Maurizio Monina, Agamben:la dialettica

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AGAMBEN – LA DIALECTIQUE
pubblicata da Maurizio Monina il giorno venerdì 9 dicembre 2011 a

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A partire dalla metà degli anni trenta, mentre lavora al libro su Parigi e, poi, a quello su Baudelaire, Benjamin elabora il concetto di “immagine dialettica” (dialektisches Bild), che doveva costituire il fulcro della sua teoria della conoscenza storica. Forse in nessun altro testo egli si avvicina a darne una definizione, come in un frammento (N, 3, 1) del libro sui Passaggi parigini. Qui egli distingue le immagini dialettiche dalle essenze della fenomenologia husserliana. Mentre queste sono conosciute indipendemente da ogni dato fattuale, le immagini dialettiche sono definite dal loro indice storico, che le rimanda all’attualità. E mentre per Husserl, l’intenzionalità resta il presupposto della fenomenologia, nell’immagine dialettica la verità si presenta storicamente come “morte dell’intentio”. Ciò significa che alle immagini dialettiche compete, nel pensiero di Benjamin, una dignità paragonabile agli eide della fenomenologia e alle idee in Platone: la filosofia ha a che fare col riconoscimento e la costruzione di tali immagini. La teoria benjaminiana non contempla né essenze né oggetti, ma immagini. Decisivo è, però, per Benjamin, che queste si definiscano attraverso un movimento dialettico che viene colto nell’atto del suo arresto (Stillstand): “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma l’immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora [Jetzt] in una costellazione. In altre parole: l’immagine è dialettica in posizione di arresto”. In un altro frammento, Benjamin cita un passo di Focillon in cui lo stile classico è definito un “breve istante di pieno possesso delle forme… come una felicità rapida, come l’akmé dei Greci l’asta della bilancia non oscilla più se non debolmente. Ciò che mi aspetto, non è di vederla subito pendere nuovamente, e ancor meno il momento di fissità assoluta, ma, nel miracolo di questa immobilità esitante, il tremito leggero, impercettibile, che mi indica che è viva”. Come nel “danzare per fantasmata” di Domenico da Piacenza, la vita delle immagini non consiste nella semplice immobilità né nella successiva ripresa del movimento, ma in una pausa carica di tensione fra di essi. “Dove il pensiero si arresta improvvisamente in una costellazione satura di tensioni” si legge nella XVII tesi sulla filosofia della storia “le imprime un urto attraverso il quale essa si cristallizza come monade”.
Lo scambio di lettere con Adorno nell’estate del 1935 chiarisce in che modo debbano intendersi gli estremi di questa tensione polare. Adorno definisce il concetto di immagine dialettica a partire dalla concezione benjaminiana dell’allegoria nel Trauerspielbuch, dove si parlava di uno “svuotamento di significato” operato negli oggetti dall’intenzione allegorica. “Estinguendosi nelle cose il valore d’uso, le cose, estraniate, sono svuotate e in quanto cifre simboliche attirano significati. La soggettività se ne impadronisce ponendo in esse intenzioni di desiderio e di angoscia. Poiché le cose isolate attestano come immagini le intenzioni soggettive, queste si presentano come ataviche ed eterne. Le immagini dialettiche sono costellazioni tra le cose estraniate e l’avvento del significato, trattenute nell’istante dell’indifferenza fra morte e significato.” Ricopiando nel suo schedario questo passo, Benjamin commenta: “a proposito di queste riflessioni va tenuto presente che nel XIX secolo il numero delle cose `svuotate’ aumenta in una misura e un ritmo prima sconosciuti, poiché il progresso tecnico pone continuamente fuori corso dei nuovi oggetti d’uso”. Dove il senso si sospende, là appare un’immagine dialettica. L’immagine dialettica è, cioè, un’oscillazione irrisolta fra un’estraneazione e un nuovo evento di senso. Simile all’intenzione emblematica, essa tiene in sospeso il suo oggetto in un vuoto semantico. Di qui la sua ambiguità, che Adorno critica (“essa – l’ambiguità – non deve assolutamente restare così com’è”). Ciò che Adorno, che tenta di riportare in ultima analisi la dialettica alla sua matrice hegeliana, sembra non capire è che, per Benjamin, l’essenziale non è il movimento che, attraverso la mediazione, conduce alla Aufhebung della contraddizione, ma il momento dell’arresto, in cui il medio è esposto come una zona di indifferenza – come tale, necessariamente ambigua – fra i due termini opposti. La Dialektik im Stillstand, di cui Benjamin parla, implica una concezione della dialettica il cui meccanismo non è logico (come in Hegel), ma analogico e paradigmatico (come in Platone). Secondo l’acuta intuizione di Melandri, la sua formula è “né A, né B” e l’opposizione che essa implica non è dicotomica e sostanziale, ma bipolare e tensiva: i due termini non sono né rimossi né composti in unità, bensì mantenuti in una coesistenza immobile e carica di tensioni. Ma ciò significa, in verità, che non soltanto la dialettica non è separabile dagli oggetti che nega, ma che questi perdono la loro identità e si trasformano nei due poli di una stessa tensione dialettica, che raggiunge la sua massima evidenza nell’immobilità, come un danzare “per fantasmata”.
Nella storia della filosofia, questa “dialettica in stato di arresto” ha un archetipo illustre. Esso è nel passo dei Secondi analitici, in cui Aristotele paragona l’arresto improvviso del pensiero, in cui si produce l’universale, a un esercito in fuga in cui di colpo un soldato si ferma e un altro dopo di lui e così via, finché si ricostituisce l’iniziale unità. Qui l’universale non è raggiunto attraverso un procedimento induttivo, ma si produce analogicamente nel particolare attraverso il suo arresto. La molteplicità dei soldati (cioè dei pensieri e delle percezioni) in fuga disordinata è improvvisamente percepita come unità, proprio come Benjamin – riprendendo un’immagine di Mallarmé, che, nel Coup de dés, aveva elevato la pagina scritta alla potenza del cielo stellato e, insieme, alla tensione grafica della réclame – parlava del brusco arresto del pensiero in una costellazione. Questa costellazione è, secondo Benjamin, dialettica e intensiva, cioè capace di mettere in rapporto un istante del passato con il presente.
Vi è un’incisione di Focillon del 1937, in cui il grande storico dell’arte (che aveva ereditato dal padre la passione per le stampe) sembra aver voluto fissare in un’immagine questa sospesa irrequietezza del pensiero. Essa rappresenta un acrobata che oscilla appeso al suo trapezio sulla pista illuminata di un circo. In basso a destra, la mano dell’autore ha scritto il titolo: La dialectique.
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Maurizio Monina, Agamben:la dialetticaultima modifica: 2011-12-10T15:31:09+01:00da mangano1
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