Ennio Abate,Una risposta a W. Siti sulla “responsabilità della letteratura”

Ennio Abate: sul sito di POLISCRITTURE:Una risposta a W. Siti sulla “responsabilità della letteratura”

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Ennio Abate – Una risposta a W. Siti sulla “responsabilità della letteratura”
Giovedì 25 Ottobre 2012 08:57 Ennio Abate
Nel corso della discussione su LE PAROLE E LE COSE del romanzo di W. Siti “Resistere non serve a niente” (qui), un commentatore ha citato un precedente intervento dello scrittore sulla “responsabilità della letteratura”. Con esso (sotto in blu) qui polemizzo. [E.A.]

Anche se la discussione di questo post si è in pratica esaurita, ho riflettuto  sulla risposta di Walter Siti a Cordelli e Di Mauro, che Massino ha voluto “ricordare”. E aggiungo in coda, senza alcuna pretesa di ricominciare, queste mie note.

Temo sia proprio il pesante crollo di cultura politica in Italia a indurre anche in campo letterario una difesa ormai acritica dell’«ambivalenza della letteratura» e un’esaltazione troppo consolatoria della (buona) letteratura.

So, dicendo questo, di apparire uno che schiaccia la letteratura con la politica. E proprio in un momento in cui la politica non ha nessuna attrattiva né per i letterati né per la gente comune.

 
 
Non è però nelle mie intenzioni sminuire la specificità e la qualità di conoscenza del mondo che un romanzo, una poesia, un saggio letterario possono apportare, ma denunciare piuttosto quanto la odierna depoliticizzazione (l’assenza di rigore nei ragionamenti politici o, peggio, la riduzione di essi al moralismo imperante o all’immoralismo, che per reazione vanamente vi si contrappone) danneggi la potenza conoscitiva della stessa letteratura.

Mi pare di vederne le prove nei modi in cui Siti, nel pezzo riportato da Massino, difende la «responsabilità della letteratura di fronte al mondo».

Lo fa:

1. tenendo fuori dal suo discorso «la politica “visibile”, quella del parlamento, delle lobbies o dei potentati economici »;

2. puntando il riflettore sulle «mutazioni sotterranee, che non si vedono ma che cambiano la testa delle persone le loro abitudini percettive, la gerarchia dei loro desideri»;

3. rimproverando di sordità verso il mutamento i suoi critici;

4. affidando a un “povero io” di audaci romanzieri  il compito di conoscenza che la politica (di sinistra in particolare) una volta svolgeva ed ora non più;

5. contrapponendo tale “io”, che pare fondersi e confondersi con un  “noi” maggioranza (incapace di mediazioni, a caccia di felicità  “usa e getta”, disabituato alla cultura, analfabeta in campo emotivo, possessivo, depresso, ossessionato dal sesso, ecc.), ad «alcuni», che «per privilegio di cultura o di coscienza, possono chiamarsi fuori, dire “noi non siamo così”».

 
Questa difesa della responsabilità della letteratura mi pare fiacca. Per le seguenti ragioni:

 
1. Siti non si chiede più che relazione esiste tra la «politica “visibile”» (ed io aggiungerei: invisibile) e  le mutazioni più sotterranee che gli interessano o lo appassionano di più. Come se la relazione non ci fosse mai stata o non ci fosse più. È saltata? È stata abolita? Il potere delle lobbies e dei potentati (e non solo economici) non influisce forse più su quelle «mutazioni sotterranee», non le controlla, sollecita, dirige per nulla? Avverrebbero in piena autonomia o solo caoticamente? O addirittura “naturalmente”?

 
2. Siti sembra non cogliere più le differenze interne a queste mutazioni più sotterranee. (Almeno in questo testo non ne parla, ma concedo che  possa aver trattato la questione  in modo diverso e più approfondito altrove, per cui questa mia obiezione potrebbe cadere). Tende, invece ad ammucchiare in un generico “noi” le varie forme in cui queste mutazioni sotterranee si manifestano. (E questa visione  a me pare un tributo passivo alla altrettanto generica «mutazione antropologica» pasoliniana). Forse le mutazioni in corso avvengono ancora diversamente nelle varie classi sociali (che scomparse non sono, anche se, dinamiche una volta, oggi risultano statiche a chi le studia). Forse la politica, pur “cattiva”, miope, emergenziale, appiattita sui tempi brevi, “tecnica”, opera lo stesso e danneggia alcuni, avvantaggiando altri, rimaneggiando anche le varie classi sociali ( i *rapporti sociali” si diceva una volta). Forse le mutazioni che vivono un operaio, un disoccupato,  un giovane che si droga nei quartieri di periferia sono diverse da quelle del ricco figlio d’industriale che pure si droga. Etc.

 
3. Sì, «tutti noi siamo mutati». Eppure sussistono differenze materiali e culturali notevoli, anche quando tutti inseguissimo gli stessi miti (denaro, sesso, potere) e vivessimo attorniati dal medesimo immaginario. Credo perciò che ci sia una sostanziale differenza tra chi si chiama fuori dal mutamento (o lo accoglie) per dimostrare a sé e agli altri di essere superiore, furbo, vitale, aggressivo e chi si chiama fuori dal mutamento (o lo accoglie) per mettersi nelle condizioni di combattere il ribaltamento in corso dei *rapporti sociali* che va – questo pare evidente – a vantaggio di pochi e a svantaggio dei molti, e rispondere (anche senza saperlo) alla brechtiana «tentazione del bene».

 
4. Non so quanto la documentazione di Siti sui fenomeni sociali coincida con la mia, ma resto convinto che siamo in molti a potere – a ragione e non ipocritamente – chiamarci fuori e a non essere appiattiti sui personaggi dei suoi romanzi. Tutti siamo attraversati da passioni oscure. Il nostro inconscio non è migliore di quello di assassini e stupratori. Eppure non tutti assassiniamo o stupriamo o rubiamo o tradiamo. La differenza non è irrilevante. I romanzieri interroghino (anche rudemente) la coscienza e l’inconscio dei lettori, inventino personaggi-simbolo (di parti del loro inconscio più perturbante), ma i lettori ( e i non lettori, perché esistono anch’essi) non sono mai riducibili ai personaggi di un romanzo. La realtà resta più complicata. I suoi mutamenti non sono tutti a senso unico. L’atrofia sentimentale neppure. Una poesia, un romanzo, un saggio  la possono illuminare, ma possono anche fissarla in un’immagine provvisoria e falsante. (Se poici si mettono i mass media…).

 
5.  Ancora ci sono, dunque, nella realtà  modi  positivi e modi negativi di chiamarsi fuori (atto del resto legittimo, propedeutico direi a qualsiasi conoscenza). E ci sono ancora modi diversi e spesso contrapposti di reagire di fronte alla «ferita» (o alla «vita offesa»): puoi «allontanarti da dove sai che c’è la ferita» e puoi – da solo o con altri – cercare di conoscere meglio le cause della ferita, indicare le responsabilità storiche e non naturali di essa, non limitarti alla mera descrizione della ferita. E ad «allontanarti da dove sai che c’è la ferita» possono servire – ahimè! – anche la letteratura o i romanzi, che possono fare dell’«ambivalenza della letteratura» un feticcio (e non un’opportunità in più di tirarti fuori dal mero scorrere vitale e sociale). Oppure esibire spesso con compiacimento «la ferita» – individuale e sociale – o la “bestia”. O fermarsi lì. O sotto sotto vogliono scandalizzare e basta. O magari anche dimostrare la vanità o la stupidità di quanti vogliono ancora curare «la ferita».

 
6. Anche da romanziere però mi potrei chiedere: ma non era così anche prima di oggi? Non c’è stata sempre (incolmata!) una differenza, una distanza, una separazione tra un’élite e le masse o popolo o plebe o tribù? E questa differenza, distanza, separazione, Siti ed altri non pensavano che era inaccettabile e dovesse saltare? La sua esistenza non era diventata faticosamente oggetto di critica? E queste critiche non hanno fatto da pungolo nei secoli per la costruzione di teorie e pratiche politiche di vario tipo: evangeliche, francescane, populistiche, avanguardiste, che tutte, in vari modi, volevano appunto rimediare a un danno, a una ferita, a un’offesa, a una limitazione dell’esperienza?

 
7. Certo,  oggi non è più così. Non c’è nessuna sinistra né alcuna forza politica a cui chiedere di «occuparsi della maggioranza delle persone» o di «capirle e poi addirittura amarle, e condividere il loro destino» (ammesso che questa sia una via praticabile e corretta per affrontare il che fare di fronte  alla «ferita»). Ma un letterato, un romanziere, può porre la questione della «responsabilità della letteratura» sottovalutando che egli fa parte organica di una élite che gode di « privilegio di cultura e di coscienza»? Può ancora oggi pretendere – proprio come capitò a Pasolini – di avere da solo, come romanziere, il suo “povero io” sintonizzato con la “maggioranza”? A me una tale pretesa, se non falsa, appare almeno parziale. Siti (ma non mi riferisco solo a lui) ha avuto (ed ha) ancora i privilegi di cultura e di coscienza dell’élite (o almeno una buona “rendita di posizione”). Appartiene cioè ancora alla cerchia di quegli «alcuni» da cui prende le distanze. E ripete – credo – l’”errore” di Pasolini: come quello fingeva di farsi popolo,  così lui finge di farsi personaggio da reality-show. (Valgono per lui le critiche che Fortini – e dalli! –  rivolgeva a Pasolini ricordandogli Pavese: «Ma non ci si fa popolo: o lo si é o non lo si è»).

 
8. Finzione utile la letteratura, il romanzo? In parte sì, direi. Specie se i rischi di questa finzione venissero tenuti sotto controllo da una salda visione del rapporto esistente tra politica e mutazioni sotterranee. (È questo che oggi manca, e la discussione del post per me l’ha confermato…). No, i rischi del romanziere non sono solo quelli che Siti indica («Rischia ad ogni momento di perdere se stesso, la propria ‘faccia’, di fronte a familiari, amici o pubblico, e l’unico contrappeso a questo rischio è la speranza di successo (che sia il montepremi finale o l’applauso della critica»). Il rischio più grosso è la sua falsa coscienza di romanziere. Il suo io sarà anche mutato, come il mio e quello di tanti altri, ma perché – per delusione politica o  altro – deve identificarsi con un noi immaginario (americanizzato) contro  gli «alcuni»?  Così scegliendo, a me pare che Siti rinunci  a un’altra forma di «responsabilità della letteratura»: quella di stare con gli «alcuni» che vogliono combattere la sottomissione dei molti ai potenti e contrastare  le «mutazioni sotterranee» (indotte e spontanee) presentate ormai come naturali e inevitabili.

http://www.leparoleelecose.it/?p=7053#comment-48682

A Franco Cordelli e a Enzo Di Mauro ripugna essere apparentati al protagonista del mio libro; niente di più legittimo. Sotto le categorie negative di “narcisismo, esibizionismo, autoelezione e prepotenza” raccolgono una pattuglia eterogenea di scrittori che va da me ad Antonio Moresco, a Tiziano Scarpa, a Michel Houellebecq e a Bret Easton Ellis, fino al pochissimo autobiografico Alessandro Baricco. E aggiungono che quelle categorie negative “nei termini della vecchia politica sarebbero considerate di destra”.

Ovviamente non voglio parlare del mio libro, che verrà giudicato, spero, per la sua scrittura. Ma vorrei provare a riflettere su che cosa sia “di destra” o “di sinistra” in letteratura. Troppo facile rispondere che, riferite alla letteratura, le due categorie non hanno senso; esiste una responsabilità della letteratura di fronte al mondo, e allora parliamo di quella. E riparto da un’altra accusa che Cordelli e Di Mauro rivolgono al mio libro, di “assumere il reality-show a punto di vista strutturale del romanzo”: credo che abbiano ragione, è così. Credo che oggi il romanziere si trovi in una posizione molto simile a quella di un concorrente di reality-show; da una parte deve realizzare una forma, un testo per qualcuno che guarda, o legge – dall’altra per farlo non ha a disposizione che se stesso, il se stesso privo di forma che insiste a pretendersi autentico pur proiettandosi in una fiction. Rischia ad ogni momento di perdere se stesso, la propria ‘faccia’, di fronte a familiari, amici o pubblico, e l’unico contrappeso a questo rischio è la speranza di successo (che sia il montepremi finale o l’applauso della critica).

Ma a Cordelli e Di Mauro, ci scommetto, i drammi dei concorrenti di reality sembrano volgari. E’ giusto chiedere agli scrittori contemporanei di non essere “scimmie del consenso e dell’adattamento” e di rivolgere il loro mirino verso i mostri veri, gli uomini di potere che “sanno tenere la lingua a posto”. Ma è anche vero che non esiste soltanto la politica “visibile”, quella del parlamento, delle lobbies o dei potentati economici. Esistono mutazioni più sotterranee, che non si vedono ma che cambiano la testa delle persone, le loro abitudini percettive, la gerarchia dei loro desideri. Se leggiamo nell’ultimo romanzo di Houellebecq, La possibilità di un’isola, la descrizione di un’orgia desolata, o se in Lunar Park di Easton Ellis seguiamo il trasformarsi in horror di un rapporto figlio-padre, bisogna essere sordi per non sentire quanto tutti noi siamo mutati; quanto l’atrofia sentimentale ci abbia colpiti e quanto le vecchie categorie psicologiche comincino a non funzionare più.
Ma noi chi ? domandano giustamente Cordelli e Di Mauro. Il protagonista di Lunar Park si chiama Bret Easton Ellis, come l’autore del romanzo; non credo sarebbe stato difficile per Ellis (come non lo sarebbe stato per me) dare al suo protagonista un nome fittizio, ed evitare molti sospetti di esibizionismo e di solleticamento del pubblico; se non lo ha fatto, credo sia stato per una scelta di epistemologia, prima ancora che di poetica. Le mutazioni che i romanzieri si trovano a dover raccontare oggi, hanno mutato dall’interno i romanzieri stessi. L’io che usano è un povero io cavo, svuotato dai parassiti, un io come una provetta per esperimenti – una specie di robot, o di clone, da spedire in avanscoperta dove il terreno è contaminato. Quindi, per forza, noi. Noi che non conosciamo più mediazioni, noi che abbiamo troppa fretta di essere felici, noi che ci stiamo disabituando alla cultura raffinata e siamo tornati verso un analfabetismo emozionale, noi che riduciamo il desiderio ad immagine e confondiamo la felicità col possedere, noi che ci curiamo la depressione con lo shopping, noi che siamo ossessionati dal sesso come da una delle poche residue vie forti di comunicazione, eccetera. Siamo tanti, siamo la maggioranza, distribuiti in tutte le classi sociali. Certo alcuni, per privilegio di cultura o di coscienza, possono chiamarsi fuori, dire “noi non siamo così”; buon per loro; ma restare illesi di fronte ai mutamenti (diciamo pure ai peggioramenti) del mondo non è mai stata una buona ricetta per i romanzieri. Ci sono due modi per far finta di niente: o scrivere belle storie che avrebbero potuto essere scritte, tali e quali, trent’anni fa, o congelarsi in scritture stitiche, cerebrali, in cui il mondo è visto attraverso una lente antisettica. Ma se senti l’emergenza, non hai altra scelta che buttarti avanti, magari anche esibendoti, agitandoti forse troppo in posture autolesionistiche; ma non puoi allontanarti da dove sai che c’è la ferita perché ogni altra soluzione ti sembra indecente. Devi utilizzare, come scrivono Cordelli e Di Mauro con bella locuzione, “la tua miseria come architrave della costruzione romanzesca”. Ma una volta la sinistra non doveva occuparsi          della maggioranza delle persone? Non doveva prima di tutto capirle e poi addirittura amarle, e condividere il loro destino?

Ennio Abate,Una risposta a W. Siti sulla “responsabilità della letteratura”ultima modifica: 2012-10-25T15:52:22+02:00da mangano1
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