Vivalascuola. Scuola giovani lavoro

Vivalascuola. Scuola giovani lavoro

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Pubblicato da vivalascuola su maggio 21, 2012

Scrivo queste poche righe in una condizione di incredulità e con un gran dolore nel cuore. La scuola è il luogo della tutela. Il luogo a cui affidiamo tutti i giorni i nostri figli, in cui entrano i nostri studenti, il nostro luogo di lavoro. Ciò che è accaduto a Brindisi è inconcepibile. Lunedì entriamo nelle nostre scuole proponendoci di raccontare, di commentare, di analizzare l’orrore di questo avvenimento. Dovremmo entrare listati a lutto. Dovremmo trasmettere – noi che li vediamo tutti i giorni, timorosi, indolenti, silenziosi, sorridenti – il grido di orrore con cui la scuola reagisce alla propria profanazione. Più di qualsiasi minuto di silenzio, la forza delle nostre parole deve essere il modo per dire che, qualunque sia stata la matrice di un atto tanto insensato e bestiale, noi – insegnanti e studenti – non ci stiamo, né ora né mai. Lunedì tutte le scuole d’Italia devono chiamarsi Morvillo Falcone, per Melissa che non c’è più, per Veronica e tutti gli studenti feriti, per i nostri ragazzi e per questo sventurato Paese che merita altro. (Marina Boscaino)

Tra scuola e lavoro mettiamo il futuro
di Marilena Salvarezza

Tra scuola e lavoro c’è sempre stato un legame forte quanto contraddittorio, con un’oscillazione costante tra due poli estremi. A uno l’appiattimento sui bisogni del mondo del lavoro e la spinta a “canalizzazioni precoci”, all’altro il distacco della scuola dal territorio e dalla realtà, nonostante correnti pedagogiche del passato e del presente abbiano insistito sulla necessità del fare per apprendere, della prassi concreta come modo di trasformare sé e il mondo.

Oggi il tema del lavoro, nodo mai risolto, si ripropone per molte ragioni e su più piani. L’autonomia, almeno in linea teorica, consente che ogni scuola elabori una proposta formativa che tenga conto del territorio di cui è parte e la faccia uscire dalla sua storica autoreferenzialità.

Le scuole dovrebbero pensare percorsi di apprendimento attenti alle caratteristiche dei contesti storico-antropologico-produttivi in cui sono e capaci di realizzare prodotti fruibili anche dal territorio. Quest’opportunità deve misurarsi con la complessità degli attuali processi sociali. Visioni e realtà del lavoro sono cambiate radicalmente insieme a modelli economici, spaziali, sociali e culturali.

Globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia nel “capitalismo senza lavoro” hanno comportato dislocazioni produttive nei “sud” del mondo e crescita esponenziale della disoccupazione nei paesi avanzati. La crisi strutturale, provocata da forme di speculazione finanziaria che stati e organismi sopranazionali non hanno saputo in nessun modo governare, mentre sanciva il primato assoluto dell’economia sulla politica ha impoverito interi ceti di popolazione e interi stati.

Con la “strage” del lavoro, sono stati attaccati e in parte smantellati i diritti acquisiti; precarizzazione e incertezza del presente e del futuro, degenerazione culturale e politica, assenza di etica e di qualità nella produzione, perseguimento di strade facili di successo e guadagno sono diventate caratteristiche dominanti. Sono stati sdoganati e fatti assurgere quasi a meriti, “disvalori” come furbizia, amoralità, disonestà e aggressività.

La crisi è stata affrontata dai governi con strategie di contenimento della spesa sociale, con l’aumento della tassazione prevalentemente nei confronti di ceti impoveriti e con “il salvataggio” del sistema bancario in buona parte responsabile dei guasti. Il costo dell’incapacità o della non volontà di mettere in discussione alla radice un modello economico che utilizza solo il PIL e il consumo come indice di benessere di un paese e che deprime risorse ed energie umane, è pagato da tutti, e in modo particolare dai giovani. In Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 35% e non molto diversamente succede in altri paesi europei.

L’ideologia (che sempre risorge anche quando si afferma la sua morte) sottesa a questa realtà è la presunta “naturalità” di questi processi, come se non fossero il punto di addensamento di responsabilità di singoli, gruppi e istituzioni politiche ed economiche.

Il processo di mercificazione dei beni comuni, ivi compresa la scuola, ha avuto la sua apoteosi in questi anni; il nudo criterio del risparmio ha guidato “l’epocale riforma” Gelmini, insieme a un “aziendalismo” semplicistico. L’ultraliberismo assimila la scuola a qualsiasi altra impresa, la vuole “competitiva” e riduce l’apprendimento a una qualsiasi “mercanzia”. Un modello mutuato dagli USA nonostante gli esiti fallimentari, traghettato anche in un’Europa che pure ha avuto grandi tradizioni di scuola pubblica.

Gli studenti si trovano a vivere in una scuola impoverita e incupita, senza un progetto educativo adeguato a un mondo complesso. Si sentono in un orizzonte “naturale” di perdita di futuro, di sfiducia nel mondo che i grandi hanno consegnato loro e nella loro possibilità di cambiarlo. Il mondo si eredita senza sapere perché.

Rispetto al lavoro i ragazzi si fanno poche illusioni e hanno pochi strumenti concettuali per comprendere ciò che accade. La sensazione di vivere in un contesto che non possono capire e in cui sono impotenti fiacca la loro volontà progettuale. Non conoscono il patrimonio perduto dei territori, fatto di lavoro artigianale, di manufatti realizzati con passione e competenza.

Anche se l’affermazione che senza passato non c’è futuro è stata troppe volte ripetuta, non per questo è meno vera: non sapere che nei territori ci sono state per secoli attività di trasformazione delle materie che incorporavano competenze, conoscenze, intelligenza e passione, in cui si era “padroni” dei processi e degli strumenti di produzione, porta a non potersi nemmeno prefigurare delle nuove possibilità, che leghino tradizioni e post modernità.

I ragazzi conoscono la tecnologia e i linguaggi mediatici, li vivono quasi come prolungamento di sé, ma sono molto meno in contatto con manualità, socialità e relazionalità sollecitate da prassi concrete. Il consumo è ancora un elemento centrale nei processi di autoaffermazione e identificazione. Eppure sentono anche che non potranno avere ciò che le precedenti generazioni hanno avuto, e questa consapevolezza genera rancore e disillusione. Alcune proposte formative possono inserirsi In questo lungo trapasso culturale, per mutare un modello antropologico che sta portando al collasso il mondo intero.

Il tema del lavoro, come e più di altri, può essere una leva potente per favorire una riflessione pedagogica adeguata ai cambiamenti di “paradigma” mondiale. Il lavoro non è solo il mezzo da cui, in una società complessa, le persone ricavano un reddito adatto a soddisfare le esigenze al livello storicamente dato (oggi peraltro nemmeno questo). Esso è

«per sua natura, lo strumento, peculiarmente umano, col quale l’uomo consegue i suoi fini; ed è strumento universale, nel senso che esso è a disposizione dell’uomo per ogni possibile suo fine» (C. Napoleoni, Elementi di economia politica, 1980, pp. 4 segg.).

Un mondo nel quale il lavoro venga reso inutile o impossibile o non sia riconosciuta la sua utilità sociale è un mondo nel quale la civiltà è destinata a spegnersi.

Il lavoro è un bene comune indispensabile, nel suo versante sociale e in quello individuale; ogni tipo di produzione dei valori d’uso dovrebbe avere un’adeguata remunerazione, e tutte le capacità lavorative dovrebbero essere impiegate con pienezza. Oggi però pochi ripensano il lavoro nei suoi valori e significati complessivi così come pochi riflettono su nuovi orizzonti di senso per la scuola. Vi prevale un modello “macchinistico”, in cui la realtà è un dato e non un prodotto, in cui s’insegnano azioni spesso solo operative, anche se sofisticate e complesse.

Sopravalutando ciò che è visibile e quantificabile, il “modello mercato” genera “povertà di mondo” inteso come l’insieme di aspetti materiali, relazionali, simbolici e immaginari e va contro la logica dell’educazione che ha invece suoi tempi.

La scuola non è più il luogo deputato a restituire spessore, senso, intenzionalità e criticità alle acquisizioni spontanee, ma un’eco sbiadita delle culture sociali dominanti. Diventa il riflesso di una società delle “opportunità” e non dell’uguaglianza: ognuno ha la scuola che il suo ceto sociale “si merita” e che forgerà anche il suo orizzonte di aspettative. La scuola pubblica, lungamente svilita e sempre più ridotta all’osso nelle risorse, rischia di diventare il luogo dei poveri e degli immigrati.

Vi è un tasso di ambiguità anche nella terminologia che pure tutti usiamo: imparare a imparare, competenze, portfoglio, problem solving. Sono, infatti, concetti che possono avere una positiva applicazione, ma funzionali a una società del precariato e della flessibilità obbligata.

Per tutte queste ragioni risulta evidente lo stretto nesso tra scuola e prefigurazione del futuro, tra il modello di trasmissione della conoscenza e le visioni del lavoro.

Il compito educativo, pur senza demonizzare la realtà in cui vivono gli studenti, è ristabilire lo scarto necessario tra educazione, sapere critico e realtà sociale come costrutto determinato da un insieme di interessi, ideologie, bisogni e forze dominanti. Vale a dire non una presunta “neutralità” della scuola, ma la sua capacità di fornire modelli dinamici e integrati di conoscenza che aiutino ognuno a crearsi una propria visione del mondo e le “competenze” per agirvi. Con questi presupposti si può affrontare il tema del lavoro che anche l’intera società dovrebbe mettere al centro della propria riflessione. E’ chiaro che gran parte di questi problemi non possono trovare soluzione nella scuola ma solo nell’ambito delle politiche strategiche globali, nazionali e sovranazionali, tuttavia alcuni punti focali possono essere affrontati anche in ambito educativo.

Un primo passaggio è di far emergere dagli studenti il loro mondo interno, l’immaginario e le domande spontanee collegate al tema lavoro. Una fase di “scavo” che, nella nostra esperienza, porta alla luce molto materiale. In primo luogo paure e valori (economici, di autorealizzazione) attribuiti al lavoro; in secondo luogo il bisogno di capire un lessico e dei concetti economici che invadono la nostra quotidianità con il loro alone misterioso e minaccioso (spread, future, derivati, acquisti al buio, esodati…) L’uso di questo lessico è un altro dei modi per aumentare il senso di impotenza e di assenza di controllo sul proprio lavoro e sulla propria vita.

A partire da questo si può allargare la visione ai significati, alle rappresentazioni culturali e artistiche che al lavoro hanno attribuito le società passate, usando su varie scale lo scandaglio storico.

Il ritorno alla realtà del presente si arricchisce così di maggior consapevolezza di concetti e di modelli interpretativi. Lo scenario esce così dalla sua dimensione “naturalizzata” e se si possono capire le ragioni che hanno portato a questa deriva del lavoro, si può anche pensare a delle possibili prefigurazioni future per sé e per gli altri. Lavorare sull’intelligenza e la creatività può portare ad aprire nuovi scenari, a pensare “l’impensato”. Un simile orizzonte non è certo dietro l’angolo, e il suo raggiungimento esige l’impiego di tutte le risorse disponibili.

Nel pieno della transizione, tuttavia, si possono fornire esempi di esperienze e pratiche già esistenti, certo parziali ma connotate da criteri comuni a partire da un legame “affettivo” e responsabile con il territorio. Sono esperienze capaci di creare mobilità sostenibile ed efficiente, che individuano e localizzano correttamente le funzioni sul territorio, promuovono “filiere corte” capaci di ridurre gli scarti del consumo e la dipendenza dalle energie tradizionali, utilizzano energie alternative con modalità e tecnologie non in contrasto con la tutela delle risorse e dei patrimoni comuni, riscattano il territorio dall’attuale degrado restituendogli sicurezza, fruibilità, bellezza.

Un percorso educativo deve proporre domande chiave quali: la società può organizzarsi per conservare il benessere raggiunto, invece di voler aumentare in modo indefinito e assurdo la quantità di oggetti? Ci sono modi per accrescere la qualità della vita del maggior numero di persone invece che il fatturato di imprese? Si può tornare a un modo ridotto e integrato di produrre che tenga conto delle finalità sociali di quel che si fa? Ci possono essere lavori che permettono di soddisfare più dimensioni e più bisogni umani e non solo quello economico? Possono esserci lavori che soddisfano bisogni umani senza stravolgere l’ambiente naturale? Si può ritrovare l’arte di fare cose belle e utili?

Come sempre forse contano più le domande che si è in grado di generare, piuttosto che le risposte oggi per necessità solo parziali.

Ancora può essere attivamente istituito un parallelismo fecondo tra come si sta e come si lavora a scuola e ciò che si farà domani. Forme di apprendimento laboratoriale, in cui il conoscere e realizzare prodotti della conoscenza in modo cooperativo si avvicinano molto a modelli positivi di lavoro. Richard Sennett nel libro Insieme afferma che i “workshop”, i laboratori artigiani sono stati nella storia gli esempi di maggior comunità e democrazia del lavoro: un fare con le mani, con il corpo e con gli altri. E la procedura che porta a creare un prodotto artigianale di qualità è molto simile alle procedure di ogni ricerca.

Si può investire la scuola come agenzia culturale primaria del compito di formare giovani con le capacità e le competenze per trovare vie d’uscita dalla crisi, con un balzo anche concettuale? Si può e si deve provare. Come afferma l’antropologo Franco La Cecla, solo energia, gioia, passione, creatività possono generare valore, valore che viene prima ed è più del denaro; e di queste qualità i giovani sono “ricchi”, anche se spesso vengono depresse. Creare progetti e prospettive di vita che saldano individuale e sociale è anche un fattore di prevenzione.

“… Il tasso di agonismo è ai minimi storici, i più giovani non sono attesi a nessuna gara, meglio c’è una competizione durissima per vincere quel poco in palio – i pochi posti di lavoro, i pochi stipendi onorevoli, le poche posizioni nelle istituzioni lasciate a disposizione – ma la sensazione generalizzata è che la partita sia truccata, non dipenda dalle abilità dei partecipanti ma da concessione dei giudici, da raccomandazioni, da amicizie, da fortuna. Se questa è la partita non ha senso allenarsi, preservarsi, concentrarsi. La prevenzione funziona se crea una narrazione avvincente, se inscrive i giovani in un’avventura di cui sono loro i protagonisti. La prevenzione deve quindi rompere la dittatura del presente. Tracciare i percorsi fatti, prefigurare mete, creare il racconto collettivo di cui è bello far parte…” (Stefano Laffi, Far prevenzione in un mondo che corrompe).

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Vivalascuola. Scuola giovani lavoroultima modifica: 2012-05-26T15:06:42+02:00da mangano1
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