Blanchot: un frammento sulla lettura

Blanchot: un frammento sulla lettura
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“L’opera figurativa ha sull’opera verbale il vantaggio di rendere più evidente il vuoto esclusivo all’interno del quale sembra voler restare lontana dagli sguardi. Il Baiser di Rodin si lascia guardare, anzi si compiace di essere guardato, il Balzac è senza sguardo, una cosa chiusa e dormiente, immersa in se stessa fino a sparire. Questa separazione decisiva, che costituisce l’elemento della scultura, e che, al centro dello spazio, dispone un altro spazio ribelle, uno spazio riposto, evidente e detratto, forse immutabile, forse senza riposo, questa violenza preservata, di fronte alla quale noi ci sentiamo sempre di troppo, sembra mancare al libro. La statua che viene dissepolta e presentata all’ammirazione non si aspetta niente e non riceve niente, sembra piuttosto strappata al suo luogo. Ma il libro che viene riesumato, il manoscritto che esce dall’orcio per essere offerto in lettura, non nasce forse – per un caso impressionante- di nuovo? Che cos’è un libro che non viene letto? Qualche cosa che non è ancora scritto. Leggere sarebbe dunque non scrivere di nuovo il libro, ma far sì che il libro si scriva o sia scritto, – questa volta senza l’intervento dello scrittore, senza nessuno che lo scriva. Il lettore non si aggiunge al libro, ma tende prima di tutto a liberarlo da un qualsiasi autore; e quel senso di rapidità che è nel suo approccio, quell’ombra così vana che passa sulle pagine e le lascia intatte, tutto ciò che dà alla lettura l’apparenza di una cosa superflua, ed anche la poca attenzione, lo scarso interesse, tutta l’infinita leggerezza del lettore afferma la leggerezza nuova del libro, divenuto un libro senza autore, senza la serietà, il lavoro, le gravose angosce, il peso di tutta una vita che vi si è riversata, esperienza a volte terribile, sempre temibile, che il lettore cancella, e, nella sua leggerezza provvidenziale, considera come niente”.

“(…) La lettura fa del libro ciò che il mare e il vento fanno dell’opera modellata dagli uomini: una pietra più liscia, il frammento caduto dal cielo, senza passato, senza avvenire, sul quale non ci poniamo domande quando lo vediamo. La lettura dà al libro l’esistenza sconnessa che la statua sembra ricevere soltanto dallo scalpello; quell’isolamento che la sottrae agli sguardi che la vedono, quell’orgoglioso scarto, quella saggezza di orfano, che dà congedo sia allo scultore sia allo sguardo che vorrebbe ancora scolpirla. Il libro ha in un certo senso bisogno del lettore per diventare statua, bisogno del lettore per affermarsi quale cosa senza autore ed anche senza lettore. Non è in primo luogo una verità più umana, quella che la lettura gli apporta; ma essa non ne fa neanche qualche cosa di inumano, un oggetto, una pura presenza compatta, il frutto delle profondità che il nostro sole non avrebbe maturato. Essa fa soltanto in modo che il libro, l’opera, divenga – diviene – opera al di là dell’uomo che l’ha prodotta, dell’esperienza che vi si è espressa e anche di tutte le risorse artistiche che le tradizioni hanno rese a noi disponibili”.

Tratto da: Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, ed. Einaudi 1967, pp. 166-167.

Blanchot: un frammento sulla letturaultima modifica: 2012-05-26T15:15:27+02:00da mangano1
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