismo». Credo tuttavia che meriti un commento la sua tesi secondo cui «tra il razionalismo illuministico e il marxismo la differenza è senza dubbio grande», essendo «la nostra dottrina del tutto nuova».
Gianni Celletti, Ravenna
Caro Celletti,
Togliatti non si limitò a scrivere una prefazione al Trattato. Ne fu anche il traduttore. Eravamo, come lei ricorda, nel 1949, vale a dire in una fase in cui gli scontri della guerra fredda erano particolarmente aspri. Il Pci era stato estromesso dal governo De Gasperi nel 1947. Un anno dopo, nel 1948, i comunisti si erano impadroniti del potere a Praga con un colpo di Stato. E nei mesi in cui Togliatti traduceva Voltaire, l’Italia firmava a Washington il Patto Atlantico. Ma non erano quelle le ragioni per cui il segretario del Pci decise di dedicarsi alla traduzione del più famoso libello politico di Voltaire.
Nella sua prefazione spiegò ai lettori che il Trattato sulla tolleranza era un lucido atto d’accusa contro il fanatismo religioso, l’arroganza della Chiesa, lo strapotere del clero. Può sembrare, continuava Togliatti, una battaglia del passato, ormai vinta. Ma è resa nuovamente attuale da «recenti episodi» e dal «risorgere di una baldanza clericale al servizio di una estrema resistenza e reazione capitalista».
Devo aggiungere che Togliatti aveva una parte di ragione. La Chiesa non era al servizio del capitalismo, ma sembrava decisa a governare i costumi italiani con un pugno di ferro e a servirsi della Democrazia cristiana perché l’Italia assomigliasse alla Spagna di Franco e al Portogallo di Salazar più che ai Paesi del continente con cui avrebbe tentato di lì a poco la strada dell’integrazione europea.
Dopo avere difeso Voltaire e l’utilità del trattato nella situazione italiana di allora, Togliatti dovette tuttavia sfumare il suo pensiero. I philosophes francesi erano gli eredi del razionalismo europeo e avevano il grande merito di avere spinto più in là le frontiere della ragione. Erano quindi dei precursori a cui era giusto rendere omaggio. Ma «la nostra dottrina è del tutto nuova, perché trova nella realtà stessa e nel suo sviluppo la ragione e la molla del rinnovamento del mondo». Tra l’Illuminismo e il materialismo dialettico vi era quindi un salto di qualità, un cambiamento di passo.
La «nuova storia», salutata da Goethe sul campo di battaglia di Valmy, non cominciava dalla presa della Bastiglia, ma dal grande manifesto che Marx e Engels avevano scritto nel 1848. L’esperienza razionalista restava tuttavia fondamentale. Chi la ignora, concludeva Togliatti, finisce «per mettere capo ancora una volta al passato o aprire la strada alla sua resurrezione».
Scrivendo queste parole Togliatti non si rese conto che potevano essere utilizzate per l’Unione Sovietica. Nella sua prefazione vi è a questo proposito un passaggio in cui descrive il processo intentato contro Jean Calas (il protestante di Tolosa falsamente accusato di avere ucciso un figlio), «uno di quei processi che disonorano i giudici e la giustizia, e ancora oggi e troppo di frequente offendono gli animi onesti». Capì che queste parole si adattavano perfettamente ai grandi processi staliniani degli anni Trenta?
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA —- E ALLO STORICO: PAUL GINSBORG NON HA CAPITO ANCORA LA VERGOGNA DI ESSERE “ITALIANO”!!!
22 ottobre 2010, di Federico La Sala

  L’ITALIA COME VERITA’ DI PARTITO E DI STATO: LA LOGICA DEL “MENTITORE” ISTITUZIONALIZZATA – E IL LAVORO “CRITICO” DELLO STORICO (E DI TUTTI GLI INTELLETTUALI)!!!

  COME SALVARE L’ITALIA?! PAUL GINSBORG NON HA CAPITO ANCORA LA VERGOGNA DI ESSERE “CITTADINO” DI “ITALIA”, DEL “POPOLO DELLA LIBERTA’”, PER ” VERITA’ DI STATO”!!! Alcune pagine dal suo ultimo libro intitolato “Salviamo l’Italia”

  Nel gennaio 2009 sono diventato cittadino italiano (…) Il commento più caustico è stato: «Beh Paul, almeno potrai dire assieme a tutti noi altri: «Mi vergogno di essere italiano»».
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> KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECA —- LA CRISI FARA’ ENTRARE LA RIVOLUZIONE ANCHE NELLE TESTE DI LEGNO (di Eugenio Orso – Società e Movimento)
26 ottobre 2010, di Federico La Sala
LA CRISI FARA’ ENTRARE LA RIVOLUZIONE ANCHE NELLE TESTE DI LEGNO*
Società e Movimento
di Eugenio Orso *
La nostra è già, irreversibilmente, una società di mercato prodotta dalle dinamiche neoliberiste e dai processi di globalizzazione, oppure la transizione dai vecchi assetti sociali ai nuovi è ancora in corso e il periodo che stiamo vivendo è un tormentato e in incerto interregno, in cui l’affermazione del nuovo ordine può ancora essere messa seriamente in discussione, attraverso la resistenza propositiva della classe povera del terzo millennio?
Per quanto non sia facile rispondere a questa domanda, chi scrive propende con decisione per la seconda ipotesi, ed infatti le resistenze, gli scioperi contro la rischiavizzazione del lavoro, i blocchi nei rifornimenti energetici, le conseguenti repressioni, si estendono dalla Grecia alla Francia, dalla Spagna all’Italia, con un’estensione delle proteste fino in Nuova Zelanda.
E’ ancora d’attualità ciò che disse, a suo tempo, Karl Marx, e cioè che «la crisi farà entrare la rivoluzione anche nelle teste di legno», perché esistono dei limiti fisici e psicologici alla compressione in termini materiali dei subordinati e alla loro manipolazione, delle soglie invalicabili di esproprio che neppure questo capitalismo, il quale sta raggiungendo l’apice della propria potenza e il culmine della propria trasformazione storica, potrà superare restando indenne.
Ed è di una certa attualità, particolarmente per quando riguarda il caso italiano, ciò che scrisse nel 1922 su Ordine Nuovo Amedeo Bordiga: «Quando si dimostrerà che anche l’esperienza di un governo di sinistra della macchina statale borghese non fa fare un passo alla soluzione di quei problemi vitali per i lavoratori, allora l’azione di grandi masse sulla rete di lavoro e di organizzazione da noi tracciata, si svolgerà efficacemente sulle vie rivoluzionarie […]»
Se ad Atene si occupa l’Acropoli, simbolo remoto di tutta la civiltà occidentale, nella Francia di Sarközy si bloccano i rifornimenti di carburante, minacciando di lasciare l’intero paese all’asciutto, mentre in Italia la vera opposizione politica e sociale inizia a radunarsi sotto le bandiere di un sindacato, la Fiom, ed elementi insurrezionali si insinuano nella protesta di popolo, alle pendici del Vesuvio e nei paesi prossimi al parco naturale, contro le discariche di rifiuti brutalmente imposte alle comunità.
Elementi insurrezionali si manifestano in contemporanea con tentativi di organizzazione della protesta anticapitalista e di costituzione del Nuovo Movimento, ed una tendenza dissolutrice, che non lascia spazio ad alcun progetto futuro, convive con il senso di responsabilità di quanti si impegnano a creare il nuovo, partendo da quel tanto di strutture e gruppi antagonisti che ancora sopravvive.
E’ sintomatico di una situazione sociale che tende ovunque a diventare intollerabile che il giorno 16 di ottobre c’è stata in Italia la pacifica ed oceanica manifestazione di Roma indetta dalla Fiom, politica nel senso più proprio del termine e non puramente sindacale, il 19 ottobre la Francia si è fermata per lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni, e nella stessa settimana sono scesi in campo quindicimila lavoratori neozelandesi, a molte migliaia di chilometri di distanza.
Le ostilità si sono aperte a partire dai vecchi stati nazionali, dall’Europa mediterranea fino agli angoli più remoti del cosiddetto mondo occidentale, ma per ora non c’è un coordinamento della protesta che riesce a superarne i confini e a “sincronizzare” le azioni di lotta.
Su questo punto cruciale, con riferimento al vecchio continente, sappiamo bene che l’Unione Europea non è uno spazio politico autentico, accessibile a tutti noi, ma una creatura globalista, mascherata e neppure troppo bene da unione di popoli consenzienti, la cui funzione è di imporre certe politiche agli stati nazionali e garantire, nel contempo, l’allineamento dell’Europa con i centri di potere nordamericani.
Ma sappiamo altrettanto bene che nei singoli paesi vi sono ragioni comuni di lotta antiliberista ed antiglobalista che la crisi rende sempre più evidenti, ed esiste, o esiterà in futuro, quando circostanze più drammatiche lo imporranno, una possibilità di aggregazione sopranazionale.
Il problema può essere posto nel modo seguente, partendo dal presupposto che «il nostro mondo può essere considerato come una struttura in uno spazio a infinite dimensioni, uno spazio dentro il quale noi e le nostre menti ci muoviamo come pesci nell’acqua» [Rudolf von Bitter Rucker, La quarta dimensione].
Se le soggettività antagoniste dimorano in uno spazio bidimensionale, e quindi nel piano, che rappresenta metaforicamente i singoli paesi in cui si muovono e manifestano i subordinati, ancora divisi dai confini e talora da rivalità nazionali, il Nemico si muove agilmente in uno spazio tridimensionale, e così in effetti fanno la UE, la UEM, la BCE, gli altri organi della mondializzazione come il FMI o il WTO, ma soprattutto quella classe globale che ne determina le politiche e i diktat in base ai suoi interessi “privati”.
Il Nemico ci osserva dall’alto, tiene sotto controllo gli stati nazionali e le masse di subalterni come se fossero suoi strumenti, ha capacità di intervento nello spazio inferiore, ma non lo si vede chiaramente, e quindi non si riesce a combatterlo con efficacia.
Il Nemico si muove in una dimensione superiore a quella dei resistenti-antagonisti, e sappiamo bene che uno spazio con una dimensione in più non può essere visto da chi dimora nella dimensione inferiore, ma solo descritto con l’uso di algoritmi, attraverso le formule matematiche.
E’ proprio nella dimensione superiore che hanno preso forma le politiche globalizzatrici, ed è in questo empireo che sono stati pensati e generati gli strumenti di espropriazione finanziaria.
Per tale motivo c’è una generale difficoltà nell’individuare il Nemico Principale, nel dargli un volto riconoscibile, nel tracciarne un preciso identikit, e questo a differenza di quanto accadeva nello scorso millennio, in cui il despota contro il quale si sollevava il popolo era riconoscibile e dimorava nel castello [si sapeva, in linea di massima, “dove andarlo a prendere”], mentre il capitalista-proprietario aveva un nome, un cognome e un indirizzo.
Il despota contro il quale si sollevava il popolo e il capitalista-proprietario che estorceva il classico plusvalore si muovevano anche loro sul piano a due dimensioni, essendo interni all’organizzazione statuale e legando a questa le loro fortune e il loro potere.
Superare l’angusto piano, caratterizzato dalle due dimensioni rappresentate dallo stato nazionale e dalla classe antagonista interna allo stato, vorrebbe dire accedere alla terza dimensione, definita da tre coordinate: gli organi sopranazionali della mondializzazione che dettano le politiche e le strategie per conto della nuova classe dominante, gli stati nazionali che le trasmettono al loro interno, quale catena di trasmissione finale, e la classe antagonista [europea o planetaria] che le subisce.
Se nelle due dimensioni ci si può muovere soltanto avanti/ indietro e a destra/ a sinistra, il Nemico che popola la terza dimensione ha “una marcia in più”, perché può spostarsi anche dall’alto verso il basso e viceversa, surclassando i subordinati senza che questi se ne accorgano.
Accedere alla dimensione superiore – cioè aggregare la protesta a livello europeo o addirittura planetario – significherebbe poter vedere in piena luce il vero Nemico principale ed epocale, che a quel punto avrebbe grandi difficoltà a nascondersi, come ha fatto abilmente finora suscitando nemici immaginari o secondari, e vorrebbe dire combatterlo con qualche possibilità di successo nella sua stessa dimensione.
In altre parole bisogna affrontare il Nemico nel suo spazio “superiore”, invadendolo.
La metafora dimensionale potrà sembrare a qualcuno un po’ bizzarra, e così anche il riferimento ad un matematico, musicista e scrittore di fantascienza come Rudy Rucker, ma è un tentativo di chiarire con semplicità i motivi perché sino ad ora le lotte contro la de-emancipazione neoliberista, rinchiuse entro gli angusti spazi nazionali, si sono rivelate generalmente inefficaci, non riuscendo a fermare il processo di sussunzione capitalistica di intere società e di intere aree economico-culturali nel mondo.
Per la verità, c’è stato il movimento antiglobalista che ha dato l’impressione del superamento dei confini da parte della protesta, e dell’unificazione delle sue componenti sociali, culturali e nazionali, ma tale movimento si è rivelato effimero e scarsamente efficace, più simile ad un’occasionale “onda moltitudinaria” non riconducibile ad un’unica volontà politica che ad una vera sintesi planetaria dell’antagonismo sociale.
Alla fine del primo decennio di globalizzazione spinta, con crisi economico-finanziaria incorporata, le cose sembrano essere cambiate, pur non potendo ancora osservare la tanto attesa “internazionalizzazione della protesta”.
Per ora, si procede in ordine sparso, restando all’interno dei singoli paesi e in modo del tutto indipendente dagli altri gruppi e movimenti che altrove organizzano la lotta.
In Francia un intero popolo, a partire dai lavoratori dipendenti, mostra di resistere davanti al rullo compressore della riforma delle pensioni, che altro non è se non l’ennesimo duro colpo inferto in Europa al welfare, ma lo fa in modo del tutto indipendente dall’Italia, in cui si consuma l’attacco generalizzato ai diritti dei lavoratori, e dalla Grecia soggetta alla dittatura finanziaria e monetaria degli organi sopranazionali.
Eppure esistono centrali sindacali europee e mondiali, ed esiste un’evidente convergenza di interessi non soltanto fra gli operai italiani, quelli serbi e quelli polacchi vessati dal globalista Marchionne, ma fra questi e la “parte buona” del ceto medio declassato, e addirittura fra questi ed elementi della vecchia borghesia proprietaria, il cui mondo culturale e le cui prospettive future sono state distrutte dalla globalizzazione.
Dal professore universitario precarizzato che rivendica i suoi diritti all’operaio della grande industria manifatturiera ridotto a “fattore della produzione”, dal pensionato di Terzigno, in Campania, costretto a manifestare contro le discariche di “monnezza”, al marginale che partecipa ai sommovimenti popolari in Atene, sembra di udire una sola voce che si leva contro questo capitalismo, una voce che si leva da soggettività in passato forse contrapposte, sul piano sociale come su quello politico, ma oggi tutte impegnate nella resistenza alle dinamiche ultraliberiste.
Vittime sacrificali della classe globale trionfante, abbandonati a sé stessi dai cartelli elettorali che hanno sostituito gli storici partici, dai moderni sindacati “riformisti” che li usano come merce di scambio e dalle cosiddette istituzioni, nessuno di questi gruppi ha una vera rappresentanza politica all’interno del sistema, cosa che possiamo facilmente osservare in Italia, paese in cui l’astensionismo elettorale, per decenni di dimensioni modeste, avanza ad ampie falcate fino a raggiungere [e forse a superare] i livelli storicamente riscontrati nelle democrazie anglosassoni.
Con riferimento al nostro paese, in cui il dilemma “Società e Movimento” antagonista presentato nel titolo è sembrato negli ultimi vent’anni irresolubile, in presenza di una progressiva disgregazione della società e in assenza di un Nuovo Movimento di opposizione sistemica, la data del 16 ottobre 2010, che è quella della manifestazione Fiom a Roma, assume già fin d’ora un alto valore simbolico, anzitutto in termini di aggregazione e partecipazione.
Il 16 ottobre 2010 potrà segnare per moltissimi il momento del passaggio da una situazione di passività ad una nuova situazione di reattività organizzata, e potrà rappresentare il discrimine fra la rassegnata accettazione dei modelli neoliberisti e l’insorgenza concreta della protesta nel nostro universi cives.
La Fiom diventa nella società italiana contemporanea il catalizzatore di una protesta che esce dagli steccati dell’attività sindacale, per aggredire finalmente la dimensione politica.
Aggredire la dimensione politica, per ora a livello puramente nazionale, significa porre le questioni della rappresentanza di milioni di persone marginalizzate, della loro partecipazione al processo decisionale su materie che le riguardano, nonché delle alternative ai modelli politici, sociali ed economici vigenti.
I Nemici sono il Mercato globale e la sua società, il paradigma da rifiutare è quello della creazione del valore finanziaria, azionaria e borsistica, e sul piano sociale l’avversario è la nuova classe dominante, composita e stratificata, che possiamo unificare con l’espressione di Global Class.
Sullo sfondo c’è la formazione della nuova classe povera antagonista [Pauper Class], destinata a subire i rigori del capitalismo transgenico finanziarizzato del terzo millennio.
Questa classe è costituita non soltanto da operai [New Workers, il Nuovo Lavoro Operaio], ma da altre componenti significative, come i ceti medi novecenteschi ri-plebeizzati [Midlle Class Proletariat, che esprime il lavoro intellettuale dipendente nel pubblico e nel privato], dalla “parte buona” dei cosiddetti marginali [Under Class], non collusa con la delinquenza e le attività criminali, e addirittura da rappresentanze della vecchia borghesia proprietaria, a sua volta espropriata dai globalisti.
La precarizzazione si estende dal lavoro manuale al cosiddetto ceto medio ed è sintomatica, nella formazione del “nuovo mondo” e nell’affermazione di un nuovo modo di produzione sociale, l’espropriazione della stessa borghesia, un tempo dominante e oggi “cannibalizzata” dai globalisti.
Nel contempo, il lavoro operaio oscilla fra la minaccia dell’esclusione dal processo produttivo, con o senza l’anticamera della cassa integrazione, e la crescente invisibilità in termini di istanze e rivendicazione di diritti.
Se grattiamo lo strato superficiale delle appartenenze e dei simboli, che in apparenza hanno caratterizzato e colorato la grande manifestazione di Roma del 16 di ottobre, affiorano queste nuove appartenenze e con loro un’inedita strutturazione sociale. Sotto le sigle ed i colori di numerosi soggetti e micro-soggetti politici extraparlamentari che si definiscono comunisti, ecologisti, anti-globalisti, decriscisti, si può certo nascondere un certo nostalgismo, ma questo sempre più spesso convive con la consapevolezza che è necessario costruire, e in fretta, un nuovo soggetto politico allargato, per non mancare il possibile appuntamento con la storia.
Non si tratta, perciò, della “battaglia di retroguardia” di chi vorrebbe un ritorno al passato, né della protesta di gruppi di “estremisti” del tutto minoritari nel corpo sociale, secondo le accuse strumentali lanciate dal governo, dalla Confindustria e dai sindacati gialli, e tanto meno di un sostegno indiretto ai “morti viventi” della principale opposizione parlamentare, l’informe cartello elettorale del Pd, che aderisce alla visione neoliberista e, perciò, si è ben guardato dal partecipare alla manifestazione di Roma.
Nuova strutturazione di classe, interessi convergenti fra il lavoro operaio e quello dei ceti medi ri-plebeizzati hanno mosso, in quella circostanza, la partecipazione.
Il movente economico e ridistributivo ha avuto una grande importanza, nella decisione di aderire alla manifestazione di Roma, ma non è certo l’unico, perché il disagio è ben più ampio e profondo.
L’altro movente fondamentale è la ricerca di una rappresentanza politica, così come è posto bene in rilievo in un articolo, dal titolo Se la Fiom coinvolge il ceto medio, comparso in rete proprio in questi giorni: «Oggi non esiste un’opposizione politica, ma non perché manchi lo spazio sociale per un’opposizione; al contrario: non viene permessa l’esistenza di un’opposizione proprio perché questa, altrimenti, avrebbe a disposizione uno spazio sociale storicamente senza precedenti per vastità.» [http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=381]
Una vera opposizione politica, in grado di esprimere alternative radicali in relazione alle politiche sociali, a quelle industriali, monetarie e finanziarie, non può esistere in una liberaldemocrazia dominata dal Partito Unico della Riproduzione Capitalistica e caratterizzata dalla politica come consumo, marketing, illusione mediatica.
E’ per questo che il Nuovo Movimento d’opposizione, nella società italiana agli albori del millennio, si costituisce fuori dei circuiti della politica liberaldemocratica, la quale lo nega e lo blandisce con ogni mezzo, applicando le tecniche del silenziamento e quelle della disinformazione mediatica, quando non si possono nascondere gli eventi, le proteste popolari, le manifestazioni di disagio diffuso.
Data la situazione con la quale dobbiamo fare i conti, in base all’analisi concreta della situazione concreta, con un piglio dal vago sapore leninista, appare chiaro che il Movimento non può che costituirsi intorno all’unico sindacato antagonista e combattivo del paese, caratterizzato da una storica militanza, mai venuta meno, e da strutture diffuse sul territorio.
Quello che per Lenin è stato il partito dei rivoluzionari di professione, quale avanguardia della Rivoluzione, catalizzatore della protesta e guida per i subalterni, nel nostro tempo potrebbe essere il Sindacato-Movimento, in cui le rivendicazioni salariali, per un’equa distribuzione del prodotto e per invertire la rotta dopo due decenni di espropriazione mercatista, si fondono con la richiesta di partecipazione al processo decisionale strategico-politico, in cui le istanze operaie si armonizzano con quelle dei ceti medi declassati, ed in generale con quelle delle altre componenti della classe povera del futuro.
Un sindacato immarcescibile quello degli operai e degli impiegati metallurgici – classe 1901 e perciò ultra-centenario -, da sempre in prima linea nel difendere i lavoratori ed il diritto alla partecipazione e al lavoro, ed oggi vero catalizzatore della protesta in tutti i suoi aspetti.
Se il gioco dei potentati locali – dalla maggioranza di governo all’opposizione formale del Pd, dagli industriali affamati di denaro pubblico alla centrale sindacale gialla della CISL – è quello di isolare la Fiom per ridurla a più miti consigli, sappiano, questi ascari della classe globale, che saranno loro ad essere isolati dal nuovo che emerge nella società italiana, rischiando di portare con sé, nella caduta, le stesse istituzioni statuali che hanno occupato e screditato.
Il Nuovo Movimento è forse l’unica speranza che ci rimane, per non sprofondare definitivamente, a milioni, nelle bassure e negli inferi della postmodernità capitalistica, in quel buco nero pronto ad inghiottirci che è la “globalizzazione senza veli”.
Eugenio Orso

  Fonte: http://pauperclass.myblog.it/

  Link: http://pauperclass.myblog.it/archive/2010/10/25/societa-e-movimento-di-eugenio-orso.html
* COME DON CHISCIOTTE, 25.10.2010
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> KARL MARX RISPONDE —- Che c’entra Marx con i neonati componenti di Futuro e Libertà, che si preparano a dar vita a un partito. Marramao, tra i firmatari, risponde “Niente” (di Wanda Marra – “Il Manifesto di ottobre”: un po’ futurista, un po’ neo-marxista)
27 ottobre 2010, di Federico La Sala
«Convergenze. Con un gruppo di intellettuali legati a Futuro e Libertà…. il Manifesto riecheggia pure Vendola»
“Il Manifesto di ottobre”: un po’ futurista, un po’ neo-marxista
Marramao, tra i firmatari: “L’idea è tornare a una politica con al centro l’impegno civile e l’etica pubblica”
di Wanda Marra (il Fatto, 27.10.2010)
Che c’entra Marx con i neonati componenti di Futuro e Libertà, che si preparano a dar vita a un partito, con tutti i crismi di organismi dirigenti, organizzazione, atti fondativi e pure Pantheon di riferimento? “Niente”, risponde d’istinto Giacomo Marramao. Eppure proprio lui, filosofo e intellettuale di sinistra, è tra i cento firmatari del “Manifesto di ottobre” per “una rinascita della res publica e per un nuovo impegno politico-culturale”, presentato ieri a Milano. Certo, di manifesti nella storia ce ne sono stati tanti. E ‘Il Manifesto del Partito comunista’ non è certo l’unico. Però, lo stesso Marramao ammette che “tanti di coloro che l’hanno redatto Marx lo conoscono bene”.
Il testo, che inizia sottolineando la necessità di “un patto per la rinascita della res publica”, che sia non “una litania di valori”, ma “un progetto per l’Italia contemporanea, una concreta costruzione di rigore e di impegno civile” è stato dunque steso da un gruppo di intellettuali legati a Futuro e Libertà, come la grecista Monica Centanni, l’intellettuale milanese Peppe Nanni, Carmelo Palma, direttore della Fondazione Libertiamo, legata a Benedetto Della Vedova. Spiega Marramao: “Si tratta di un percorso vero, fatto da persone della destra finiana, e molto nella tradizione repubblicana. L’idea è quella di tornare a una politica fondata sulle regole, che rimetta al centro l’impegno civile, l’etica pubblica, e che sia in grado di rivitalizzare l’intera sfera politico-democratica”.
TRA I ‘REDATTORI’ anche personaggi come Fiorello Cortiana, tra i fondatori dei verdi italiani ed europei. Ma tra i firmatari, oltre a personalità che gravitano intorno alla destra finiana, come Alessandro Campi, Sofia Ventura, Filippo Rossi e Angelo Mellone, o personaggi come Franco Cardini, si trovano nomi noti del mondo post marxista, o meglio definiti come intellettuali di sinistra, da Giulio Giorello a Nadia Fusini, da Maurizio Calvesi a Giuseppe Leonelli a Franco La Cecla.
C’è anche il direttore della Mostra internazionale d’arte cinematografica Marco Müller. E spiccano i nomi di Beppe Giulietti, deputato Idv, da sempre in prima linea per la libertà di informazione e del deputato Pd Ermete Realacci o quello d’una regista ‘impegnata’ come Roberta Torre o dello scrittore Sergio Claudio Perrone. Ci doveva essere anche Massimo Cacciari, dato come sicuro aderente, che sarebbe comunque attento alla questione e disposto al dialogo.
SPIEGA MARRAMAO: “Non si tratta di un manifesto di uno schieramento politico, ma piuttosto di un progetto in cui convergono personaggi trasversali uniti dall’esigenza di rivitalizzare la politica italiana, uscire fuori dalle passioni tristi, reagire alla demotivazione culturale ed etico-politica del nostro tempo”. E infatti, gli autori citati sono un intellettuale-simbolo dell’antifascismo, come Piero Calamandrei e la filosofa dell’anti-totalitarismo, Hannah Arendt.
“La mia adesione al manifesto non è un’adesione politica afferma ancora Marramao ho sempre votato a sinistra, ma ritengo importante il lavoro che stanno facendo questi intellettuali”. Certo, è un elemento di novità che a coagulare nuove energie anche di pensiero siano degli intellettuali di destra, categoria minoritaria nel nostro paese. Mentre la sinistra tradizionale tace: “I segnali di fuoco si avvertono soprattutto da parte del gruppo legato a Fini”, ammette Marramao. E in qualche passaggio, il Manifesto riecheggia pure Vendola. Come quello in cui si dichiara l’esigenza di ritrovare il filo “d’una narrazione più vera e nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante cliché di un’italietta furba e inconcludente”.
E intanto, mentre Fli aggrega energie ed esperienze in un mix inaspettato, il Pdl continua a perdere pezzi: ieri si è si è dimesso dalla direzione del partito Alfredo Biondi, forzista della prima ora e ministro della Giustizia nel primo governo Berlusconi. E anche il senatore Enrico Musso si è detto pronto a lasciare, esprimendo il suo disagio.

fed la sala, KARL MARX RISPONDE A SALVATORE VECAultima modifica: 2012-10-30T15:26:14+01:00da mangano1
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