Giorgio Morale , Vivalascuola. Concorso, Tfa e figli di nessuno

Carissimi,

vivalascuola questa settimana è dedicata al “concorsone”:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/09/24/vivalascuola-118/

Quello fatto per giovani e meritevoli, come dicono il ministro Profumo e i suoi portavoce?

In realtà giovani e meritevoli sono esclusi dal nuovo concorso, mentre i docenti già abilitati per aver vinto un concorso dovranno rifarlo. Inoltre: i posti previsti dal concorso (11.000 in tre anni) sono inferiori persino al piano predisposto dalla Gelmini (fino a 22.000 per anno) e non copriranno neanche i pensionamenti.

La puntata, che presenta informazioni e commenti sull’argomento, è completata dalle notizie della settimana scolastica: i disagi di inizio d’anno, i ritardi delle nomine, i tagli al sostegno, le prossime mobilitazioni…

Grazie dell’attenzione, e un cordiale saluto.

Giorgio  Morale

 

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Vivalascuola. Concorso, Tfa e figli di nessuno

Pubblicato da vivalascuola su settembre 24, 2012

I figli di nessuno sono i giovani e i meritevoli, i neolaureati, i trentacinquenni iscritti al Tfa, i docenti precari già abilitati inseriti nelle graduatorie. Ma il concorso non era fatto per giovani e meritevoli? Come dicono il ministro Profumo e i suoi portavoce? In realtà giovani e meritevoli sono esclusi dal nuovo concorso, mentre i docenti già abilitati per aver vinto un concorso dovranno rifarlo. Inoltre: i posti previsti dal concorso (11.000 in tre anni) sono inferiori persino al piano predisposto dalla Gelmini (fino a 22.000 per anno) e non copriranno neanche i pensionamenti. Come dice Giovanna Lo Presti citando Shakespeare: “Schifo! Schifo!” (Amleto, atto I, scena II).

Si bara, si bluffa, si recita a soggetto: è il concorso truffa
di Emanuele Rainone

La scuola pubblica statale è il principale luogo di formazione della cittadinanza e di trasmissione dei valori di civiltà della nostra Costituzione. Bene: lo Stato Italiano riserva agli insegnanti e al personale della scuola un trattamento incivile che lede profondamente la loro dignità di lavoratori. La reiterazione indeterminata e senza alcuna restrizione del contratto a tempo determinato è un caso del tutto eccezionale in deroga a qualsiasi norma comunitaria e che non ha eguali neanche nella contrattazione privata a livello nazionale. Questo è il problema del precariato nella scuola, la cui principale ragion d’essere è meramente economica: i contratti a tempo determinato costano meno alle casse dello Stato.

Questa situazione riguarda in linea del tutto generale circa 180.000 persone attualmente inserite nelle graduatorie permanenti. È bene ricordare che queste persone sono già vincitrici di un concorso, oppure hanno un titolo abilitante conseguito mediante una scuola di specializzazione alla quale si è avuto accesso per concorso e dalla quale si è usciti mediante un esame con modalità concorsuale. Nella maggior parte dei casi sono insegnanti che hanno iniziato la loro carriera lavorativa quando erano giovani, al termine dell’università o della scuola di specializzazione, e hanno alle spalle dai cinque ai dieci ai quindici ai vent’anni di insegnamento. Sono persone che sulla certezza di un precariato a tempo indeterminato legato alla posizione in graduatoria hanno fatto progetti di vita, contratto mutui, deciso spostamenti territoriali.

Non chiamiamoli precari, ma insegnanti della scuola statale senza contratto regolare. Di quei 180.000 circa 50.000 ogni anno vengono nominati con una supplenza annuale: questo significa che ogni anno suppliscono se stessi, perché ogni anno quel posto è sempre vuoto. La cattedra ce l’hanno già, è il contratto che manca. Gli altri, nella grande maggioranza, con le supplenze brevi, settimanali o mensili, permettono la sopravvivenza dell’intero sistema scolastico.

Ogni insegnante, come qualsiasi lavoratore, comincia la propria carriera da giovane e la termina alle soglie della vecchiaia. Sembra una banalità ma è bene ricordarlo al Ministro. Inoltre, gli insegnanti che ogni anno suppliscono se stessi, non hanno bisogno di meritarselo il posto a tempo indeterminato, perché quel posto lo occupano già da quando erano giovani.

Il concorso deciso dal Ministro dell’Istruzione e giustificato con le parole d’ordine del ‘merito’ e del ‘largo ai giovani’ si rivela quindi del tutto inutile. Poco più di 11.000 posti in tre anni – a tanto ammonterebbe il numero di cattedre per il concorso – sono infatti un numero ridicolo che rivela nient’altro che la malcelata intenzione da parte dell’attuale Governo di non voler risolvere in nessun modo il problema del precariato nella scuola. O meglio, rivela la volontà di dissolverlo, con una modalità che soltanto un governo tecnico potrebbe ideare: cancellando le attuali graduatorie con un semplice tratto di penna.

Di questo concorso si possono pensare varie cose, ma una cosa si impone in tutta evidenza: è uno schiaffo umiliante nei confronti dell’insegnante precario. E ci dà veramente il segno di quanto questa classe politica tenga in considerazione le persone che hanno il compito di educare e istruire i giovani cittadini. Insegnanti che hanno già passato un concorso, che sono già abilitati e che insegnano da anni nelle scuole italiane, per poter sedere con uno straccio di contratto normale dietro una cattedra che già occupano annualmente, devono essere preliminarmente sottoposti ad un test.

Ebbene sì, un test di 50 domande: logica, comprensione del testo, lingua straniera, informatica. Non sai utilizzare Outlook per la gestione di posta elettronica (chi lo usa alzi la mano)? Non sei un bravo insegnante. Insegni Italiano ma non ti ricordi più quella regola di grammatica inglese? Non sei una brava insegnante. Insegni Matematica e la tua testa è troppo fine per rispondere ad un banale quesito di logica la cui complessità è sfuggita anche agli estensori del test? Non sei una brava insegnante. Insegni Filosofia, sei abituato a cogliere infinite sfumature nelle pieghe di un testo, e una domanda di comprensione del testo ti sembra del tutto insensata? Non sei un bravo insegnante. Hai passato la vita ad occuparti di metodi di ricerca qualitativa nella relazione pedagogica e pensi che un test non sia un utile strumento di valutazione? Non sei un bravo insegnante. In ogni caso non puoi accedere alla prova scritta e a quella orale.

Si trascorrono centinaia, migliaia di ore in una classe a cercare di allargare le rigide maglie dell’intelligenza dei nostri ragazzi per renderle più adatte alla complessità della società contemporanea (dicesi ‘cultura’), e per ottenere un contratto dignitoso dobbiamo essere sottoposti alla insensata lotteria di un test?

Non solo, ci si chiede di simulare una lezione e si sbandiera questa trovata come una grande innovazione. Questo è veramente troppo: gli asini si mettono in cattedra. Qual è il principio fondamentale che da Socrate in poi domina incondizionatamente qualsiasi tipo di relazione pedagogica? L’insegnamento, la comunicazione, la forma, il contenuto, tutto deve adeguarsi di volta in volta alla specificità del contesto e degli interlocutori. Non esiste il copione perfetto: la didattica è fatta di domande e risposte e il testo non lo costruisce l’insegnante ma si costruisce insieme agli alunni. La richiesta di una simulazione è una distorsione totale che nulla ha a che fare con la possibile metafora teatrale applicata al mondo della scuola. La scuola è per certi versi una finzione, nel senso di una costruzione allestita ad arte. Questo è vero: ma in aula non si finge, si costruisce insieme un sapere.

Affinché la pièce teatrale del concorso possa avere senso, la commissione dovrebbe simulare a sua volta di essere una piccola classe? Mi viene da ridere. La trovata della simulazione non poteva che uscire dalla sagace mente di un tecnico: il copione della lezione didatticamente perfetta non è altro che la declinazione in ambito scolastico di una concezione del tutto astratta di ciò che avviene tra le quattro mura di una classe. Come se una lezione fosse simulabile e ripetibile, una sorta di esperimento: in vitro. Questo succede quando persone che nulla sanno del mondo della scuola – e lo dichiarano anche – pretendono di avere delle idee e di realizzarle.

E ancora. Che dire della grottesca trovata dei TFA pensati dal precedente governo e attivati dall’attuale? Si pretende la qualità e si sbandiera il merito e non ci si accorge che nel passaggio dalle vecchie scuole di specializzazione ai TFA sono stati decurtati ben due anni di formazione per gli insegnanti della scuola secondaria. Le Siss, oltre al tirocinio, prevedevano un biennio di corsi ed esami con tesi ed esame concorsuale finale. I TFA prevedono soltanto il tirocinio: il biennio formativo è scomparso. Qualcuno si è accorto di questa scomparsa? Due anni non mi sembrano pochi.

È un ennesimo schiaffo nei confronti di quei docenti presenti nelle graduatorie che hanno investito tempo e soldi con inimmaginabili sacrifici (stiamo parlando di due anni a tempo pieno e a pagamento post-lauream!), primi e forse unici e ultimi insegnanti italiani a partecipare ad una vera e propria scuola di specializzazione all’insegnamento, che ora si ritrovano rigettati all’inizio, come se niente fosse: un altro concorso. Il TFA in buona sostanza è un tirocinio, non è una scuola di specializzazione. Tirocinio, ovvero, nella peggiore delle ipotesi un anno di inutile ed estenuante osservazione, nella migliore un anno di supplenza non pagata ma a pagamento (sic).

Questo concorso potrà anche essere interpretato nella maniera più anodina come una pura mossa propagandistica per mascherare la totale incapacità di comprendere i reali problemi della scuola italiana. Ma non è così: le cose inutili sono sempre dannose, ma se oltre ad essere inutili costano anche 150 milioni di euro allora forse non abbiamo solo a che fare con la più bieca propaganda.

La retorica giovanilistica è smentita nei fatti: i neolaureati e gli iscritti al TFA non potranno partecipare al concorso e il governo non ha alcuna intenzione di mandare in pensione gli insegnanti over 60.

Rimane quella del merito: tra tutti gli iscritti alle graduatorie verranno estratti dalla lotteria del concorso solo i ‘migliori’. Questo significa soltanto che accanto alla vecchia graduatoria ne verrà creata una nuova nella quale andranno a collocarsi le stesse persone con punteggi diversi in base al risultato ottenuto con il nuovo concorso. Una nuova graduatoria che probabilmente rimarrà aperta per tre anni.

Avremo quindi ben due graduatorie, costituite in gran parte dalle stesse persone, ma con posizionamenti differenti. Vi sembra possibile e sensato? No. E allora quale potrebbe essere la finalità di questo concorso, se non – come ha già dichiarato e subito ritrattato (come ormai si usa fare tra i politici di casa nostra) il Ministro – eliminare le graduatorie permanenti? La soluzione, ancora una volta, è tecnica. E per le supplenze annuali? Per quelle non c’è problema: ci penseranno direttamente i presidi. Lombardia docet. Non c’è proprio termine al peggio. Certo che c’è: dopo anni di contratti annuali il capolinea si chiama ‘Disoccupazione’.

E ancora: la qualità dell’insegnamento non è forse intimamente correlata alla motivazione degli insegnanti? Bene: possiamo pensare seriamente che un insegnante dopo dieci o vent’anni di contratti a tempo determinato, dopo aver vagato per decine di sedi scolastiche ricominciando ogni volta dall’inizio, dopo esser stato rigettato più volte in alto mare dai capricci imperscrutabili delle decisioni ministeriali che mettono continuamente in discussione i suoi fragili sogni di risolutive ascensioni di graduatorie permanenti, possa sentirsi ancora motivato? Suvvia!

Siamo stanchi e disgustati della coltre di ignoranza e retorica che ammanta il discorso pubblico e politico sulla scuola. Noi per ora siamo ancora qui, in classe, con i vostri e i nostri figli. Fino a quando qualcuno non comincerà a pensare seriamente di trasformare la scuola in un hub di servizi (Ministro Profumo, Torino, 16 Settembre).

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Concorso truffa, ribaltamento della realtà e logiche di privatizzazione
di Francesco Cori

Il caso del concorso ideato dal ministro dell’istruzione Profumo per l’assunzione di circa 11.000 insegnanti rappresenta un esempio tipico di tentativo di ribaltamento della realtà ad opera di un’efficace opera di disinformazione architettata dal ministro con la complicità di buona parte dei mezzi d’informazione televisivi e della carta stampata.

La filastrocca ideata dal Governo di un concorso per 11.000 posti e di apertura della scuola alle giovani generazioni aveva un effetto dirompente sulla psicologia di massa: nella scuola ancora si assume, in un periodo di vacche magre gli insegnanti sono dei privilegiati, nella scuola si fa spazio ai giovani, finalmente un concorso dopo più di dieci anni.

Il punto dolente del discorso portato avanti da Profumo erano proprio i 250.000 precari della scuola inseriti nelle graduatorie; ovvero tutte quelle persone che, dopo essere state selezionate da un concorso precedente a numero chiuso e dopo aver prestato servizio nella scuola per due, tre, cinque, dieci anni con contratti a tempo determinato ed aver osservato che i loro colleghi, dopo lungo calvario, venivano assunti in ruolo, si sono trovati di fronte un concorso calato dall’alto, da preparare in un mese, con modalità a dir poco discutibili nella selezione, senza un minimo di riconoscimento per il servizio prestato, e con l’unico appiglio che attraverso il concorso qualcuno avrebbe potuto scavalcare chi stava avanti a lui in graduatoria.

Il fatto che per molto tempo il Ministro Profumo non abbia fatto minimamente cenno ai precari della scuola, che li abbia completamente ignorati, la dice lunga sull’approccio del Governo e del Ministro rispetto alla categoria: voi non esistete, o meglio i vostri diritti non esistono, il vostro lavoro non vale nulla, le graduatorie pubbliche che rappresentano il diritto su cui potete far leva per contrastare le illegalità che costantemente si presentano nell’assegnazione delle cattedre debbono essere demolite.

La continuità del ministro Profumo con l’opera portata avanti dalla Gelmini qui è palese, e per certi aspetti si evidenzia addirittura un’accelerazione nell’opera di demolizione dei diritti di chi nella scuola ci lavora e nell’attuazione del processo di privatizzazione della scuola. Che cosa c’entra la privatizzazione della scuola, mi si potrebbe obiettare, con il concorso? Si tratta di un elemento essenziale, che deve essere ben spiegato per comprendere la logica profonda che anima la volontà decisa del ministro su un concorso che, per certi aspetti potrebbe apparire assurdo o paradossale.

Torniamo al rapporto tra Gelmini e Profumo. Il Governo in carica non ha modificato minimamente la politica di tagli portata avanti dal precedente Governo; al contrario esso tende ad alimentare la precarietà nella scuola con l’aumento dell’età pensionabile ed altre norme che riducono i posti disponibili. A ciò va aggiunto che proprio a causa di questa scellerata politica di tagli le graduatorie si sono ingolfate impedendo alle nuove generazioni di entrare nel mondo della scuola.

Il Governo, inoltre, non ha alcuna intenzione di modificare l’organico di fatto in organico di diritto assumendo i precari sui posti disponibili perché in questo modo non avrebbe la possibilità di tagliare ulteriormente quando vuole. Ciò è evidente dal fatto che i posti previsti dal concorso (11000 in tre anni) sono inferiori al piano predisposto dalla Gelmini e non copriranno neanche i pensionamenti. L’esistenza delle graduatorie ad esaurimento, quindi, e dei precari che le occupano, rappresentano un problema tangibile per il Governo: queste persone debbono essere assunte, hanno maturato diritti e di questi diritti ne sono in parte consapevoli: ogni anno che passa si rafforza in loro la consapevolezza e la convinzione che i titoli acquisiti rappresentano un tassello per il miglioramento della loro condizione, per veder riconosciuto il loro sacrosanto diritto di entrare in ruolo.

Il Concorso truffa elaborato dal ministro Profumo ha lo scopo di demolire questo diritto, di distruggere ogni forma di trasparenza nei meccanismi di reclutamento, di ridurre il numero delle cattedre per un numero di aspiranti molto più elevato, quindi di fomentare la guerra di tutti contro tutti e, cosa neanche tanto celata, di scaricare una parte della disoccupazione creata nel mondo dell’università e della ricerca sulla scuola.

E’ per questi motivi che i precari della scuola hanno manifestato la loro rabbia con manifestazioni spontanee e presidi, con contestazioni al Ministro ovunque egli si presentasse, che sono stati in piazza il 22 a Roma contro il concorso, contro i tagli e le riconversioni e contro i progetti in atto di privatizzazione della scuola oggi in discussione in Parlamento. L’arbitrio puro nella selezione degli insegnanti, la mancanza completa di riconoscimento dei loro diritti, non rappresentano una concezione privatistica ed autoritaria nella gestione del personale e di conseguenza della modalità di concepire l’istruzione?

E’ per questi motivi che noi precari riteniamo che oltre al blocco del concorso bisogna sottolineare la necessità di un’inversione netta di tendenza della politica dei tagli e del processo di privatizzazione della scuola in atto. Su questa base auspichiamo di avere delle convergenze con tutte le altre componenti della scuola al fine di ricostruire un grande movimento per la difesa e il rilancio della scuola pubblica italiana.

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Su Orizzonte Scuola sono raccolte le informazioni finora disponibili sul concorso: le avvertenze e i programmi da studiare per scritto ed orale per classe di concorso e area, la tabella di valutazione titoli, i posti messi a disposizione per tipologie e per classe di concorso, le tempistiche, e le modalità di svolgimento delle prove

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Maurizio Tiriticco ha analizzato ampiamente le modalità del concorso e così conclude: “Sembra, dalle prove proposte che si voglia andare a un concorso innovativo, che invece è saldamente incentrato soprattutto sulla rilevazione delle conoscenze di dati contenuti! Insomma, contenuti e sempre contenuti. So che non tocca al Miur dettare una didattica di Stato, ma di fatto il nostro Miur propone ai suoi insegnanti la didattica delle prove oggettive e della lezione! Che non sono i fattori fondanti dell’insegnare/apprendere in una scelta che sia veramente ispirata al curricolo!“

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MATERIALI

Sul metodo

I test sono antieducativi
di Luciano Canfora

«Ho detto dal primo momento che non si possono degradare la scuola, e un domani l’università, con questi quiz – sottolinea Canfora all’Adnkronos – La cosa è quasi banale: la stramberia consiste nel non sottoporre a prove autenticamente culturali e scientifiche: come una composizione di italiano, una traduzione dal greco o dal latino. In tutto il mondo civile si fa così. Per vedere la maturità di una persona è necessario che componga un testo di senso compiuto, non che faccia queste prove irrilevanti dove un cretino che ha una buona memoria supera i quiz e una persona di cultura che non ricorda un dettaglio viene esclusa. È antieducativo». «Il tipo di prova che ho evocato è stato per secoli in vigore», dice Canfora, «poi sono arrivate queste americanate di terzordine o di accatto, frutto di qualche fremito esterofilo di persone che non sanno quel che fanno. Chi le ha scelte sicuramente non è un genio».

«Il vero problema sono i tagli agghiaccianti alla scuola fatti dal governo precedente – sottolinea Canfora – ora con questi corsi strapieni di pedagogia si cerca di contenere la massa degli aspiranti docenti. Una prova ben pensata di vero vaglio culturale rende inutili questi quiz». «Se in Parlamento ci fossero persone competenti in questo ramo queste brutture non accadrebbero. Da quando si decise di abrogare la forma normale, il concorso, si è fatto di tutto pur di non fare esami sensati, tali da determinare una scelta vera», aggiunge il prof.

Quanto alle diverse modalità di accesso all’insegnamento, dalla Siss in poi, Canfora aggiunge: «Tutto questo insieme di corsi a pagamento, i cosiddetti titoli `seduti´ che si conseguono cioè per il solo fatto di stare seduti ad ascoltare una persona, partono dal presupposto che l’università è inutile. È una follia malsana: comprarsi il corso per poi avere un pezzo di carta. Questi corsi partono dal presupposto che l’università è inutile e gli studenti-laureati non affrontano mai una vera prova.

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Il test non fa buono il prof
di Claudio Giunta

Ora, il problema dell’esame ministeriale non sono gli errori contenuti in certe domande: sono le domande stesse. I quiz a risposta multipla sono infatti una scorciatoia che non porta da nessuna parte. Ai candidati alle cattedre nelle scuole medie e superiori si chiedevano cose come «Quando fu pubblicato in prima edizione il romanzo dannunziano Forse che sì forse che no?», «Qual è l’anno della Charte octroyée?», «Dove si trova la città di Porto Fuad?». Io insegno Letteratura italiana all’università e non avrei saputo rispondere a nessuna di queste domande, come a molte altre: avrei tirato a caso tra le quattro risposte possibili, e sicuramente non avrei superato l’esame.

Peggio per me, naturalmente. Forse, se avessi passato l’estate a rileggermi tutti i manuali, comprese le parti scritte in piccolo, ce l’avrei fatta. Ma questo è il modello culturale di Rischiatutto.

In realtà, anche se le domande fossero state più semplici, o più sensate, non sarebbero state una base di giudizio affidabile per decidere chi deve e chi non deve diventare insegnante. I futuri insegnanti dovrebbero conoscere la loro disciplina (e possibilmente anche qualche disciplina contigua) ed essere in grado di parlarne e scriverne con proprietà. Non altro. Per verificare il possesso di questi requisiti i quiz a risposta multipla non servono a niente. Servono – per ripetere il triste verbo che si è usato – a scremare.

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Non si creano così dei bravi insegnanti
di Giovanni Cominelli

Questo modo di scegliere i futuri insegnanti non è efficace. Tutte queste innovazioni tecnologiche che aggiungono quiz, mantengono le prove scritte e aggiungono una lezione falsa e artificiosa è una ripetizione del solito schema accademico-cognitivo di selezione del personale docente. Negli altri paesi i proto-insegnanti si mettono alla prova dentro una scuola, dove fanno un tirocinio di lunghi mesi. È giusto che si verifichi la conoscenza delle materie mediante una prova scritta, ma dovrebbe bastare la laurea a certificarla. In ogni caso un quiz con domande ipertecniche rischia di creare una selezione inadeguata. Infine, dalla simulazione di una lezione orale non si capisce l’abilità di una persona di stare davanti a una classe. La lezione frontale non è sufficiente a testare la capacità di trasmissione di un sapere. Io sono contrario a questo modo di reclutare, burocratico e accademico. Se va bene si verifica il possesso delle conoscenze, ma ciò non basta a creare bravi insegnanti.

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Non è questo il profilo professionale del docente
di Ivana Summa

Emerge con chiarezza la vecchia idea di docente erudito fino all’inversimile (si pensi alle domande poste nei test per l’accesso al cosiddetto TFA), riverniciato con un po’ di informatica e di lingua straniera. Il Test preselettivo, poi, non è finalizzato ad intercettare i migliori, bensì a “scremare” la platea di concorrenti… basta leggere l’ art.23 del CCNL 26-5-1999 (poi ripreso da tutti i contratti successivi) che riportiamo per chi l’avesse dimenticato “il profilo professionale dei docenti è costituito da competenze disciplinari, psicopedagogiche, metodologico-didattiche, organizzativo-relazionali e di ricerca, documentazione e valutazione tra loro correlate ed interagenti, che si sviluppano col maturare dell’esperienza didattica, l’attività di studio e di sistematizzazione della pratica didattica“.

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Sui giovani

Gli insegnanti saran tutti giovani e belli
di Marilù Oliva

È per questo che indice un concorso, Ministro? Perché vuole degli insegnanti giovani? Qual è il suo concetto di giovinezza? Scorro la graduatoria della mia classe concorsuale e mi accorgo che l’età media è tra i trenta e i quaranta: siamo vecchi? Ma anche se fosse, perché mai dovrebbe essere un demerito l’esperienza in un ambito – come la scuola – votato alla cultura? Cosa c’entra la giovinezza con la trasmissione culturale? Perché non si fa tesoro invece delle risorse di questi insegnanti, delle loro acquisizioni?

Ma poi… la storia dei «giovani insegnanti» sarà vera? O forse si vuole colpire una classe docente considerata rompiscatole e dissidente, magari formandone una nuova, più docile e spaventata, meno consapevole dei suoi diritti? Dovremmo urlare a gran voce, dovremmo occupare istituti e coinvolgere studenti e famiglie per fermare lo scempio alla scuola che state portando avanti dai tempi della Moratti. Stia tranquillo Profumo. Purtroppo non siamo più dissidenti, ormai le poche volte che scioperiamo dobbiamo perfino avvisare in segreteria.

Ecco dove volete arrivare: alla docilità totale. Perché la mancanza di una buona scuola genera fedeli telespettatori, elettori sciatti e suggestionabili, candidati inetti.

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Sul merito

Confronti

Il concorso bandito dal governo Monti è quindi giusto
di Roger Abravanel

Chi sta dalla parte dei precari (i sindacati, alcuni politici, alcuni giornalisti) ha però difficoltà a rispondere alla domanda: «Quale insegnante preferireste per vostro figlio, una signora 45enne oggi al numero 152 della graduatoria di merito di un concorso di 10 anni fa, o una giovane trentenne che è risultata tra i primi a un concorso fatto in questi giorni?».

Il concorso bandito dal governo Monti è quindi giusto, anche se è solo un piccolissimo passo avanti nella direzione di miglioramento, perché se da un lato avremmo finalmente (forse) 12.000 insegnanti selezionati con qualche criterio di merito, resta la totale assenza di meritocrazia per gli altri 700.000. Per i quali il problema non è solo sul come sono stati selezionati (male, perché molti sono stati selezionati senza concorso, ma purtroppo oggi su questo si può fare ben poco), ma su come sono formati, aggiornati, valutati, (non) esposti a suggerimenti su come migliorare il loro modo di insegnare e, soprattutto, motivati e remunerati (tutti poco e in maniera uguale).

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Un commento shakespeariano per l’ultimo editoriale sulla scuola di Roger Abravanel
di Giovanna Lo Presti

Ma è chiaro: prendiamo subito la giovane trentenne e buttiamo alle ortiche la signora quarantacinquenne, magari un po’ in sovrappesso, magari con famiglia a carico, magari stressata da quindici anni (almeno) di lavoro para-intellettuale (perché, anche se ad Abravanel non gliene importa, questo è il problema vero: il degrado culturale e sociale del lavoro dell’insegnante, la sua riduzione a “bracciantato intellettuale”). Questi, in sintesi, i ragionamenti semplificatori e tendenziosi proposti, con una sfacciataggine senza limiti, dall’opinionista Abravanel. Se ci fosse premio al merito, tali aberranti superficialità dovrebbero comparire non su uno dei massimi quotidiani nazionali ma, forse, su qualche oscuro foglio partorito in un’oscura e retriva provincia. Invece – e questa è la morte vera di ogni democrazia – siamo obbligati a leggere falsità banali (che però, purtroppo, riescono a influenzare l’opinione pubblica).

A gran voce, quindi, bisogna chiedere: a) soluzione del problema del precariato, un problema che è stato creato dallo Stato per suoi sordidi interessi. È evidente, dato che l’ultimo concorso è stato nel 1999, che una prima stabilizzazione deve avvenire in base ai titoli: lo Stato non può ignorare che chi ha lavorato per molti anni nella scuola, chi è in possesso di abilitazione, chi ha frequentato le famigerate SISS non può essere considerato “scaduto” e, come vorrebbe Abravanel, “rimesso in gioco” in un nuovo concorso. Se appare ragionevole che chi ha alle spalle meno di tre anni di supplenza non possa pretendere ope legis una stabilizzazione, è ingiusto, irragionevole e pure in contrasto con la spesso invocata (per altri aspetti) normativa europea che lavoratori che hanno accumulato anni di precariato (e che si sono preclusi, di fatto, altri sbocchi lavorativi) vengano liquidati e messi alla berlina, come fa Abravanel quando allude alla signora quarantacinquenne, che meglio sarebbe sostituire con la più giovane trentenne. L’implicito maschilismo di tale affermazione (che pure riconosce uno stato di fatto: fra i molti problemi della scuola italiana vi è la clamorosa femminilizzazione del personale docente. Indice chiaro di quanto il mestiere dell’insegnare sia stato ridotto a lavoro di cura alla persona, cosa che non va assolutamente bene) è rivoltante.

Perciò, a mio parere, l’articolo dell’opinionista Abravanel merita un solo commento. Lo prendo a prestito da Shakespeare, che sempre ci regala una citazione adatta ai nostri fini. Quindi, da Amleto, atto I, scena II: “Schifo! Schifo!”.

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Sui numeri

Quanti parteciparanno al “concorsone”? Ci ragiona su Salvo Intravaia:

“Secondo il ministero potrebbero essere 300 mila… Ma saranno i requisiti di ammissione a determinarne l’esatto numero. I soli abilitati inclusi nelle graduatorie ad esaurimento sono 200 mila, cui occorre aggiungere gli abilitati negli ultimi concorsi che non hanno intrapreso la carriera del precariato: un numero non facilmente quantificabile. Ci sono poi gli eventuali semplici laureati – per le classi di concorso con pochi abilitati – che potrebbero essere ammessi alle prove.

Solo in Lettere e filosofia, dal 2000 al 2012 si sono laureati… 206 mila studenti. Mentre in Matematica, Fisica e Scienze naturali sono 123 mila i giovani usciti dagli atenei italiani. In tutto, nei 13 anni di vuoto concorsuale, i laureati del vecchio ordinamento e “quinquennali” che l’istruzione universitaria italiana ha partorito ammontano un milione e 560 mila. Pertanto, la platea di interessati potrebbe essere di gran lunga superiore alle 300 mila ipotizzate dal ministero“.

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Chi potrà partecipare

Il concorso verrà bandito su base regionale esclusivamente per i posti disponibili e avrà durata triennale. Per la scuola media sarà bandito solo per le classi di concorso A028, A030, A033, A043, A059, A245 e A345. Per le scuole superiori sarà bandito nelle classi di concorso A017, A019, A020, A025, A029, A034, A036, A037, A038, A047, A049, A050, A051, A052, A060, A246, A346, C430. Per la scuola primaria e dell’infanzia potranno partecipare alla selezione gli abilitati, i laureati in Scienze della formazione e anche i diplomati entro l’anno scolastico 2001/2002. Per la scuola secondaria di primo e secondo grado, l’accesso alle prove sarà riservato a coloro che sono già in possesso di un’abilitazione all’insegnamento e ai laureati in possesso di un titolo di studio del vecchio ordinamento: conseguito entro l’anno 2001/02, per i corsi di studio quadriennali, 2002/03 per quelli quinquennali e 2003/04 per quelli di sei anni di durata.

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Dove andranno i posti

I posti del concorsone nella scuola andranno soprattutto al Sud e alle regioni dell’Italia centrale… (vedi la tabella). Una circostanza confermata dalle cosiddette “cessazioni” – così si chiamano in gergo burocratico i pensionamenti e le altre uscita dal lavoro – relative all’anno scolastico appena trascorso: 11.360 (il 54 per cento) dei 21.094 pensionamenti registrati in Italia nel 2011/2012 sono stati a carico degli insegnanti in servizio nelle otto regioni meridionali.

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Sul futuro

Di nuovo nubi all’orizzonte
di Roberto Ciccarelli

Entro l’estate, ha assicurato il ministro durante un’audizione alla commissione Cultura della Camera, le procedure saranno concluse, ma non il travaglio dei precari per ottenere l’assunzione che sarà spalmata su due anni almeno. Quello che si sa è che, allo stato attuale, si potranno verificare casi di vincitori di concorso in attesa di cattedre. Un limbo dove finirà, forse, la metà dei vincitori del «concorsone» di quest’anno.

Ma le sorprese non finiscono qui. Secondo le indiscrezioni pubblicate dalla rivista Tuttoscuola, questa dilazione delle assunzioni rischia di far saltare il secondo concorso previsto per la prossima primavera, quello che dovrebbe essere riservato solo agli abilitati e a coloro che avranno concluso il primo ciclo del «Tirocinio Formativo Attivo» (Tfa) che inizierà tra poche settimane, appena concluse le prove selettive che sono tutt’ora in corso. La strategia in due tempi messa in campo dall’offensiva estiva di Profumo per «normalizzare» la scuola italiana sta rischiando una fine ingloriosa. I posti riservati al concorso che sta per essere bandito esauriranno le risorse a disposizione. E i giovani laureati che avranno concluso il Tfa non avranno accesso al concorso che avrebbe dovuto portarli in cattedra. Un pasticcio creato da una colossale confusione che, tra la primavera e lo scorso agosto, ha spinto il ministero a creare un nuovo doppio canale per l’immissione in ruolo (stabile).

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Sui rischi etici
di Lucio Ficara

Oltre al dibattere sull’opportunità o meno di bandire questo concorso, bisognerebbe fare una seria analisi sui forti rischi etici che potrebbero determinarsi con l’espletamento del concorso a cattedra.

Quali sarebbero questi rischi etici? Essi sono insiti nella struttura della prova di selezione, che non dimentichiamo sarà somministrata a professionisti abilitati all’insegnamento, che operano da diversi anni come docenti. E se venissero bocciati?

Secondo voi è etico da parte di un’Amministrazione seria, scoprire, dopo lustri di carriera come docente, che un professore non ha abilità logico-deduttive? Noi francamente pensiamo di no. Non è etico misurare le abilità logico deduttive di persone che hanno un’esperienza lavorativa consolidata ed una carriera ben avviata.

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La settimana scolastica

In settimana si sono completate le riaperture delle scuole e aggionati i dati dei disagi di inizio d’anno. Al 17 settembre ancora 24.161 le cattedre da assegnare (pari al 32% del totale). Le cause sono almeno due: il ritardo con il quale il ministero ha comunicato agli uffici provinciali e regionali i contingenti per le immissioni in ruolo e gli organici degli stessi uffici ridotti ormai all’osso.

Sono anche giorni in cui vengono rese note varie indagini conoscitive.

Il X Rapporto su sicurezza qualità e comfort degli edifici scolastici di CittadinanzAttiva denuncia che solo il 25% delle strutture supera l’esame sicurezza. Lesioni alla facciata, distaccamenti di intonaco, muffe e infiltrazioni in quasi il 21%. E più della metà delle scuole è stata costruita prima delle norme antisismiche. A confermarlo arrivano i crolli in edifici scolastici a Roma e ad Agrigento.

Contribuisce a creare un problema sicurezza anche il fenomeno delle “classi pollaio“, in grave violazione delle norme vigenti. E il risultato è che aumentano gli infortuni a scuola: gli alunni infortunati negli ultimi 10 anni sono passati da 82.281 del 2000 a 98.429 del 2010 mentre i docenti infortunati nello stesso decennio son passati da 4.988 a 14.735!

Contrastava con questa realtà “materiale” la “rivoluzione digitale“, per la quale il ministro Francesco Profumo annunciava 40 milioni, senonché la Direzione generale per gli studi, la statistica e i sistemi informativi dello stesso Ministero comunica che dal 20 ottobre per mancanza di fondi finisce il progetto Spc scuole con la conseguenza di tagliare la connessione da 3.8000 istituti. Se vogliono proseguire dovranno farlo a proprie spese.

Anche l’ex ministro dell’istruzione De Mauro a questo proposito critica l’attuale ministro. Strombazzare che nelle scuole meridionali, grazie ai Fondi europei, saranno distribuiti agli insegnanti (ma agli alunni?) i famosi tablet, mediante i quali l’insegnamento assumerà tutt’altro rilievo, non ha nessun valore pratico. Senza la banda larga, senza cioè un collegamento adeguato (che ancora non c’è), si rischia un altro spreco di soldi pubblici. Insomma, per De Mauro, prima dei tablet si deve provvedere a dotare le scuole e il territorio di sistemi di trasmissione più veloci, altrimenti c’è il pericolo che il prezioso strumento serva solo per essere ammirato o tutt’al più sarà utile per giocarci.

Inoltre, mentre il primo giorno di scuola Profumo esprimeva la sua intenzione di dare l’addio a tutta la carta, digitalizzando e dematerializzando i processi e le procedure amministrative, in modo da ridurre le spese di segreteria e per la didattica (per attuare tutto questo il Ministro ha il compito di predisporre un “piano operativo” entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, ovvero entro la metà di ottobre), “nel frattempo la stragrande maggioranza delle istituzioni scolastiche ha acquistato sia i registri di classe sia quelli personali degli insegnanti in formato cartaceo” osservano Marina Boscaino e Marco Guastavigna.

Per fare studiare i figli in questa scuola, che pure ha i costi tra i più alti in Europa, un’indagine rivela quanto si indebitino le famiglie, mentre in paesi come Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Grecia, Malta, Norvegia, Scozia e Svezia non sono previste tasse d’istruzione.

Un’altra indagine, il rapporto Coldiretti/Censis “Crisi: vivere insieme, vivere meglio“, conferma un fenomeno già noto: il 60,7% dei giovani tra i 18 e i 29 anni vivono in famiglia.

Giovani che, secondo il Rapporto sul mercato del lavoro del centro studi Ref diretto da Carlo Dell’Aringa, risultano sottoinquadrati nel lavoro, rispetto al loro livello d’istruzione: almeno un giovane su tre non svolge il lavoro per il quale ha studiato. Il capitale umano è sia sottoutilizzato, basti pensare alla disoccupazione giovanile (il 20,2% nella fascia 18-29 anni nel 2011), sia male utilizzato, tanto che da un lato molti posti di lavoro vengono coperti dagli stranieri e dall’altro «centinaia di nostri giovani affollano le università del mondo anglosassone».

Un dossier della Uil sfata dei luoghi comuni sulla scuola. Non è vero che in Italia si spende troppo e male per l’istruzione. Non è vero che in Italia gli insegnanti lavorano meno che in Europa. Non è vero che gli alunni italiani, terminando gli studi a 19 anni, sono in ritardo rispetto ai coetanei europei (in 16 dei 27 paesi presi in esame il termine della scuola superiore è collocato a 19 anni). Non è vero che in Italia le classi sono meno affollate che all’estero. E’ vero, invece, che gli insegnanti italiani guadagnano molto meno dei colleghi europei (da 4 a 10 mila euro in meno). E’ vero che in Italia il peso della burocrazia (circolari, note, decreti, ecc) non ha eguali in Europa. E’ vero che rispetto agli obiettivi di Lisbona 2010 o Europa 2020 siamo ancora troppo indietro.

Intanto il ministero continua a pensare dove poter tagliare nella scuola, dopo l’annuncio, poi smentito, della riduzione di un anno del percorso scolastico con la motivazione che lo vuole l’Europa (qui smentito da Pino Patroncini).

Martedì 18 il Ministro Profumo, durante la cerimonia per dedicare l’ex Istituto Duca degli Abruzzi di Torino all’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini, è intervenuto manifestando l’intenzione di abolire la figura dell’insegnante di sostegno per gli studenti disabili:

“certi casi possono essere seguiti in un modo più collettivo e non con una maestra dedicata… Gli insegnanti di sostegno in Italia sono circa 150 mila, un numero importante, forse è arrivato il momento per una revisione del modello“.

Immediate le proteste e la correzione da matita blu: sono 95.000 i docenti del sostegno, non 150.000, ma un terzo di essi è ancora precario per legge.

Certo non è il massimo sbagliare ancora una volta nei dati, per un ministero che aveva esordito all’insegna della trasparenza. A proposito della quale segnaliamo che Osvaldo Roman mostra come l’operazione trasparenza promessa dal ministro Profumo continui ad avere dei buchi e a perpetrare delle mistificazioni in merito ai tagli operati nella scuola.

Ma questa settimana in primo piano c’è sempre il “concorsone” per docenti di cui si parla in questa puntata di vivalascuola. Per chiedere il blocco del concorso, il cui bando dovrebbe uscire il 25 settembre, sabato 22 si è svolta a Roma una manifestazione di “Precari Uniti contro i tagli” alla quale hanno aderito Anief, Cobas, Flc-Cgil, Cub e Usb, oltre a Sel, Idv, Rifondazione comunista, Comunisti italiani e ad alcune associazioni studentesche come l’Uds.

Concorso che non convince nemmeno il CNPI (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione), che il 21 settembre ha espresso parere positivo sulla proposta di bando di concorso prodotta dal Ministero dell’Istruzione, giudicando però inopportuno bandire un concorso:

in una fase di grande disagio per i precari della scuola, le cui aspettative sono state troncate dai tagli del governo Berlusconi da una parte e dall’attuazione di percorsi abilitanti dall’altra
nel contesto di una riforma pensionistica che contribuisce a rendere irrisorio il numero dei posti messi a concorso e quindi a renderlo ancora più inopportuno
mentre è appena iniziato il percorso abilitante attraverso i TFA, impedendo ai futuri abilitati di trovare uno sbocco in tempi rapidi
quando ancora non sono partite le procedure per i TFA speciali che riguarderanno docenti già impegnati nel mondo della scuola, a volte con molti anni di servizio sulle spalle. Per non parlare dei TFA per le istituzioni AFAM, per gli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria che non hanno addirittura ancora il decreto attuativo.
Per il CNPI il concorso troverebbe la sua giusta collocazione solo con il consolidarsi di alcune azioni propedeutiche:

l’istituzione per le scuole di un organico funzionale
l’attivazione delle procedure abilitanti ordinarie e speciali
la revisione delle classi di concorso
un nuovo regolamento sulle modalità di reclutamento come da delega della legge 244/07.
Il 20 settembre la Flc Cgil ha inviato al Parlamento italiano un appello perché si faccia promotore della sospensione delle procedure per il bando di concorso. Il segretario Pantaleo annuncia, dopo la pubblicazione del bando, il ricorso contro di esso a tutte le vie legali possibili.

Concludiamo con ottimismo con alcune parole della Rendicontazione di inizio anno scolastico di Claudia Fanti: abbiamo

Le nostre forze.
Le nostre teste, i nostri studi personali, gli aggiornamenti pagati in proprio.
Le teste dei bambini e delle bambine.
La loro voglia di imparare.
I nostri risparmi personali e quelli delle famiglie per acquistare i materiali necessari all’insegnamento/apprendimento e per qualche uscita d’istruzione (in molte scuole d’Italia però non si fanno ormai più a causa delle esigue economie delle famiglie).
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Mobilitazioni

Il 28 settembre i comparti università, ricerca e AFAM sciopereranno insieme alle categorie del pubblico impiego (parteciperanno allo sciopero del pubblico impiego proclamato dalle categorie) di CGIL e Uil.

Il 12 ottobre gli studenti universitari manifesteranno contro il numero chiuso e ogni barriera all’accesso all’università e contro gli aumenti delle tasse universitarie. La data, lanciata dall’Unione degli studenti, ha raccolto le adesioni di altre associazioni universitarie come Link e Rete della Conoscenza.

Il 20 ottobre la FLC CGIL organizza una grande manifestazione nazionale di tutti i comparti della conoscenza, con sciopero della scuola, su una piattaforma che mette insieme conoscenza, lavoro e diritti “per ridare prima di tutto alle nuove generazioni la possibilità di uscire dalla disperazione della precarietà esistenziale“.

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Risorse in rete

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola…

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

Giorgio Morale , Vivalascuola. Concorso, Tfa e figli di nessunoultima modifica: 2012-09-30T12:42:04+02:00da mangano1
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