Benedetta Tobagi, Luigi Manconi, Guido Bertagna,LE PAROLE DI SONJA

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UNA CITTÀ n. 161 / Dicembre-Gennaio 2009

Articolo di Benedetta Tobagi, Luigi Manconi, Guido Bertagna

LE PAROLE DI SONJA
Una vicenda, quella dei familiari delle vittime del terrorismo, sempre al crocevia tra pubblico e privato; la parola “riconciliare” e l’inesigibilità del perdono; uno Stato che carica le vittime di responsabilità che non hanno; il senso di colpa e il volto dell’altro. Interventi di Benedetta Tobagi, Luigi Manconi, Guido Bertagna.

Nell’ambito dell’iniziativa “Alla ricerca del Buongoverno”, promossa dal Comune di Siena”, lo scorso 15 novembre si è tenuto il seminario, introdotto da Marcello Flores, dal titolo “Terrorismo, vittime, perdono: scelte individuali e morale pubblica” cui hanno partecipato Benedetta Tobagi, Manlio Milani, Luigi Manconi e Padre Guido Bertagna, direttore del Centro Culturale San Fedele di Milano. Omettiamo l’intervento di Manlio Milano, Presidente Associazione dei caduti di Piazza della Loggia, di cui pubblicheremo un’intervista nel prossimo numero.

Benedetta Tobagi
Riassumo brevemente la mia storia. Sono figlia di Walter Tobagi. Mio padre era un giornalista, inviato speciale del Corriere della Sera, ma anche uno storico, si è occupato soprattutto di storia del sindacato e dei movimenti della sinistra giovanile, era infine attivo nel sindacato di categoria, è stato presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti. E’ stato assassinato il 28 maggio del 1980, da una neonata formazione terroristica di sinistra, attiva solo a Milano, la Brigata 28 Marzo, che voleva con quell’azione accreditarsi presso le Brigate Rosse. Il suo omicidio si colloca verso la fine della parabola del terrorismo.
Aggiungo un altro elemento personale, che ha condizionato molto la mia percezione di tutta questa vicenda: io allora ero una bambina, avevo tre anni. Non ho memoria diretta né di mio padre né del contesto in cui è maturato il suo omicidio. Un altro tratto peculiare dell’esperienza mia e di tanti altri che hanno subito esperienze simili è che la nostra vicenda è al tempo stesso privata e pubblica, le vittime del terrorismo in Italia si trovano in questo scomodo crocevia tra pubblico e privato, che entra come elemento molto condizionante nell’approccio alla questione del perdono e della riconciliazione. Un’altra peculiarità del “caso Tobagi” è che la vicenda giudiziaria si intreccia strettamente con il grande fenomeno del “pentitismo”, che si è palesato verso la fine del terrorismo e ha dato un contributo sostanziale alla disgregazione delle bande armate. Uno degli assassini di mio padre, Marco Barbone, è stato uno dei cosiddetti “grandi pentiti”, per cui la vicenda mia, personale e della mia famiglia, si intreccia con i feroci dibattiti scatenatisi intorno alla legislazione premiale…
L’uso del pentiti ha fatto molto discutere anche nell’ambito dei procedimenti che riguardano la criminalità organizzata, per cui è un tema ancora molto sensibile e di grande attualità.
Devo dire che io ho cominciato ad occuparmi di ciò che è successo a partire da un’esigenza personale, che poi naturalmente è confluita in gran parte in un’esperienza più ampia di testimonianza e di approfondimento: ho fatto degli studi prima filosofici, poi storici, perché era troppo forte l’esigenza di capire che cosa fosse successo nel Paese -proprio perché il mio lutto era anche una vicenda pubblica. Credo che si possa tracciare un’analogia tra l’esigenza psicologica di un giovane di capire la propria storia e quella di un’intera società di fare i conti col passato, di conoscere le proprie radici, anche per poter trovare una direzione sensata di sviluppo…
Oggi mi occupo e scrivo di questo passato doloroso, del terrorismo, che continua a essere presente nel dibattito pubblico. Ho scelto di impegnarmi anche in attività concrete per il recupero della memoria e per l’approfondimento della conoscenza storica di quel periodo. Esiste una fitta rete di soggetti e di iniziative che attraverso l’istituzione di centri di documentazione, archivi, “Case della memoria” contribuiscono indirettamente alla ricerca storica.
Vorrei fare una considerazione a partire dalla cronaca. A metà ottobre sul Corriere è uscito un articolo dal titolo “Il nodo resta la riconciliazione con le vittime”. Ecco, io credo che questo non sia vero.
Certo, le vittime e i familiari delle vittime del terrorismo sono moltissime, e questo è sicuramente un elemento molto sensibile, urticante, ma non dobbiamo dimenticare che quegli anni, diciamo dal ’69 ai primi anni ’80, sono stati molto “affollati”, per citare Gaber, un periodo molto complesso, molto inquieto, ma anche fecondo, dal punto di vista sociale, politico. Sicuramente anche molto traumatico per molti gruppi sociali, non solo per le vittime del terrorismo.
Quante esperienze di militanza e impegno politico sono “defunte”, schiacciate dalla situazione di emergenza e scontro frontale tra lo Stato e i terroristi? I lutti che hanno colpito me e altre persone sono solo i più palesi e più gravi, ma sono moltissime le ferite da rimarginare nella società. Ora, mentre il perdono è un fatto individuale, che riguarda la coscienza del singolo e il suo rapporto con Dio, se è credente, la riconciliazione è qualcosa di diverso. Il termine è impiegato con significati e intenti diversi, generando ambiguità (Padre Bertagna su questo potrà forse confortarmi, dal punto di vista anche teologico). Riconciliare, io sono andata a rivedermelo sul dizionario, vuol dire letteralmente “ristabilire un rapporto normale, temporaneamente deteriorato, nell’ambito giuridico, affettivo o anche politico”.
Ora, come accennavo, sono tanti i “rapporti lacerati” da considerare. Il rapporto tra vittima e reo è in realtà il più anomalo: il rapporto infatti si crea con il reato; io ad esempio non voglio costruire un nuovo rapporto con gli assassini, vorrei anzi sciogliere questo nodo, cancellare lo spettro degli assassini dalla mia vita. Ci sono invece altre lacerazioni da riconciliare. Manconi ricorda, per esempio, quella fra ex nemici, come i militanti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra. Ne aggiungo un’altra, che secondo me è la più grande, quella fondamentale: la lacerazione che si è prodotta fra le istituzioni dello Stato e la cittadinanza. Mi pare sia questo il rapporto più urgente da ricostruire. Parlo di un rapporto di fiducia e di senso di appartenenza dei cittadini nei confronti di questo Stato -pensiamo alle vicende relative allo stragismo- che ha spesso mostrato un volto opaco, oscuro. Questo ha contribuito, ad esempio, al fatto che nel ’78 in molti si riconoscessero nella formula “né con lo Stato né con le Br”.
Tutti possiamo concordare che ancora oggi c’è un forte e diffuso senso di distacco dalla politica e dalle istituzioni, prodotto anche dalle esperienze di quegli anni: credo che i percorsi di riconciliazione si debbano innestare in un discorso molto più ampio del rapporto tra vittime ed ex-terroristi, configurandosi piuttosto come tappe di un percorso di elaborazione degli eventi della storia recente, per riappropriarci anche di un senso di cittadinanza rinnovato.

Luigi Manconi
Devo dire che raramente mi è capitato, in occasione di discussioni sui temi che sono al centro del nostro confronto, di trovarmi in tanto pieno accordo con altri interlocutori. Lo dico con sincerità. Gli interventi che mi hanno preceduto mi trovano così largamente consenziente, che mi limito a evidenziare alcuni passaggi. Primo punto: io riterrei indispensabile un processo che chiamiamo per convenzione di “riconciliazione”, lo ritengo strettamente indispensabile, ma sono convinto che nel nostro paese non si potrà realizzare. Non semplicemente, non principalmente, come ha detto Marcello Flores introducendo questo seminario, perché in Italia non c’è stata la tragedia di una guerra civile. Direi principalmente per una ragione che ha a che fare con la codardia della classe politica e del ceto intellettuale. Secondo punto: ribadisco ciò che Benedetta Tobagi ha detto: il perdono è un fatto strettamente individuale, che va custodito nella sfera delle scelte più intime e che là solo si può realizzare. Contemporaneamente non va dimenticato che esiste anche nella sfera pubblica qualcosa che evoca il perdono, che non è giusto chiamare perdono, che può avere effetti simili, ma ragioni totalmente diverse. Nell’ambito dell’ordinamento giuridico sono previsti il condono, l’indulto, l’amnistia, che hanno effetti concreti, riguardo alla condizione del colpevole, ma che non sono motivati da ragioni private, di ispirazione morale, di sensibilità religiosa, che muovono da un percorso individuale, bensì da un sacrosanto calcolo economico-strumentale, direi utilitaristico. Condono, indulto, amnistia, possono essere estremamente utili per l’efficacia di una condizione giudiziaria, per il suo sviluppo positivo, per il superamento di condizioni d’emergenza. Terza questione, quella perfettamente enunciata da Milani: caricare le vittime di una responsabilità che non hanno.
Questo caricare le vittime corrisponde, per un verso, ad una sorta di viltà istituzionale, che attribuisce all’altro, alla vittima, quindi alla figura più fragile, un compito che invece dev’essere delle istituzioni che se ne devono assumere la responsabilità. Ma attenzione, io penso che ci sia qualcosa di ben più importante e ben più delicato in quel caricare le vittime di un ruolo che non è il loro. Detta in maniera sintetica e grossolana, lo Stato di diritto nasce nel momento in cui la giustizia e l’esecuzione della pena vengono sottratti dalle mani delle vittime del delitto e assegnati a una istituzione terza. Prima dello Stato di diritto, la vittima o i suoi familiari esercitavano la facoltà di rifarsi sul colpevole, giudicavano ed eseguivano la pena. Lo Stato di diritto nasce esattamente nel momento in cui da una giustizia tribale si passa a una giustizia esercitata da istituzioni terze, dai tribunali. Dunque, nulla è più vile, come diceva Milani usando questa formula, e per l’altro verso regressivo, di quella indecente consuetudine mediatica, ma anche politica, per cui, nel momento in cui la magistratura di sorveglianza sta per decidere di un beneficio da assegnare ad un ex terrorista, si interpellano i familiari delle vittime chiedendo loro se condividono quel provvedimento. Ripeto, non è solo un atto di viltà, è una regressione culturale e giuridica molto grave. E io credo che a questa tentazione la gran parte dei familiari delle vittime, ormai da tempo, abbiano imparato a sottrarsi. Veramente io penso che ci sia stata una straordinaria novità che vede un’attenzione molto sensibile a non mischiare i due ruoli. Diceva ancora Benedetta Tobagi: “Ho letto sul vocabolario la definizione di riconciliazione”, e quella definizione io credo che sia quella giusta, quella da accettare: la ricostruzione di un rapporto. E’ esattamente questo. Ma il significato che io do alla parola riconciliazione, e che avrei auspicato potesse avere il processo di riconciliazione, e che, ahimé, ritengo irrealizzabile nel nostro paese, è esattamente la ricostituzione di un rapporto, ma non tra vittime e colpevoli, bensì tra lo Stato e i cittadini. Quello cioè che si è rotto è il legame sociale fra una parte di generazioni attive, mobilitate, protagoniste degli anni ’60 e ’70, e il sistema di allora. E’ la rottura del patto sociale che ha provocato quella sfiducia, quella lontananza e quella ostilità, che non hanno immediatamente prodotto e tanto meno giustificato il terrorismo -credo sarebbe veramente irresponsabile vederla in questi termini- ma hanno contribuito, questo sì, a creare un clima nel quale il terrorismo poteva trovare sue forme ambigue di omertà, di indifferenza e in qualche caso di simpatia.
Qual è la sostanza del patto sociale che s’è incrinato, e per certi versi rotto, negli anni ’70? Il fondamento del patto sociale fra cittadino e Stato è molto semplicemente il fatto che lo Stato ha come primo suo compito quello di garantire l’incolumità fisica dei cittadini. Nel corso degli anni ’70, giustamente o meno, io ritengo motivatamente, una parte dei cittadini ha ritenuto: a) che lo Stato non garantisse la loro incolumità fisica; b) che lo Stato, suoi apparati, suoi pezzi, suoi segmenti, suoi uomini, sue strutture, contribuissero attivamente ad attentare all’incolumità fisica dei cittadini. Questo è accaduto negli anni 70!
Quel patto fondativo del sistema della cittadinanza si è incrinato, o comunque una parte dei cittadini, non solo giovani, ha ritenuto che si fosse incrinato.
L’interpretazione dello slogan, che tutti tranquillamente possiamo oggi definire scellerato, “né con lo Stato né con le Br”, fu chiarita nitidamente all’epoca da Leonardo Sciascia in un’intervista purtroppo trascurata. Egli diceva “né con le Brigate rosse, né con questo Stato”, e sottolineava esattamente quello che io sto cercando di dire. E qualche anno prima, Pier Paolo Pasolini, in quell’articolo, forse troppo ricordato e poco letto, sul Corriere della Sera, in cui diceva “io so”, esprimeva lo stesso concetto. Allora, se c’è stata questa incrinatura, per certi versi rottura, del patto sociale, del legame di affidamento, di reciprocità, della obbligazione fra Stato e cittadini, la sua ricomposizione non è mai avvenuta, perché quella incrinatura, quella rottura è stata semplicemente rimossa. E’ stata rimossa grazie alla vittoria militare dello Stato nei confronti del terrorismo, che ha consentito alla classe politica di cancellare il problema. Ma, e su questo concludo, cosa voglio dire quando affermo la necessità di quel processo di riconciliazione? Primo: la classe politica, gli apparati, le istituzioni cos’hanno saputo dire delle stragi degli anni ’70? Cos’hanno saputo ricostruire di quelle responsabilità? E cosa hanno saputo autocriticare, non in sede penale, sia chiaro, ma in sede storica e morale? Niente, non c’è stata alcuna autocritica, né da parte della classe politica, né da parte delle istituzioni attraverso i suoi uomini e le sue amministrazioni. Ma faccio un altro esempio, che forse è meno semplice da fare anche in questa sede: l’omicidio di Luigi Calabresi. Chi l’ha ucciso? Di chi è la responsabilità? Certo, c’è un esito giudiziale… Ma perché non ricordare che 800 persone di grande prestigio intellettuale, di alta moralità, quando Luigi Calabresi era ancora vivo, hanno sottoscritto un documento in cui veniva definito “commissario torturatore”?
Quante di quelle 800 persone, massimamente stimabili per tutto il resto della loro esistenza e delle loro opere, hanno saputo ricostruire le ragioni di quella scelta? Non era l’atto materiale dell’omicidio. Ancora una volta non si chiedeva un’autocritica formale, si chiedeva una loro ricostruzione storica, culturale, e infine morale, del perché 800 mitissime persone avessero firmato. Io ricordo alcuni dei firmatari, non c’era solo Norberto Bobbio, giustamente considerato uno dei grandi intellettuali del 900, c’erano dei pacificissimi poeti, ricordo la firma di Nelo Risi, c’erano persone di sacrosanta coerenza, c’erano persone mosse da sentimenti religiosi encomiabili… Quanti di quelli hanno ricostruito? Ma forse che loro sono gli assassini di Luigi Calabresi? Assolutamente no. Sono però corresponsabili, insieme ad altri, di un clima complessivo nel quale non la giustificazione del terrorismo, ma forme di legittimazione di esso si diffondevano e, come dire, dominavano addirittura in determinati ambienti.
Io ricordo che nel 1968, avevo esattamente 20 anni, firmai un improbabile articolo, ovviamente imbarazzante se lo rileggessimo adesso, che, unitamente a molti articoli di persone che avevano 30 o 40 anni più di me, faceva bella mostra di sé in un fascicolo di una rivista cattolica, che si chiamava Momento, nella cui redazione c’era un numero significativo di sacerdoti, alcuni dell’Università Cattolica di Milano da me allora frequentata, e che questo fascicolo si chiamava “la violenza giusta” e che trovava nella dottrina sociale della Chiesa la sua legittimazione. Ecco, quando io parlo di riconciliazione, parlo esclusivamente di questo.
Parlo dell’opportunità, purtroppo mancata, di un’opera di ricostruzione storica, culturale, politica e morale di quello che è stato.

Padre Guido Bertagna
Una premessa: questo invito nasce dalla stima e dall’amicizia con Marcello Flores che risale al tempo della sua venuta a Milano al Centro Culturale San Fedele, per un convegno dal titolo “Vittime. Fabbrica di pace”. Un tentativo di visitare con l’aiuto di testimoni e di esperti il delicatissimo mondo delle vittime. I titoli che posso avere per essere qui, a parte il fatto di essere un prete, credo siano principalmente quelli di avere semplicemente provato a camminare accanto a delle persone che sono state in un modo o nell’altro coinvolte in questa storia, o dalla parte degli autori del reato, o dalla parte delle vittime e dei familiari delle vittime. E quello che io posso dire sono principalmente parole non mie.
Alcune sono quelle che imparo dalle persone che vivono e camminano con questo peso, da una parte o dall’altra di questi due versanti difficili eppure indissolubilmente legati, cioè gli autori del reato e le loro vittime, e dall’altra parte una parola non mia che può venire soprattutto dalla Scrittura e dalla riflessione che nei testi biblici si percorre, attraversando il tema della colpa, della violenza, della distruzione dei rapporti e delle possibili vie di ricostruzione di questi rapporti.
1. Vorrei fare un cenno a proposito della violenza, con cui viene spesso, troppo frettolosamente, identificato il mondo degli anni fine ’60 e ’70. Quegli anni hanno conosciuto anche un vivacissimo e profondo desiderio di cambiamento e di giustizia. Sono state domande forti, esigenti, e, casomai, ci si potrebbe chiedere che cosa è rimasto di quella ricerca appassionata e vitale. Inoltre, la via della violenza non era affatto “obbligata”.
E’ accaduto che sia stata una via praticata, scelta da tanti in un clima in cui anche i modi della partecipazione sociale e politica e i linguaggi spesso erano violenti. Ma non era l’unica via possibile.
Identificare gli anni ’70 come gli “anni di piombo” rischia di apporre un’etichetta esclusivamente negativa, senza dimenticare che ogni etichetta è sempre pericolosa, specialmente quando dietro ha storie e drammi umani. C’erano altre vie possibili, anche di lotta politica, che erano praticate da altre persone; c’era la lezione di uomini come Danilo Dolci, che non sono stati ascoltati.
C’erano vie seguite in altri paesi, ad esempio, il cammino dei diritti del popolo nero, negli Stati Uniti: aveva altri presupposti, cercava vie di “non violenza”. Perché in Italia non sono state seguite quelle tracce?
2. La violenza distrugge i rapporti. Ha ragione Manlio Milani, quando ricorda che morire per lo scoppio di una bomba che colpisce indiscriminatamente gruppi di persone o morire come un “obiettivo simbolico” in una aggressione diretta e mirata, contiene qualche significativa differenza. Sono due esperienze diverse, chiedono di essere gestite in modo diverso. Ad esempio: un conto è sapere chi ha sparato, altro è non sapere chi ha messo una bomba, non sapere e trovarsi in un clima di coperture e di omertà nella ricerca della verità. Cambia anche l’elaborazione di questi fatti. Risultato, tuttavia, è che noi ci troviamo di fronte a un tessuto sociale da ricostruire.
Anche Luigi Manconi lo dice, nel suo libro Terroristi italiani, quando parla del patto sociale, e sottolinea anche un altro elemento importante, vale a dire il patto tra le generazioni, tra gli adulti e i giovani: anche questo va ricostruito dopo le lacerazioni del terrorismo. E’ un sistema di rapporti che è stato minato alla radice, sfilacciato o distrutto. Occorre ricostruire questo patrimonio di relazioni. In Italia non ci siamo ancora riusciti. Perciò il terrorismo, se è stato sufficientemente sconfitto sul piano eminentemente militare e politico (dico “sufficientemente”, perché fatti relativamente recenti si sono incaricati di dirci che non tutto è chiuso) nulla invece è stato fatto per ricostruire le relazioni. Non è stato fatto pressoché nulla per permettere alle persone, non solo quelle colpite, o quelle che hanno colpito, ma anche a tutta una società civile che è stata in un modo o nell’altro coinvolta, di ripensare e ricomprendere il vissuto di quegli anni.
Credo che questo aspetto preceda la riflessione su una possibile ricomposizione sociale, o sul tentativo di trovare una via di riconciliazione o perdono. Invece, proprio su questo punto fondamentale non c’è stato nessun passo a livelli importanti, da parte dello Stato. Certamente ci sono state discussioni fra membri del Parlamento, ma non c’è stata apprezzabile e positiva ricaduta dal punto di vista istituzionale e da quello del coinvolgimento del Paese. C’è un altro punto: è stato detto, giustamente, che un conto è un’esperienza di perdono, strettamente legata a un percorso individuale, altro è ricostruire rapporti, riconciliare un tessuto sociale lacerato. Sono due aspetti diversi, ma l’uno evidentemente non esclude l’altro, anzi. Darei tuttavia al perdono un peso sociale maggiore, pur stando attenti a non caricare soprattutto le vittime di responsabilità che sarebbero solo loro a dover portare (basti accennare, al riguardo, alla decisione del ministro Bondi di coinvolgere i familiari delle vittime sulla delicata questione del progetto del film “Miccia corta”, vincolando e cercando di legittimare il parere del ministero in base all’orientamento dell’associazione dei familiari delle vittime: appare operazione goffa di uno Stato che fa fatica ad assumere le proprie responsabilità, cerca la via della delega e manifesta in tutta evidenza di non sapere in che direzione andare).
3. Le conseguenze dell’esperienza del perdono anche sul tessuto sociale e sui rapporti sociali da ricostruire, dicono che siamo di fronte a qualcosa di più di un fatto puramente individuale. Innanzitutto, perché il perdono evidentemente non chiude con la memoria, non la elide, né mette la proverbiale “pietra” sopra un vissuto così sofferto. Evidentemente alcuni avvenimenti sono incancellabili dalla memoria. Il lavoro che si può fare su questi avvenimenti, allora, è qualcosa che ha a che fare con il senso di questo vissuto. Una persona uccisa è un fatto irrimediabile, irreparabile, Ricoeur direbbe “imperdonabile”. Che lavoro può fare un cammino di riconciliazione, l’elaborazione di un perdono? Non si concentra tanto sui fatti, perché sono incancellabili per definizione, ma lavora sul senso dei fatti, lavora sui sentimenti, sulle emozioni, e soprattutto sulla direzione di senso che quei fatti prendono e assumono nella vita della persona che li rielabora.
Scrive Paul Ricoeur: “Il perdono è anzitutto il contrario dell’oblio passivo … non verte sugli avvenimenti in se stessi, la cui traccia al contrario deve essere accuratamente protetta, bensì sulla colpa, il cui peso paralizza la memoria e, per estensione la capacità di proiettarsi in modo creativo sul futuro. L’oggetto di oblio non è l’avvenimento passato, l’atto criminale, ma il suo senso e il suo posto nell’intera dialettica della coscienza storica”. Mi sembra che qui ci sia la prospettiva che può essere decisiva sul piano personale ma, insieme, costituire un apporto preziosissimo nella ricostruzione di rapporti sfibrati e feriti. Ecco perché servirebbe uno spazio di rielaborazione di una memoria condivisa, che non c’è mai stato e continua a non esserci in questo Paese.
Continua infatti ad essere difficile già il solo parlarne; può darsi si dimostri un’impresa impossibile da realizzare ma, proprio per questo, un obiettivo da cercare dovrebbe essere la costruzione di uno spazio in cui fosse possibile condividere il racconto del proprio vissuto, la propria esperienza, la verità, quella dei fatti, (ancora non completamente acquisita, anche perché lo Stato continua a non fare quello che può per aprire e rendere accessibili gli archivi), ma anche la verità del vissuto.
Questa verità “vissuta” attende la possibilità di poter essere comunicata in uno spazio in cui altre persone possano ascoltare e accogliere il racconto di chi ha sofferto, così come chi ha sofferto possa accettare il racconto di chi il danno e le ferite le ha recate. La pena inaridisce i colpevoli che vengono di fatto privati, insieme al bene prezioso della libertà personale, di ogni possibilità di impegno nell’ambito di un fare costruttivo e, al contempo, inaridisce le risposte attese dalle vittime le quali si trovano tragicamente poste nella condizione di doversi “accontentare” della sofferenza patita dal reo. Ben altri sono invece i bisogni e le risposte che esse vanno cercando.
Si profila così un diverso contorno dell’idea di responsabilità: non più solo responsabilità “per” il fatto attraverso la pena, bensì responsabilità “verso” qualcuno attraverso un gesto sofferto -ma significativo- di riparazione (Ceretti). La responsabilità che può, forse, mitigare il dolore ha a che fare più con il “rispondere” all’appello che compare sul volto dell’altro (Lévinas) che con gli aridi, eppur tragici, meccanismi processuali e sanzionatori. Incontrare il volto e rispondere alla sua domanda consente di incontrare l’eccedenza personale ed esistenziale racchiusa in ogni storia (Mazzucato).
E’ attraverso il volto l’uno dell’altro che colpevoli e vittime possono “misurare” il crimine nella sua “immane concretezza” (Forti). Già la tradizione giuridico-liberale insegna che il reato non è (solo) la violazione di una norma, ma l’offesa rimproverabile di beni e valori rilevanti. Nell’incontro dei volti, i valori offesi possono “personificarsi” e diventare più che mai concreti: è questa vita che è stata spezzata, con tutte le conseguenze che ciò comporta (Mazzucato). Conseguenze indicibili -per colpevoli e vittime e per i loro familiari- fatte di aspetti inenarrabili e di piccoli dettagli struggenti.
E’ forse dentro questo struggente indicibile, intriso di esistenza, che si nasconde ciò che occorre davvero capire del crimine commesso e ciò che le due “facce della stessa medaglia” (Bolognesi) hanno vicendevolmente da spiegarsi.
4. Nello spazio di una memoria condivisa occorre tentare di comporre un racconto, una narrazione sufficientemente ampia e policentrica per contenere la pluralità delle memorie nella consapevolezza che solo parole fragili possono metterle in relazione senza nascondere distanze ineliminabili. Occorre provare a dilatare il linguaggio di ciascuno consentendo una narrazione a più voci attraverso la quale ognuno possa spingersi fino ad accettare che altri, al pari di se stesso, possano dire “io”. In questo modo, si abita diversamente il proprio vissuto: si apre uno spazio di coabitazione, di compresenza, senza eliminare il passato ma sostenendo le persone nel disinnescare le singole memorie congelate nel dolore.
Tutto ciò è delicatissimo, anche solo il parlarne. Delicato perché implica da parte di ognuno la rinuncia alla propria esclusiva parzialità, che pure deve esserci, perché è la propria, perché è il proprio vissuto. La rinuncia a questa parzialità, d’altra parte, vuol dire accettare di abbandonare la posizione che ognuno ha acquisito, accettando anche di non essere chiusi definitivamente nel proprio ruolo, di autore del reato o di vittima, e accettare che ci sia il racconto di altri che integra il proprio e completa la propria ricostruzione.
Io non so se questo è qualcosa di fattibile, di realizzabile. Mi auguro però che da parte dello Stato, e da parte dei movimenti e dei centri della cultura (intellettuali, studiosi) ma anche da parte dei singoli cittadini, messi in condizione di poterci riflettere, ci possa essere una seria presa in considerazione di una possibile via praticabile verso la ricomposizione sociale e la riconciliazione.
5. A Carole Tarantelli (il marito Ezio fu ucciso dalle Brigate Rosse il 27 marzo 1985) -che non solo a me, ma a diversi che si sono accostati a questo difficile mondo, è stata e continua ad essere di grande aiuto con la sua riflessione- fu chiesto in una intervista curata da don Salvatore Bussu (l’intervista risale a pochi anni dopo l’omicidio del marito), come viveva la prospettiva del perdono, che cosa è il perdono e che cosa si può perdonare.
Dopo aver risposto che è in gioco la presa di coscienza di chi ha commesso il fatto circa la gravità di ciò che ha compiuto (a questo riguardo, c’è un aspetto positivo della punizione, se può essere di aiuto a prendere coscienza di quello che è avvenuto) ricorda che il perdono è un atto individuale, e che si vive tra due persone, faccia a faccia, e prosegue: “Non credo che sia giusto perdonare indistintamente: vi perdono tutti, siete tutti perdonati. Per me il perdono è un atto individuale, tra due individui. Nel momento in cui l’assassino ha capito quello che ha fatto e vive il dolore terribile per quella vita che ha cancellato e per quella sofferenza che ha prodotto, e chiede di essere perdonato, io posso trovare la forza di perdonarlo. Ma solo per quanto mi riguarda. Non posso perdonare per gli altri familiari, né tanto meno posso perdonare il crimine che ha commesso in quanto c’è un concetto sacrosanto che vale per tutti, secondo cui a un crimine deve corrispondere una punizione. Posso solo perdonargli la sofferenza che ha causato a me, dalla mia sofferenza parlare alla sua, e lui a me, da essere umano ad essere umano”. Come definirebbe questo perdono? le viene chiesto, allora. “Secondo me – risponde- questo perdono è il gesto da parte della vittima che dice di recepire il dolore dell’assassino e di non voler produrre in lui più dolore di quello che ha già…”. (Un prete tra i terroristi, p. 235).
6. Credo che anche nella riflessione biblica sul perdono o le vie della riconciliazione che possono condurre al perdono, si trovi qualcosa di simile a ciò che racconta Carole Tarantelli: un passaggio decisivo, infatti, è costituito dal farsi carico non solo del proprio dolore, ma anche del dolore dell’altro. In particolare, nel cercare di evitare a chi ha commesso del male, un male analogo.
Questo è il motivo per cui l’impostazione squisitamente retributiva, che continua ad avere il nostro Diritto, è insufficiente, e lo si vede specialmente di fronte a un male imperdonabile e irreparabile, come un delitto. E’ chiaro che è necessario un itinerario, a volte lungo o anche lunghissimo, di presa di coscienza di quello che è stato commesso da parte di chi ne è stato l’autore (il come è potuto accadere a me, come è potuto accadere che io mi sia caricato di un gesto così grave). Questa faticosa presa di coscienza deve sempre misurarsi con l’elaborazione di profondi e laceranti sensi di colpa. Ma nell’itinerario biblico il senso di colpa è solo un passaggio, magari necessario ma incompleto: ancora più importante è un altro passaggio, quello che fa muovere dal senso di colpa verso il “senso del peccato”.
Il senso di colpa rischia di tenere la persona prigioniera del passato, in una perenne e mai compiuta elaborazione delle proprie colpe, in un itinerario che si esaurisce nel rimando continuo alla propria sconfitta e continua, di fatto (consapevolmente o meno), a lasciare la persona da sola a occupare il centro del (suo) mondo, continuamente fissata su se stessa, senza potersi aprire ad alcuna relazione. Invece, insieme alla persona uccisa, alla sua vita e alla sua storia, sono esattamente le relazioni ad essere state distrutte.
Nei suoi numerosi interventi su colpa, pena e giustizia il Card. Carlo Maria Martini ha spesso richiamato l’attenzione sul fatto che “nella colpa, almeno in qualche modo, c’è già la pena. I peccatori nella Bibbia prendono gradualmente coscienza che, commettendo quel reato, si sono autocondannati a vivere al di fuori della famiglia di Dio, a vivere da stranieri.
Nella colpa è insita una sconfitta, un fallimento, un’umiliazione drammatica” (Non è giustizia, p. 83).
Il senso del peccato, invece, nella prospettiva biblica, apre alla relazione. Quello che è accaduto non è solamente il fatto che un uomo abbia commesso del male, e sia umanamente penalizzato, danneggiato, diminuito, e possa sentirsi in qualche modo imperdonabile, prigioniero del suo gesto, senza via d’uscita. Questa tappa può avere un primo effetto positivo se permette di prendere coscienza della gravità del male compiuto, ma poi il percorso biblico indica un salto di qualità, invita ad aprirsi a un senso del peccato che mette al primo posto il dolore dell’altro, e dunque l’assunzione anche di questo dolore. Da parte sua, anche Ricoeur sottolinea che “a differenza dell’oblio di fuga, il perdono non rimane chiuso entro un rapporto narcisistico tra sé e sé, poiché presuppone la mediazione di un’altra coscienza, quella della vittima, la sola abilitata a perdonare”.
Ecco perché nella Scrittura Dio interviene spesso con un linguaggio che trova un’eco nella riflessione di Carole Tarantelli quando, parlando di sé e della propria esperienza ricorda: “Dal mio dolore, dal dolore della persona ferita, danneggiata, distrutta anche, da quel che è capitato, che ha cambiato completamente la vita, posso da questo punto parlare e guardare il dolore dell’altro”.
Dio assume il ruolo della vittima e si identifica con essa, egli stesso vittima, senza però mai perdere di vista il dolore del colpevole. Da qui tutta l’attenzione e la premura con cui Dio si prende cura del colpevole. Basti pensare, ad esempio nel capitolo IV della Genesi, alla cura, all’attenzione, che Dio riserva a Caino. “Il sangue di tuo fratello grida a me”, dice Dio per aiutare Caino a prendere coscienza, abbandonando autodifese e frettolose autogiustificazioni. Come se gli dicesse: “Io assumo questo grido, in questo grido c’è tutto il mio dolore, perché è fallita la creazione, la fraternità. Ho fallito anch’io, come Creatore”. Il dolore di Dio è profondissimo, e tuttavia c’è indicazione anche di un percorso che invita ad aprire su possibili nuove vie di relazione.
Queste nuove vie possibili non potranno prescindere dalla domanda sul sangue del fratello. Ma, nella difficile e dolorosa assunzione di responsabilità che conduce (finalmente) a una risposta, Caino sa di poter contare sulla fedeltà e sull’amore di Dio che non viene meno, che non lo chiude nell’orizzonte della sua colpa identificandolo con essa.
Alla luce di questi pensieri, occorre quindi ricordare, sia pure solo per un cenno, che sempre nella prospettiva biblica, il perdono non è in senso stretto la conseguenza del pentimento, quasi un gesto dovuto da parte di Dio di fronte ad un pentimento sincero e compiuto. Piuttosto, la realtà decisiva di essere già amato (qualsiasi cosa possa accadere o sia accaduta), la possibilità di essere riaccolto, la possibilità di essere perdonato, la possibilità che la vita non si identifichi -non venga da Dio per primo identificata- con il male commesso, questo fonda la possibilità del cambiamento, di una presa di coscienza veramente autentica e profonda del male commesso, senza dover mentire a se stessi e agli altri, perché nei confronti di Dio so che questa è una strada che resta aperta. In questo senso, allora, il perdono fonda e rende possibile il vero pentimento, e dunque quel cambiamento del senso di ciò che è accaduto e dei fatti così come sono avvenuti.
7. “Erano seduti accanto, tristi e abbattuti, come se fossero stati gettati su una spiaggia deserta, soli, dopo una bufera. Egli la guardava e sentiva quanto grande fosse l’amore di Sonja per lui, ma, strano, a un tratto provò una grande pena al pensiero di essere tanto amato. Sì, era una sensazione strana e tremenda! Nell’andare da Sonja, aveva sentito che lei era tutta la sua speranza e la sua salvezza; aveva pensato di liberarsi, almeno in parte, delle sue pene; e invece, ora che il cuore di Sonja era tutto rivolto verso di lui, egli sentì e capì a un tratto di essere molto più infelice di prima”. E’ uno dei passaggi decisivi del percorso dell’omicida Raskolnikov in Delitto e castigo di Fedor Dostoevskji. Lascia intuire con molta lucidità qual è il dilemma di Raskolnikov: accogliere, arrendersi all’amore di Sonja che lo chiama fuori di se stesso, fuori dal delirio autistico che lo ha illuso di poter lui, con i suoi schemi e i suoi pensieri, essere il metro del mondo (“Non ho ucciso per avere i mezzi e il potere e per diventare il benefattore dell’umanità. Sciocchezza! Ho ucciso e basta; ho ucciso per me stesso, per me solo”); oppure, resistere a questo amore, completando così la propria autodistruzione (“Ho ucciso me stesso, non quella vecchia! Mi sono accoppato con un colpo solo, e per sempre!…”).
L’infelicità che si fa strada nel cuore di Raskolnikov è intuita con molta finezza dall’ispettore Porfirij Petrovic (“Eh, non disprezzate la vita! … voi troverete qualcosa e vivrete … abbandonatevi alla vita, senza ragionare; non preoccupatevi, vi porterà certamente a riva e vi rimetterà in piedi”). E’ un’infelicità che si alimenta di senso di colpa, certo, o del senso umiliante della sconfitta. Ma non solo. C’è qualcosa di più profondo, qualcosa che appartiene a quel sottosuolo che Dostoevskji ha saputo visitare e abitare nelle sue più inquietanti e scomode profondità. E’ qualcosa che ha a che fare con la gratuità. Raskolnikov non riesce ad accettare che l’amore di Sonja sia gratuito e debba essere capito per questo nella logica del dono e non di qualcosa meritato (“…sentì dentro di sé un moto di affetto; gli si strinse il cuore, mentre la guardava: ‘Ma questa donna, perché? -pensò- Che cosa sono io per lei?’”).
Il dono spariglia le carte. Introduce una strana dissimmetria. Chiede certamente la reciprocità: ma non quella del do ut des, tipica dello scambio commerciale. Nemmeno quella di un pareggio formale degli sforzi e delle energie messe in campo. Il dono esce dalla logica del già saputo e del preordinato o del (già) regolamentato.
Non c’è vero attraversamento, vera uscita dal cuore di tenebra, senza la resa alla logica del dono. L’amore di Sonja rivela a Raskolnikov quanto vale la sua vita, quanto vale la vita di una persona. Proprio lui, che ha voluto ergersi ad arbitro e giudice della vita propria e di quella altrui (“Ho ucciso soltanto un pidocchio…”), ora si sente chiamato a una relazione dall’intensità del tutto nuova, ad un amore che lo mette nella condizione e nella possibilità di rispondere.
Incontri come quello odierno, sono occasioni per riflettere insieme su questi temi di fondo di ogni vita e di ogni storia.
Sono gli incroci decisivi attraverso i quali passa e trascorre ogni esistenza. Sonja aveva suggerito a Raskolnikov di andare a chiedere perdono ai crocicchi delle strade, gridando il suo peccato e baciando la terra che aveva dovuto bere il sangue del suo delitto. Raskolnikov vivrà questo tragitto, con il dolore, con le sue cadute, l’incomprensione e la derisione della gente -come ogni vera via crucis- ma, alla sua seconda caduta si accorgerà che Sonja è con lui: “Si era nascosta dietro una di quelle baracche di legno che si trovavano sulla piazza; dunque, lo accompagnava in tutto il suo doloroso cammino! Raskolnikov sentì e capì in quel momento, una volta per tutte, che Sonja ormai era con lui sempre e che lo avrebbe seguito anche in capo al mondo, dovunque fosse destinato ad andare”.

Benedetta Tobagi
Vorrei allacciarmi al tema della magnanimità, che dà il titolo a queste giornate. Partirei da alcune cose dette da Manconi e da padre Bertagna. Manconi ha ricordato che qualcosa di analogo al perdono si può trovare nelle soluzioni giuridiche che si basano su un calcolo “economico”, o meglio: utilitaristico. Bertagna ha ricordato che il perdono può avere una grande ricaduta sociale: credo che sia vero. Apro un inciso, che è una confessione personale: devo ammettere di provare un’“allergia” per la tematica -abusata- del perdono. Il perdono è una scelta difficilissima, dalla posizione in cui mi trovo mi sento di dirvi -e provo pudore a farlo- che una vittima si trova in una posizione di fragilità, di vulnerabilità. La “pressione sociale” verso il perdono è una forma di disconoscimento delle vittime, ed è una cosa grave. Non è un percorso obbligato. Io devo poter avere il diritto di non perdonare. Devo sentire di poter ricevere il supporto di cui ho bisogno dalle persone che stanno intorno a me, anche della società in senso lato, che mi accompagnino verso un percorso di perdono, che è possibile, ma non obbligato. Questa cosa non viene considerata, purtroppo, anzi viene negata. Perdono e magnanimità sono cose grandi, sono forme, io direi, di amore, comunque. Come ha espresso splendidamente uno studioso che apprezzo molto, Stefano Levi della Torre, l’amore è un rapporto di tensione dialettica con la giustizia: l’amore è cieco, sbilanciato, butta il cuore oltre l’ostacolo, così come può essere geloso. La giustizia invece è equa, ma fredda, può essere “disumana”. Allora, quando e come si può essere magnanimi? Vorrei proporre uno spunto: un ragionamento impostato a partire dalle specificità della situazione italiana, ossia il rapporto lacerato con uno Stato che spesso ha disatteso la fiducia di noi cittadini: ecco, è sempre un balsamo, non solo per le vittime, ma credo per tutti i cittadini, quando lo Stato tiene una condotta all’altezza delle nostre aspettative, nel senso che rispetta le regole, amministra correttamente la giustizia (ad es. individuando e condannando i colpevoli di una strage), garantisce la certezza della pena.
E’ una cosa bellissima non dover subire lo spettacolo di comportamenti iniqui, opportunistici, situazioni di impunità, svicolamenti, scorciatoie, soluzioni eccezionali, ad personam.
Ora, leggendo i giornali, vedendo come vengono affrontati temi come l’estradizione Petrella, o il caso Mambro-Fioravanti -per citare due clamorosi- la cosa più terribile è che i gesti di clemenza fuori dalle regole, eccezionali, verso personaggi coinvolti in vicende particolari e per molti versi assai oscure, fanno sospettare -se posso essere franca- l’esistenza di connivenze insospettabili. I Nar Mambro-Fioravanti, otto ergastoli, perché sono fuori? Non è che si ricompensa il loro silenzio per coprire complici o mandanti? Petrella è in Francia… Perché un’appartenente della colonna romana delle Brigate Rosse -quella del sequestro Moro- beneficia di tante attenzioni? Queste sono cose che -in un calcolo utilitaristico- vanno messe in conto, per come impattano sulla sensibilità già offesa dei cittadini, perché se il nostro obiettivo è ricostruire un patto di fiducia con lo Stato e tra le generazioni, occorre tentare lo sforzo titanico di esercitare la magnanimità entro i binari delle regole, per quanto possibile.
Per esempio, se Marina Petrella fosse stata estradata in Italia, lo Stato italiano avrebbe avuto la straordinaria opportunità, di esercitare la propria magnanimità, essendo riconosciuto pubblicamente come Stato in grado di garantire un trattamento umano a una detenuta.
Purtroppo questa possibilità si è persa.
Tirando un po’ le somme, possiamo immaginare una specie di scala e il primo passo è l’accertamento della verità.
Io potrei parlarvi per ore di tutto quello che riguarda le politiche archivistiche, il problema della desegretazione e dell’accessibilità dei documenti governativi: vi rimando alla documentazione della “Rete degli archivi per non dimenticare” (www.archivioflamigni.org).
Esiste una rete di associazioni “attaccate al polpaccio” delle istituzioni, nella richiesta di maggiore democraticità e trasparenza nella gestione archivistica.
Manconi si è detto pessimista. Io mi aggrappo all’ottimismo della volontà, ma, voglio essere onesta, lo faccio anche perché mi è necessario, è una scelta di vita: condivido con molte persone che hanno subito grossi traumi la risolutezza nello scegliere la fiducia. Una scelta che è anche un impegno concreto, una direzione da seguire. Non è un dato di partenza naturale, ma un possibilità di speranza per cui ho lottato.
Su cosa mi sforzo di fondare la mia fiducia? Prima di tutto penso che, lavorando congiuntamente, ci sia la possibilità di lavorare coinvolgendo molti soggetti, in particolare le giovani generazioni, di cui io stessa faccio parte.
Esiste la codardia del ceto politico (che, per esempio, non rende accessibili le carte, in cui non c’è tutto, ma c’è moltissimo, indubitabilmente), ci sono poi le ambiguità di molti intellettuali ed ex militanti, che sono insidiosissime…
Esistono problemi obiettivi di comprensione. Un esempio banale: come trentenne che si interessa di argomenti come terrorismo ed eversione, mi trovo spesso in situazioni un po’ paradossali. Leggo un libro, ascolto un politico, uno studioso, e qualcuno mi avverte: “Ah, hai parlato con Tizio, stai attenta, lui ha questa storia…” che vuol dire che quando affronta certi argomenti non è disinteressato, parla attraverso il filtro di una passata militanza politica, ha l’esigenza di giustificare il proprio passato… Ogni tanto mi sento intrappolata in una versione un po’ torbida di Alice nel Paese delle Meraviglie, perché ci sono tantissimi segreti di Pulcinella, che una persona nata dopo una certa data non può conoscere, né apprendere attraverso i libri. Le stesse parole sono cariche di significati di cui si è persa la percezione. Un esempio: Manconi ha ricordato un’interpretazione di “Né con lo Stato né con le Br”, però io ho letto tantissimi giornali d’epoca in cui veniva detto: no, noi dobbiamo trovare nuovi modi di stare contro lo Stato, diversi da quelli delle Br. Il linguaggio può essere una trappola.
Noi giovani, ma non solo, anche gli adulti e gli anziani di buona volontà, possiamo fare come il socratico tafano. Laddove non c’è una spontanea assunzione di responsabilità, secondo me esistono dei modi civili e garbati, non accusatori, esercitando onestamente il dialogo e l’intelligenza critica, magari appoggiandosi ai documenti, a volte facendo delle domande scomode; dei modi di pungolare il ceto politico e intellettuale, per favorire un disvelamento di responsabilità politiche o morali, oppure per cercare di fare chiarezza su alcune connivenze omertose, che possono essere residui di vecchie reti di solidarietà amicali…
Insomma, io credo che esistano degli strumenti, per, diciamo così, “indurre” un’assunzione di responsabilità in maniera “assistita”.
Occorre ripensare al ruolo che le vittime possono avere nella società. Spesso la vittima è temuta come portatrice di sentimenti di vendetta, tipici di una giustizia tribale. C’è stato il passaggio dal ghenos alla polis rappresentato nell’Orestea di Eschilo, ne siamo tutti felici e contenti, però le vittime fanno ancora un po’ paura.
Vorrei usare un’altra tragedia greca come simbolo delle potenzialità del ruolo che può avere la vittima nella società, previo riconoscimento della sua identità e della sua sofferenza, un riconoscimento che è un atto di empatia ed è dovuto non solo alla vittima di terrorismo, ma alle vittime di reati in generale, tutte. Ecco, la vittima è un po’ come Filottete, l’eroe dell’omonima tragedia di Sofocle, che aveva una ferita infetta, puzzolente, e perciò venne abbandonato in un’isola, dai greci -successivamente venne raggiunto e reintegrato nella comunità, dopo molte traversie. Inizialmente i greci non vanno a prendere Filottete, vogliono solo rubargli il suo arco, senza cui non sarà possibile prendere Troia. Solo Neottolemo, figlio di Achille, a un certo punto instaura un vero rapporto umano con Filottete, si rifiuta di ingannarlo e rubargli l’arco con cui si difende e si nutre.
A me piace enormemente questa tragedia, credo sia una bella rappresentazione del fatto che chi è stato gravemente ferito, se viene riaccolto in seno alla società, può portare qualcosa che è indispensabile -l’arco necessario alla vittoria- in molti sensi. Ne ricordo alcuni: in primo luogo, appunto, stimola un utilissimo esercizio di empatia nella società, che può diventare un eccellente modo di prevenire la violenza futura.
Io vedo che con i ragazzi funziona molto questo discorso. Parlare di terrorismo e di stragi, al grado zero, prima della comprensione storica e politica, è un modo di fargli capire che la violenza produce ferite insanabili, che avvelenano la società intera.
Poi le vittime possono essere un po’ questo tafano che stimola la ricerca della verità in una società addormentata. In molti casi, basti pensare alle stragi, non si è raggiunta la verità giudiziaria. La domanda di verità va ben oltre il desiderio di punizione per il reo, è ricerca di una comprensione del passato per migliorare il presente e costruire il futuro.
Tante persone impegnate in tutta Italia mi hanno fatto pensare: “Che bello, vedi, da un’esperienza di dolore, dolore che di per sé è inutile e mortifero -io non condivido la visione salvifica del dolore- c’è gente che è riuscita veramente a buttare il cuore oltre l’ostacolo e dire: non voglio soltanto la pena del colpevole, no, io voglio una verità storica che sia per tutti”. Dedico l’ultimo pensiero proprio a mio padre e a tutti gli altri che non ci sono più. Ci sono state veramente delle pietre preziose, tra le esperienze delle persone che sono state uccise. Ieri ero con Agnese Moro, lei ricorda sempre la precisione chirurgica che c’è stata nella scelta degli obiettivi, è terrificante, e anche di questo potrei parlare per ore.
Io credo che recuperare Filottete voglia dire anche rimettere in circolo nella società la memoria dell’opera di tante persone assassinate, un capitale umano straordinario. Occorre ricordare che tante vittime hanno lavorato all’interno delle istituzioni, nel rispetto delle regole costituzionali, offrendo dei modelli di risposta democratica, interna alle istituzioni, al “volto oscuro” dello Stato. Il loro esempio ci sarà d’aiuto, per ricomporre le lacerazioni nel rapporto tra cittadini e Stato.

Luigi Manconi
Diceva Benedetta Tobagi dell’importanza del riconoscimento delle vittime. Penso anch’io che questo sia un nodo fondamentale. Vedo, come avevo già anticipato, degli elementi di novità positive, in questo senso, e dunque ritengo che si possa superare quella fase in cui alle vittime veniva assegnato un ruolo, a mio avviso umiliante, di ultimo, direi estremo, grado di giudizio rispetto agli autori di reato. Quello che prima evidenziavo nel porre ai familiari delle vittime il quesito: “Giudica equa la pena che è stata comminata al colpevole? E’ possibile concedere il beneficio?”. Bene, rispetto a questo ruolo di estremo grado di giudizio, che ritengo appunto mortificante per la vittima, vedo molti segnali che mi sembrano quelli giusti per superarlo. Testimonianze recenti, libri pubblicati negli ultimi mesi e anni, segnalano appunto come vi sia un ruolo, tutto di natura morale, dei familiari delle vittime, che è quello che a mio avviso è utile all’intera società. Quello appunto di ammonimento, di richiamo forte, come diceva Benedetta, affinché non si riproducano quelle condizioni che hanno permesso in passato l’orrore.
Persino la tardiva istituzione della giornata della memoria, tardiva ma infine giunta, mi sembra un atto che va nella medesima direzione. Ma, ecco il punto, è possibile fare quanto padre Bertagna indicava? Padre Bertagna ha fatto un passo avanti che io ritengo addirittura eccezionale, disegnando un modello, tratteggiando proprio la forma di un discorso pubblico. Io dico subito che lo condivido fin nei dettagli, quel discorso pubblico di cui egli ha parlato. E’ l’impresa più difficile, perché richiede alcuni elementi addirittura cruciali. Il presupposto è uno: la disparità, la si voglia o non la si voglia modificare. La disparità è tra vittima e autore del reato. Non stanno sullo stesso piano, non sono soggetti intercambiabili, non viene cancellato il fatto, ma si cerca di trovare un senso a quel fatto. Se quella disparità viene mantenuta, io credo che tutto il resto si possa realizzare e sia prezioso. E tutto il resto è proprio quello che veniva detto, cioè la consapevolezza che sono necessarie due condizioni: primo, sottrarsi a una fissità del proprio ruolo, che è la cosa più impegnativa e faticosa, ma non è che è impegnativa e faticosa solo per la vittima, è impegnativa e faticosa per il colpevole.
Al di là della gestualità e del linguaggio, l’ex terrorista fatica enormemente a sottrarsi alla fissità del suo ruolo, e non perché -a mio avviso erroneamente- tutto intorno a lui tende a inchiodarlo a quel ruolo, ma perché uscirne, da quel ruolo, è appunto davvero doloroso. Per certi versi rimanere dentro quella dimensione è rassicurante anche per l’ex terrorista, perché è una dimensione certa, sicura, identificabile, dove alla stigmatizzazione che subisce si può opporre, come dire, la fierezza di chi diventa, di quella stigmatizzazione, vittima.
Lo stigmatizzato, ancorché colpevole, può trovare nel processo di stigmatizzazione che subisce, una sua confortante sicurezza. Ovviamente ancor più doloroso, perché immediatamente percepibile e faticosissimo, è per la vittima o il familiare della vittima, uscire dalla sua condizione. Ma solo se se ne esce, la comunicazione si realizza.
La seconda importante condizione è che -guardate, io su questo non riesco a esitare, non riesco a dubitare, per quanti sforzi faccia- tutti, e quindi anche le vittime e i familiari delle vittime ritengano essenziale il quesito, e lo dico con parole più povere e meno autorevoli di altri: come è potuto accadere? Su questo, guardate, nessuno può sfuggire.
Come è potuto accadere che non dei mostri, ma dei giovani di 16, 18, 20 anni, militanti comunisti o neonazisti, che volevano trasformare il mondo, e costruire una società diversa, gli uni di liberi e uguali, e gli altri, i neonazisti, una società magari gerarchicamente autoritaria e repressiva, ma comunque dentro un’ispirazione anch’essa salvifica, com’è potuto accadere che questi si siano trasformati in assassini?
Ora, se noi ignoriamo questo interrogativo, corriamo due rischi molto simili: primo, che continueremo a non capire cos’è successo, e dunque a non comprendere quali sono i percorsi di quella riconciliazione, come ricostituzione del patto sociale, e, secondo, non riusciremo a comprendere come evitare che tutto ciò possa riprodursi. Come è potuto accadere che dei giovani ventenni, che avevano ricevuto dalle generazioni precedenti certo cattive ideologie, ma anche buoni e sacrosanti valori, abbiano accolto l’idea e abbiano poi messo in pratica l’omicidio politico?
Ripeto, non è obbligatorio in assoluto porsi quell’interrogativo, ma è obbligatorio se vogliamo fare questo lavoro complessivo di elaborazione di quello che è un lutto nazionale. Ecco, questo è un percorso difficilissimo, ma non ce n’è un altro. Io ho oggi espresso rispetto a questo percorso il pessimismo dell’intelligenza, perché ritengo che questo fine interessi una componente irrisoria della classe politica, e addirittura ancora più irrisoria del ceto intellettuale.
Cosa c’è di positivo? C’è il fatto che quello che è potuto accadere è in realtà ciò che ha mosso, nella discrezione di colloqui non resi pubblici, nell’ombra di incontri senza telecamere e macchine fotografiche, molti familiari di vittime a incontrare il responsabile della loro tragedia. Molti, numerosissimi. Io posso davvero, ripensandoci, ricordare decine di nomi di persone che hanno voluto porre la domanda: come è potuto accadere? E l’hanno posta direttamente a coloro che hanno fatto accadere la tragedia. Ecco, questo sta avvenendo. Io ritengo addirittura positivo che avvenga nella discrezione, nel silenzio, nella penombra delle relazioni individuali. Certo, sarebbe importante che su un piano diverso come è quello storico politico, potesse avvenire anche in termini di discorso pubblico.
Questo, oggi, purtroppo mi sembra più difficile da realizzare. Se si realizzasse, io non ho il minimo dubbio che quello che diceva padre Bertagna sia profondamente saggio: chi di noi ritiene che anche il perdono individuale non abbia, in termini impropri, suoi effetti sociali? Io lo ritengo assolutamente certo, perché sono convinto della capacità che anche gli atti individuali possano avere effetti di pacificazione, o capacità di disinnescare, di disarmare, e non sono parole e retorica, ma effetti materiali assai concreti.
Quello che io ritengo che sia accaduto è che quel modello, così efficacemente rappresentato, di interlocutori che a partire dalla consapevolezza di una disparità e, però, anche dal sapere che ciascuno è titolare di una parzialità e insieme portatore di una sua verità, non si sia realizzato, ed è qui che nasce il mio pessimismo. Ecco, questo certo sarebbe il progetto che porterebbe a fare un passo avanti. E non per costruire una memoria condivisa, ma per costruire insieme, faticosamente, un terreno comune di ricostruzione storica.

Benedetta Tobagi, Luigi Manconi, Guido Bertagna,LE PAROLE DI SONJAultima modifica: 2012-04-20T16:28:23+02:00da mangano1
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