Emanuele Macaluso, De Benedetti e i partiti

De Benedetti
e i partiti

di Emanuele Macaluso

da IL RIFORMISTA

Unknown.jpeg

Nella foto: Carlo De Benedetti

Ieri il Fatto ha pubblicato una pagina con le anticipazioni del libro di Marco Damilano, Eutanasia di un potere, consistenti nell’intervista data da Carlo De Benedetti all’autore.
Ne parlo nell’editoriale di questo giornale perché affronta un tema, il rapporto tra partiti e Poteri più o meno forti, cui parla l’editore dell’Espresso e di Repubblica, riferendo fatti che si sarebbero verificati negli anni settanta-ottanta. C’è un pezzo dedicato a Craxi che l’ingegnere considerava «un bandito con atteggiamenti fascistoidi» a cui però negli anni 80 era «difficile dare torto nell’esigenza di modernizzazione», parla delle tangenti che lui e altri erano «costretti» a pagare all’amministratore del Psi, Balzamo. E accenna come cinicamente Craxi si fece largo tra Pci e Dc. Racconta anche di una riunione, fatta in casa Formenton con il ministro democristiano Marcora, «con Pirelli, Lucchini, Romiti e l’establishment milanese» per discutere la candidatura a segretario della Dc di De Mita. Il quale – udite! udite! – quando fu eletto «chiamava Scalfari tutte le mattine: c’era una sudditanza impressionante…». E chiarisce: «Scalfari pensò di potere gestire De Mita e, attraverso di lui, la Dc. Fino a quel momento aveva provato a gestire il Pci e c’era riuscito». Il Pci di cui si parla era quello con Berlinguer segretario. Chi conosce la storia di quel partito sa bene che questa influenza scalfariana sul Pci fu certo tentata (ne ho parlato anche su queste colonne ricordando le mie polemiche col fondatore di Repubblica negli anni in cui dirigevo l’Unità), ma è ridicolo pensare che Scalfari «gestisse il Pci». Non gestì nemmeno la Dc, anche se ebbe un rapporto forte con De Mita. Dc, Pci e Psi erano partiti forti con un rapporto con i loro iscritti ed elettori, e non potevano essere «gestiti» da altri.
Tuttavia, ecco la ragione per cui scrivo questo editoriale: un ricco signore che in passato, e ancora oggi, esercita un “potere forte” nel mondo economico e in quello dei media, manifesta una concezione padronale della politica, al punto da ritenere che Scalfari (cioè il suo gruppo) «gestisse» la Dc e il Pci.
Il tema, però, è di grande interesse: non solo da un punto di vista storico, ma politico e attuale. In questi anni abbiamo avuto un partito padronale che ha governato il paese. E l’ha governato con la politica e con enormi mezzi usati anche per ottenere, e mantenere, un alleanza (la Lega) e un potere nel mondo dell’economia e dei media.
È il caso più evidente e clamoroso, anche perché a un certo punto, nel cuore di una crisi politica, Berlusconi ha operato senza mediazioni, direttamente e personalmente. Ma altri non sono rimasti con le mani in mano come si usa dire. Non penso che il gruppo De Benedetti, in questi anni, abbia «gestito» il centrosinistra, ma l’opera per fornirgli una cultura politica, e a volte di suggerire comportamenti e iniziative, non è mancata.
I partiti oggi sono fragili, i gruppi dirigenti deboli per acquisire e mantenere una forte autonomia. Ma il problema posto, quello del ruolo dei partiti e del loro rapporto con i poteri più o meno forti, è aperto. Anche perché nonostante la crisi un partito con un forte padrone c’è ancora.

Emanuele Macaluso, De Benedetti e i partitiultima modifica: 2012-01-24T14:58:23+01:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento