Giuseppe MURACA, “Ombre rosse” fra cinema e politica

Giuseppe MURACA, “Ombre rosse” fra cinema e politica

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Oggi non è più così, ma nel corso degli anni cinquanta e sessanta i cineclub e il cinema svolsero un ruolo di straordinaria importanza per la formazione culturale e ideale delle giovani generazioni. <<Il cinema e i film>> ha scritto tempo fa Goffredo Fofi, <<servivano per capire, per allargare gli orizzonti, per cercare suggestioni, indicazioni, conferme, in un dialogo continuo tra la propria condizione e il momento storico>>. Affermazioni che trovano una conferma pressoché unanime nelle testimonianze di molti altri esponenti della sua generazione. Questo spiega perché “Giovane critica” (fondata a Catania da Giampiero Mughini alla fine del 1963 e attiva per un decennio) nacque come rivista di cinema, e perché i “Quaderni piacentini” pubblicavano una rubrica di cinema, che era una delle più lette della rivista piacentina. Anche un’altra importante rivista della nuova sinistra, “Ombre rosse”, nacque come rivista di cinema, anche se la prima serie durò appena un biennio. Di quei primi otto numeri nel 1976 fu fatto dalla casa editrice romana Savelli un reprint, presentato dallo stesso Fofi (che era stato uno dei principali animatori di quell’iniziativa) e introdotto da Sandro Petraglia. Il gruppo redazionale faceva capo al CUC e al Circolo “P. Gobetti” di Torino ed era composto da S. Annoni, P. Arlorio, P. Bertetto, G. Fofi, M. Negarville, G. Tinazzi (direttore responsabile), G. Tori e G. Volpi, allora ancora molto giovani. Ciò che li univa era una profonda insoddisfazione nei riguardi della <<cultura cinematografica dominante>> e della politica riformista della sinistra ufficiale. Il primo numero di “Ombre rosse” uscì il 1° maggio 1967: il titolo ricalcava quello del capolavoro di John Ford, mentre sulla copertina giganteggiava una foto di Burt Lancaster che imbracciava un fucile, tratta da un altro capolavoro del genere western: I professionisti di Richard Brooks, nel cui cast figurava una bellissima Claudia Cardinale. Tutti questi richiami simbolici stavano a significare che i redattori della rivista, molto attenti alla situazione politica che stava via via maturando in quegli anni, ritenevano che fosse imminente una nuova rivoluzione proletaria. Infatti ciò che caratterizzava sin dall’inizio il discorso della rivista era il continuo richiamo alla politica come valore fondante, la ricerca di un nuovo rapporto fra attività culturale (e quindi fra cinema) e politica, fra intellettuali e movimenti sociali. Sul piano teorico e politico i principali punti di riferimento erano infatti rappresentati dalle rivoluzioni del terzo mondo, dalle analisi dei teorici francofortesi e dalle esperienze culturali dei primi gruppi della nuova sinistra che facevano capo a periodici come “Quaderni rossi”, “Quaderni piacentini” e “Giovane critica” e alla francese “Positif”, di cui Fofi era uno dei principali animatori. La rivista presentava una serie di articoli, interviste e recensioni sulla produzione cinematografica contemporanea, a cui veniva aggiunta, in apertura, una singolare rubrica, “I 400 colpi” (dal titolo del film di Truffaut), che ai redattori della rivista serviva per dare il proprio voto ai film dei registi considerati più degni di nota. L’obiettivo era quello di gettare le basi per un nuovo discorso sul cinema, per un radicale rinnovamento degli strumenti della critica cinematografica, anche se l’estremismo politico e il furore polemico spingeva i redattori della rivista verso forme di terrorismo culturale ed estetico, a etichettare come “borghese” tutto ciò che non rientrava nei loro schemi ideologici, a stroncare in maniera sommaria una serie di autori e film che avrebbero sicuramente meritato un’analisi meno schematica e più approfondita. Il cinema mondiale veniva insomma passato a “contrappelo”, secondo uno spirito antiaccademico e di rottura. Tra i non pochi meriti bisogna annoverare il tentativo di rivalutare attori come Totò e Jerri Lewis, trascurati dalla critica tradizionale, di sottolineare l’importanza del magistero di autori come Losey, Bunuel, Welles, di sostenere l’attività di alcuni giovani registi come Resnais, Bellocchio, Ferreri, di aver contribuito alla diffusione e alla conoscenza della cinematografia dei paesi appartenenti al terzo mondo. Con l’esplosione del movimento studentesco la rivista fu interessata da un crescente processo di politicizzazione. Emblematico da questo punto di vista è l’editoriale Cultura o rivoluzione? che apre il 4° numero (marzo 1968), in cui viene esaltata la portata rivoluzionaria e antiautoritaria della contestazione e ribadita la necessità di sottoporre <<il lavoro culturale ad una verifica politica, anche se faziosa e settaria>>. In sostanza, secondo i redattori della rivista anche il cinema doveva porsi al “sevizio della rivoluzione” per contribuire a “cambiare il mondo” (come viene sottolineato nell’editoriale che apre il 5° numero della rivista). Da quel momento le tematiche politiche trovarono sempre più spazio nelle pagine della rivista, con una particolare attenzione verso il cosiddetto “cinema politico” e quegli autori che tentavano di superare le forme tradizionali della cultura borghese. L’ultimo numero della prima serie porta la data “dicembre 1969”. L’anno seguente una parte del vecchio gruppo, coordinato da Goffredo Fofi, darà vita alla nuova serie della rivista, che nel corso del decennio successivo all’esame del cinema contemporaneo accompagnerà l’analisi della cultura alternativa e dei nuovi movimenti sociali degli anni settanta. Blog “Intellettuali/storia”, 2001″.

Giuseppe MURACA, “Ombre rosse” fra cinema e politicaultima modifica: 2012-03-31T12:34:51+02:00da mangano1
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