Ennio Abate, Fiaba natalizia (1977) revisiobata

Il testo che vi mando in allegato appariva nella sua versione originale (del ’77)
in una raccolta,”Samizdat Colognom”, carica di riferimenti a Cologno Monzese,
la città di periferia  dove abito da tempo e agli immigrati che lì, come me,
sono stati/sono “corpi ammucchiati che volevano, vogliono intessere buoni amori”.

L’ho ripensato e rielaborato in questi ultimi giorni del 2011, ripulendo
 la forma di allora, fin troppo immediata e persino trascurata.
 Nel tono narrativo fiabesco avevo inserito (contestandolo)
accenni di cronaca quotidiana e politica degli anni Settanta.
Infanzia e storia, insomma. 
Ho, limando e correggendo,  rispettato il sentimento di fondo:
un’amarezza ironica.
Da un certo punto in poi (quando?) la ricorrenza del Natale mi ha riproposto
 un dilemma che vale anche più in generale per ogni “manifestazione” di desiderio: cedere un po’ alla pressione (vitale, ma ambigua, arruffona, sognante)
 della gente (qui nella poesia donne e bimbi soprattutto) o insistere a fare il guastafeste
(qui è la funzione del professore, in seguito diventato nella mia ricerca “prof Samizdat”; oggi direi: il critico),
figura antipaticissima, che scova ideologia e mitologia dove altri vedono soprattutto
vita, desiderio, sogno benefico o quantomeno medicina necessaria.
C’è chi il dilemma l’ha risolto concedendo, secondo me, sin troppo all’infanzia (o alla “bambinopoli” di cui parlò una volta Majorino).
Chì cancellandola senza pietà.
La mia scelta del ’77 – mi accorgo in questa revisione tardiva  –
rispettava, per quanto poteva, la dolcezza del mito, ma tentando di non dimenticare mai la storia.

  Mando ora il tutto ad amici/che.
Ovviamente questi sono i miei auguri!

 

Yoshiro Tachibana - Acuarela.jpg
 
Ennio 
Fiaba natalizia (1977)

Venne Natale
e l’Uomo Nero
che stava in una soffitta
– dalla finestra solo nebbia –
chiuse il giornale
ed esclamò: Ci siamo!
Ci pigliano per il culo
ancora una volta …

Nello Specchio Magico
lì, sopra il suo comò
si vedeva il mondo
come in televisione
ma coi fatti veri
e senza confusione.
Ecco, in piazza Duomo
sotto uno striscione
stavano gli operai
della Lagomarsino.
 
«Il posto di lavoro?».
«È già toccato».
«Sull’ Albero
di Natale
sia il padrone
impiccato!»
E quelli dell’Innocenti?
In cassa integrazione
imparavano il latino
per la disperazione.

Bussarono alla porta.
L’Uomo Nero spense
il suo Specchio
e corse ad aprire …
 
«Pace in terra
agli uomini
di buona volontà!»
– miagolò un prete
tondo come Gatto Nerone –
«La facciamo ‘sta benedizione?
Gesù, Giuseppe e Maria …
Fuori il soldino
che scappo via».

Svelto l’Uomo Nero
schiacciò il pulsante
e – click! – nel Magico Specchio
tutto splendente, in collegamento
via satellite con il paradiso
ecco a mezzo busto il Padreterno.
 
«Porco dio!»
– gridò al prete –
«Son duemila anni
che mio figlio Gesù
non nasce più.
E tu, Intascaquattrin
in giro a spruzzar acqua.
Pussa via!»

E uno è sistemato!
Si fregò le mani
l’Uomo Nero
anche perché
freddo faceva
e i termosifoni
scaldavano poco.
Toc! Toc! È permesso?
Era il figlio del carabiniere
professore di mestiere
una barbetta liscia
che parlando gli cresceva
e attaccò: «Ecché ce pozze’ fà
si a Natale triste me sent’e!
Cchiù a ggent’ammuina fà.
Cchiù me vene re criticà».
 
L’Uomo Nero lo rianimò
gli offrì un caffè e canterellò:
«Bim, bum, bà!
Sì, il mondo finirà
ma come non si sa».
Riaccese il Magico Specchio.
Futuro? No, soltanto buio!
Cambiò allora canale.
«Frrr! Frrrrrrr!» –
fece lo specchio
e indietro andò.
Apparve una scritta
in antica grafia:
millenovecento
quarantacinque
e sei, e sette …
 
Seduto accanto a un braciere
canterellava ora un anziano
sulle spalle un cappottone
verde oliva militare:

«Mmo vene Natale
e je nun tengo denari.
M’appicie na pippe
e me vad’a ccuccà.
 
E quenn’é a nott’,
ca sparen’ e bott’,
m’affacci’ a fenest’
e me mett’a guardà».
 
Lasciava cadere nella brace
bucce di mandarino
che davano il loro buon’odore
mentre la moglie in cucina
friggeva zeppole, curava il sugo
con le vongole; e chiedeva aiuto
per tagliare il capitone.

L’Uomo Nero tacque e lasciò
il professore ai suoi ricordi.

Due ragazzi preparavano il presepio.
Prima si andava per legni e chiodi.
Poi si spostava il tavolo sotto il muro.
Prima di legno lo scheletro di monti e grotta.
Poi si copriva con carta da pacchi.
E poi, per la neve,  si spruzzava la calce.
E poi si metteva il muschio.
E poi i pastori di gesso.
E nella grotta una lampadina.
E uno specchio faceva da lago.
E carta stagnola per fingere il fiume.

E alla fine l’interrogò:
«Caro il mio professore
a lei, dunque, piace
il Natale poverello?».
«A me non piace
più nessun Natale»
– borbottò afflitto
quello –
«né i botti, né il panettone
né il presepe di cartone.
Mi manca la rivoluzione!»

«Frrr! Frrrrrrr!» –
rifece lo Specchio Magico.
Adesso gente in riunione.
 
«Natale o non Natale
qui muoversi bisogna!
Basta co’ ‘sto mortorio!»
– diceva una battendo
il pugno sul tavolo –
«Ci abbiamo la tredicesima?
E spendiamola!»
Prese la parola
il compagno Fabio:
«Io sarei d’accordo
con la compagna mamma.
A me piacerebbe
fare il Diabolik natalizio:
comprare miccette
e sparare un razzetto
in testa alla barista.
Ma papà non vuole!».

«Papà non vuoleeee!»
– strepitò furibonda
la compagna Elena –
«Abbasso i papà!
Basta coi tiranni!
Vogliono proibire
persino l’allegria.
E allora diciamo:
“Il Natale è mio!
Me lo gestisco io!”».
Ci furono applausi.
Donne e bambini
si alzarono.

Chi preparò la colla?
Chi le scope?
Chi il manifesto?
Chi le frittelle?
E chi i dolci?

«Su, professore!»
– disse l’Uomo Nero –
«Diamogli un po’
di collaborazione!».
«Ma non è la rivoluzione!»
– obiettò lui. Si scosse però.
E uscì assieme all’Uomo Nero.

In strada che confusione!
Sui muri già attaccavano
un manifesto. C’era scritto:
«No ai panettoni con i coloranti.
No ai presepi di porcellana.
Vogliamo i pastori di gesso.
Vogliamo un Natale di uguali».
 
La gente si fermava
e commentava.
I giovani approvavano.
Brontolavano i vecchi:
«Adesso i ragazzini
fanno la rivoluzione?
Che esagerazione!»
 
Eppure in piazza arrivava folla
come per una manifestazione.
C’erano i nonni con e senza bastone,
gli operai, pur se in cassa integrazione,
il sindaco che tossiva imbarazzato,
Mauro con la nuova fidanzata,
la Pizzullo con gatto Cirillo;
e Donato con tutta la tribù,
e Gigi Degli Abbati con un quadro appena dipinto in più.
C’era anche la maestra Cassio
ma soltanto con le due figlie:
«Mio marito? È in farmacia.
Ha una forte emicrania».
C’erano pure Michelina Russo
e Faccia di Merluzzo.
E c’erano borbottanti
femministe che ce l’avevano
con Maria: «Fare un maschio! Avessi fatto almeno una Gesù Crista!». «Eh già! » – ribatteva lei –  «Ma la colpa vostra fu.
Se ammettevate Giuseppe
al collettivo, forse ora l’ avreste
un Natale femminista».
 
Attorno tante bancarelle distribuivano panettoni, champagne e zeppole.
Su un palco Dario Fo
e Franca Rame
a recitar gongolanti.

Poi invitarono sul palco
il ben noto Gesù Cristo
che gironzolava anonimo
in mezzo alla folla eccitata.
E tutti si aspettavano il discorso
finale sullo stato del Santo Natale.
Questo Gesù, invece, tagliò corto.
Fece capire che, sì, un compagno era  ma come  tanti altri.
E che, essendo nativo di Betlemme, s’intendeva poco di modernità
e quasi nulla di economia politica.
Lui era specializzato in miracoli. Questo sì.
«Ma, scusatemi»- sì, così disse –
«la rivoluzione non è un miracolo
e, come farla, non chiedetelo a me».

Ognuno facesse
bene la sua parte.
Insomma deluse parecchio.
Anche perché concluse
con il solito slogan
dei suoi anni gloriosi:
«Lasciate che i pargoli
vengano a me».
Quando i bambini capirono
che i pargoli erano loro,
fecero un casino della madonna
specie quelli di via Boccaccio.
Saltarono a decine sul bue e l’asinello
spararono miccette
nella barba di Giuseppe e del sindaco
e andarono in giro tutta notte
per le strade fredde ma illuminate della città.    

Natale 1977 /revisione 22 dic. 2011 

  Yoshiro Tachibana - Hogar granate.jpg
 

Ennio Abate, Fiaba natalizia (1977) revisiobataultima modifica: 2011-12-23T18:02:07+01:00da mangano1
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