Gaetanina Sicari Ruffo,Camilleri sulle tracce di Renoir in Sicilia

Camilleri sulle tracce
 di Renoir in Sicilia
di Gaetanina Sicari Ruffo

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Rileggiamo un testo edito da Skira
 in cui lo scrittore dà ampia prova
 della sua tecnica, intrecciando
 la realtà dei fatti con la fantasia
 
 
 
 
 
Non c’è dubbio che l’estro dello scrittore siciliano Andrea Camilleri non ha confini. Egli è soprattutto l’inventore del commissario Montalbano che risolve brillantemente i delitti della sua Vigata e naviga attraverso gli intrighi del malaffare e della delinquenza con l’ansia di giustizia che si annida nell’animo degli onesti non solo meridionali, ma di tutto il continente. La Sicilia diviene dunque lo specchio di un’umanità sofferente che aspira a riscattarsi e a vincere senza per altro ricorrere ai toni cupi della tragedia che intristiscono e debilitano, ma con il sorriso sulle labbra e quel misto di linguaggio pittoresco che tutto rende lieve, anche gli orrendi delitti.
 
Nel corso di questo esplicitarsi di nequizie, dipanate da una mente perspicace, di tanto in tanto si rinvengono storie amene, pur sotto la forma di thriller, storie che servono a interrompere le micidiali saghe rituali della delinquenza, per restituire un momento fantastico di divertimento. Talvolta la parentesi che si offre al lettore ha attinenza con il mondo artistico. Infatti già nel 2007, lo scrittore aveva raccontato di aver trovato il diario di Caravaggio ne Il colore del sole (Mondadori), rifacendosi all’episodio del viaggio del pittore a Malta e in Sicilia, nell’estate del 1607.
 
Recentemente ci ha riprovato con Renoir, mescolando gli elementi autentici della biografia con la sua dinamica fantasia e approdando a interessanti e positivi esiti. Si intitola infatti Il cielo rubato. Dossier Renoir (Skira, pp. 96, € 14,00) il romanzo ispiratogli dal celebre pittore impressionista, preceduto da una Premessa cui è seguita una nota comparsa sul Tuttolibri de La Stampa il 25 settembre 2009, in cui lo scrittore spiega il motivo della sua genesi.
 
Pochi elementi della biografia di Renoir, pubblicata dal figlio Jean, regista di successo de La grande Illusione, Premio alla Carriera nel 1975, lo hanno indotto a scrivere un grande thriller, dal doppio risvolto: da una parte la storia di un viaggio in Sicilia del pittore impressionista, accennato nella biografia di Jean, dall’altra la vicenda parallela di un notaio agrigentino, Michele Riotta, che in tempi moderni scrive ad un’amica appassionata d’arte per svelare il mistero della scomparsa di un dipinto di cui non c’è più traccia.
 
Come si può intuire, Camilleri chiarisce anche ai suoi lettori come abbia intrecciato il reale con il fantastico, combinandoli con le sue brillanti trovate per rendere la storia, com’è sua consuetudine, attraente e verosimile. La sua spiegazione appare come la rivelazione del  segreto delle sue composizioni creative, una sorta di mappa strategica nella quale sono segnati i punti cardine della vicenda narrata che talvolta, per incuriosire il lettore, vanno mescolati e rovesciati, cioè letti in ordine sparso come in una sciarada che deve ricomporsi. Gioco dell’intelligenza, ma pure gusto dell’affresco della scrittura che prova a disegnare, come il pennello del pittore sulla tela, la sua trama.
 
Il gioco dell’intreccio
I dati certi sono pochi, non molto lineari, ma vengono disseminati ad arte da Camilleri e completati dall’intuizione, che supplisce ai vuoti che si sono venuti a creare. Nel viaggio suddetto, che Renoir intraprese da Napoli a Palermo nel 1802, per fare il ritratto a Wagner, entra il particolare della sua modella e compagna Aline Charigot, che diverrà poi sua moglie e la madre dei suoi tre figli, sulla quale contava molto.
 
Nella biografia [1] si legge che qui i due innamorati, per un contrattempo, forse per il furto del portafogli di lui, furono costretti a fermarsi e accettarono, in attesa di ricevere il denaro che Renoir aveva chiesto ad un suo amico per lettera, dell’ospitalità generosa di un contadino che gli faceva da guida e di sua moglie. Quando ne entrarono in possesso, inutilmente chiesero ai loro ospiti di accettare una retribuzione: i due minacciarono di offendersi, se se avessero insistito. E fu in questa circostanza che Aline donò alla moglie del contadino la catenella d’oro che portava al collo, con l’immagine di una madonna. Si salutarono tra baci ed abbracci.
 
Ora Camilleri fa osservare che è suo costume trovare la corrispondenza dei riscontri  riferiti da terzi per appurare la verità. In tal caso neppure un elemento di questo racconto del figlio corrisponde ad altre fonti che riportano i particolari del suo viaggio: non c’è traccia della lettera scritta a Durand-Ruel, un suo amico mercante, per chiedere denaro in prestito, né del supposto furto che il pittore subì, né del dono pregevole fatto alla fittavola, né infine di dipinti o di affreschi che possano testimoniare il suo passaggio, come avvenne in molte tappe di altri viaggi da lui fatti. E ciò accadeva anche per piccoli paesi, come per Capistrano, in provincia di Vibo Valentia, visitato dal pittore nel 1801: Renoir rifece le scene religiose che si erano rovinate nella Chiesa Madre del centro calabrese (e che poi vennero rinvenute nel 1993, ma questa è un’altra storia).
 
Cosa c’è da pensare? O che il viaggio in Sicilia abbia avuto un ruolo secondario, che le testimonianze non siano di prima mano o che il figlio Jean si sia sbagliato.
Dopo aver a lungo studiato tutte le carte che riguardavano gli spostamenti del pittore, a Camilleri sembra di aver trovato la soluzione: nell’epistolario del mercante Durand-Ruel, raccolto in due volumi, si registra una notizia che potrebbe chiarire l’arcano e cioè che Durand-Ruel chiese al fratello del pittore di mandargli 2000 franchi, senza specificare la causale.
 
Camilleri pensa dunque che il denaro, quando Renoir ne ebbe bisogno, gli sia venne dal fratello e non dall’amico e che per questo motivo manchi il riscontro diretto nella sua corrispondenza. Pure la località di Agrigento non è confermata, ma anche qui si potrebbe pensare, dato che risulta che Renoir per un certo periodo fu ad Algeri con Aline, che si sia spostato facilmente da Algeri a Tunisi e poi in Sicilia senza che questo suo trasferimento fosse registrato. A questo punto, confessa lo scrittore siciliano, nessun altro appiglio esiste per parlare di suoi dipinti in Sicilia. Allora, come Alessandro Magno per il nodo gordiano, non resta che smettere di giustificare un evento poco certificato ed entrare liberamente nello spazio dell’invenzione.
 
Il tentativo di voler spiegare tutto rende trasparente il lavoro di Camilleri che non è mai suddito della realtà storica, né tantomeno della documentazione archivistica, ma libero abitatore di un mondo adattato a quello reale, di cui percorre i labirintici andirivieni. La realtà dunque è complessa e non permette di spiegare tutto. L’invenzione non è bugia o inganno, ma una forma di suppletiva intuizione.
 
Gaetanina Sicari Ruffo
 
NOTA BIBLIOGRAFICA
 
[1] – Cfr. JEAN RENOIR, Renoir, mio padre, Garzanti, Milano, 1963.
 
(www.excursus.org, anno IV, n. 32, marzo 2012)
 

Gaetanina Sicari Ruffo,Camilleri sulle tracce di Renoir in Siciliaultima modifica: 2012-03-04T15:58:12+01:00da mangano1
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