A D, Per una retorica degli intellettuali

1. In primo luogo, una certa retorica della serietà, un eterno broncio da bambino intelligente, quello che si chiama lo “scazzo intellettuale”. Alcuni intellettuali ne abusano ampiamente, per loro sembra che il riso o il sorriso siano una sorta di esperienza impossibile ai limiti della fantascienza.

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Tre esempi di epoche diverse: Bernard Henri-Levy. Il bello e maledetto capofila dei nouveaux philosophes degli anni Settanta, l’autore di una monumentale opera dedicata all’icona Sartre, meno di recente autore di un saggio che fece arrabbiare molto le alte sfere intitolato L’ideologia francese. Lungo apprendistato nell’umor nero di Baudelaire, s’intende, salvo finire nei profumi dell’alta moda (ma non c’è contraddizione nemmeno all’origine). Così come di tante altre imprese del pensiero forse più graffiante che militante? In lui la “retorica dello scazzo” raggiunge, ad ogni modo, il Sublime (categoria che si accorda bene, forse, con la società dello spettacolo), come si sarebbe detto una volta. Ma non possiamo dimenticare nemmeno Michel Onfray, anni fa così “trasversale” e fuggitivo (i tempi del libro, bellissimo, sulla scuola dei Cinici) che oggi spara a zero contro Freud, preso da un’esaltazione quasi omicida che poi altro non è se non un capitolo dello scazzo come “poetica” intellettuale (Freud. Il crepuscolo di un idolo, ed. Ponte alle grazie). Scazzo e contenuto latente vanno d’accordo, naturalmente. Se c’è latenza c’è denuncia, c’è il “ve l’avevo detto che qualcosa puzzava da queste parti”. Non è forse la formula stessa della critica? E che dire di Régis Debray, che non soltanto se la prende con i politici e i colleghi ma addirittura ha scritto un pamphlet contro…Venezia? La città di Cacciari produce in Debray dei pruriti piuttosto rari, qualche volta divertenti (Contre Venise, Folio/Gallimard). E del suo livore contro i pensionati che cosa dobbiamo pensare (Fare a meno dei vecchi, ed. Marsilio)? Necessità, sempre e comunque, di un capro espiatorio? Omaggio involontario a Renè Girard?

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Un altro esempio dei nostri giorni, in ambito italiano e “socioletterario” (pare che gli scrittori che praticano la scrittura come vocazione “antisociale”, silenziosa, siano sempre di meno) è Antonio Scurati. Sempre adombrato, anche lui, da uno scazzo di primo grado- conservato per motivi fotogenici, c’è da presumere-, dall’impeccabile mise scura e intimidatoria. Guai a indossare una maglietta rossa, per dire. Prim’ancora di firmare, veste firmato. Non è mica Pasolini, certo. Però firma articoli en-ga-gè, spesso interessanti e meditati, pubblica con Bompiani (non ha problemi di tirature, nemmeno lui, d’altra parte il talentuoso Henri-Levy con Grasset aveva risolto bene il problema della parola scomoda – mai avuto “alienazioni”, come direbbe Arbasino). Pensa di essere Moravia, magari, il bell’Antonio? Non arriverà mai nemmeno alle ginocchia di Moravia, e questo dovrebbe – questo sì- renderlo perplesso. Per l’intellettuale scazzato il meglio di un’epoca è sempre ieri, questo è il punto. L’esistenza attuale non è nemmeno da prendere in considerazione, se non come il frutto di una Caduta. Il peggio è che, spesso, sanno di avere ragione. E lo sappiamo anche noi, perciò alla fine nessuno sa niente tranne che il mondo è una fregatura.

Non parliamo poi di certi filosofi davvero sul filo della pensione (chissà che ne pensa Debray), come Severino o Ferraris, quest’ultimo accusato di recente dal suo maestro  (Vattimo) di promuovere un “realismo nevrotico” quando non una filosofia del marketing (Della realtà. Fini della filosofia, ed. Garzanti)…Non senza qualche verità, e comunque anche qui il complesso di Edipo mostra una persistenza freudiana inquietante. Povero Onfray, quale campo minato ti sei scelto! Eppure vengono ammirati, chissà perché, i “guru” del pensiero cupo, meglio se apocalittico. In fondo, questo è comico: l’ammirazione per quelli che non sanno ridere e che, per giunta, producono così poco per l’umanità. Chiediamoci, con un pizzico di serietà, qual è la genealogia dello scazzo. Si tratterà, magari, di una teoria o di effetti-di-teoria? Certe idee spingono a vivere meglio, a ridere, a sognare, persino a danzare…E altre sono frutto di risentimento (Nietzsche, of course).

A questi eterni condottieri della nuvola nera consiglierei di contrapporre, per esempio, due sorrisi: Gilles Deleuze e Michel Foucault. Sorrisi contagiosi che non sono soltanto tratti del loro viso o di quella che si chiama una personalità, magari non autistica. Non sarà, forse, un benessere che ricavavano anche dalla loro opera, dalla forza e dall’intensità delle loro idee? Erano dei buoni lettori di Nietzsche, tanto per cominciare: “Non accettare mai una verità che non sia accompagnata da una risata” (cito a memoria). Controcorrente. Oggi si ama fare la calza della morale: rende bene, t’invitano ai festival e puoi avere la benedizione di qualche monaco laico. Questo sembra essere lo Zeitgeist: bisogna ostentare spiritualità. Tormentata, possibilmente. Eppure, c’è del diabolico in Foucault, e del perverso in Deleuze. Forse, quello che ci manca oggi è proprio una sana perversione (culturale, perché per il resto siamo ben forniti)?

2. Se fosse soltanto una questione di umore, poco male. La malinconia madre del genio dove la mettiamo? Ma l’aspetto più insidioso, forse, è l’attuale fascinazione che gli intellettuali sembrano provare per il buonsenso, ovvero per il senso comune e le sue forme. Anche questa è una vecchia storia, risale almeno ai Sofisti. Strategia millenaria: quella di argomentare sull’acqua calda che piace di più, nel tempo della “fine delle ideologie”, anche se mi resta il sospetto che fosse meglio ai tempi di Feltrinelli e Fidel Castro che discutevano allo stesso tavolo. C’era del movimento, almeno. Sbagliato, magari…Ma c’era una “linea”. Scuola di Francoforte? Ma vogliamo scherzare? Eccessi di coerenza.

3. Nell’area buonsenso & media, un esempio dei nostri tempi: Marco Belpoliti sulla “canottiera” (altrimenti detta canotta) di Bossi. Ne valeva davvero la pena? Non sarà un vezzo da intellettuale esibire una qualche fenomenologia (parola ormai abusatissima) dell’Assurdo piuttosto che fare un discorso utile per qualcuno? Si dirà che almeno non c’è lo scazzo. Sì che c’è, ma è camuffato. Insomma, quella che si chiama una “teoria”, dov’è? Un tempo esistevano delle scuole di pensiero anche per i critici letterari, e oggi? Oggi è la tuttologia che imperversa e che paga, e allora tra discorsi sull’undici settembre (persino Baudrillard, accidenti, anche lui), gli anni Settanta e le canottiere, Calvino piuttosto che le orecchie a sventola (finte) di Matthew Barney, Primo Levi piuttosto che Cindy Sherman (sto parafrasando la bibliografia pirotecnica di Belpoliti, non invento niente) – tout se tien. Oppure no?

Se questo, poi, non è una sottospecie di populismo rivisitato, non lo so davvero. Siamo al paradosso: Belpoliti che liquida l’icona “celodurista” facendo di sè stesso l’icona di chi la mette in parodia? Guerra del fallo, anzi, “fallo di rigore”. Chi metterà in parodia Belpoliti? Nessuno, lui è sicuro di vincere. Un altro che ostenta militanze immaginarie e simboliche è il solito Ferraris: da un lato si pavoneggia con libri come Filosofia per dame (ed. Guanda), una raccolta di articoli che a voler essere onesti fa rizzare i capelli (non con lo scazzo, diciamo con una muta passione e qualche speranza che, magari, non si tratti di bufale) e che sono un chiaro esempio di “sindrome da meet-up”. Studiare troppo la dialettica trascendentale porta dritto dal parruccchiere, in Italia, bisogna prenderne atto. Dall’altra il nostro autore pretende, partendo da premesse equivoche, di accusare il postmoderno (tutto intero e senza eccezioni) di “populismo mediatico”, come fece la scorsa estate con un noto articolo di Repubblica. C’è qualche incongruenza, forse, tra il folletto che disserta su Facebook o “l’anima dell’I-pad” e questo ideatore di manifesti “rivoluzionari”? Estetica del pentimento, d’accordo, ma quanto ambivalente. Quanta noia c’è in queste facce, in questi discorsi, in questi mausolei per sofisti? Ben pagati, come sempre accade ai sofisti.

3. Ma adesso, mi direte, questo post è un classico frutto dello scazzo, se non della retorica. Certo, nella “vertigine della lista” (Eco) finiamo col metterci anche noi. Come se, poi, non si fosse capito che tra tutti preferiamo i francesi (e come non essere doppiamente scazzati, dunque, in terra ostile?) Ma almeno l’avremo fatto sognando dei ricercatori di nuove dimensioni dell’esistenza, dei nuovi maestri che non ci sono. Siamo scazzati, terribilmente e nostalgicamente. Leopardi, pero’, lo lasciamo fuori: bisogna almeno sperare che nel cosmo là fuori ci sia un filosofo che se la ride. (A.D.)

Sh

A D, Per una retorica degli intellettualiultima modifica: 2012-05-26T15:10:16+02:00da mangano1
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