Niccolò Scaffai, Pasolini, Trevi e qualcosa di scritto

LE PAROLE E LE COSE
Letteratura e realtà
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Pasolini, Trevi e qualcosa di scritto
26 aprile 2012 Pubblicato da Le parole e le cose
di Niccolò Scaffai
«Romanzo»: sotto questa insegna, che compare sul margine inferiore della copertina, viene dato alle stampe il nuovo libro di Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Milano, Ponte alle Grazie, pp. 248, euro 16,80. La frase che campeggia accanto al titolo – «La storia quasi vera di un incontro impossibile con Pier Paolo Pasolini» – sembra però indicare generi diversi dal romanzo: il saggio critico (un incontro con Pasolini), per esempio, o l’autobiografia (la storia vera). Ma quell’incontro è impossibile e quella storia quasi vera. Basta allora indugiare qualche istante sulle soglie del libro, come abbiamo appena fatto, per coglierne la natura complessa, ma non contraddittoria. Trevi ci sottopone, per l’appunto, «qualcosa di scritto», ma la negligenza dell’espressione non deve portare fuori strada: quel «qualcosa» non è un vuoto bensì un pieno di senso, sia perché allude a una definizione usata dallo stesso Pasolini per Petrolio; sia perché implica la compresenza di generi o di atteggiamenti narrativi diversi nei confronti della realtà. In Qualcosa di scritto agiscono infatti tanto la fiction, l’invenzione; quanto la non fiction, la memoria. Memoria, in effetti, è un termine che Trevi adotta per definire il suo racconto («come ho già raccontato all’inizio di questa memoria…»). Potremmo accettarlo anche noi e usarlo per qualificare Qualcosa di scritto; oppure potremmo dare per buona proprio l’etichetta editoriale di ‘romanzo’, e senza imbarazzo perché la categoria è tanto accogliente da includere praticamente qualsiasi tipo di narrazione. Forse invece dovremmo dire, con maggior precisione, che si tratta un biographical essay, un saggio autobiografico o un’autobiografia con inserti saggistici: qui infatti la vicenda (quasi) vera dell’autore si mescola con un’interpretazione dell’ultimo Pasolini (un precedente tipologico vicino può essere individuato nell’opera di Sebald). Potremmo infine parlare di autofiction, termine (e concetto) di moda, che riserverei però alle narrazioni in cui la generale attendibilità autobiografica viene messa puntualmente e riconoscibilmente in crisi dall’invenzione, spesso con un effetto di aperta metanarratività. Non è il caso del ‘romanzo’ di Trevi, in cui la componente di finzione non sporge dall’insieme e si coglie eventualmente fuori dal testo, in base cioè alla conoscenza diretta dell’autore empirico e della sua reale vicenda.
Potremmo usare tutte queste parole – memoria, romanzo, saggio, autofiction – ma nessuna coglierebbe davvero nel segno: l’obiettivo va spostato infatti da un oggetto statico (il genere letterario, malamente inteso come categoria a priori; oppure la trama, nell’accezione formalistica) a uno dinamico: i movimenti del «corpo pensante del racconto», «il modo in cui la narrazione sceglie di pensare la storia» (traggo l’immagine e le espressioni da un bel saggio di Daniela Brogi, che parla di Senilità ma che ha un rilievo teorico e interpretativo valido anche al di là di quell’opera).
La narrazione di Trevi si muove e sceglie di pensarsi come un’iniziazione, vocabolo più appropriato (e largamente esibito nel testo) per rappresentare la natura della narrazione. Qualcosa di scritto è infatti il racconto di un’iniziazione alla scrittura (una specie di ritratto dell’artista – o del critico – da giovane) e insieme un’interpretazione in chiave rituale di un’altra narrazione, diversamente ineffabile, come Petrolio. Il protagonista, Trevi stesso o un suo doppio, racconta l’ormai lontana esperienza di ricerca presso il Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma, diretto da Laura Betti: non la Betti giovane e attraente, ritratta in copertina accanto a un Pasolini pensoso, il trench lucido a donargli una feriale eleganza; ma una Laura Betti deformata nel corpo e nello spirito, sacerdotessa pasoliniana che ha tramutato la vitale sfrontatezza in incontenibile ferocia (verbale, ma non solo). Il giovane protagonista, che frequenta il Fondo per curare un’edizione delle interviste rilasciate da Pasolini, si rappresenta in una condizione di minorità rispetto alla donna e alla memoria dello scrittore-Padre (Qualcosa di scritto porta una dedica «a mio padre»). È la condizione del personaggio prima dell’iniziazione, disposto a subire la violenza del rito: vengono in mente proprio le opere di Pasolini, le metamorfosi del protagonista di Petrolio, la conoscenza raggiunta per via di umiliazione. Le invettive che la Betti rovescia contro i malcapitati frequentatori del Fondo suonano come un’esortazione, sia pure brutalmente comicizzata e fisicizzata («Buondì, zoccoletta, l’hai capito finalmente che è venuto il momento DI DARE IL CULO? O pensi di farla franca ancora per molto?!?»), a intraprendere il cammino dello scrittore-iniziato, che passa dalla rabbia prima che dal talento. Come ogni sacerdotessa che si rispetti, la Betti mette in contatto due dimensioni, quella mondana e quella ultramondana; nel corpo della narrazione di Trevi, la prima corrisponde alla vicenda del protagonista, la seconda al «mostro emerso dal passato»: Petrolio. L’opera incompiuta di Pasolini vive nello spazio assoluto e nel tempo mitico dove è stata relegata dai «grandi cambiamenti collettivi» che «lasciano sempre illesi i pazzi». L’opera pazza e la donna pazza, Petrolio e Laura Betti, sono congiunti in questa disperata inattualità: per questo l’una rappresenta, per il protagonista, la chiave d’accesso all’altra, la parte dolorosa di un rito che conduce alla comprensione.
La contaminazione tra i due ambiti è tale che si potrebbe parlare di un racconto di iniziazione per interposta persona (la persona, corpo e maschera, di Pasolini naturalmente). Capire questa natura e questo nesso rende più facile tenere insieme fiction e non fiction, in quanto manifestazioni di una stessa esperienza rituale, nutrita come ogni liturgia di presenze reali e di elementi simbolici. La dimensione rituale, che fa parte del ‘patrimonio genetico’ del romanzo antico, riconnette l’opera a un archetipo narrativo, che interagisce con un altro movimento, quello della quête. Questa a sua volta si realizza per due vie: quella avventurosa del viaggio e quella intellettuale dell’inchiesta. Qualcosa di scritto le racconta entrambe, conciliandole con un percorso che è letteralmente un ritorno all’antichità; culmine del libro, e del periodo di apprendistato del narratore, è infatti il viaggio ad Atene compiuto insieme a Laura Betti e a Massimo Fusillo, il classicista e comparatista che avrebbe pubblicato, qualche anno dopo, proprio un saggio intitolato La Grecia secondo Pasolini. Fusillo, figura numinosa in grado di ammansire la furia lacerante di Laura Betti (per inciso, chi conosce Massimo sa quanto questo ritratto sia credibile), non è l’unico intellettuale ‘in carne e ossa’ ad interagire con il narratore: c’è anche Walter Siti, autorità pasoliniana e narratore che, meglio di altri in Italia, ha saputo forzare le categorie romanzesche, in Scuola di nudo (1994) e negli altri ‘qualcosa’ che ha scritto in seguito.
Non si può dire che Qualcosa di scritto assomigli a Petrolio, non fosse altro che per la diversa temperatura stilistica (tenacemente media in Trevi) e per la struttura (non così aperta come quella dell’opera pasoliniana, ma a tratti semmai ridondante). Attraverso il corpo pensante del suo racconto, che scavalca spontaneamente gli steccati tra i generi, Trevi però ci ricorda che Petrolio proviene dall’ultima stagione di una modernità in continuo divenire sperimentale, e che quell’epoca è oggi esaurita. O forse no: se provassimo a ripartire da lì?
[Questo articolo è uscito sul «Manifesto»]

Niccolò Scaffai, Pasolini, Trevi e qualcosa di scrittoultima modifica: 2012-04-27T17:15:54+02:00da mangano1
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