Giuseppe Bailone, Cartesio e l’esperimento del dubbio

Cartesio: l’esperimento del dubbio

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Del suo esperimento mentale del dubbio spinto fino all’iperbole Cartesio parla, in francese e molto rapidamente, nel 1637, all’inizio della quarta parte del Discorso sul metodo e, con molta più ampiezza e in latino, nel 1639-40 nelle Meditazioni metafisiche. La differenza di lingua e di ampiezza non è casuale: la prudenza consiglia a Cartesio di riservare ai dotti, che leggono il latino, l’esposizione integrale di un esperimento che sarebbe poco prudente mettere in francese a disposizione di tutti. Alla breve esposizione in francese premette: “Non so se mi convenga mettervi a parte delle prime meditazioni a cui mi sono dedicato qui;[1] sono di natura così strettamente metafisica, e così fuori del comune, che forse non potranno andare a genio a tutti. Tuttavia, perché si possa giudicare della stabilità dei principi su cui mi fondo, mi trovo in qualche modo costretto a parlarne”.

Una volta deciso d’intraprendere la strada del dubbio, Cartesio non ha difficoltà a partire. Gli è facile mettere in dubbio tutto ciò che ha a che fare con i costumi, data la grande varietà di opinioni che s’incontra appena si metta un po’ il naso fuori dal proprio ambiente. Gli è facile anche dubitare di tutte le conoscenze che cominciano dai sensi, perché la diffidenza nei confronti della testimonianza dei sensi è antica: è nata con la riflessione filosofica stessa. Se poi, inoltrandosi nella regione del dubbio, incontra dati che gli sembrano molto attendibili, può ugualmente dubitarne pensando a quanto sia incerta la soglia tra il sogno e la veglia: non è, infatti, assurdo fare l’ipotesi di essere all’interno di un sogno caratterizzato dalla forte convinzione di essere in veglia. Cartesio si libera così di gran parte del suo patrimonio d’idee. Mette in dubbio anche l’esistenza delle cose che gli stanno intorno. Dubita del suo stesso corpo. Quando però arriva alle verità matematiche, il dubbio sembra impossibile.

Cartesio ammette “che la fisica, l’astronomia, la medicina e tutte le altre scienze, che dipendono dalla considerazione delle cose composte, sono assai dubbie ed incerte”.  Con la matematica, però, le cose cambiano.

“L’aritmetica, la geometria e le scienze di questo tipo, le quali non trattano se non di cose semplicissime e generalissime, senza darsi troppo pensiero se esistano o meno in natura, contengono qualche cosa di certo e d’indubitabile. Perché, sia che io vegli o dorma, due e tre uniti insieme faranno sempre il numero cinque, ed il quadrato non avrà mai più di quattro lati; e non sembra possibile che delle verità così manifeste possano essere sospettate di falsità o d’incertezza”.

Dalla matematica Cartesio ha imparato a pensare con metodo rigoroso: come può dubitare della scienza che l’ha messo sulla strada della verità?

Ci vuole un argomento capace di demolire qualsiasi fiducia nella verità.

Cartesio non si tira indietro: per arrivare alla verità indubitabile affronta il rischio di perdere la fede nella verità, ma ne scrive solo in latino, per non scandalizzare il grosso pubblico.

“E’ da lungo tempo che ho nel mio spirito una certa opinione, secondo la quale vi è un Dio che può tutto, e da cui sono stato creato e prodotto così come sono. Ora, chi può assicurarmi che questo Dio non abbia fatto in modo che non vi sia niuna terra, niun cielo, niun corpo esteso, niuna figura, niuna grandezza, niun luogo, e che, tuttavia, io senta tutte queste cose, e tutto ciò mi sembri esistere non diversamente da come lo vedo? Ed inoltre, come io giudico qualche volta che gli altri s’ingannino anche nelle cose che credono di sapere con la maggior certezza, può essere che Egli abbia voluto che io m’ingannassi tutte le volte che fo l’addizione di due e di tre, o che enumero i lati di un quadrato, o che giudico di qualche cosa ancora più facile, se può immaginarsi cosa più facile di questa. Ma forse Dio non ha voluto che io fossi ingannato in tal guisa, perché di lui si dice che è sovranamente buono. Tuttavia, se repugna alla sua bontà l’avermi fatto tale che io m’inganni sempre, sembrerebbe esserle contrario anche il permettere che io m’inganni qualche volta; e tuttavia io non posso mettere in dubbio che egli lo permetta”.[2]

Adesso il dubbio non ha più limiti: l’ipotesi che l’onnipotenza divina possa far apparire vero ciò che non lo è rende onnipotente il dubbio.

Cartesio si rende conto di aver messo in campo un’ipotesi devastante.

“Vi saranno forse qui – aggiunge subito – delle persone che preferirebbero negare l’esistenza di un Dio così potente, piuttosto che credere incerte tutte le altre cose. Ma per adesso non resistiamo loro, e supponiamo, in loro favore, che tutto ciò che è detto qui di Dio sia una favola.”

Sospesa l’esistenza di Dio e depotenziata a favola l’ipotesi che rende onnipotente il dubbio, Cartesio porta in campo una seconda ipotesi e scrive: se il mio essere non è dovuto all’azione creatrice divina, ma “a qualche destino o fatalità” o a “un continuo concatenamento e legame delle cose è certo che, poiché errare ed ingannarsi è una specie d’imperfezione, quanto meno potente sarà l’autore che essi [cioè, coloro di cui sopra] attribuiranno alla mia origine, tanto più probabile sarà che io sia talmente imperfetto da ingannarmi sempre”.

Il dubbio iperbolico è dunque possibile in entrambe le ipotesi.

Cartesio, però, formula ancora una terza ipotesi, più prudente.

“Io supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio (genium aliquem malignum), non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi.”

Dall’onnipotenza divina si è scesi al potere ingannatore di un genio maligno, del tutto assimilabile alle tradizionali immagini del demonio tentatore.

Tre sono le ipotesi che aprono al dubbio:

1.   Dio c’è, è onnipotente e può ingannarmi.

2.   Dio non c’è e la possibilità che io m’inganni sempre è radicata nell’imperfezione mia e delle cose da cui provengo.

3.   Dio c’è, è onnipotente, non m’inganna, ma permette che un genio cattivo, il demonio, faccia di tutto per ingannarmi.

Il genio maligno “non meno astuto e ingannatore che possente”, non è onnipotente come il Dio della prima ipotesi e il suo potere è tenuto nei limiti che Dio, fondamento della verità e del bene, gli stabilisce.

Cartesio potrebbe abbandonare le prime due ipotesi e tenere solo la terza. Egli, però, non vuole mettere limiti al dubbio. L’esperimento che sta facendo deve essere radicale e decisivo.

La prima ipotesi torna, pertanto, più volte nelle Meditazioni metafisiche. E’ la più efficace per estendere il dubbio. Alla seconda riserva poco spazio: pensa, come vedremo più avanti, che essa renda impossibile la fondazione del sapere cui mira. La terza ipotesi limita l’iperbole del dubbio e mette l’esistenza di Dio come prima pietra nella costruzione del sistema della verità: Cartesio farà sì di Dio il fondamento della verità, ma non intende partire da Dio garante della verità. Egli vuole un avvio che resista anche all’ipotesi catastrofica che Dio onnipotente possa ingannarlo.

“Quando io – scrive Cartesio nella terza meditazione – consideravo qualche cosa di assai semplice e facile riguardante l’aritmetica e la geometria, per esempio che due e tre, sommati insieme, producono il numero cinque, ed altre cose simili, non le concepivo io almeno abbastanza chiaramente per asserire che erano vere? Certo, se ho poi giudicato che si poteva dubitare di queste cose, non è stata per altra ragione, se non perché mi veniva in mente che, forse, un qualche Dio aveva potuto darmi una natura tale che io m’ingannassi anche sulle cose, che mi sembrano le più manifeste. Ma tutte le volte che questa opinione, di sopra concepita, della sovrana potenza di un Dio, si presenta al mio pensiero, io sono costretto a confessare che gli è facile, se lo vuole, di fare in guisa che io m’inganni anche sulle cose che credo di conoscere con un’evidenza grandissima. E al contrario, tutte le volte che mi volgo verso le cose che penso di concepire assai chiaramente, io sono talmente persuaso da esse, che da me stesso mi lascio trascinare a queste parole: – M’inganni chi può: non potrà mai fare ch’io non sia niente, finché penserò di essere qualcosa; o che un giorno sia vero che io non sia mai stato, essendo vero adesso che sono; oppure che due più tre, sommati insieme facciano più o meno di cinque, o cose simili, che vedo chiaramente non potere essere in altra maniera da come le concepisco”. [3]

Cartesio è combattuto.

L’evidenza di tipo matematico ha così tanto potere su di lui che solo a forza riesce ad avviare il suo esperimento mentale del dubbio iperbolico. Deve vincere una fede profonda che tende a trascinarlo fuori del dubbio.

La prima certezza, infatti, quella da cui iniziare la nuova costruzione del sapere, Cartesio la vuole strappare al dubbio. E’ convinto di riuscirci.

L’ipotesi del Dio onnipotente e ingannatore, egli l’ha fatta perché è sicuro di poterla smentire. E, in effetti, quell’ipotesi apparentemente catastrofica, una certezza gliela consegna subito, quella di essere in dubbio.

E’ negativa, ma è una certezza.

Cartesio può allora scrivere: “E’ certo che io sono ed esisto, quand’anche dormissi sempre, e colui che m’ha dato l’essere si servisse di tutte le sue forze per ingannarmi”.[4]

“Io sono, io esisto: questo è certo; ma per quanto tempo? Invero, per tanto tempo per quanto penso; perché forse mi potrebbe accadere, se cessassi di pensare, di cessare in pari tempo d’essere o d’esistere. Io non ammetto adesso nulla che non sia necessariamente vero: io sono, dunque, una cosa che pensa”.[5]

Che cos’è quella “cosa che pensa”?

Nel corso delle meditazioni successive, essa diventerà sostanza pensante, spirituale, non estesa; diventerà l’anima individuale immortale, ma adesso è solo il soggetto dell’attività del dubitare, dotato della stessa consistenza e durata del dubbio, qualificato solo dall’attività del dubbio, del pensiero in atto.

E’ una certezza momentanea, effimera, come può essere il pensiero.

La consistenza reale di quell’io, soggetto del pensiero, del dubbio, è la stessa del dubbio in atto.

La mia esistenza, ammette Cartesio, può essere temporanea, effimera, come i miei pensieri, ma la sua evidenza è indiscutibile.

Di quell’evidenza Cartesio apprezza l’indubitabilità puntuale, hic et nunc (qui e ora). Non lo impensierisce la sua incerta durata nel tempo.

Pensa così di poterne fare il punto d’Archimede, la solida roccia sulla quale costruire il suo sistema filosofico.

Il dubbio su ogni cosa, anche di esistere, è la prova indubbia d’esistenza.

L’evidenza del cogito ergo sum (penso dunque sono) vince qualsiasi dubbio.

Il dubbio, portato a dimensioni iperboliche, ha prodotto la verità che lo vince.

Una verità che non è frutto di ragionamento ma d’intuizione.

La certezza della propria esistenza – spiega Cartesio rispondendo a obiezioni – non è la conclusione di un sillogismo, come potrebbe suggerire l’ergo (il dunque), o di un altro tipo di ragionamento. La conclusione di un sillogismo, infatti, deriva il suo valore di verità da quello delle premesse, che in questo caso sarebbero: 1) ciò che pensa esiste; 2) io penso. La premessa principale è un principio generale che il dubbio iperbolico ha reso inutilizzabile come tutti i principi. Anche altri tipi di ragionamento sono processi che si avvalgono di principi: vale quindi per essi il discorso appena fatto per quel tipo particolare di ragionamento che è il sillogismo. La certezza della propria esistenza, per chi ne dubita, è, secondo Cartesio, un’intuizione, una verità che precede ogni ragionamento.

Posso, infatti, mettere in dubbio ogni cosa e decidere di considerare false anche le verità che ritenevo più sicure, ma non posso non vedere, non intuire che il mio dubbio e la mia esistenza sono una sola cosa. Le due proposizioni io dubito (o io penso, perché il dubbio è una forma di pensiero) ed io esisto sono il frutto di un solo atto intuitivo.

Si tratta dell’autorivelazione del dubbio stesso.

Cartesio ha trovato il modo di fare il primo passo verso l’uscita dal dubbio. Crede, però, che esso sia molto più lungo di quel che, in effetti, è: in esso pensa di aver trovato anche la bussola per i passi successivi.

“Mi sembra – scrive – che già possa stabilire per regola generale, che tutte le cose noi concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono vere”.[6]

E’ la prima regola del metodo!

Cartesio pensa di potersene ormai servire, come se il suo metodo già avesse nella prima certezza il suo solido fondamento.

L’esperimento del dubbio è dunque concluso?

L’ipotesi del Dio ingannatore è ormai fuori gioco?

Non del tutto, ammette Cartesio.

“E certo, scrive, poiché non ho nessuna ragione di credere che vi sia un Dio ingannatore, poiché anzi non ho ancora considerato le ragioni che provano esservi un Dio, la ragione di dubitare che dipende solo da questa opinione, è ben leggera, e, per così dire metafisica. Ma per poterla del tutto eliminare, debbo esaminare se v’è un Dio … e se trovo che ve ne sia uno, debbo esaminare se esso può essere ingannatore: perché, senza la conoscenza di queste due verità, non vedo come io possa mai essere certo di qualche cosa”.[7]

Che valore può avere la “regola generale” appena stabilita, se non si possiedono ancora “queste due verità”? Se la “ben leggera” ragione di dubitare non viene prima eliminata?

Quella “ben leggera” ragione di dubitare ha spinto il dubbio alla sua massima estensione iperbolica. Ha strappato al dubbio la prima certezza. Può, adesso, Cartesio considerarla un trascurabile residuo del dubbio?

La certezza della propria esistenza, infatti, è sì il frutto del dubbio iperbolico, ma, se Dio non c’è o c’è e lo può ingannare, Cartesio non va oltre la prima certezza di essere in dubbio.

La fondazione del sapere si blocca al suo primo movimento.

O la filosofia dell’io diventa teocentrica o resta ferma alla prima certezza.

Nelle Risposte alle seste obiezioni, Cartesio scrive:

“Per quanto riguarda la scienza di un ateo, è facile mostrare ch’egli non può sapere nulla con certezza e sicurezza; poiché, come ho già detto prima, quanto meno potente sarà colui che egli riconoscerà come l’autore del suo essere, tanto più avrà occasione di dubitare che la sua natura sia talmente imperfetta da ingannarsi anche nelle cose che gli sembrano evidentissime, e mai potrà esser liberato da questo dubbio, se, innanzi tutto, non riconoscerà di essere stato creato da un vero Dio, principio di ogni verità, e che non può essere ingannatore”.[8]

Se non si azzerano le ragioni di dubitare, promosse dalle prime due delle ipotesi che hanno avviato l’esperimento mentale, nessun passo è possibile oltre il primo, quello dell’accertamento di essere in dubbio.

Per azzerare quei non trascurabili residui di dubbio, bisogna, secondo i passi appena citati di Cartesio, fare affidamento in Dio, partire da Dio. Ma, Cartesio è partito dall’io. Come può muovere dall’io a Dio, se il fondamento ultimo della verità è in Dio?

Cartesio muove verso Dio, forte della prima regola che presume già fondata; ma, si serve, in realtà, di un fondamento di verità di cui va in cerca.

La difficoltà, che sembra insuperabile, gli viene prospettata dalle critiche di alcuni teologi, raccolte da Mersenne nelle Seconde obiezioni. Anche “il grande” Arnauld, nelle Quarte obiezioni parla di “circolo vizioso”.[9]

Ai teologi Cartesio risponde: “Dove ho detto «che noi non possiamo niente sapere con certezza, se non conosciamo innanzitutto che Dio esiste», ho detto, in termini espliciti, che non parlavo se non della scienza di quelle conclusioni, «la memoria delle quali ci può ritornare in mente, quando non pensiamo più alle ragioni» donde le abbiamo tratte. Poiché la conoscenza dei primi principi o assiomi non suole essere chiamata scienza dai dialettici”. E continua, spiegando che il suo “penso dunque sono” non è sillogismo ma “una semplice intuizione della mente”.[10]

I “primi principi o assiomi” non sono, quindi, mai stati toccati dal dubbio?

“Ho già fatto – scrive nella risposta ad Arnauld[11] – vedere assai chiaramente, nelle risposte alle seconde obbiezioni, numeri 3 e 4, di non essere caduto nell’errore che si chiama circolo, quando ho detto che non siamo certi che le cose da noi concepite con chiarezza e distinzione sono tutte vere, se non perché Dio è o esiste; e che non siamo certi che Dio è o esiste, se non perché concepiamo ciò con tutta chiarezza e distinzione: facendo distinzione fra le cose che concepiamo in effetti con chiarezza e quelle che ci ricordiamo di aver altra volta concepito affatto chiaramente.

Poiché, poi, in primo luogo, noi siamo sicuri che Dio esiste perché prestiamo la nostra attenzione alle ragioni che ci provano la sua esistenza; ma, dopo questo, basta che ci ricordiamo di aver concepito una cosa chiaramente per essere sicuri che è vera: il che non basterebbe, se non sapessimo che Dio esiste e che non può essere ingannatore”.

Dio garantisce l’evidenza solo nel senso che ne assiste la memoria.

Le verità immediatamente evidenti, come i principi e gli assiomi matematici, presenti alla nostra mente come idee chiare e distinte, non hanno bisogno della garanzia divina. Di essi, dunque, Cartesio non ha mai dubitato?

Ma, allora, Cartesio ha dubitato solo per finta, per scherzo?

Non ha mai seriamente dubitato delle verità matematiche?

Crede, come Galileo, nel loro valore intrinseco?

Più avanti incontreremo delle pagine in cui egli afferma chiaramente di no.

Come spiegare questi movimenti di Cartesio?

L’esperimento del dubbio, avviato, più per finta che sul serio, per mettere alla prova la sua fede nelle verità di tipo matematico, viene accantonato, non appena esso consegna un’evidenza simile a quelle di tipo matematico.

La prima certezza riaccende la fede abituale e profonda di Cartesio nelle evidenze matematiche, forzatamente sospesa per avviare l’esperimento, e la ragione per dubitare perde precipitosamente il suo peso iniziale.

Anche l’espressione “ben leggera” solleva qualche ulteriore perplessità.

Qui, infatti, è in ballo la verità di tipo matematico, non la probabilità.

Se del probabile si può avere il più e il meno, della verità matematica il sì o è pieno, senza riserve, o non è. Se il sì è pieno, ragioni per dubitarne non ne esistono più, neppure “ben leggere”.

Oltre che nel campo del probabile, il più e il meno del sì e del no si ha nel campo della fede. E’ in esso che la profondità, la lunga abitudine, l’intensità della fede può alleggerire le ragioni del dubbio fino a renderle irrilevanti.

Che quel “ben leggera” sia il sintomo del trionfo della fede sul coraggio del dubbio appena avviato?

Cartesio ha voluto fare del dubbio un esperimento solo mentale, senza riflessi sulla sua vita pratica e mettendo a tacere il cuore. Ma, al primo passo nel dubbio iperbolico, la sua parte emotiva è entrata in campo e ha messo fine all’esperimento.

Che sotto il razionalista geometrizzante ci sia l’uomo di fede matematica?

 

Torino 27 febbraio 2012

                                                                           Giuseppe Bailone

[1] In Olanda, dove si è ritirato nel 1628 e dove ha “potuto vivere solitario e appartato come nei deserti più remoti” e andare, in tutta tranquillità, in cerca della “roccia” sulla quale edificare il nuovo edificio del sapere.
[2] Cartesio, Opere filosofiche 2, Laterza 2009, p. 20.
[3] Cartesio, Opere filosofiche 2, Laterza 2009, pp. 34-5.
[4] Ib. , p.27.
[5] Cartesio, Opere filosofiche 2, Laterza 2009, p. 26.
[6] Ib., pp. 33-4.
[7] ib., p. 35.
[8] Ib., p. 396, in Risposte alle seste obiezioni.
[9] Ib., p. 119 e p. 205.
[10] Ib., pp. 132-3.
[11] Ib., pp. 231-2.echaurren_n.jpg

Giuseppe Bailone, Cartesio e l’esperimento del dubbioultima modifica: 2012-02-29T10:05:26+01:00da mangano1
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