MOLTINPOESIA Pietro Peli, Poesie

Pietro Peli
Poesie

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Nelle maglie di un esodo
c’è da farsi acuminati
feroci

c’è da tornare indietro
e ripassare la corrente,
capire

senza animo di profeti
disarmati, offendere
il corpo

dell’intoccabilità.
Questo non scappare
ritorna

più potente in ogni
ardore perduto, in ogni
volontà,

in ogni presenza di sangue
di storia. Il rifiuto
è vivo

e tra le maglie dell’esodo
tra le ferite alle mani
rimane

da fissare più avanti
la parola che ancora
non vedi.

*

C’erano i tuoi figli
paese straripato dai confini
richiuso nei tuoi orli
di civiltà di confine
cattolica e marinara:
c’erano e non lo sapevi
e piangevano in silenzio
la miseria di secoli
piangevano una bandiera
che non avevano stretto
tra le mani. Ora saranno
duecento e ancor più anni
che vedono e non sanno
come parlare al mondo.
Sono scappati per terre
di conquista dei bianchi
sui neri, sui gialli, sui rossi
(categorie di una pelle positivista)
portando la loro miseria
trasportando per mari
le loro sole avvizzite mani
le loro sole pupille
di popoli cotti dal sole.
Hanno viaggiato e perduto
la loro radice piangendo
su navi di ferro e di carbone
hanno inteso altre lingue
i loro figli li hanno chiamati
con un nome straniero
e con una divisa lontana
hanno cercato salvezza
nelle buche di trincea
di paesi mai visti.
Cento milioni di passi
lontano i tuoi figli
lasciati partire nel mondo
e che oggi ritornano
dalle onde spumose
del Mediterraneo:
hanno i loro occhi
la voce dell’oriente,
dei fratelli lontani
ritornati, coi capelli ricci
e il viso stralunato.
Loro di poche parole,
loro di lacrime asciutte,
loro di braccia segnate,
di maglie ritrovate
nei cascami d’Europa
hai lasciato interdetti
tra le dune dei porti
o tra i flutti roboanti
tra il sale e le ultime cartacce
lasciate dalle navi.
Hai strappato dai petti
le storie sentite dai nonni
le hai lasciate cadere
sui piedi dei loro figli
e nulla hai spiegato loro.
Mai un paese
traboccante di memoria
ha guardato i suoi fratelli
come si guarda la luna.
Tu non guardarli negli occhi
potresti ascoltare parole
che da troppo tempo non senti.

*

Dal basso in su
le luci delle case popolari
le tavole sconosciute

eppure così familiari
i loro pensieri: «le ricevute
da pagare, poi domani… magari…»

La spesa che sembra un po’ passione
ai lumi di luna dei bonzi paludati
dell’economia, poi la televisione

coi programmi serali, sprofondati
su incolori poltrone lise di anni
di piccoli pensieri: semplicità

che è gioia per i semplici.
Su quella chiave nella toppa
(l’armadio semichiuso) una gruccia

una camicia prima di dormire
ci si appoggia già stanchi del lavoro
di domani; eppure sa apparire

quella cura misteriosa che solo
il domani dona all’abituarsi
dei giorni e dei decenni. Ma loro

che con le dita il mutarsi
hanno compreso della vita allegra
di un tempo, ridestarsi

domani non sarà peso.
Ti diranno, è vero, «lascia stare…»
ma più umili e caparbi lo stesso

il sole livido sapranno guardare:
è degli umili il piccolo coraggio
che signori non imparano a rubare

È qui più desta la città,
di provincia dell’Impero accumulo
di cemento ruvido, di postmodernità

e di offesa al cuore ingenuo,
che i vinti dagli anni trascorsi
miseri o stupendi (strenuo

baluardo di una guerriglia perduta)
ritrovano per poche ore la pace
su di letti per notti passate
a custodire una pura voce
del mondo

*

Non c’è nulla da sapere

La verità è banale, ridicola
può avere suono d’offesa:
non c’è nulla da sapere.

L’uomo come realtà storica,
le sue abitudini, le sue credenze,
le sue astrazioni e le concretezze
prendono le mosse da accadimenti
da fatti, dalla storia.

Non c’è nulla da sapere,
ribadirlo è per necessità
di continuare
a guardare con la testa dritta
senza il bisogno di girarsi.

Duecentotrentaseimorti e ottocentodiciassetteferiti
dirlo tutto in un fiato non sembra così infame.
Ecco la precisa ragione per cui
non c’è nulla da sapere
Tutto è perfetto
nella sua maledizione,
nella sua rozza cattiveria
e anche nel suo liquefarsi
al volgere dei decenni.

Non c’è nulla da sapere
compagni che ci siete
compagni che non ci siete più
cittadini, o come volete essere chiamati
per riguardo a voi lo dico
che non c’è da scavare
nelle ruvide zolle di un tribunale
o tra le montagne di carta
putrefatta o rosa dai topi.

Era chiaro allora
che una repubblica
si bagnava i piedi
nei catini dell’indifferenza
e del poco coraggio
tipico di un certo
credersi popolo.

Ecco
in questo nulla
e nella sua negazione
la chiarezza
che spacca
la pellicola crespa
d’alluminio
il viso di una menzogna
cui non si vuole credere.

Le prove di ciò che affermo?
Voi stessi le conoscete.
Meglio: siete voi la prova
che non c’è
nulla da sapere.

Dite pure
che
quello che ho detto
non è vero
preparatevi
poi
a non cadere
nel vuoto
come un urlo
che fa male
a chi urla.

Voi, prodotti della storia,
del dolore che è stato
dite che così
è stato
che non c’è nulla da sapere.

Il giorno
è meno chiaro
oggi,
(a parte
qualche
defezione).

Io sapevo

*

VIII

C’è ancora umanità
se tra le vie
riscattate alla polvere
allo scuro
a donare luce
tornano scie
di lucciole. Facciate
di un muro
contadino, sfondo
di scorrerie
di amori dal ventre
immaturo.
Parleremo ai silenzi,
alle afasie
dei giovani e dei vecchi,
ancora duro
sentiremo il cuore dentro
che sfonda.
Ci saranno ragazzi
sui selciati
d’ogni paese riemerso:
vedranno
sul viso di ciascuno
come un’onda
(gli occhi sereni
di pianto rigati)
per la lotta finale
marceranno.

XVI

Il senso degli altri, di me che solo
muovo il passo e il mondo attorno
attorcigliato ripete il falso volo
lo vedo rotolare lungo il giorno.

Uno, di gocce finite sul dorso
d’una mano, sono i sassi scabri
raccolti in una estate; il corso
(un altro) incerto dei cinabri,          

la patina di cretti di luce
conserva una grazia ancora
che è miseria, nascosta.

Ora chiudi il pugno, una sosta
tra due momenti: uno logora
e ti consuma, l’altro ti produce.

XVIII

Una casa, non la tua per forza,
ma che sembra essere parte
della tua carne, della tua scorza:
un grammo dopo l’altro,

cede a un vento che non sai
da dove viene. In tutto il mondo
oggi si scortica il tempo del mai,
una merce che non si vende…
                  
Con le chiglie imperfette della sera
le ombre sono venute a dire
le verità di un ottobre
                            
per tornare ai giochi di primavera.
Ora sono a sedere su me stesso
«E adesso? Io?»

XX

Un’ ombra dietro le spalle ho lasciato
a rincorrermi (o far finta di farlo):
nulla di quanto perso ho ritrovato
nemico non è un tarlo,

è la stessa memoria che insegna
la disgrazia del martire. Testimoni
per vita di un tempo che consegna
la libertà di esser falsi, a tastoni

ricercano il passato. Pensare
e dire e fare: l’ideologia
sprofonda lieve e dolce tra le bare

del progresso. La materia umana sia
plasma docile dell’ottuso andare
avanti, un lacerto di pazzia.

*
Pietro Peli nasce a Siena il 14 luglio del 1986 e vive a Colle di Val d’Elsa. Appassionato di letteratura e di poesia sin dai primi anni delle elementari, ha partecipato al primo concorso nazionale in 4a elementare. Laureando in Documentazione Storica presso l’Università degli Studi di Siena, ha pubblicato con Francesco Corsi e Stefano Santini il saggio storico L’Utopia della Base. Un Collettivo operaio nella Toscana tra gli anni ’60 e ‘70 (Punto Rosso Edizioni, 2011) e ha curato il volume di Paolo Cesarini Fogli di Diario 1945 – 1946 (Ass. Amici di Romano Bilenchi, 2011). Scrive poesie con una certa regolarità dal 2003/4. Il suo riferimento poetico, ideale e intellettuale è Pier Paolo Pasolini.

MOLTINPOESIA Pietro Peli, Poesieultima modifica: 2012-10-02T14:57:50+02:00da mangano1
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