Felice Accame, Revisionismo e ideologia della fondazione del sapere

INtroduzione al dibattito con Ennio Abate (Libreria Odradek, Milano,   26 gennaio 2012).

1.
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Per analizzare il significato delle pratiche che vengono designate come “revisionismo storico”, occorre comprendere qual è stato il nodo cruciale dei problemi posti sul tappeto della Seconda Internazionale – che viene fondata nel 1889.

Nell’introduzione al saggio di Marx, Le lotte di classe in Francia, dal 1848 al 1850, ripubblicato, Engels dice che la classe operaia avrebbe potuto condurre la sua lotta politica utilizzando le istituzioni della borghesia (libere elezioni, azione parlamentare e legislativa)  fino al momento della crisi conclusiva – allorché la borghesia e il proletariato avrebbero giocato il tutto per tutto e avrebbero fatto ricorso alle armi.

E’ evidente che, se lo scontro conclusivo – il ricorso alla violenza – è rimandato sine die, resta il dato di fatto che la Seconda Internazionale si trova a dover combattere sul terreno della democrazia rappresentativa.

Nella raccolta di saggi intitolata I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, il tedesco Eduard Bernstein prende le mosse da queste constatazioni e sviluppa ulteriormente l’ipotesi di Engels. Dice che la classe operaia può giungere al potere conquistando la maggioranza parlamentare senza trovare – per forza di cose – un’opposizione della borghesia. Con ciò, dunque, apporta una “revisione” fondamentale al pensiero di Marx – e, da quel momento, viene bollato, da parte dei marxisti ortodossi, come “revisionista” chi nega la necessità storica della violenza rivoluzionaria per sancire il passaggio dal capitalismo al socialismo.

2.

A condizioni mutate (qual è il paradigma marxista oggi e chi ne è davvero paladino ? Abate giustamente si chiede: di quali revisionismi parliamo; da quale posizione parliamo parlando di revisionismo – perché, nota, i nostri valori sono andati in crisi -; sono normali modi di fare i conti con il passato – si dice: però alcuni li facciamo nostri, quali ? e altri no, Nolte, per esempio), il termine è stato poi utilizzato per bollare altre revisioni – per esempio quelle relative alla storia della Seconda Guerra Mondiale – Olocausto compreso – e alla Resistenza italiana contro il fascismo e il nazismo.

3.

Il morfema conclusivo, “-ismo” connota negativamente. Dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi anni del Novecento è tutto un fiorire di opposizione a tutti gli –ismi, che vengono interpretati come designazione di un fideismo assoluto in un paradigma determinato – rappresentato, a volte, da un “sacro testo”.

Messe così le cose, il problema si espande e si complica.

4.

Storia della filosofia alla mano, pare arduo definire natura e compiti della scienza. Perlopiù ci si prova ad assegnarle il compito di rappresentare la “realtà” così come essa è, la realtà vera, la realtà oggettiva. Tuttavia è subito evidente come questo compito sia privo di senso, perché nessuno di noi può uscire da se stesso e vedere come stanno le cose in quanto tali – ogni cosa è, comunque e sempre, il risultato della percezione di qualcuno. Il “conoscere” della teoria della conoscenza, allora, è una metafora – e una metafora irriducibile senza prima o poi pervenire ad una contraddizione: non posso aver garanzia alcuna dell’uguaglianza tra il risultato di una percezione posta al mio interno e quello di un non percepito da nessuno.

5.

Da ciò proviene anche una divisione fra scienze – quelle sicure, o “più sicure”, e quelle meno sicure – da una parte le scienze “fisiche” e dall’altra le scienze “umane” -, compresa la differenza tra scienza e storia.

Da ciò proviene anche la diatriba circa la datazione della nascita della scienza più sicura – tra chi la vorrebbe nata nel periodo ellenistico della Grecia antica, chi la vorrebbe nata con il metodo sperimentale attribuito a Galilei e chi la vorrebbe vincolare a quella o a quell’altra novità nella storia del pensiero.

6.

Se, contrariamente ad una tradizione “essenzialista” e ad una visione passivista dell’essere vivente (non solo umano), non ci chiedessimo “cos’è la scienza”, ma, più semplicemente, tramite quali operazioni la costituisco non ci imbatteremmo in una contraddizione. Ma dovremmo rinunciare a qualche nostra pretesa.

7.

La procedura scientifica si costituisce tramite tre fasi operative: la prima è quella in cui viene mantenuto fermo qualcosa, sottratto allo scorrere del tempo e assunto a paradigma; la seconda è quella in cui, da un confronto con il paradigma, qualcosa viene considerato differente; la terza è quella in cui viene individuata una terza cosa per colmare la differenza – è qui che si parla, allora, della sanatura della differenza da un paradigma.

8.

Da questo punto di vista, risulta allora evidente che ogni scienza ha qualcosa in comune con tutte le altre e che ciascuna ha pari dignità.

9.

Ma, trattandosi sia il paradigma, che la differenza e la sanatura del risultato di operazioni mentali, risulta altresì evidente che dobbiamo rinunciare ad ogni certezza, ovvero ad ogni tentativo di fondazione del sapere. In questo senso, il sapere costituisce un sistema sempre aperto e sempre passibile di modifiche ovvero di revisioni. Nuovi costituiti e nuovi rapporti posti fra loro esigono ovviamente di non contraddire i costituiti e i rapporti reciproci posti in precedenza. Il sapere dell’uomo tende alla coerenza – più aumentano le comunicazioni più devono potersi riferire ad un patrimonio comune tra chi comunica – e, a volte, per realizzare questo obiettivo, storia della scienza alla mano, alcuni paradigma diventano così ingombranti da dovercene sbarazzare sostituendoli con paradigmi nuovi (sistema tolemaico, sistema copernicano, teoria della relatività einsteiniana e meccanica quantistica costituiscono esempi storici di questa necessità) pena convivenze impossibili o incompatibilità che, se in società molto divise sul piano fisico potevano anche essere sopportate senza dare origine a conflitti, nella società tendenzialmente globalizzata e globalizzante di oggi comporterebbero traumi eccessivi.

10.

Rivedere, dunque, non solo è legittimo ma – nella misura in cui l’ideologia realista trascende il singolo e si traduce in un’opzione politica autoritaria -, di principio, è doveroso. Fa parte dell’impegno dell’individuo ad arricchire la conoscenza propria e quella altrui. E tuttavia rivedere è difficile. “Rivedere stanca”, si potrebbe dire parafrasando Pavese.

Perché ? Per via delle categorie utilizzate – soggette ad evoluzione come le parole sono soggette a metaforizzazione – e dello scivolamento semantico. Per l’esemplificazione, qui, non c’è che l’imbarazzo della scelta: c’è il caso del “rinascimento”, quello del “risorgimento italiano”, quello della “resistenza”, quello dell’”ingerenza umanitaria”.

E c’è il caso – ne scelgo uno sulla cui genesi posso dire qualcosa – di Eugenio Colorni – citato in un saggio  di Pietro Pittini, Riabilitazioni impossibili – dove lo si cita in riferimento ad uno dei tanti delitti della banda Koch – delitto avvenuto il 28 maggio del 1944, a Roma.

11.

La storia del caso Colorni e del revisionismo che ha subito, grossomodo, è questa.

A cura di Geri Cerchiai è stato pubblicato da Einaudi La malattia della metafisica di Eugenio Colorni. Arricchita ulteriormente per la curatela, si tratta della raccolta di saggi – più o meno la stessa, con minime varianti trascurabili – che venne pubblicata nel 1975 dalla Nuova Italia con il titolo di Scritti, titolo rispettoso che, perlomeno, aveva il merito di non tradire immediatamente e palesemente il pensiero dell’autore. Com’è, invece, il caso di questo suo sostituto. Cercherò di spiegarne il come alludendo appena al perché.

“Abbiamo seri elementi”, scrive Colorni nel 1938, “per propendere a ritenere che la nozione di una realtà oggettiva da noi indipendente sia un’ipostasi della nostra mente”. “Ciò che chiamiamo realtà non è (…) né il soggetto né l’oggetto, ma alcunché nella costituzione del quale l’uomo con i suoi criteri e le sue categorie, ha una gran parte” (neretto mio). Va da sé che, nella paccottiglia ideologica di cui Colorni vuol liberarsi, ci sia anche “l’esigenza” della “verità” e dell’”esistenza” – arrivando al punto in cui porsi la domanda “è vero ciò ?” oppure “corrisponde ciò ad una realtà oggettiva ?” “non abbia più alcun significato e non possa ricevere alcuna risposta”, senza accorgersi, peraltro, che questo punto è originato dalla logica stessa di cui vuol liberarsi.

Cerchiai, però,  è prudentemente limitativo e, pur constatando che “la guarigione dalla ‘malattia filosofica’ (…) si profila pertanto come un punto di non ritorno nel complessivo itinerario intellettuale colorniano”, questa  corrisponderebbe “in primo luogo, al momento della definitiva emancipazione dai condizionamenti del neoidealismo” (pag. XXXIII).

Colorni si rende ben conto che “la parola conoscenza perde il suo significato di constatazione o affermazione di una realtà o di una verità, per assumere quello di padronanza di un processo”, ma per Cerchiai  – che pur è consapevole di come la filosofia sia “strutturalmente connessa” con questo significato perduto (o auspicabilmente da perdersi) e che la “migliore ricerca scientifica” e il “passaggio all’indagine più strettamente metodologica” siano connessi al significato riconquistato – ciò significa una semplice attenzione alle “componenti psicologiche del procedimento conoscitivo” (pag. XXX). “Mutato il concetto di conoscenza”, si sembrerebbe “giocoforza costretti ad abbandonare anche un atteggiamento di tipo strettamente filosofico” (pag. XLV), insomma, ma, ciò non ostante, quelli di Colorni sarebbero semplici “antifilosofismi” passeggeri. Tanto è vero che, nel 1937, Colorni affermava di far “professione di filosofia” (pag, XLVI e pag. 8) e che questa filosofia, alla finfine,  “risulta (…) segnata da due opposte tensioni”. Nemmeno tra “filosofia” e “antifilosofia”, o – troppa grazia – tra “filosofia” e “metodologia”, macché. Le tensioni che si oppongono sarebbero originate tra due “filosofie”, tra quella che “colloca le sue radici nella tradizione filosofica prebellica” e quella che “si pone come un punto di riferimento per la comprensione di quella ‘rinascita epistemologica’ che caratterizza il periodo successivo alla Liberazione” (pag. XLVIII) – come se una “rinascita epistemologica” possa rappresentare un pensiero esente da qualsiasi filosofia.

Ne La malattia filosofica, scritto a Ventotene, tra l’aprile e il maggio del  1939, Colorni, invece, era stato chiarissimo. Basta l’incipit dialogato per rendersene conto:

“Esiste una malattia filosofica ?” E se esiste, perché chiamarla malattia ?”.

“Esiste”, rispondiamo. “E si chiama malattia perché se ne può guarire”.

“Che cosa significa guarirne ?”

“Significa trovarsi in uno stato nuovo, nel quale si ha la sensazione di vedere cose che prima non si vedevano, di aver digerito e superato lo stato precedente; in cui i problemi della filosofia hanno ricevuto una soluzione in blocco, perché si è risolto, anzi sciolto, l’atteggiamento che li poneva. E risolvere un problema significa, come tutti sanno, essere in condizione di non porselo più”.

“Ma questo nuovo stato non è anch’esso, in sostanza, filosofia ?”

“Il solito ritornello ! Chiamatelo filosofia, se vi piace. M’importa che è uno stato posteriore, ulteriore rispetto a quello in cui si sono trovati coloro che sono stati chiamati filosofi; uno stato rispetto al quale quello dei filosofi si presenta come una malattia di cui si è guariti, di cui si conoscono oramai le meschinità e gli infantilismi”.

La storia di Colorni, insomma, è la storia di uno che avrebbe voluto liberarsi della filosofia e, dunque, sottolinearne la voglia di liberarsi dal “neoidealismo” è gravemente riduttivo, mentre sbandierarne addirittura – come offensivamente nel titolo – la voglia di liberarsi dalla “metafisica”  – storia della filosofia del Novecento alla mano – equivale – per usare di una metafora del gioco dell’oca – a farlo tornare indietro, al punto di partenza, nell’alveo di quella melmetta sempiterna che alla borghesia intellettuale e servile piace tanto.

Che Colorni non ci sia riuscito (la sua fiducia nella psicoanalisi, l’idea misticheggiante di un “terzo genere di conoscenza” e la sua concezione ancora conoscitiva del “libero arbitrio” lo stanno a dimostrare) è tutt’altro paio di maniche, ma che abbia contribuito non poco a che altri ci riuscissero o, almeno, ci tentassero con armi più appuntite, è innegabile se si segue con un minimo di affettuosa attenzione il percorso delle sue idee. Negli anni Cinquanta, l’interessamento di Ferruccio Rossi-Landi all’opera di Colorni non nasce per caso. Rossi-Landi è stato segretario e collaboratore della rivista “Methodos” che, come ricorda Cerchiai, è nata rimpiazzando “Sigma”, rivista sì di Giuseppe Vaccarino ma anche di Vittorio Somenzi, l’anello stranamente mancato da Cerchiai, senza il quale né si potrebbe capire il perché della pubblicazione dei saggi di Colorni in “Sigma”, né, tantomeno, la consapevole eredità acquisita dall’intera Scuola Operativa Italiana – Ceccato ovviamente incluso – della sua critica della filosofia.

 

Note

Ho affrontato il problema della critica della teoria della conoscenza in relazione ai movimenti oppositivi al potere dalla Rivoluzione francese in poi ne La funzione ideologica della teoria della conoscenza(Spirali, Milano 2002)

Del pensiero di Colorni mi sono già occupato. Cfr. F. Accame, Ceccato, Mecacci, Colorni e la psicoanalisi, in Wp 120, 2000; poi in F. Accame, Antologia critica del sistema delle stelle, Odradek, Roma 2006. Più sbrigativamente ma allargando l’orizzonte, mi sono occupato di questa Malattia della metafisica in Il male incurabile, nella trasmissione radiofonica La caccia – caccia all’ideologico quotidiano, Radio Popolare, 26 aprile 2009.

 

Felice Accame, Revisionismo e ideologia della fondazione del sapereultima modifica: 2012-01-30T14:46:44+01:00da mangano1
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