Eugenio Grandinetti, Questa Calabria che ci sta nel cuore

caro attiliovedo che partecipi anche ad incontri per far conoscere la poesia.se lo ritieni opportuno,io sarei disponibile a far conoscere la poesia di franco costabile,allievo di ungaretti e che ha scritto poesie notevoli che rendon conto del rapporto ambivalente con la sua terra d’origine (la calabria):Anch’io,migrante calabrese,sento fortemente il legame con la mia terra di origine nonchè i problemi di tutti i migranti.allego una mia recente poesia sull’argomento .cordialmente eugenio

 

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Questa  Calabria che ci sta nel cuore
come una spina e duole
e più ci si agita e più s’infigge fonda
nelle carni e ci tormenta
come il pensiero di un figliolo infermo
che si lamenta ma non vuol guarire;
questa  Calabria,pendulo
sfasciume tra due mari,tormentata
da frane ed abbandoni,arsa
d’incendi a monte e deturpata
da case di vacanza alla marina,
fitte come in città,con scarichi
fognari al mare;
questa Calabria che non sa capire
che pubblico vuol dire di ciascuno,
che eleggere non sta a significare
consegnar nelle mani di qualcuno
che ci prometta appoggio personale,
la gestione dei beni collettivi,
ma significa scegliere tra tanti
coloro che ci paiono i migliori
per idee,competenza ed onestà.
….
Dai boschi della Sila,dai dirupi
dell’Aspromonte,dalle Serre rigate dai torrenti
dal Pollino dormiente e dai rilievi
sovrastanti le coste del Tirreno
i fiumi s’affrettano a raggiungere
il mare,
perché anch’essi non vogliono restare
in questa terra dissennata e scelgono
di dissolversi in acque  inquiete,dove
venti e correnti tra di loro lottano
generando marosi che s’abbattono
ostili contro le coste,o che si fanno
acque stagnanti di bonaccia,dove
gli eventi imputridiscono. Anche gli uomini
che nel tuo seno nascono s’affrettano
presto  a lasciarti per andare
lontano da te,lontano dai tuoi monti
magari oltre i confini o anche
oltre gli oceani
tra gente estranea ostile che li guarda
come intrusi che portano disordine
e malattie,che rubano il lavoro,
non uomini uguali agli altri ma piuttosto
babis,dago terrun,comunque gente
da evitare,gente
senza coscienza e senza dignità.;
o se non possono o non sanno osare
di andare alla ventura,col pericolo
di non trovar lavoro e di dovere
tornar sconfitti,vendono la vita
per il salario magro
di poliziotti al servizio dei padroni,
di guardie  carcerarie o addirittura
di soldati mercenari,
che per ipocrisia chiamiamo volontari
e mandiamo lontano a sostenere
guerre di pace,esposti
 all’odio di coloro
 che nelle loro terre lottano
contro interessi che a noi sono estranei:
E se ci lasciano la vita- e solo allora-
sono considerati eroi e meritevoli
del funerale a spese dello Stato
con la partecipe commozione
delle autorità civili e militari
che pure si dovrebbero sentire
responsabili di queste guerre inutili
dove quelli che muoiono non sono
loro né i loro figli,
e quelli che rimangono e che soffrono
per la morte dei loro familiari
non sono certo quelli che decidono
della sorte degli altri,ma sono gli umili
che accettano il pericolo
di morire pur di sopravvivere.
Ed anche oggi
nuovi migranti partono,abbandonano
il loro paese
che ora compiangono e che rimpiangeranno
stranieri ormai per sempre:nelle terre
che mal li accolgono e anche in quella
che era la loro terra,perché altrove
si svolge ormai la loro vita,lontano
dalle loro radici,lontano
dalla loro adolescenza. Certo avranno
altri amici,ma non quelli
degli anni ancora acerbi,quelli
 dei giochi dell’infanzia
con cui ci si scambiavano speranze
di una vita piena di glorie
e di soddisfazioni.
E ci saranno pure altre speranze
ma anguste ormai e senza più stupori,
e i luoghi del passato non saranno
più luoghi della memoria,ma memorie
di un paradiso ormai perduto.
E invece continuerà ad essere reale
questa Calabria di cui noi vediamo
il suolo franare a valle e gli uomini
perder fiducia in sé,non essere
più popolo consapevole,ma sentirsi
clienti e sudditi che si affidano
alla furbizia e non all’intelligenza,
che s’ingegnano a cercare
mezzucci e protezioni,
invece di difendere
il diritto di vivere;che vivono
sempre nel timore
di dispiacere a quelli che comandano
ed anche a quelli che pensano che essere
veri uomini stia a significare
imporsi con la violenza  ed ottenere
il silenzio omertoso e l’ubbidienza.
 
Questa Calabria amara a cui ci chiama
la nostalgia,che non è che dolore
del ritorno negato ad un passato
ormai remoto,ad una vita          
più partecipe ,forse,
pure se come ora
per sopravvivere occorreva andare
oltre i confini
del proprio paese,oltre i monti e magari
oltre gli oceani,per diventare
babis,dago,terun,e per sentire
sempre il dolore della nostalgia
di questa Calabria che ci sta nel cuore
come una spina e duole.

 

Eugenio Grandinetti, Questa Calabria che ci sta nel cuoreultima modifica: 2012-01-30T15:24:52+01:00da mangano1
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