ROBERTO AGOSTINI,Le “facce” di Face: (ri)pensare le dinamiche di Facebook dall’interno

SOCIETÀ IMPURA
Le “facce” di Face: (ri)pensare le dinamiche di Facebook dall’interno

Pubblicato su 6 settembre 2012 da CRITICA IMPURA

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Di ROBERTO AGOSTINI

Facebook non è la Dea Kali

ma quasi.

Detto indiano

 
Il meccanismo inflazionistico – un processo inarrestabile di deterioramento ed espansione – sembra essere alla base del successo di Facebook, con i suoi nuovi modi (modelli) di comunicare fra individui che si conoscono o si potrebbero conoscere. Oggi gli utenti di Facebook sono un miliardo, in continua crescita. L’adozione sempre più diffusa indica un apprezzamento generale ma anche un rischio di invasione. Ci solletica l’opportunità offerta da questo collegarsi istantaneamente, premendo o accarezzando un tasto per formulare brevi, sintetici apprezzamenti (“mi piace quello che scrivi o mi fai vedere”, “ti dico subito cosa ne penso”, “lo condivido oppure no”). Ci solletica la possibilità di allargare con uguale rapidità la platea di emittenti-riceventi, incrementarla e nello stesso tempo variarla, come nello stesso tempo mescoliamo la parola all’immagine, in una completezza di sensazioni e segni che assomiglia a un video-clip concentrato o a uno slogan animato. Facebook colpisce come un raggio di luce e, come un raggio è fatto di fotoni, così Facebook contiene “pacchetti discreti” di informazioni. Si colora, si quantifica, si qualifica.

Non voglio parlare della dipendenza che tutto ciò può creare: il problema, anche per altre “droghe”, è del consumatore, non del consumato. Se nessuno fumasse, le sigarette non crescerebbero da sole sugli alberi. Mi interessa la tecnologia in sè, quanto possa essere persuasiva e quanto sia pervasiva.

Ho a portata di mano il mondo. Posso espanderlo. Teoricamente non ho limiti perchè, se nella realtà quotidiana una relazione può condurre a un’altra, nella rete l’intreccio è infinitamente più facile. Anche il più timido può spalmarsi su Facebook. Chi è confinato, esce tranquillamente dai suoi confini. Facebook vince l’afasia e l’handicap. Ma non stiamo parlando di uno schermo piatto, icone che si accendono e spengono a comando? Facebook è irrealistico e non comporta una realtà che non sia quella limitante del virtuale. Il non-limite ritorna limite. Ed è peggio di prima, come una promessa non mantenuta.

Facebook è immateriale: anche quello che stava dietro le parole su una lettera del Settecento lo era, anche il ticchettio del telegrafo dell’Ottocento si scioglieva nell’etere, era aria. Facebook, però, è anche perturbante, attraverso di esso confondiamo l’essere e il non essere. Se non dovessi dormire, e se dall’altra parte trovassi un amico sonnambulo come me, potrei andare avanti con Facebook per sempre.  La mia vita si trasformerebbe in vita su Facebook.

La nevrosi è stare con un piede di là e uno di qua. La psicosi è buttarsi con entrambi i piedi di là, nel buco nero ben più pericoloso dell’indecisione nevrotica. Facebook tendenzialmente è psicotico, attira, invischia, delocalizza. L’attraente superficie della bacheca può diventare la pietrificazione di Medusa. Allora non solo non lo abbandoniamo più, o raramente stacchiamo questa “faccia”, ma tutto viene graduato, valutato secondo la nuova maschera assunta.

Vivere di icone, fra icone, significa agire come fantasmi fra fantasmi. L’idolatria è dietro l’angolo. Facebook può alimentare le psicosi mentre come una reazione a catena alimenta se stesso. È un processo de-generativo, simile al fanatismo religioso o ideologico. Non tutti, ovviamente, si ammalano ma potrebbero e i sintomi del contagio sono questi.

È nato l’uomo-Facebook, prototipo di quel funzionamento misto già preconizzato dai cyborg-universi, il finto e il vero indissolubili, la macchina e l’utente inscindibili, l’artificiale e il naturale che avvengono senza soluzione di continuità. Così entrambi si squalificano, proprio come nell’inflazione dell’economia le stesse merci sempre più care ingoiano più denaro, declassando l’oggetto e la moneta. Infatti, è vero che realtà e virtualità si ibridizzano nel feticcio “Facebook” – riesci a distinguerle? – ma nello stesso momento si rendono irriducibili una all’altra – riesci a paragonare minimamente Roberto in carne e ossa al Roberto che ti appare in rete? -. Sappiamo come tutti gli utenti, prima o poi, si divertano ad abbellirsi sulla rete, vogliano farsi più interessanti, apparire profondi e intimi, più capaci di quanto non siano, un’operazione di maquillage che è la singolare attrattiva del gioco. Agisce il desiderio narcisistico prevalentemente negativo: cerco l’apprezzamento altrui per piacermi di più. E il desiderio, in senso adleriano, di potenza: sono potente quanti amici ho o riesco ad avere. La logica naturale dell’incontro fra me e l’altro va a farsi benedire. Su Facebook non esistono spiegazioni più lunghe di una riga, non possiamo articolare un discorso, difficile spiegarsi e difficile comprendere. Se controbattiamo, facilmente veniamo fraintesi o respinti. Quando poi si va fuori rete, il rischio del reale si fa molto forte. In certi cortocircuiti – due utenti si danno appuntamento al bar o si vedono su una panchina –  le ricadute possono essere disastrose. Eri un poeta sulla rete e ora ti presenti all’appuntamento come un impiegatuccio? E tu non eri una bionda esplosiva e adesso hai le rughe?

Gli incontri di Facebook, se vanno al loro fine naturale, sono rischiosi come i matrimoni di una volta combinati con un’inserzione e una fotografia. Il face-book-cyborg è incatenante, come Calibano della Tempesta di Shakespeare avvinto dalla magia di Prospero. Il nostro Prospero è proprio questo schermo, che fa apparire e sparire in un soffio l’enorme quantità sottesa a un’informazione, per non dire delle infinite vibrazioni di un sentimento. Pretendere di più è impossibile. Ci si accontenta dell’irrealtà, della minorazione. Allora il mezzo che doveva allargarci fa andare al ribasso. Siamo regrediti dalla pienezza brutale della verità e dell’autentica amicizia – pienezza che comporta frustrazione, dobbiamo saperla affrontare – alla scintillante unilateralità della fantasia.  Nel sogno non siamo mai frustrati, continuiamo a sognare. Preferiamo questo sogno. Siamo nell’era degli effetti speciali.

Già il medium scrittura – come ricordava Nietzsche e come sa qualunque scrittore –  è ambiguo rispetto alla nostra umanità potenziale, perchè le cose migliori, i pensieri più profondi restano nella penna. Il medium Facebook, constatata la rapidità della vita d’oggi in ogni settore, ha voluto ipostatizzarla: essere sfuggenti, labili, momentanei, è ormai pratica accettata. La virtualità pretende sempre di più al titolo di realtà. I tecnocrati si danno da fare sul 3D, fra poco assisteremo agli ologrammi cinematografici. Quando quarant’anni fa furono introdotti i primi occhialini per le pellicole tridimensionali, era molto camp – mi ricordo un film visto a Parigi: Frankenstein in 3-D! – . Insomma una risata e via. Oggi siamo inchiodati, abbonati a queste tecnologie.

La destabilizzazione antirealistica di Facebook assomiglia all’altro grande processo in corso, la democrazia declassata a populismo. “Una testa, un voto” fu il principio rivoluzionario della società monocratica, teocratica. Ma quando entriamo nel cono buio di “una faccia, un voto” e tutti possono prendere la parola senza un regolamento (pesi-contrappesi, valori-disvalori), e tutti votano il primo che si presenta alla platea virtuale, siamo nella cacofonia. Il coro non è armonico senza leggi di armonia, le voci sono casuali, non vere e soprattutto falsificabili, al potere va (è già andato) il più forte, il più ricco e appariscente, non il più meritevole.

Facebook è la straordinaria apertura alla società di massa. Ma come strumento indifferente (semplificatore) di questa società, non valorizza le persone, propaga l’adattamento e lo accelera. Non concentra i saperi, li inflaziona. Non esalta le potenzialità comunicative, le riduce a espressività, gesti singoli e singolari. I teorici del movimentismo e dello spontaneismo, nella politica come nell’arte, sono contenti. Era quello che volevano: ora tutti siamo alla pari. I gestori delle istituzioni e gli educatori del gusto, lo sono un po’ meno. Forse ci stiamo avvicinando al punto che istituzione ed educazione spariranno? Oppure Facebook diventerà una rete consapevole di (per lo più) consapevoli? O passerà come una moda del post-Duemila? Oggi nessuno può dirlo.

Non è al singolo “diario” di Facebook che dobbiamo guardare. Ma al complesso. All’onda d’urto. Quella che la mia generazione del Sessantotto chiamava “controinformazione” e si riverberava nei tazebao murali e nei volantini ciclostilati, messaggeri del Movimento di mano in mano. Il fatto che il Sistema di Potere abbia assorbito la protesta di allora e smussato i nostri mezzi di farla e dirla, può insegnare? Oggi siamo in trincea, adoperiamo la tecnologia disponibile. Quanto il Sistema già in partenza ci programmi per essere fagocitati e annullati, non è dato saperlo – pretesa di dietrologi nella loro paranoica innocenza o di apocalittici disgustati, per dirla alla Eco -. Comunque dobbiamo essere avvertiti: incombono dispersione, egotismo, manipolazione.

I social-forum, i gruppi di opinione e pressione stanno rettificando per quanto possibile la corsa al degrado. Talvolta, nel mare magnum della rete, questi correttori virtuosi non riescono ad agire: sinergie di pareri, scambi di consigli, utili interferenze e moniti collettivi, rischiano di assomigliare ai club di Maupassant, le allegre brigate che per divertirsi (sentire la vita), si davano appuntamento sulla Senna di Parigi: una domenica in canotto, un pomeriggio in balera.

Dissolto il chiasso, resta il buio. La notte che schermi lontanissimi cercano di accendere, illuminare.

 

ROBERTO AGOSTINI,Le “facce” di Face: (ri)pensare le dinamiche di Facebook dall’internoultima modifica: 2012-09-08T10:45:01+02:00da mangano1
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