Rita Querzè, Chi ci ha rubato il tempo libero?

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Nel mondo globale coltivare le proprie passioni sta diventando un lusso per pochi. Così un dubbio si fa largo: non saremo noi occidentali a imporre a cinesi e indiani i nostri stili di vita, ma viceversa
Chi ci ha rubato il tempo libero?

di Rita Querzè

Libri mai letti, film che aspettano da anni di essere visti, vacanze solo sognate. E poi concerti ascoltati attraverso i racconti degli amici, gite fuori porta rimandate. Le vacanze danno la lucidità per ripensare al tempo normale. E anche la forza per un’amara ammissione: il tempo libero non esiste più.

D’altra parte le ore per sé sono gradualmente diventate un lusso di massa soltanto a partire dal dopoguerra. Prima c’era una stragrande maggioranza di persone che lavoravano 12, 14 ore al giorno. Le otto ore sono una conquista relativamente recente. Negli anni ’90 si è accarezzata l’idea di scendere dalle 40 alle 35 ore alla settimana. I francesi sono passati ai fatti, salvo poi rimangiarsi la legge in un batter di ciglia.

Adesso l’attimo fuggente è passato e il vento, grazie (o per colpa) della globalizzazione ha irrimediabilmente cambiato direzione. Con la crisi si lavora di più. Si aumentano i contatti, le telefonate pur di strappare quell’ordine che può consentire all’impresa-ufficio-dipartimento di galleggiare. Se necessario si tiene il telefono aperto anche il vacanza. “Comincio a pensare che per reggere l’impatto della concorrenza dovremo un po’ cinesizzarci anche noi occidentali. Anzi, lo stiamo già facendo”, riflette Monica Pesce, consulente aziendale milanese e presidente di Pwa Milano, professional women association, un network di donne che credono nell’importanza di investire sul lavoro. “Le tecnologie ci rendono raggiungibili ovunque  – continua Pesce -. E allora come fai a non rispondere a un cliente egiziano che ti chiama di sabato, per lui giorno feriale, proprio mentre stavi andando in palestra?”.

Il governo Monti è arrivato a vagheggiare l’eliminazione di qualche altra festività per aumentare la produzione. Insomma, si raschia nel barile del tempo, già ridotto all’osso, degli italiani. La cosa da fare sarebbe aumentare la produttività del lavoro. Che poi vorrebbe dire far crescere il prodotto per ora lavorata, grazie anche a una migliore organizzazione delle incombenze e a più adeguati strumenti di produzione. Ma fare questo richiede investimenti, fantasia, coraggio. Merci rare di questi tempi. E così la via più facile diventa quella di restare mezz’ora in più in ufficio.

Magari i problemi finissero qui. Perché non sta cambiando solo il modo di lavorare. C’è anche il fatto che gli impegni si moltiplicano. “Il tempo degli italiani è iperstrutturato”, dice con il linguaggio dei sociologi Enrico Finzi, presidente di AstraDemoskopea. Tradotto: oggi facciamo i conti con impegni che i nostri genitori nemmeno immaginavano. Chi ha i figli a scuola lo sa: almeno due volte l’anno, a Natale e prima delle vacanze, bisogna partecipare alla festa della classe. Le nostre mamme e nonne al massimo andavano al ricevimento professori. E poi visite mediche, controlli, sport, inglese, musica. E il catechismo. Tutte attività che richiedono tempo, logistica, organizzazione. Anche per chi non ha figli la vita si è complicata. Gli standard di cura della persona imposti dalla società dei consumi  – palestra, pedicure, ceretta – richiedono investimenti di danaro, ma ancora prima di tempo, che sono negli anni ’80 non erano inimmaginabili.

Secondo Finzi, il 65% degli italiani crede che la propria vita sia troppo veloce. C’è anche un 15% di persone che, invece, ritiene eccitante vivere di corsa. Certo, per finire, l’ultimo 20% di connazionali, in gran parte donne che abitano al Sud, costrette a una casalinghitudine coatta, si lamentano per una vita troppo noiosa. A quanto pare non ci sono le vie di mezzo. E tra i due mali forse il minore è il primo: meglio avere troppo da fare che niente del tutto.

“Fino a tre-quattro anni fa si poteva dire che chi aveva tempo non aveva soldi e viceversa. Adesso non è più nemmeno così”, fa notare ancora Finzi. Come dire: il mondo è pieno di precari che lavorano a tempo pieno ma portano a casa a fine mese un assegno misero. Dall’altra parte anche imprenditori e manager di tempo ne hanno sempre meno, spesso si devono accontentare di scampoli d’ora tra un appuntamento e l’altro.

Le tecnologie sono complici di questo furto di tempo a livello globale. Sei in vacanza? Sono le dieci di sera? Con lo smartphone non puoi esimerti dal dare un’occhiata alle mail. Con l’Ipad puoi anche stendere la relazione completa a cui il capo tiene tanto. E poi ci sono i social network da “accudire”.

Ah, come sarebbe bello vivere una giornata di tanto in tanto da trascorrere come le sorelle Bennet di Orgoglio e pregiudizio! Passeggiata, the e lettura collettiva dei classici in salotto. Adesso che anche la pensione è slittata a data da destinarsi, tutto questo sembra davvero un lusso inafferrabile.

Rita Querzè, Chi ci ha rubato il tempo libero?ultima modifica: 2012-08-13T12:10:26+02:00da mangano1
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