Alberto Battaglia,Circoli virtuosi e quadrature del cerchio

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Circoli virtuosi e quadrature del cerchio

di Alberto Battaglia

 
Premetto che non sono molto convinto che la soluzione della crisi contemporanea sia la crescita, intendendo per tale l’aumento della produzione e l’espansione del consumo e lo dico nel convincimento che proprio questa crisi segna per molti versi un punto di non ritorno, o come direbbero i marinai una “linea d’ombra” raggiunta la quale è più facile e breve il proseguire di quanto non lo sia la strada del ritorno.
Parlare di cambiamenti epocali non mi sembra una esagerazione, ma la presa d’atto, la presa di coscienza che siamo al tramonto di un modello di sviluppo che per quanto abbia prodotto benefici, quasi per tutti, è ormai giunto al massimo delle sue potenzialità e ne è la riprova la crisi finanziaria (intesa come elemento sovrastrutturale della produzione o di un modello produttivo che segnava da tempo una fase di stallo) dove la ricchezza del prodotto è stata sopravanzata dalla ricchezza della virtualità monetaria ed azionaria e dove questa virtualità e diventata merce di scambio in un contesto oltremodo accelerato dalla informatizzazione delle informazioni: se posso parafrasare C. Marx direi che la forma vicariante della merce, il denaro, è stato a sua volta vicariato dall’azione borsistica.
 
Ciò non di meno l’emergere di nuove realtà economiche (Cindia in particolare), saturazione del mercato occidentale, costi delle materie prime, crisi economiche di diversi stati, hanno reso e rendono difficile una credibile scommessa sulla possibile crescita e su di un attendibile modello di sviluppo. Senza dimenticare quanto le previsioni econometriche abbiano oltremodo sbagliato ogni ipotetico riferimento per il recente passato, tanto quanto la globalizzazione ha reso sempre più difficile la comprensione delle dinamiche economiche dei molteplici soggetti operanti nel mercato e dove le teorizzazioni e le ipotesi di conclusione della crisi stessa si sono dimostrate quanto meno poco veritiere e governate quasi sempre dalle emotività del mercato finanziario e da quei nuovi oracoli che sono  le società di rating.
Penso questo perché intravedo all’orizzonte (magari non immediato) la fine di un epoca di industrializzazione che ha retto l’economia per quasi due secoli, ma che come in ogni rivoluzione industriale che si rispetti ha gettato il seme del proprio cambiamento, ma non sul piano delle valutazione economica, bensì sul piano proprio della produzione di beni.
 
 
 
 
 
 
 
Solo un esempio per chiarezza: siamo convinti che il mercato dell’auto sia destinato ancora per tanto tempo ad essere uno dei motori trainanti dell’economia o forse come in parte avvenne per le carrozze a metà ‘800 anche questo segmento di mercato e di produzione è destinato ad una sua “decrescita” o se preferite ad un suo ridimensionamento?
Dicono che la filosofia sia in parte l’arte di formare, inventare o fabbricare concetti, il buon Carletto Marx scrisse circa un secolo e mezzo fa che ”se i filosofi avevano interpretato il mondo, era giunto il tempo di cambiarlo” e cosi in parte avvenne e piaccia o non piaccia tutto il ‘900, nel bene e nel male, è stato un crogiuolo di innovazioni positive sia sul piano economico e della ricerca, sia sul piano della estensione di diritti e di libertà, nonostante due guerre mondiali o forse anche grazie a due guerre mondiali.
Ma forse proprio per questo è tornato il tempo della rielaborazione dei concetti, di una ricostruzione di prospettive che riproponga al centro una “modernità umana” e principi che si possano ispirare non solo alla logica della produzione (e della produttività), bensì alla centralità della generalizzazione di condizioni standard di vita e dove il termine “crescita” sia l’equivalente di distribuzione e non già arricchimento ed accaparramento.
La nuova consapevolezza deve basarsi sul fatto che ogni reddito perso non sia un risparmio o un maggior utile per qualcuno, bensì sia assumere la consapevolezza che una minore capacità di spesa equivalga alla diminuzione o perdita di reddito per altri in un circuito poco virtuoso che produrrà solo aumento di povertà diffusa.
 
Alcune osservazioni sintetiche:
A) la crescita demografica attiene sempre più a quello che abbiamo definito nel secolo scorso il terzo mondo;
B) la possibilità di espansione del mondo occidentale dipende dalla capacità di concorrenza confrontato con il mercato e con le capacità produttive della Cina e India in particolare;
C) le crisi mediorientali e del mediterraneo non garantiscono alcuna stabilità nel medio periodo e non necessariamente propendono verso regimi di modello occidentale;
D) il petrolio resta e resterà per molto tempo un elemento di disequilibrio e di ricatto;
E) l’assenza di regole di governo internazionale della finanza producono incertezza ed instabilità sui mercati.
Se così possiamo configurare i prossimi decenni resta da chiedersi e da interrogarsi su quale crescita certa possiamo contare e quindi su quali ipotetici benefici dobbiamo fare i conti.
 

Alberto Battaglia,Circoli virtuosi e quadrature del cerchioultima modifica: 2012-03-03T12:06:32+01:00da mangano1
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