Alberto Fazio,Antichi ricordi di scuola di un insegnante sessantottino

Antichi ricordi di scuola di un

 insegnante sessantottino

 

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 Non avrei mai pensato di fare l’ insegnante di Matematica. Il primo anno di insegnamento fu segnato da momenti tragici per via di certi problemi assolutamente incomprensibili proposti dal libro di testo. Debbo confessare che le frazioni le imparai veramente quando dovetti cominciare ad insegnarle, ma col tempo imparai tutti i trucchi e divenni bravissimo perfino nei problemi dove le fontane hanno zampilli diversi che riempiono e svuotano le vasche in tempi differenziati. In realtà mi piacevano la storia dell’ arte e l’ archeologia. Laureato in Architettura; ma la libera professione non mi attraeva granchè. Mi sarei visto meglio in una soprintendenza ai monumenti o cose del genere, infatti mi occupavo politicamente di difesa del territorio in una commissione del “Manifesto”. Nel 71 ebbi un incarico di Matematica ed Osservazioni scientifiche a Schio e subito furono indetti i “corsi abilitanti speciali” in seguito ai quali passai “di ruolo” in tempo da record. Fu così che divenni insegnante. Un mestiere pochissimo considerato anche ai tempi di mia nonna Lucia, che aveva imparato a leggere e scrivere da sola e sapeva far di conto trasformando le moltiplicazioni in addizioni. Quand’ero piccolo mi diceva:

– E allora, Alberto, che farai da grande? L’avvocato, il Dottore o l’Ingegnere?

Questa terna secca non ammetteva alternative. Quando qualcuno citava l’ insegnamento, la nonna faceva una smorfia e con sommo disprezzo esclamava:

– Viiii! Maestr’e scola!!

 Mio padre una volta me lo disse apertamente:

– ti sei scelto un mestiere da donna.

Mio padre era molto virile e teneva in gran conto la mascolinità. Questa sentenza mi avviliva molto. E poi si sa che i lavori donneschi non sono mai stati il massimo della gratificazione. Basta sentire cosa ne pensano le dirette interessate. Veramente io conservavo un ricordo mitico dei miei insegnanti del Liceo ed anche delle Medie. Alcuni di questi erano stati i principali amici di famiglia dei miei genitori: Il Preside, Tano Alba, Il Professore Colaleo, La professoressa Amato, Il Professore Marino, il Professore Fragapane, Padre LaMagna, la professoressa Alì, il Professore Libertini,il Professore Chiarandà… diciamo anzi che me li ricordo come le persone più importanti che conoscessi.

Facevano tutti un mestiere da donne!

Questa cosa in un primo tempo mi era sembrata un’ idea distorta di mio Padre. Poi cominciai a fare attenzione alla composizione del corpo insegnante durante le assemblee della C.G.iL. scuola, e mi accorsi che le professoresse erano stragrande maggioranza: rapporto 3 a 1.

Il sospetto che mio padre avesse ragione mi si insinuò sempre più insistentemente: era sempre più chiaro che questo lavoro era stato ripensato, ricalibrato e consolidato dai governi democristiani per farne un serbatoio di mogli di medici, avvocati, ingegneri, dirigenti di municipalizzate, impiegati, farmacisti e bancari. In alcuni casi perversi, peraltro abbastanza frequenti, si dava il caso di insegnanti mogli di altri insegnanti. Ora mi rendevo conto del perchè i miei alunni, nel rivolgermi la parola, si sbagliavano regolarmente chiamandomi Professoressa.

Con questo non voglio gettare una luce negativa sulle professoresse nè sulla categoria. Voglio dire solo che cominciai a chiedermi se dovevo sentirmi a disagio nel mio ruolo sociale. Altro che Preside Tano Alba e Professore Colaleo! Mi andavo rendendo conto che questo lavoro non era una professione, ma un part-time per arrotondare  e per pagare la baby sitter. Poco lavoro, poca paga. Poca paga, molte vacanze. Poca paga ma pensione baby. Paga piccola ma sconti sulle ferrovie……

 Ebbi un illuminazione: In realtà lo avevo scelto per questo!

La gratificazione professionale non c’entrava niente. Insegnare alle Medie  mi permetteva una base di sopravvivenza e molto tempo per guardarmi attorno ed esplorare altre cose. L’ architettura. L’ università. La politica.

La mia prima moglie, del resto, era anche lei insegnante da prima di me.

Trovavamo tempo e spazio da dedicare ad attività creative ed alla politica militante nell’ estrema sinistra alternativa. In due del resto ci si campava. In tre, con l’ arrivo della figlia Valentina, rimasta ovviamente unica, ci si stava ancora, stando attenti alle spese. Ma tutto ciò non era destinato a durare a lungo.

 Dalla seconda metà degli anni settanta, mentre ci impegnavamo ad oltranza per un “governo delle sinistre”, le sinistre entrarono nell’“area di governo”.

Era il famoso compromesso storico.

 “La classe operaia si faceva Stato” secondo uno slogan di allora del P.C.I..

 Il Sindacato scuola si faceva Stato anche lui e diveniva a tutti gli effetti la nostra controparte: da allora si anticipò di un mese, allungandolo, l’anno scolastico; finiva il tenero, dolce, dorato mese di settembre da passare in Sicilia. Furono abolite quasi tutte le festività infrasettimanali, con relativa sparizione delle “vacanze dei morti”, dei Patti Lateranensi, di S. Giuseppe lavoratore, dei S.S. Pietro e Paolo, S.francesco d’Assisi ecc. ecc.

Nel culmine di quello sciagurato periodo, in una vera e propria orgia di austerità,  venne abolita perfino la Befana.

Si aumentò l’orario di lavoro degli insegnanti dell’obbligo moltiplicando le riunioni pomeridiane ed escogitando un sadico sistema di valutazione basato su chilometriche schede da compilare ad una ad una col solo ausilio della carta carbone. Si aprì così la china che condusse poi anche alla distruzione delle pensioni baby e non baby e per ultimo si fece in modo di “privatizzare” il contratto di lavoro della scuola per rendere gli insegnanti più facilmente licenziabili e per dotare i presidi di poteri simili a quelli di un capo officina. Gli stipendi, invece, rimasero quelli di prima. Ma siccome nel frattempo era stata abolita la scala mobile, in realtà gli stipendi furono massacrati. Per raccattare gli “incentivi di produttività” e per ottenere scattini miserandi si collezionavano corsi di aggiornamento sulle cose più strane. Non si chiamavano più i supplenti durante le assenze dei colleghi ma bisognava che gli altri coprissero i “buchi”, e, ultima infamia, il medico fiscale venne inviato a controllare l’assenza del dichiarato infermo anche per un solo giorno. Agli studenti, in compenso, furono imposti programmi sempre più ampi, nuove materie, orari scolastici sempre più prolungati e conati di ritorno a forme rigide (“serie?”) di selezione. Tutte queste conquiste furono ampiamente sostenute e rivendicate dal sindacalismo confederale e dalla C.G.I.L.Scuola in particolare, che così ottenne di perdere tutti i propri iscritti  costringendoli a concentrare la loro attenzione esclusivamente sui temi delle condizioni contrattuali e fece nascere i Cobas e la Gilda.

Ciononostante, per mancanza di alternative, io ero rimasto di sinistra, ma nella versione Verde.

 Un mio caro amico insegnante che parlava benissimo il sinistrese-ecologista, mi diceva :

– Il percorso descritto da te è paradigmatico: la scuola viene trattata dalla politica come fatto economico, come luogo di formazione della “forza lavoro”, e contemporaneamente come luogo di lavoro oggetto di contrattazione sindacale.

 – Va bene, gli dicevo io, ma dov’è l’errore? Perchè un errore deve pur esserci!

E lui continuò pressappoco così:

– Ma non capisci?! Il taglio dei problemi che vengono così posti in evidenza è sempre di carattere “quantitativo”. Stipendi, ruoli, orari, mansioni, incentivi, finanziamenti ecc. da una parte; Programmi sempre più differenziati e specifici dall’altra.

 

-Sì, faccio io, ma perchè far pagare tutto agli isegnanti….?

e lui imperterrito e scientifico:

– Ma è chiaro! La sinistra ed il sindacato hanno concepito i loro interventi in chiave efficientista, avendo in mente la fabbrica e la organizzazione industriale della produzione di merci.”

 

Io non so se avesse ragione lui. Però, a prescindere dai discorsi di Goffredo (chiamiamolo così), vi era per me qualcosa di evidentissimo. Sarà perchè ci vivevo tutti i giorni dentro, ma mi sembrava che nonostante tutti questi sforzi, ( o grazie ad essi ? ) la qualità della scuola non era cambiata. Era d’accordo, su questo anche il mio grande amico  Maurizio Falghera, che aveva fatto in tempo a mettersi in pensione prima della caduta della prima repubblica ( che per lui significava prima dei quarantacinque anni d’età). Falghera era un grande cultore di Gregory Bateson e così mi ricordò una osservazione sugli insegnanti contenuta nell’ introduzione di “Mente e Natura”. I quel passo Bateson osservava acutamente che gli insegnanti posseggono il dono di Mida alla rovescia: Sono andato a cercarmi la citazione, che è laseguente:

 “ Infrangete la struttura che connette gli elementi di ciò che si apprende e distruggerete necessariamente ogni qualità .(…) Perchè le scuole non insegnano quasi nulla su questo argomento? Forse perchè gli insegnanti sanno di essere condannati a rendere insipido, a uccidere tutto ciò che toccano  e sono quindi saggiamente restii a toccare o insegnare ogni cosa che abbia importanza vera o vitale? Oppure uccidono ciò che toccano proprio perchè non hanno il coraggio di insegnare nulla che abbia un’ importanza vera e vitale? Dov’è l’errore?”[1]

 

Saggiamente Maurizio mi suggeriva che, ovviamente, non sarebbe sfuggita a questa sorte neanche l’ultima nata delle nuove materie che ampliavano continuamente il bagaglio quantitativo del cittadino in età scolare: la cosiddetta “Educazione Ambientale”.

    Con buona pace di chi riteneva che una nuova coscienza ecologica fosse indispensabile per la sopravvivenza della specie umana su questo pianeta e che uno strumento per andare in quella direzione fosse rappresentato dalla scuola nel suo complesso e non da una nuova materia fra le altre.

   Ad un certo punto mi venne in mente di dire tutte queste cose alla mia preside. In quel periodo insegnavo ad Arzergrande (PD) ed era arrivata una nuova preside relativamente giovane, di sinistra, con simpatie ambientaliste e molto pettoruta. Mi aveva subito individuato, riempendomi di incarichi nell’ambito delle mansioni extra insegnamento e facendomi capire subito che avrei dovuto spendermi e soprattutto lavorare nella direzione dell’efficienza sinistrese. Era il momento in cui bisognava presentare la Programmazione annuale, e, naturalmente, come sempre, io non l’ avevo ancora compilata. Il nuovo trend presidenziale si manifestò immediatamente con un pubblico richiamo alla puntualità nel rispetto delle scadenze.

Ogni anno mi ero fatto prestare la programmazione dalla collega Rossella Zoccarato, che ne aveva una molto buona che aveva trovato, credo su un numero di Scuola e Didattica, e che teneva aggiornata di anno in anno. Si trattava di cambiare qualcosa nell’ intestazione e qualcos’ altro qua e là e poi trascrivere tutto sul registro. Questa era la prassi consolidata in anni e anni di esperienza.

  Quella volta, invece, mi ero incazzato. La preside voleva la programmazione? Si riteneva efficiente, democratica, di sinistra ed ambientalista? Ebbene, avrebbe avuto la sua programmazione. Ma questa volta non sarebbe stata la versione riveduta e corretta di quella della collega Zoccarato. Questa volta avrei scritto davvero che cosa avevo da dire sulla programmazione scolastica e sul modo in cui vedevo funzionare il “sistema scuola”. Questa volta avrei scritto davvero la programmazione così come effettivamente si realizza ogni anno nella prassi ed avrei detto cosa ne pensavo.

 Venne fuori una specie di saggio tipo “Pragmatica della comunicazione umana” di una quarantina di pagine fitte, scritte al computer. Si concludeva con la constatazione desolata che non vi erano nella scuola nè le premesse nè gli strumenti nè le persone adatte per poter programmare alcunchè e per fare davvero qualcosa di buono.

  La preside, contrariamente alle mie aspettative, lo lesse tutto. Credo che sia stata l’ unica relazione di programmazione che abbia letto. D’ altra parte era l’ unica formata da un fascicolo tipo libro, mentre le altre, come sempre erano scritte su dei semplici fogli protocollo e riempivano a stento le quattro facciate. Non poteva passare inosservata. Fu dopo circa una settimana che la preside mi avvicinò durante l’ intervallo e mi disse in tono conversativo e con ostentata non chalance:

-sa, professore, io la penso diversamente…io credo che qualcosa si possa fare.

  Non volli infierire. Tuttavia per quell’ anno la mia programmazione rimase quella .

 

Alberto Fazio,Antichi ricordi di scuola di un insegnante sessantottinoultima modifica: 2012-05-29T14:17:31+02:00da mangano1
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