Gianmario Lucini La polis che non c’è

Gianmario Lucini
La polis che non c’è (3).
Su “Immigratorio” di E. Abate

 

 

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Proseguendo il discorso  su La polis che non c’è. Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile pubblico pubblico gli appunti di di lettura di G. Lucini sulla mia raccolta Immigratorio [E. A.]
Appunti per una lettura di “Immigratorio”, di Ennio Abate
“Immigratorio” è un’opera polimorfa, non nel senso di avere più di una forma (è, anzi, un qualcosa in sé unico, anche se sulla scia di diverse scritture, anche italiane: mi viene in mente ad esempio a Giovanni e le mani, di Fortini) ma nel senso che sta dentro la logica di diverse forme di scrittura. E’ un romanzo storico, ma è anche un poema, è un racconto personale di vita e di identità ma è anche un racconto paradigmatico e generazionale o anche di classe (quella degli immigrati), è un’opera di poesia, ma anche una testimonianza sociologica che tratta dell’incontro di due realtà ambientali molto diverse e, infine, capace di alludere anche alla realtà dell’immigratorio contemporaneo, dai paesi poveri al nostro Paese. E infine vi è il risvolto linguistico che fa dialogare lingua e dialetto in maniera viva e sinergica.
La scrittura si esprime poi in diversi modi: con la poesia lirica, con la prosa civile, con il resoconto quasi cronacistico, con il racconto nel racconto, con l’epistola, senza però mai perdere di vista un’intenzione unitaria e coerente.

Occorrono dunque più occhi, per leggerlo e questo ne fa una scrittura densa e polisemica.

La voce principale, al di là dell’apparenza, è collettiva, non personale. C’è una realtà importante che si muove, dietro queste pagine, che trascende ampiamente la vicenda dei diversi personaggi o dell’”Io narrante”, ed è paragonabile a un’epopea.

La poesia che permea versi e prosa sta nella situazione evocata, non nella scrittura. E’ la “situazione in sé”, che si dipana in testi iconici che pian piano, nel corso della lettura compongono un vastissimo quadro di fatti e di sentimenti, a sostenere la poeticità della scrittura, così che la forma e la lingua si connotano come semplici strumenti espressivi di questa poesia, senza assumere il rilievo di “poesia”.  Ossia, l’accento non sta sulla soluzione linguistica adottata, ma sulla poeticità della vicenda espressa col vigore della testimonianza e dell’ispirazione, più che con lo strumento linguistico di volta in volta adottato.

Rispetto al tema proposto, ossia “il venir meno della pòlis nella società civile”, a mio modo di vedere manca un antefatto per questa domanda. E l’antefatto è: “c’è mai stata una pòlis” o, in altre parole, il concetto (ideale?) di pòlis che noi consideriamo come dato culturale acquisito, è davvero così uniforme nella nostra cultura?

Ammesso che lo sia (e al riguardo ho forti dubbi), non può che essere un concetto pregno di eticità, di una concezione etica della politica e viene da sé che, in un periodo storico nel quale l’etica diventa sempre più relativa e strumentale a un certo sistema di valori (diverso, sensibilmente diverso rispetto a neppure mezzo secolo fa) anche il concetto di pòlis non può rimanere fisso. E se con “pòlis” la mente correva, per associazione, al sistema di governo democratico, oggi sempre di più, pensando alla “pòlis”, la realtà ci mostra un sistema di governo oligarchico, nel quale esiste una “pòlis” fittizia, che funziona con le vecchie regole, ma entro un quadro di regole generali e sovrastanti completamente rivisto in funzione non della politica, ma dell’economia. La Pòlis è praticamente diventata una grande gabbia nella quale non si vedono le sbarre, e dove ognuno si muove pensando di essere libero, e in apparenza lo è, ma sempre dentro una gabbia.  C’è chi arriva ad intuire e magari anche a cozzare contro le mura di questa gabbia, ma la gabbia è così vasta che ignora di cozzare contro la parte interna o la parte esterna di questo muro.

Io credo che la pòlis non sia una condizione tangibile, ma un ideale. In questo senso, “pòlis” si potrebbe tradurre con “sistema ideale di convivenza”, o “contratto sociale equo” ed è innegabile che ogni giorno si debba sempre più registrare questo “venir meno” della pòlis, come sostiene Abate. Il problema è che non possiamo dimostrarlo, perché non sappiamo se stiamo dalla parte interna o esterna del muro.

Immigratorio, nella sua innocenza e naturalezza espositiva, a mio avviso fa l’unica cosa possibile in una temperie culturale come la nostra, caratterizzata da questa sostanziale illusione o dubbio, che è quella di raccontare una verità sentita, così come la propria sensibilità suggerisce, senza filtri culturali (s’intende, voluti, perché la nostra stessa vita è un grande filtro culturale acquisito, criticato in parte o in toto, influenzato dal carattere e dalle inclinazioni o pulsioni personali, e pertanto mai obiettivo).

Se può dunque sopravvivere una pòlis, anche in senso classico-umanistico, non può che sopravvivere all’interno di una testimonianza di verità e non all’interno della “dimostrazione” di una verità. Per tornare alla metafora del muro, qualsiasi dimostrazione è fallace, se non si risolve prima in quesito: siamo al di qua o al di là del muro?

Il compito dell’artista (e dello scrittore) nel tempo del “venir meno della pòlis nella società civile”, allora, non può che essere la testimonianza e la fedeltà alla verità sentita, senza la pretesa di testimoniare la verità assoluta. É il compito del ribelle, che addita il sistema di storture e non esita a combatterlo pagando di persona (e, per inciso, non è un comportamento eroico, ma razionale: vedere il negativo e tacere conformandosi, ossia quella che noi chiamiamo “normalità”, non è altro che schizofrenia. O, in altre parole, l’eroismo di oggi è la semplice coerenza, qualcosa insomma di anti-eroico, di anti-lirico, di anti-letterario, ma di estremamente pratico, dove la bellezza significa vita e suo significato, non la perfezione del gluteo dell’amata o i colori dorati di un tramonto).

Ecco perché il lavoro di Abate trova un aggancio a quello di Bertoldo: perché Immigratorio è, in qualche modo, una firma chiara alla “pergamena dei ribelli”, un documento che non esiste fisicamente ma, io credo esista – eccome! – spiritualmente.
a lunedì, febbraio 13, 2012 

Gianmario Lucini La polis che non c’èultima modifica: 2012-02-17T11:13:08+01:00da mangano1
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