Giuseppe Muraca, “Ragionamenti” e la crisi dello stalinismo

UN MIO ARTICOLO DI OLTRE TRENT’ANNI FA

Giuseppe Muraca, “Ragionamenti” e la crisi dello stalinismo

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La rivista “Ragionamenti” ha acquistato nel corso degli anni sessanta, con lo sviluppo del neomarxismo e della contestazione studentesca e operaia, un valore quasi simbolico in quanto legata a quel particolare nodo di problemi di carattere teorico, politico e culturale che fu ‘”indimenticabile 1956” . Essa fu fondata a Milano tra la primavera e l’estate del 1955 da un “piccolo gruppo” di giovani intellettuali marxisti” di diversa formazione, dai differenti interessi ed estranei alla cultura accademica, che “per anni avevano svolto una funzione critica, da posizioni sostanzialmente indipendenti” sulla stampa di sinistra e “attraverso canali minoritari e semiclandestini” come, ad esempio, i fogli ciclostilati di “Discussioni”, redatti e diffusi dal ’49 al ’53 “nell’ambito di una cerchia ristretta di intellettuali e di operatori culturali” . “Progettata nella veste agile di bollettino bibliografico su quanto di interessante veniva prodotto, in Italia e all’estero, in campi diversi che andavano dalla sociologia all’estetica, dalla filosofia all’economia, la rivista doveva […] contribuire a colmare, nelle intenzioni dei redattori, i ritardi della cultura marxista uscita dal periodo staliniano” . Infatti, prendendo proprio le mosse da quella particolare situazione storico-politica che si stava creando coi primi segnali di disgelo, di distensione tra est e ovest, di apertura del lento processo di destalinizzazione avviato dopo la morte del dittatore sovietico, la fine del centrismo e con l’inizio del decollo neocapitalistico, “Ragionamenti” intendeva appunto fungere da momento di dibattito e di aggregazione politico-culturale in direzione di un aggiornamento, di una rifondazione del marxismo che poteva e doveva venire da un confronto critico con le scienze borghesi (sociologia, linguistica, psicoanalisi, ecc.) tradizionalmente rimosse dall’orizzonte culturale italiano, e da una critica serrata dello stalinismo, dello zdanovismo e del crociogramscismo togliattiano imperanti nella cultura ufficiale del movimento operaio italiano. Il discorso di “Ragionamenti” prendeva quindi l’avvio dalla presa di coscienza della crisi, dell’arretratezza del marxismo dogmatico e dalla necessita di costruire una teoria marxista che fosse all’altezza dei tempi, cioè a livello dello sviluppo economico-sociale del neocapitalismo nascente e dalla convinzione che la fase del frontismo e dell’unità della sinistra fosse ormai superata. Ma, nonostante il bersaglio principale della rivista voleva essere il dirigismo politico-culturale del PCI, era particolarmente ai suoi quadri politici e intellettuali che intendeva rivolgersi . Tuttavia i redattori di “Ragionamenti” più che seguire un programma omogeneo e organico di ricerca e di intervento avviarono il loro lavoro sulla base di una impostazione eclettica e problematica, cioè aperta agli apporti più disparati e a diverse metodologie. Così sul primo numero della rivista, uscito alla fine di ottobre del ’55, accanto a una recensione di Roberto Guiducci al volume di scritti di Gramsci, stampati sull’“Ordine Nuovo” e pubblicati dall’Einaudi l’anno prima, in cui si tenta una rivalutazione del pensiero del dirigente comunista del periodo delle occupazioni delle fabbriche e dei “consigli” operai, e a una nota di Gianni Scalia su Oppressione e libertà di Simone Weil, che pone in risalto la matrice libertaria della pensatrice francese, compaiono un intervento molto importante di Franco Fortini sulla critica stilistica, una scheda di Luciano Amodio sulla traduzione parziale dei Minima moralia di Adorno effettuata da Renato Solmi , e una recensione elogiativa di Armanda Guiducci sulla Poetica del cinquecento di Galvano Della Volpe , una breve nota di Sergio Caprioglio sul volume Democracy and the Labour movement – Essays in honour of Dona Torr e una di Luciano Amodio sulla rivista “Soviet Studies” pubblicata ad Oxford, nelle quali si dava un’informazione, seppure sommaria, su ciò che si stava muovendo nel campo degli studi marxisti fuori d’Italia e, in particolar modo, in Inghilterra. Si trattava, come si può subito notare, di una pubblicazione modesta e irregolare ma che si proponeva il grande proposito di richiamare l’attenzione su autori e tematiche scarsamente (o per nulla) considerati dalla sinistra ufficiale, di affrontare il discorso della libertà socialista e della democrazia operaia, di riaprire il dibattito sul tema del rapporto tra politica e cultura, tra intellettuali e partiti operai, tra intellettuali e potere, che era stato tanto animosamente dibattuto durante l’esperienza del “Politecnico” e che era diventato durante gli anni dello stalinismo costantemente il filo conduttore della ricerca di un intellettuale critico come Fortini, al centro della riflessione avvenuta nell’ambito della cultura marxista di opposizione che aveva fatto capo al bollettino ciclostilato “Discussioni”. Non a caso il secondo numero della rivista si apriva proprio con una lunga scheda bibliografica su “Politica e cultura”, redatta da Sergio Caprioglio, seguita da una recensione di Roberto Guiducci al libro di Norberto Bobbio che porta io stesso titolo e da un intervento polemico di Fortini sul dibattito su “Libertà e potere”, sviluppatosi precedentemente su “Nuovi argomenti” e “Rinascita” tra lo stesso Bobbio, Togliatti e Della Volpe . Su questo fronte i redattori di “Ragionamenti”, e in particolare modo Fortini e Roberto Guiducci, che partecipavano contemporaneamente alla redazione della rivista bolognese “Opinione” , s’impegnarono in una lunga e intensa discussione che interessò per diversi mesi tutta la stampa di sinistra e che venne favorita da un avvenimento internazionale di grande importanza storico-politica: il XX congresso del PCUS. Infatti la critica agli errori (e agli orrori) di Stalin e alla società sovietica post-rivoluzionaria contenuta nel “Rapporto segreto” di Krusciov aprì una nuova fase di speranze nel chiuso orizzonte della sinistra italiana ed internazionale, una fase di revisione del marxismo ortodosso che rafforzò per qualche mese la posizione di quelle esigue minoranze che facevano capo alle riviste ‘eretiche’ (e, quindi, anche di “Ragionamenti”), i cui redattori, di fronte al mutare della situazione oggettiva, decisero di intensificare il loro impegno politico-culturale. La polemica sulla cultura marxista fu appunto provocata dalla pubblicazione del saggio di Roberto Guiducci, Pamphlet sul disgelo e sulla cultura di sinistra in cui l’autore, dopo aver posto in evidenza i ritardi, l’immobilismo del movimento operaio “ufficiale”, sosteneva la necessità di fare severamente i conti con lo stalinismo e con lo storicismo e di fondare una nuova teoria marxista e una nuova organizzazione della cultura di sinistra . Vi fu subito la risposta della rivista comunista “Il Contemporaneo” che con la nota “Sinistrismo culturale” accusò violentemente “Guiducci e amici” di essere nient’altro che un “cenacolo e non si sa quale pensatoio o trust di cervelli” . Ma se l’accusa di culturalismo e d’intellettualismo coglieva indubbiamente una parte di verità, d’altro canto risultava troppo sommaria e superficiale, tanto più che non prendeva neppure in considerazione le sollecitazioni che venivano da quelli intellettuali ‘organici’ o vicini al partito comunista che in qualche modo stavano partecipando al lavoro di revisione e di aggiornamento della cultura marxista, e che criticarono il giudizio liquidatorio del “Contemporaneo”, valutando invece positivamente la ricerca e il lavoro della rivista milanese. Di conseguenza, i dirigenti della politica culturale del PCI furono costretti a pubblicare una nota di autocritica con la quale dimostrarono un relativo e diplomatico apprezzamento della posizione del gruppo di “Ragionamenti”, manifestando un generico invito al dialogo e la volontà di procedere verso un impegno comune . Con questa apertura si dava inizio ad un dibattito di rara ricchezza e intensità che tentava di affrontare i problemi politici e culturali più scottanti del momento e che stava a dimostrare il risveglio della cultura marxista italiana, la volontà da parte degli intellettuali progressisti di fare, più o meno profondamente, i conti con gli anni della guerra fredda, con la cultura dello stalinismo e dell’idealismo e di aprire nuove prospettive teoriche e politiche per la sinistra . Ma questo aperto confronto proprio perché metteva in discussione l’apparato teorico e la linea politica del PCI ad un certo punto venne stroncata da un articolo di Mario Alicata, il quale richiamandosi alla tradizione ‘democratica’ (la linea De Sanctis – Labriola – Croce – Gramsci) e ripetendo per molti versi l’azione intrapresa nei confronti del “Politecnico”, criticò duramente gli sconfinamenti e la linea antitradizionale e antidogmatica dei marxisti critici . Di fronte a quella nuova chiusura da parte dei vertici comunisti, il gruppo di “Ragionamenti”, però, per mantenere aperto il dibattito decise di uscire allo scoperto tempestivamente con un testo collettivo che portava il titolo di Proposte per una organizzazione della cultura marxista italiana, che fu pubblicato come supplemento del n. 5-6 del settembre ’56 della rivista . Esso assunse un significato del tutto particolare perché oltre ad esprimere il punto di vista dei redattori di “Ragionamenti” (e di “Opinione”) rappresentava il risultato di anni di riflessione, di ricerca e di discussione da parte degli intellettuali del dissenso. L’allegato attacca dalla considerazione che durante gli anni della guerra fredda sulla scia delle direttive politiche staliniane vi “e stata anche una via italiana degli errori socialisti”, e che se dal “tumulto del dopoguerra, dove si è cercato con generosa e affannosa violenza di impadronirsi della cultura antifascista italiana e straniera, si è passati ad una più acuta opera di ricerca (che in taluni settori ha dato indiscutibili risultati), questa ha avuto come contropartita, con la ripresa delle parole d’ordine dell’anticosmopolitismo e del nazional-popolare, l’arresto del contatto critico con gli sviluppi della cultura dei paesi capitalisti, il silenzio sulla storia recente del movimento marxista internazionale, la superficialità della politica delle alleanze culturali. Detto altrimenti, al regime della guerra fredda e alla politica delle due ipotesi – pace e guerra – è corrisposta una direzione culturale che oscillava fra l’astratto ideologismo (o conservazione dei testi) e l’accettazione di strumenti di lavoro e di comunicazione, di rigorosa osservanza accademica e borghese. Un regime di doppia verità che si riassume nell’immagine dello studioso che si sarebbe sentito disonorato da una citazione imprecisa o da una bibliografia incompleta in calce ad una propria ricerca storica ma che, più o meno cosciente della sua falsità storiografica, commentava ai propri compagni di cellula il Breve Corso di Storia del PC”. “A tutto questo non si rimedia con denuncie generiche né con appelli alla serietà morale”, bensì con una critica radicale degli errori della cultura e della prassi del marxismo post-bellico. “La cultura marxista”, si afferma ancora nel documento, “non può essere monopolio o proprietà di alcun gruppo o partito; non è condizionata ad una tessera. […] Il primo passo per iniziare la fine concreta degli ‘intellettuali’ come categoria o ceto separato e privilegiato e proprio nell’esame delle condizioni nelle quali si svolge il loro lavoro; non o non solamente nell’ambito della società capitalistica ma nell’ambito di quella società socialista iniziale che è rappresentata dalle organizzazioni politiche, sindacali, dai loro centri studi, riviste, istituti di cultura”. Il nuovo capitalismo sta avviando a livello internazionale un suo piano di sviluppo che dal punto di vista culturale favorisce lo “spontaneismo” e il più confuso eclettismo, pertanto, “oggi si tratta di opporre non già spontaneità a spontaneità, bensì piano a piano, organizzazione a organizzazione”, cioè è necessario “[…] costituire subito nuclei di lavoro programmato, e, ove sia possibile di equipe”. Ciò significa che “i maggiori strumenti di attività culturale delle sinistre” devono essere sottoposti a un “controllo democratico”, sia da parte degli specialisti, cioè dagli stessi produttori di cultura, che da parte dei “non specialisti”, cioè dai militanti della classe operaia, in direzione dello sviluppo dei “rapporti orizzontali”, di un ampliamento e di un rafforzamento della democrazia all’interno delle organizzazioni e degli istituti politici e culturali della sinistra marxista. In definitiva quello che chiedevano i firmatari delle Proposte era: “a) una revisione pubblica dell’attuale sistema di organizzazione e diffusione della cultura socialista in Italia; b) una serie di discussioni pubbliche, con riunioni, convegni e altri mezzi, su contenuti di un ‘piano’ culturale socialista in Italia; c) la costituzione di centri socialisti, autonomi e autocontrollati di indagine e verifica politica, economica, sociale, che possano usufruire degli strumenti di riunione, dei canali d’informazione, dei vari tipi di contatti e rapporti e delle varie forme di trasmissione e comunicazione culturale, necessari al loro pieno funzionamento”. Questa richiesta di ‘pianificazione’, di controllo (e di autocontrollo) democratico, e nello stesso tempo, di ‘autonomia’ della ricerca e degli istituti culturali non va vista come una riconferma dell’indipendenza e della libertà di ‘ceto’, del primato degli intellettuali, come e stato interpretato da qualche studioso , bensì come la richiesta del riconoscimento da parte dei politici della specificità del lavoro intellettuale, di un rapporto dialettico tra lavoro culturale e azione politica, tra intellettuali e partiti della sinistra, tra teoria e prassi. Cioè, senza voler sminuire i pericoli d’intellettualismo e di culturalismo, i risvolti illuministico-pedagogici insiti nella posizione dei redattori di “Ragionamenti”, è altrettanto evidente che il loro obiettivo di fondo era quello di scardinare la concezione e la gestione vertitistiche, burocratiche e autoritarie della politica e della cultura, la direzione carismatica della ideologia, di criticare la cosiddetta “partiticità” della cultura. Il documento, quindi, s’inserisce nel clima di discussione avviato dal XX congresso del PCUS ma, al tempo stesso, dimostra ancora la generale fiducia dei redattori della rivista nella possibilità di rinnovamento delle organizzazioni storiche del movimento operaio italiano, di rifondazione democratica degli istituti politici in Unione Sovietica e nei paesi del blocco orientale. Ma i fatti polacchi e quelli ungheresi dovevano subito dopo spezzare quelle illusioni creando un vuoto drammatico e affossando “l’incredibile speranza dell’estate” . L’amarezza, la delusione e lo smarrimento che seguirono furono grandi. Certo, il momento era difficile, ma il Partito comunista avrebbe dovuto (e potuto) portare avanti un’opera di revisione di carattere teorico-politico nella direzione di un’acquisizione dell’autonomia dall’Unione Sovietica, un approfondimento critico delle cause dello stalinismo e dei motivi che avevano spinto i ‘nuovi’ vertici del PCUS ad assumere le infauste decisioni, ed invece in nome dell’unità del movimento operaio internazionale esso rinserrò le file. Erano in molti ad aspettarsi una netta condanna dell’invasione russa, al contrario venne fuori una posizione equivoca e contraddittoria che finì per giustificare l’azione sovietica. E così il disorientamento aumentò e si approfondì la frattura all’interno del fronte della sinistra. La redazione di “Ragionamenti” prese subito posizione anche su questa drammatica questione, e l’allegato I fatti d’Ungheria, scritto da Roberto Guiducci e firmato da un comitato di intellettuali e militanti socialisti, comunisti e indipendenti , rappresenta una chiara denuncia dei crimini e delle degenerazioni del sistema sovietico, una critica lucida e durissima del processo di “stalinizzazione della destalinizzazione” e della “diplomatizzazione del dibattito” messo in atto dentro e fuori dell’Unione Sovietica dai partiti comunisti, e della politica dei blocchi contrapposti. Dopo aver respinto la tesi giustificatoria messa in campo dai vertici comunisti che la rivolta d’Ungheria era stata opera di “spie” e di “agenti controrivoluzionari”, il documento rilanciava il valore universale del socialismo come “presupposto dell’unita organica del mondo” e affermava l’improrogabile necessità di uno sviluppo democratico del “socialismo reale” e dei partiti comunisti occidentali. La coscienza che si stavano vivendo dei momenti cruciali era abbastanza chiara agli intellettuali ‘critici’ di “Ragionamenti”. “Siamo ad un bivio decisivo” afferma infatti Roberto Guiducci in uno degli ultimi passaggi di questo documento, “o il socialismo saprà capire quale è la sua vera strada e troverà la forza di proporsi come alternativa civile e pacifica alla politica di potenza, o il disgelo sarà stata una fallace parentesi ed ognuno dovrà prepararsi al peggio e al disastro. E l’Ungheria e Suez sono lo spartiacque chiarissimo su cui occorre decidere”. Ed effettivamente il 1956 fu un anno di svolta: un’epoca del socialismo s’era chiusa per sempre e se ne stava aprendo una nuova. Il mito della personalità, l’idea dello Stato e del partito-guida entrarono definitivamente in crisi; la sinistra uscì divisa e tra intellettuali e organizzazioni storiche del movimento operaio si verificò una profonda frattura. Ma gli effetti della crisi non furono soltanto negativi perché, d’altro canto, il 1956 apri una fase di febbrile ricerca e di arricchimento culturale, teorico e politico: si cercarono nuove vie per il marxismo, incominciavano a circolare e ad essere tradotti i testi sconosciuti di Marx, a diffondersi discipline tradizionalmente rimosse dall’idealismo e dal marxismo post-bellico (la sociologia, l’antropologia, la psicoanalisi, ecc.), ad avvertirsi, per effetto del processo di decolonizzazione, i primi riflessi della rivoluzione cinese e dei popoli del terzo mondo che permisero il rilancio di un nuovo internazionalismo e di una nuova teoria della rivoluzione . L’intervallo di tempo trascorso tra i fatti di Ungheria e il congresso del PCI fu per il gruppo di “Ragionamenti” un periodo di attesa, di riflessione e ancora di relativa fiducia in un possibile cambiamento della politica comunista. Tuttavia l’VIII congresso non sciolse le contraddizioni inerenti alla linea politica del PCI che continuò a conservare un legame molto stretto con l’Unione Sovietica (ritenuta ancora la “patria del socialismo”) accentuando, per molti versi, la divaricazione tra teoria e prassi, cioè tra l’assunzione di parole d’ordine riformiste e genericamente democratiche e una pratica che ancora conservava i vecchi vizi dell’epoca staliniana. In realtà, anche se da una parte i comunisti si sforzarono di avviare, seppure diplomaticamente, con opportunismo e in modo confuso, un’opera di revisione critica e autocritica, rilanciando la parola d’ordine della “via italiana al socialismo”, dall’altro canto, invece, per la paura di creare contraccolpi con un’opera di radicale rinnovamento che mettesse in dubbio la tenuta del partito e di perdere la passata egemonia politica e culturale, si irrigidirono sulle loro tradizionali posizioni . Gli interventi di Fortini, di Momigliano e di Roberto Guiducci, pubblicati nel n. 8 di “Ragionamenti” sotto il titolo di Paradosso dell’opposizione e prospettive dell’VIII congresso, non fanno che sancire la definitiva delusione dei redattori della rivista rispetto al “nuovo corso” comunista, i quali presero a seguire con maggiore attenzione l’evoluzione politica del partito socialista. Però neppure la posizione emersa dal congresso di Venezia del febbraio del ’57 poteva essere condivisa da una parte dei redattori di “Ragionamenti”, e in particolar modo da Fortini, in quanto il PSI con la sua opera di revisione era sì riuscito a raggiungere una relativa autonomia dal PCI e dall’Unione Sovietica, ma, contemporaneamente, si avviava ad abbandonare nei fatti qualsiasi impronta classista, accentuando continuamente il dialogo coi “cattolici” che lo avrebbe spinto gradualmente verso l’area di governo per poi intraprendere, agli inizi del decennio successivo, l’alleanza di centrosinistra. Di conseguenza, all’interno del gruppo di “Ragionamenti” cominciarono a nascere le prime divergenze: mentre i Guiducci, Momigliano e Pizzorno continuavano a considerare il Partito socialista il punto di riferimento politico privilegiato, Fortini, al contrario, cominciava a maturare una visione politica diversa. “I primi mesi del ’57 furono cosi occupati da estenuanti discussioni (…)” . Tra i redattori della rivista ci furono vari incontri e vennero effettuati vari tentativi per proseguire o trasformare la pubblicazione (vi fu tra l’altro, durante 1’estate, un colloquio con l’editore Einaudi), ma ormai i contrasti tra le diverse posizioni si approfondivano sempre di più. Al venir meno dei presupposti teorici, politici e culturali da cui la rivista aveva preso le mosse, si aggiunsero via via le divergenze politiche sul “dopo” ’56, motivazioni di carattere personale, come la fredda accoglienza subita dal libro i Dieci inverni di Fortini da parte dei suoi compagni di partito . Il n. 10-12 del maggio-ottobre ’57, non a caso il più eterogeneo, chiudeva tra avvento del neocapitalismo, XX congresso del PCUS e fatti di Ungheria un sodalizio politico-culturale durato quasi dieci anni, una delle esperienze culturali più importanti dell’intelligenza critica del secondo dopoguerra. Alla fine di quell’anno le strade dei redattori di “Ragionamenti” prenderanno direzioni diverse: i Guiducci, Momigliano e Pizzorno, accettata la linea riformista del PSI, aderiranno, insieme ad altri intellettuali socialisti o vicini al PSI, all’inizio dell’anno seguente alla rivista “Passato e Presente” , per Fortini, invece, inizierà dal punto di vista politico un periodo di isolamento, di riflessione e di ripensamento che lo spingeranno ad uscire all’inizio del 1958 dal PSI e a partecipare più direttamente all’impegno saggistico-letterario di “Officina” , per poi, incrociarsi, agli inizi degli anni sessanta, con l’esperienza ben più nuova di “Quaderni rossi” e a dare un importante contributo alla fondazione e allo sviluppo dei “Quaderni piacentini”. E stato scritto che i “veri limiti di ‘Ragionamenti’ e del suo stesso ‘marxismo critico’ sono stati […] il privilegiamento dell’istanza modernizzante, […] l’eclettismo teorico” e metodologico, un modo di intendere il marxismo come un “fatto culturale fra gli altri fatti culturali che deve servire soltanto a rendere moderna e democratica, al di sopra delle ‘ideologie di parte’, la prospettiva culturale della società borghese […]: la cultura come servizio sociale e come bene generale al di sopra della lotta di classe, in funzione dello storicismo delle magnifiche sorti e progressive” . Ma questo è vero solo in parte. Il percorso della rivista è stato in realtà più complesso e articolato, in quanto nell’esperienza di “Ragionamenti” convissero in modo problematico e seppure confusamente diverse istanze, tra le quali risaltano per la loro forza, quella riformista e modernizzante che faceva capo a Roberto Guiducci e quella critico-negativa che faceva capo a Fortini; cioè si e trattato di una rivista in cui si ritrovò un gruppo di personalità diverse, i cui contrasti vennero alla luce ed esplosero soltanto dopo il 1956, ma i cui sforzi furono accomunati da un obiettivo comune: la critica allo stalinismo, al socialismo burocratico, al frontismo, alla politica culturale (e non) del Partito comunista. Pertanto, rispetto ai grandi avvenimenti e ai profondi rivolgimenti che si sono verificati in quel breve giro di tempo, non c’è dubbio che “Ragionamenti” deve essere considerata una rivista di transizione, perché se per alcuni versi rimase legata ai ritardi e agli errori della sinistra storica, per altri aspetti ha avuto il grande e indiscutibile merito, continuando a lavorare sulla strada aperta dal <<Politecnico”, di indicare una linea politico-culturale diversa, di prendere in considerazione le novità di carattere strutturale del neocapitalismo, di impegnarsi per una sprovincializzazione e un rinnovamento della cultura italiana. Da questo punto di vista è molto significativo il lavoro di mediazione, di presentazione e di analisi di alcuni dei più importanti scrittori e studiosi marxisti stranieri, Adorno , Goldmann , Brecht , Lukacs , svolto dal gruppo di “Ragionamenti”. Altrettanto importante è il legame intrapreso dai redattori della rivista milanese con altri gruppi di intellettuali progressisti stranieri, e in particolar modo con quello parigino di <<Arguments>> (Colette Audry, Roland Barthes; Jean Duvignaud e Edgar Morin), con le redazioni della rivista inglese << New Reasoner>> e di quella polacca <<Nowa Kultura>> di Varsavia . Si può dire, dunque, che “Ragionamenti” abbia anticipato alcuni dei nodi politici e culturali che saranno poi discussi e approfonditi durante il decennio successivo dai gruppi della nuova sinistra. E una rivista come “Quaderni piacentini”, specialmente nella sua prima fase, proprio per la presenza carismatica di Fortini, sarà indubbiamente debitrice di quella particolare esperienza durata appena un biennio. “Futura”, n. 3, 1981, poi in una forma relativamente diversa in Da “Il Politecnico” a “Linea d’ombra”. Le riviste della sinistra eterodossa, 1990.”.

Giuseppe Muraca, “Ragionamenti” e la crisi dello stalinismoultima modifica: 2012-04-04T15:01:44+02:00da mangano1
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