Sergio Manghi,Quel filo da acrobata. Un ricordo personale di Marcello Cini

Quel filo da acrobata. Un ricordo personale di Marcello Cini
Pubblicato in Nostalgia del futuro

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Ieri, 23 ottobre, è morto Marcello Cini, noto fisico teorico di grande valore (Università di Roma La Sapienza), intellettuale coraggioso, impegnato su vari fronti. Quello ambientalista in particolare, ma non solo.

Ho avuto varie occasioni di incontro, con lui. L’ultima, un paio d’anni fa, a Roma, quando, pur in condizioni di salute cagionevoli, mi ha fatto l’onore di partecipare alla presentazione del mio libro Il soggetto ecologico di Edgar Morin.

Con Marcello se ne va un pezzo di tempo importante, che mi viene di immaginare come un filo da acrobata tra due stagioni della nostra storia recente.

L’avevo conosciuto negli anni 70, quando venne a Parma a presentare il libro L’ape e l’architetto, un’analisi originale della scienza in chiave marxista che con vari amici e compagni studiavamo intensamente. Eravamo entrambi marxisti “critici”, del gruppo politico il manifesto.

Poi l’ho reincontrato parecchio tempo dopo, negli anni 90 e nell’ultimo decennio, nel contesto della comune passione per il pensiero di Gregory Bateson.

E’ tra questi due stagioni della nostra storia recente che, volgendomi indietro, vedo tendersi come un filo da acrobata. Dove il difficile equilibrio da tenere è stato, almeno credo io, il continuare a pensare la “globalità” del mondo e i tempi lunghi della storia, a fronte della palese sconfitta storica della “globalità” di matrice marxista (inclusa la variante “critica”), mentre i venti dello spirito del tempo soffiavano turbinosamente (o se vogliamo: le sirene del tempo attiravano seduttivamente) verso il pensiero “postmodernista” del frammento e della differenza autosufficiente, nelle forme del soggetivismo e in quelle del tribalismo, che ancora dominano la scena sempre più “liquida”, fino a un relativismo che sconfina nel nichilismo, delle nostre relazioni sociali quotidiane.

Il confronto appassionato con l’ecologia della mente batesoniana (il pattern which connects, trama che connette i viventi…), e più ampiamente con il pensiero della complessità, è stata la via per rimanere in equilibrio su quel filo – un equilibrio precario, molto spesso scomposto, fatto di continui squilibri…

Non era facile camminare su quel filo senza lasciarsi prendere dalle nostalgie semplificatrici della stagione “critica” ormai alle nostre spalle, e senza cedere, al tempo stesso, alle lusinghe “postmoderniste” che predicavano la “fine delle Grandi Narrazioni” (tranne quella narrava questa “fìne”, ovviamente). Ed è stato molto più difficile per Marcello, credo, che per me, per ragioni generazionali. Lui, una generazione prima della mia (nato nel 1923, stessa età di mio padre), aveva già dovuto affrontare un cambiamento epistemologico radicale, aderendo a fine anni 60 al marxismo “eretico” del gruppo del manifesto, quando già era uno studioso affermato e un punto di riferimento politico nella comunità degli scienziati engagé.

Stiamo parlando, per intenderci, di quel livello di cambiamento (così forse lo chiamerebbe Bateson) che ben difficilmente si affronta due volte nella vita, perché comporta fatiche esistenziali profonde, e insieme mutamento di frequentazioni e di sentimenti, e non meri riposizionamenti intellettuali. Quanti, a sinistra, anche più giovani di Marcello, sono rimasti imbalsamati nell’idea che il “vero” cambiamento l’avevano già fatto una volta per tutte, negli anni 60 e 70, aderendo appunto al marxismo “critico”, e nei decenni successivi hanno solo preteso che fosse il mondo ad adattarsi alle loro attese, dopo la fatica, per così dire, che avevano fatto? Diffidando, di conseguenza, del filo da acrobata che dicevamo?

Per me, sapere che tra quanti si erano avventurati su quel filo improbabile c’era anche lui, naturalmente a modo suo, non identico al mio, com’è ovvio e bello che sia, è stato sempre motivo di incoraggiamento a tener duro, e continuerà a esserlo.

Quel filo non si è interrotto, caro Marcello. O meglio: forse si è  interrotto, ma solo perché ha compiuto il suo tempo, in questo vortice di crisi globale in cui ti è accaduto di lasciarci orfani della tua parola, e in cui ci ritroviamo a dover ripensare di nuovo daccapo dtante cose, ed è venuto il momento di avventurarsi su un altro ancora. Quale sia questo nuovo filo, non possiamo sapere. E’ quel genere di cose che si sanno sempre dopo, reimmaginando a posteriori quel che si è stati e quel che non si è stati. Quel che sappiamo, anche grazie al tuo esempio, è che un altro filo è sempre possibile. Un abbraccio.

Sergio Manghi,Quel filo da acrobata. Un ricordo personale di Marcello Ciniultima modifica: 2012-10-27T19:37:27+02:00da mangano1
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