F. La Sala,LA TEOLOGIA DELLA CASA DEL “DOMINUS IESUS” RATZINGERIANO:

<http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/Ratzinger/Interventi_1346057208.htm>

LA TEOLOGIA DELLA CASA DEL “DOMINUS IESUS” RATZINGERIANO: “DEUS CARITAS EST”! TUTTO A “CARO-PREZZO” (“CARITAS”): QUESTA E’ LA NOSTRA RICCHEZZA (“CARITAS”) E QUESTO E’ IL NOSTRO COMPITO: VENDERE A “CARO PREZZO” (= “CARITAS”)IL “PANE QUOTIDIANO” DEL “PADRE NOSTRO” …
IL REGNO DEL DIO DI BENEDETTO XVI: RICCHEZZA “PER NOI” E CARESTIA “PER MOLTI” E “PER TUTTI”. Vescovi e cardinali accolgono la linea di Benedetto XVI e superano “Scilla e Cariddi”. Una nota di Luigi Accattoli e il testo del novello Ulisse, il teologo Bruno Forte – con alcuni appunti
Gli italiani restano su una posizione di attaccamento al «tutti»: hanno votato a maggioranza per il suo mantenimento nel 2010. Ultimamente due studiosi hanno proposto una traduzione che echeggi quella francese, che in italiano verrebbe a suonare «per una moltitudine», o «per moltitudini immense»: sono Francesco Pieri, professore a Bologna di liturgia, e Silvio Barbaglia, professore di esegesi biblica a Novara. Il testo di Bruno Forte, vescovo e teologo, (…) invita ad accogliere l’indicazione papale, riequilibra le posizioni.
cervellino.gif
a c. di Federico La Sala
 Materiali sul tema:
SINODO DEI VESCOVI 2008: L’ANNO DELLA PAROLA DI DIO – AMORE (“CHARITAS”) O MAMMONA (“CARITAS”)?! Fatto sta che la prima enciclica di Papa Benedetto XVI (Deus caritas est, 2006) è per Mammona.
LA GRAZIA DEL DIO DI GESU’ E’ “BENE COMUNE” DELL’INTERA UMANITA’, MA IL VATICANO LA GESTISCE COME SE FOSSE UNA SUA PROPRIETA’. Bruno Forte fa una ’predica’ ai politici, ma non ancora a se stesso e ai suoi colleghi della gerarchia. Una sua nota, con appunti
TUTTO A “CARO-PREZZO” (“CARITAS”): QUESTO “IL VANGELO CHE ABBIAMO RICEVUTO”. IL VANGELO DI RATZINGER, BERTONE, RUINI, BAGNASCO E DI TUTTI I VESCOVI.

ULTIMA CENA ED ECONOMIA VATICANA: LA CARESTIA AVANZA!!! Benedetto XVI “cambia la formula dell’Eucarestia”! «Il calice fu versato per molti», non «per tutti»!!! (Federico La Sala)
 

I vescovi italiani preferiscono la vecchia formula
di Luigi Accattoli (Corriere della Sera, 26 agosto 2012)
Il dibattito sulla formula della consacrazione del vino nelle lingue moderne dura da quarant’anni. La questione è stata riproposta dal Papa l’aprile scorso sollecitando il passaggio dal «sangue sparso per tutti» al «sangue sparso per molti», perché si abbia una traduzione meno «interpretativa» e più letterale del latino pro vobis et pro multis.
Chi vuole mantenere «per tutti» esprime il timore che i fedeli non intendano correttamente il nuovo testo e lo interpretino nel senso di una «restrizione» del numero dei salvati. Sostiene inoltre che il polloi greco – che è all’origine del multis latino – non si oppone a «tutti» come il «molti» della nostra lingua e che dunque occorre tradurlo con una parola che resti «aperta» alla totalità.
Per primi si sono adeguati all’indicazione del Papa i vescovi ungheresi, seguiti da alcuni episcopati dell’America Latina e dagli anglofoni. Sono in arrivo – nel senso che si sono detti favorevoli al «molti» ma non è ancora pubblicato il nuovo Messale – tedeschi, spagnoli e portoghesi.
Gli italiani restano su una posizione di attaccamento al «tutti»: hanno votato a maggioranza per il suo mantenimento nel 2010. Ultimamente due studiosi hanno proposto una traduzione che echeggi quella francese, che in italiano verrebbe a suonare «per una moltitudine», o «per moltitudini immense»: sono Francesco Pieri, professore a Bologna di liturgia, e Silvio Barbaglia, professore di esegesi biblica a Novara. Il testo di Bruno Forte, vescovo e teologo, che pubblichiamo qui accanto e che invita ad accogliere l’indicazione papale, riequilibra le posizioni. 
_______________________________________________________________________
Quell’Ultima Cena con le sedie vuote
di Bruno Forte (Corriere della Sera, 26 agosto 2012)
«Per tutti» o «per molti?». «Equivalenza dinamica» o «equivalenza formale» nell’esercizio della traduzione? «Corrispondenza letterale» o «corrispondenza strutturale» all’originale? Queste antitesi stanno animando il dibattito («la Lettura», 12 agosto) intorno all’opportunità di modificare la traduzione della formula della consacrazione eucaristica del vino, che nell’attuale versione suona: «Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».
L’espressione dibattuta è quel «per tutti», che – se rende correttamente il senso generale del greco hypér pollôn e del latino pro multis – è tuttavia meno precisa sul piano strettamente esegetico e su quello teologico.
Sul piano esegetico, Papa Benedetto XVI, nella lettera inviata ai vescovi tedeschi sull’argomento (14 aprile), precisa: «Negli anni Sessanta, quando il messale romano, sotto la responsabilità dei vescovi, dovette essere tradotto in lingua tedesca, esisteva un consenso esegetico sul fatto che il termine “i molti”, “molti”, in Isaia 53,11, fosse una forma espressiva ebraica per indicare l’insieme, “tutti”. La parola “molti” nei racconti dell’istituzione di Matteo e di Marco era pertanto considerata un semitismo e doveva essere tradotta con “tutti”. Ciò venne esteso anche alla traduzione del testo latino, dove pro multis, attraverso i racconti evangelici, rimandava a Isaia 53 e quindi doveva essere tradotto con “per tutti”. Tale consenso esegetico si è sgretolato; non esiste più. Nel racconto dell’Ultima Cena della traduzione unificata tedesca si legge: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti”. Ciò rende evidente una cosa molto importante: la traduzione di pro multis con “per tutti” non è stata una traduzione pura, bensì un’interpretazione, che era, e tuttora è, ben motivata, ma è una spiegazione e dunque qualcosa di più di una traduzione».
A quest’affermazione viene da alcuni obiettato che «tradurre» è comunque sempre «interpretare»: «Anche laddove lessicalmente possibile, il calco linguistico può nascondere un profondo tradimento del senso» (Francesco Pieri, Per una moltitudine. Sulla traduzione delle parole eucaristiche, Dehonianna, Bologna 2012). Vale, tuttavia, specialmente per il testo sacro e per la lingua liturgica il principio che il linguaggio da usarsi nelle traduzioni ha e deve mantenere una sua alterità, che in certa misura lo sottrae ai gusti spesso effimeri del tempo e delle mode: «La sacra Parola – scrive ancora il Papa – deve emergere il più possibile per se stessa, anche con la sua estraneità e con le domande che reca in sé… La Parola deve essere presente per se stessa, nella sua forma propria, a noi forse estranea; l’interpretazione deve essere misurata in base alla sua fedeltà alla Parola, ma al tempo stesso deve renderla accessibile a chi l’ascolta oggi».
Da una parte, dunque, è bene rispettare l’«estraneità» dell’originale; dall’altra, bisogna cogliere la «coappartenenza» ad esso dell’uditore attuale: «Alla Chiesa è affidato il compito dell’interpretazione affinché – nei limiti della nostra rispettiva comprensione – ci giunga il messaggio che il Signore ci ha destinato… Anche la traduzione più accurata non può sostituire l’interpretazione: fa parte della struttura della Rivelazione il fatto che la Parola di Dio venga letta nella comunità interpretante della Chiesa, che la fedeltà e l’attualizzazione si leghino tra loro».
Ci si deve muovere, dunque, fra Scilla e Cariddi, anche se è evidente che tutte le soluzioni intermedie, per quanto apprezzabili, siano inevitabilmente compromissorie. Così quella preferita dai vescovi francesi – pour la multitude – o l’altra con l’articolo indeterminativo, sostenuta nel citato libro di Pieri: «per una moltitudine», così argomentata: «Moltitudine si oppone a pochi, ma non si oppone a tutti e lascia aperta l’interpretazione in tal senso». L’uso dell’articolo indeterminativo rimanderebbe anche alla traduzione italiana di Apocalisse 7,9, riferita ai salvati: «Ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani».
All’argomentazione esegetica va unita quella teologica, a mio avviso particolarmente chiarificatrice: mi riferisco alla distinzione comune nella tradizione teologica fra redemptio objectiva e redemptio subjectiva. La ripropone, ad esempio, un geniale tomista del secolo scorso, il canadese Bernard Lonergan: «È vero che Cristo è la causa efficiente necessaria a che noi compiamo opere salutari… ma non è vero che tutta l’opera di Cristo per noi si riduca alla ragione efficiente ed esemplare, in quanto la redenzione come mezzo o, come talvolta si dice, la redenzione oggettiva vuol dire più di questo» (traduzione del De bono et malo. Supplementum). Quale sia questo di più, lo si comprende dalla necessità del libero assenso della creatura all’opera del Redentore: se «la redenzione obiettiva si riferisce all’opera di Cristo compiuta per amore nostro», la redenzione soggettiva è il nostro appropriarci del dono gratuitamente offertoci dal Salvatore attraverso l’adesione ad esso.
Mi sembra allora corretto ragionare così: col «per tutti» si mette bene in luce la redenzione oggettiva, la destinazione universale del dono della salvezza offerta in Cristo; col «per molti», presupponendo ovviamente il dato oggettivo, si mette in luce la dignità e la necessità della libera scelta di ciascuno.
Teologicamente, mi sembra insomma più rispettosa della libertà di ognuno la traduzione «per molti», che peraltro in nessun modo esclude l’offerta della salvezza a tutti fatta da Gesù in Croce. Per questo preferisco la traduzione “per molti” e ritengo che ben spiegata possa essere di aiuto e di stimolo a tanti.

Lunedì 27 Agosto,2012 Ore: 10:46
[Chiudi/Close]
«Il Dialogo – Periodico di Monteforte Irpino»
Prima Pagina/Home Page: www.ildialogo.org
Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi
Registrazione Tribunale di Avellino n.337 del 5.3.1996
Note legali — La redazione — Regolamento Forum

Commenti
Gli ultimi messaggi sono posti alla fine

Autore
Città
Giorno
Ora
Federico La Sala
Milano
27/8/2012
10.49
Titolo:PAROLA A RISCHIO. La salvezza è per tutti. Alla portata di tutti.
– PAROLA A RISCHIO
– Risalire gli abissi
– La salvezza è per tutti. Alla portata di tutti.
– Perché è sorriso, liberazione, gioia.

di Giovanni Mazzillo (Teologo) *

G come gioia, come Gesù, respiro di gioia per tutti gli infelici della terra. Parliamo di Gesù, il cui corrispondente nome greco Iesoûs deriva direttamente dall’originale ebraico Je(ho)šhu e significa JHWH salva, per precisare immediatamente che il termine salvezza oggi non significa gran che per i nostri contemporanei, e di conseguenza risuona poco interessante persino quel nome, pur originariamente portatore di una gioia immensa e inaudita. Ciò avviene non solo per l’inevitabile logorio delle parole più usate e talora abusate, ma per il fatto che ha perso rilevanza e pertanto significato il valore stesso della “salvezza”.

Salvezza
– Salvezza da chi e/o da che cosa? Appunto, è questo il primo problema. La salvezza appare di primo acchito un concetto immediatamente derivato dal superamento di una situazione negativa, Si salva, o come succede in questo caso, viene salvato, qualcuno che si trova in una situazione di pericolo. Il pericolo di perdere qualcosa, di perdere se stesso. Di essere cancellato, di sparire, appunto come sparisce da un computer un testo non “salvato” o un’immagine non messa al sicuro. Ma essere salvati è per noi persone umane, e pertanto non riducibili a una traccia di codificazione binaria o algoritmica, molto di più che conservare un’impronta e una presenza. Coerentemente con la nostra realtà dinamica e relazionale, essere salvati significa avere un luogo, un senso, una rilevanza nel contesto di una realtà che giustifica, sorregge, garantisce il mantenimento e la crescita qualitativa, e pertanto il conseguente riconoscimento di un originario, inalienabile, imprescindibile valore personale.

La domanda «Chi o che cosa si può dire oggi salvato?» esige pertanto una primordiale differenziazione. Altro è il concetto di ciò che è salvato (cioè il dato messo al sicuro), ben altro è l’essere umano salvato. Questi non è solo garantito in ciò che ha di più proprio e pertanto è distinto dal mero “dato”, che invece è una sorta di file compilato (non per nulla in tedesco proprio il file è chiamato Datei, leggi datai, cioè «rea-ltà data»). L’essere umano è tale solo in un incontro, in una relazione. La persona è tutta nelle relazioni delle quali vive. Proprio la relazionalità sorregge il senso e la gioia del suo esistere.

L’annuncio di Gesù, già nella sua venuta in questo nostro mondo, è l’annuncio di una relazionalità umana felicemente riuscita. Nel Vangelo è direttamente collegato alla Grazia, termine che esprime tutto ciò e anche qualcosa di più.

Nell’annuncio della sua nascita, diversamente da quanto appare nella traduzione latina, e in quella italiana da essa derivata, nella preghiera più popolare che ci sia, Maria è salutata non con il saluto che si dava all’imperatore, alle autorità o anche agli amici con l’esclamativo «Ave!», bensì con l’invito a rallegrarsi, cioè a gioire (chaîre): a entrare in un circuito di esultanza per un dono gratuito e inatteso. Colei che è piena di grazia (kecharit&#333;mén&#275;) è invitata a rallegrarsi perché tutto in lei è frutto ed espressione della «grazia» (cháris), cioè di un dono amorevole quanto sorprendente, che sarà presto annuncio di gioia per tutto il popolo e per ogni uomo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù…”. L’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia…» (Lc 1,30-31; 2,10-11).

Il resto del Vangelo, soprattutto quello di Luca, evidenzia la gioia improvvisa e incontenibile che contagia quanti vengono a contatto con Ješhu. A cominciare da Elisabetta e dal suo bambino, che le esulta nel grembo, il futuro Battista. Così esultano ancora due anziani che sembrano essere rimasti in vita per mantenere viva la speranza d’Israele: Simeone e Anna, o i pastori; mentre nel racconto di Matteo, viene detto che i Magi “provarono una grandissima gioia” nel rivedere la stella che indicava il luogo della natività di Gesù.

La stessa gioia è testimoniata dai semplici e dagli umili, dagli infelici e dai peccatori che si sentono aiutati, capiti, perdonati. A gioire sono ancora i bambini e le donne, classi tradizionalmente neglette dalla piena partecipazione alla grazia collegata alle tradizionali benedizioni di Dio. Insomma il cuore del Vangelo è la lieta notizia annunciata ai bisognosi e agli infelici della terra. Il Dio che si dona totalmente, è il Dio che dona illimitatamente la gioia agli uomini. E perché la nostra gioia fosse piena (Gv 15,11), il Figlio di Dio è arrivato umanamente a perdere se stesso.

Perché avessimo una gioia che nessuno avrebbe mai più potuto toglierci, ha permesso che fosse tolta a lui la vita, per riprenderla di nuovo, ma con la conoscenza ormai nella sua carne e nella sua psiche di cosa significhi la morte umana. Di cosa voglia dire la gioia di vivere, di vivere non con il naturale sorriso con cui vive ogni creatura per la stessa gioia dell’esistere, ma di provare e diffondere la gioia di chi conosce la sofferenza e non resta inchiodato alla sofferenza. O al limite, di chi, nonostante le ferite e talora i chiodi mai interamente rimossi della sofferenza, sa sorridere della vita, perché questa è ormai rischiarata da colui che vince la morte e la depressione della sofferenza.

La gioia è dunque uno dei nomi della salvezza, ma di una salvezza che assume di volta in volta nomi nuovi e nomi antichi: riscatto, liberazione, sensatezza, leggerezza dell’esistere… Se la parola non fosse tanto inflazionata, si potrebbe dire che la salvezza altro non è che la felicità. È la felicità nel suo senso etimologico: come abbondanza e fertilità. Possiamo tradurre: come vita sensata che raggiunge il suo scopo e nasce da relazioni benevole, tendenti al bene altrui, trovando negli altri la propria gioia e comunicandola con relazioni che fanno crescere se stessi e gli altri.

In quanto tale, la felicità è simile alla pace e ne è la forma storica: è star bene con sé e con gli altri, con il proprio passato e con il proprio futuro. Perché, soprattutto oggi, c’è bisogno paradossalmente più di ricostruire il futuro che il passato o il presente. Per poterlo fare c’è bisogno di quella gioia consapevole che non si arrende e che non si ripiega su se stessa. Si ritrova nel futuro di una convivenza che non nasconde, ma sa riconoscere e superare i conflitti attraverso uno sguardo d’amore verso ciò che ci è intorno. È uno guardo che viene da lontano e tuttavia tocca la nostra umanità, questa mia e questa tua umanità, quella assunta, attraversata e come divinizzata da quel Gesù che continuamente dà senso a ogni tentativo di superare la violenza con l’amore. È l’unico a dar senso a ogni discorso di pace, anche questo che hai appena finito di leggere.

* MOSAICO DI PACE, LUGLIO 2012
Autore
Città
Giorno
Ora
Federico La Sala
Milano
27/8/2012
10.52
Titolo:SUL “PRO MULTIS” IL PAPA SBAGLIA …
«SUL “PRO MULTIS” IL PAPA SBAGLIA». IL TEOLOGO SCRIVE, L’EDITORE CATTOLICO PUBBLICA, I VESCOVI LEGGONO

di Adista Notizie n. 29 del 28/07/2012

36800. BOLOGNA-ADISTA. Un libro pubblicato da una casa editrice cattolica che critica apertamente una decisione del papa è di per sé già una notizia. Lo è ancora di più se quel libro ha la prefazione di un noto teologo. Ma se, come in questo caso, il libro è stato addirittura inviato in copia saggio a tutti i vescovi italiani, la notizia allora è davvero sorprendente. Ma assolutamente vera.

Il caso è quello di un saggio già apparso in una versione più breve su Il Regno Attualità (10/2012), per essere poi pubblicato in volume, dopo essere stato riveduto ed ampliato. Si tratta di Per una moltitudine. Sulla traduzione delle parole eucaristiche, un libro scritto da Francesco Pieri, docente di Greco biblico e Patrologia alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna, presentato da Severino Dianich, già presidente dell’Associazione Teologica Italiana, e pubblicato dalla casa editrice Dehoniana Libri (che appartiene alla galassia editoriale dei religiosi dehoniani ma non va confusa con Edb, le Edizioni Dehoniane di Bologna).

Nel libro (Dehoniana Libri, 2012, pp. 48, 4,50), Pieri sostiene l’inopportunità della traduzione «il calice del mio sangue versato per molti» (invece che «per tutti»), voluta da Benedetto XVI attraverso la Pontificia Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (la quale a sua volta ne ha informato i presidenti delle diverse Conferenze episcopali nazionali in una lettera datata 17 ottobre 2006). La formula in latino, presente nel Missale Romanum, unico per tutte le nazioni e su cui si basano le traduzioni autorizzate nelle lingue nazionali, è: «Accipite et bibite ex eo omnes: / hic est enim calix sanguinis mei / novi et aeterni testamenti: / qui pro vobis et pro multis effundetur / in remissionem peccatorum. / Hoc facite in meam commemorationem». L’espressione pro multis dopo il Concilio fu tradotta in italiano con la formula “per tutti” e nella maggior parte delle altre lingue in modo analogo: in tedesco für alle, in inglese for all, in spagnolo por todos los hombres, in francese pour la multitude. Dietro le questioni linguistiche, quella, di enorme rilevanza teologica e pastorale, dell’universalità del messaggio e della testimonianza di Gesù. Per questa ragione, nel corso degli anni più recenti, molte sono state le resistenze delle Conferenze episcopali nazionali a recepire la decisione del Vaticano. E diversi vescovi e consigli presbiterali hanno contestato apertamente l’ordine di Roma. Evitando di conformarvisi. Anche in Italia, nonostante un episcopato molto moderato ed allineato ai vertici ecclesiastici, la Cei stenta ad adeguarsi e, come ha recentemente raccontato Sandro Magister sull’Espresso, nel novembre del 2010, nel corso della loro Assemblea Generale, soltanto 11 dei 187 vescovi presenti votarono in favore della formula «per molti». Inoltre, come spiega Pieri nel suo libro, la decisione di Ratzinger lascia perplessi anche nel metodo, oltre che nel merito. Il Concilio ha riconosciuto alle «autorità ecclesiastiche territoriali» la competenza circa la traduzione e l’adattamento dei testi liturgici, che la Santa Sede ha poi il compito di approvare e promuovere, dopo aver fatto eventuali osservazioni e correzioni. Questo papa ha invece scelto il percorso inverso, come del resto ha fatto su molte altre questioni (e Wojtyla prima di lui), quello che va dal centro alla periferia, minando così quella «reciprocità tra primato della sede romana e collegialità dei vescovi posti a capo delle Chiese» che pure era un assunto del Vaticano II.

Nel merito, l’autore rileva inoltre come non esista un testo biblico nel quale sia presente la formula «pro vobis et pro multis»: per questo, scrive, «le due espressioni sono da considerarsi come sostanzialmente equivalenti, nei rispettivi contesti, e non è esegeticamente corretto contrapporle».

Del resto, rileva ancora Pieri, è evidente che l’espressione «per molti» suona diversamente alle nostre orecchie rispetto all’intenzione di Marco e Matteo: «“Molti” si oppone in italiano sia a “pochi” che a “tutti”»; quindi in diverse frasi la parola “molti” può di fatto equivalere sia a “non pochi”, sia a “non tutti”. L’autore cita a supporto della sua tesi il biblista Albert Vanhoye, il quale spiega che «la parola ebraica rabbim significa soltanto che c’è di fatto “un grande numero”, senza specificare se esso corrisponda o meno alla totalità».

E allora, come tradurre efficacemente? Una soluzione secondo Pieri c’è, ed avrebbe il pregio di salvare “capra” (cioè una maggiore fedeltà nella traduzione), e “cavoli” (ossia cercare di non tradire il senso profondo delle parole di Gesù): «Essa è rappresentata dalla felicissima traduzione del Messale francese “pour la multitude”, che potrebbe senza molte difficoltà essere tradotta in italiano e probabilmente anche nelle altre lingue romanze con la formula “per la moltitudine” o “per una moltitudine”. Con il vantaggio evidente che, proprio come rabbim, “moltitudine” si oppone a “pochi”, ma non si oppone a “tutti”, e lascia aperta l’interpretazione in tal senso. Accogliere tale traduzione nella liturgia della Chiesa italiana offrirebbe un reale aiuto a una corretta comprensione del testo e insieme un esempio d’intelligente ricezione delle disposizioni vaticane, in grado di fungere da modello anche ad altre Chiese particolari». (valerio gigante)
Autore
Città
Giorno
Ora
Federico La Sala
Milano
27/8/2012
10.57
Titolo:Benedetto XVI, ha gettato via la “pietra” …
VATICANO: CEDIMENTO STRUTTURALE DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. Benedetto XVI, il papa teologo, ha gettato via la “pietra” (“charitas”) su cui posava l’intera Costruzione.

OBBEDIENZA CIECA: TUTTI, PRETI, VESCOVI, E CARDINALI AGGIOGATI ALLA “PAROLA” DI PAPA RATZINGER (“DEUS CARITAS EST”, 2006).

F. La Sala,LA TEOLOGIA DELLA CASA DEL “DOMINUS IESUS” RATZINGERIANO:ultima modifica: 2012-08-29T12:41:34+02:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento