Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia, BACONE

Francesco Bacone
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“Considerando i desideri e le ambizioni degli uomini, Bacone distingueva tre specie di ambizione, anche se una di esse non è forse degna di questo nome. La prima è quella di coloro che lavorano senza posa per aumentare la loro personale potenza nella loro patria: questa è volgare e degenere. La seconda è quella di coloro che cercano di aumentare la potenza della loro patria nel mondo: questa ha in sé più dignità, ma non minore cupidigia. La terza è quella di coloro che cercano di instaurare ed esaltare la potenza e il dominio dell’uomo stesso, o di tutto il genere umano, sull’universo: quest’ambizione è senza dubbio più sana e più nobile delle due precedenti. Il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza: l’uomo tanto può quanto sa; nessuna forza può spezzare la catena delle cause naturali; la natura, infatti, si vince solo ubbidendole”.[1]

Bacone, che qui scrive in terza persona come Giulio Cesare, sa quel che dice, anche per esperienza personale.

Nato a Londra nel 1561, segue le orme del padre lord guardasigilli della regina Elisabetta: nel 1617 diventa anche lui lord guardasigilli del re Giacomo I Stuart e, l’anno dopo, lord cancelliere e barone di Verulamio[2]; nel 1621, in gennaio, riceve il titolo di visconte di S. Albano. E’ al culmine della sua carriera politica e uno dei personaggi più in vista d’Inghilterra, gratificato della confidenza del re e molto stimato anche come scrittore e filosofo, quando, nel mese di marzo del 1621, viene accusato di corruzione alla Camera dei Comuni, che investe della questione la camera dei Lords. Si riconosce colpevole (“Confesso chiaramente e ingenuamente che sono colpevole di corruzione”)[3] e rinuncia alla difesa per affidarsi alla clemenza dei Lords. Condannato al carcere nella Torre di Londra “finché fosse piaciuto al re” e a una forte multa, sconta pochi giorni di pena e non paga la multa per l’intervento del re a sua protezione. Si ritira a vita privata e si dedica interamente agli studi. Muore nel 1627.

Nella prefazione a Sull’interpretazione della natura[4] scrive che “nato per servire l’umanità” e indirizzato dalla nascita e dall’educazione alla vita pubblica, ma resosi conto, ormai avanti negli anni e malfermo in salute, che il suo zelo veniva scambiato per ambizione, allontanò da sé ogni altro pensiero e si dedicò interamente a promuovere la conoscenza della natura e il potere tecnico dell’uomo su di essa. “Fra i benefici che possono esser fatti all’umanità – scrive, infatti – non ne ho trovato nessuno che sia più meritorio della scoperta di cose nuove e del perfezionamento delle arti dalle quali viene migliorata la vita umana”.

Nel processo di formazione della scienza moderna e nella riflessione filosofica che l’accompagna, Bacone ha un ruolo di primo piano e si ritaglia un profilo molto originale, in polemica con l’aristotelismo, con la magia e, anche, con l’idea, allora vincente, che la natura sia scritta in caratteri matematici.

Considera il culto di Aristotele un gravissimo ostacolo all’affermazione di una nuova concezione del sapere, rivaluta le arti meccaniche ed esalta il carattere operativo del sapere, respinge il modo occulto di operare dei maghi e si batte per il carattere pubblico, aperto e collaborativo del sapere. Incerto sul copernicanesimo,[5] che gli appare troppo legato alla tradizione magico-ermetica e alla metafisica neoplatonica, considera l’idea galileiana della natura scritta in caratteri matematici un pregiudizio, un idolo pernicioso.[6]

In un breve e incompleto scritto del 1602, Temporis partus masculus, la polemica contro Aristotele apre una più ampia battaglia contro l’autorità degli antichi che ostacola la nascita di un buon rapporto con il mondo naturale e con quello della storia umana.

“Si chiami alla sbarra – scrive – Aristotele, il peggiore dei sofisti, stordito dalla sua propria inutile sottigliezza, vile ludibrio delle parole. Quando lo spirito umano, spinto per caso come da un vento favorevole verso una qualche verità, sembrava in essa riposarsi, costui osò imporre agli spiriti ostacoli gravissimi, osò mettere insieme una specie di arte dell’irragionevolezza e ci rese schiavi delle parole. Dal suo seno sono stati generati e hanno avuto nutrimento quei cavillosi chiacchieroni che, essendosi allontanati da ogni indagine mondana e dalla luce della storia e dei fatti, son giunti, con l’aiuto della duttile materia dei precetti e delle tesi di costui e grazie al perpetuo agitarsi del loro spirito, a porre di fronte a noi gli innumerevoli cavilli della Scolastica. E il loro dittatore, Aristotele, è tanto più colpevole proprio perché, essendosi volto alle aperte ricerche della storia, ne ha tratto gli oscuri idoli di una qualche sotterranea spelonca, e, sopra la storia dei fatti particolari, ha costruito certe ragnatele che egli presenta come cause mentre son prive di ogni consistenza e valore”.[7]

Ce n’è anche per Platone.

“Si chiami ora alla sbarra Platone, questo sfacciato cavillatore, questo gonfio poeta, questo delirante teologo. Certo tu, o Platone, mentre ricercavi non so quali dicerie filosofiche e le mettevi insieme alla meglio e simulavi la sapienza affettando ignoranza, e allettavi e indebolivi gli spiriti con vaghe induzioni, hai almeno avuto il merito di fornire argomenti per i discorsi che fanno a tavola i letterati e gli uomini colti e di aggiungere grazia e piacevolezza alle conversazioni quotidiane. Quando però asserisci falsamente che la verità è abitante nativo della mente umana e non viene dall’esterno, quando distogli le nostre menti dalle osservazioni della storia e delle cose, verso le quali invece non si è mai abbastanza rispettosi ed obbedienti, quando ci insegni a volgere all’interno gli occhi della mente e ad umiliarci davanti ai nostri idoli ciechi e confusi sotto il nome di contemplazione, allora tu commetti una colpa capitale. E inoltre, con un peccato non meno grave, hai fatto l’apoteosi della follia e hai osato puntellare i tuoi pensieri spregevoli con l’appoggio della religione”.[8]

Sistemati cosi i due pilastri della tradizione filosofica occidentale, Bacone fa i conti con Galeno, “uomo di spirito ristrettissimo, disertore dell’esperienza e difensore di cause vane”, e con i suoi “compagni ed alleati arabi”, rivelando la sua opinione decisamente negativa nei confronti della scienza e della filosofia arabe. Prende poi di mira gli alchimisti e Paracelso.

Non viene risparmiato neppure Ippocrate. “Quest’uomo sembra mantenere lo sguardo fisso all’esperienza, ma i suoi occhi non indagano e non scrutano: sono imbambolati e istupiditi. Poi, risollevatosi per un momento dalla stupefazione, costui tira fuori degli idoli, non gli idoli mostruosi delle grandi teorie, ma quelli più sottili ed eleganti che stanno alla superficie della scienza. Cibandosi di tali vanità, e da esse gonfiato, per metà sofista, protetto dalla brevità caratteristica del costume del suo tempo, egli sparge a suo piacimento oracoli di ogni genere … In realtà egli non fa altro che emettere pochi sofismi che si sottraggono alla confutazione per la loro brevità e ambiguità oppure ci regala, con alterigia, una serie di rimedi da contadini”.[9]

Nella critica a Cornelio Celso, che si avvicina molto alla dottrina di Ippocrate, “che non è malvagia quanto piuttosto inutile”, Bacone lo biasima perché “vuole introdurre una specie di limitazione morale ai progressi della scienza”.[10]

Completa questa critica radicale al passato una domanda retorica.

“Il tempo, come un fiume, non inghiottì forse tutte le cose solide e consistenti portando sino a noi solo quelle leggere e gonfie?”[11]

In La dignità e il progresso del sapere divino e umano indica tra gli errori l’idea che il tempo selezioni il meglio del sapere e ripete: “La verità è che il tempo sembra essere per sua natura simile a un fiume o torrente, che ci porta ciò che è leggero e gonfio, mentre fa calare a fondo e sommerge tutto quel ch’è solido e pesante”.[12]

Il tempo non è galantuomo. Ha travolto le opere degli antichi come Eraclito e Democrito che Bacone ammira.

“Le scienze – spiega in Pensieri e conclusioni sull’interpretazione della natura o sulla scienza operativa – nascono e maturano nei grandi ingegni, ma il loro riconoscimento è affidato al popolo o ai grandi o ad altre persone di modesta cultura. Per questo accade che si affermino solo le scoperte che sono adatte al giudizio popolare e al senso comune. Fu questo il caso della teoria di Democrito intorno agli atomi, che fu accolta con derisione perché troppo lontana dal senso comune.

In tal modo le più profonde speculazioni sulla natura, che appaiono inaccessibili ai sensi quanto la religione, possono sorgere ogni tanto, ma non molto tempo dopo (ove non siano confermate ed apprezzate per una loro particolare utilità: il che finora non è mai avvenuto) vengono smembrate e spente dal vento delle opinioni popolari perché il tempo è simile a un fiume che trasporta verso di noi le cose più gonfie e leggere e lascia affondare quelle più solide e pesanti”.[13]

Nella prefazione a La grande instaurazione aggiunge: “Per quanto siano varie le forme degli stati, uno solo è lo stato delle scienze e questo fu e sarà sempre democratico. E presso il popolo valgono al massimo grado le dottrine contenziose e pugnaci o quelle belle d’aspetto e vuote di sostanza, tali da costringere all’assenso o da sedurlo … Se anche talvolta sorsero speculazioni più alte, esse vennero presto travolte e soffocate dai venti delle opinioni volgari: in tal modo il Tempo, simile a un fiume, ha trasportato fino a noi le cose leggere e gonfie lasciando affondare quelle solide e gravi”.[14]

Bene, quindi, hanno fatto quegli antichissimi sapienti che hanno nascosto al volgo la loro sapienza mascherandola con allegorie e consegnandola ai miti.

La critica agli antichi e ai medievali, molto aspra nei primi scritti, continua in tutte le altre opere di Bacone, anche se la sua violenza si riduce.

L’idea degli umanisti di assumere a modello il mondo classico è insostenibile.

“La filosofia naturale che abbiamo ricevuto dai Greci può essere considerata come l’infanzia della scienza”.[15] Non si va a scuola dai bambini.

Un’era nuova si è aperta con la bussola, la polvere da sparo e la stampa: tre invenzioni, “ignote agli antichi e le cui origini restano ancora per noi oscure … hanno cambiato la faccia del mondo e le condizioni della vita sulla terra”.[16]

La cultura, però, non si è adeguata: ci vuole una battaglia culturale che sostituisca al culto dai libri del passato il contatto con le cose, un rapporto diretto con la natura, non compromesso dai tanti pregiudizi che affollano la mente umana.

“Sarebbe vergognoso – scrive – per noi se, ora che tutte le parti del mondo materiale, cioè le terre e i mari, sono completamente aperte e conosciute, i confini del mondo intellettuale restassero fermi alle scoperte e alle ristrette dottrine degli antichi”.[17]

Un grave limite della vecchia cultura è il suo atteggiamento contemplativo, non operativo, non teso al dominio della natura, ma solo alla descrizione e all’ammirazione del suo ordine.

A differenza degli antichi, i maghi e gli alchimisti intervengono sulle cose, le manipolano, ma lo fanno nella segretezza e mirando più a stupire che a promuovere il bene dell’umanità. Mancano di metodo, di pazienza e di umiltà. Prendono d’assalto la natura a colpi di genio individuale invece di organizzarsi per studiarne l’ordine e le leggi.

Bisogna promuovere uno spirito nuovo: se tre invenzioni tecniche, dovute al caso e alla genialità di singole persone, hanno cambiato il corso della storia, l’affermarsi di una mentalità adeguata ai tempi nuovi può far diventare adulta la scienza e aprire un’era felice. Se gli uomini si metteranno a fare ricerca “non a sbalzi e frettolosamente, ma in modo metodico e sistematico, si realizzeranno scoperte ben più grandi”.[18]

Non è questione di genialità ma di metodo. Si tratta di aprire una via nuova alla ricerca: “Uno zoppo che segue la via giusta arriva … prima di un corridore che segue la strada sbagliata; … quanto più il genio di un uomo è potente, tanto più precipita e si perde nei labirinti e negli abissi dell’immaginazione, se si allontana troppo presto dalla luce della natura, cioè dalla storia e dall’evidenza delle cose particolari”.[19]

Si deve mirare a “quella scoperta che contiene in sé, come potenza, tutte le altre scoperte particolari ed apre allo spirito umano le vie di un diretto e sicuro accesso a nuove e ulteriori invenzioni”. Bisogna scoprire “un modo migliore e più perfetto di usare ed applicare l’intelletto umano. Questa scoperta sarebbe senza alcun dubbio il più nobile, il veramente maschio parto del tempo”.[20]

Bacone insiste sulla necessità di organizzare la ricerca, di renderla pubblica, di sostenerla con istituzioni adatte e con l’interessamento del potere politico. Condensa questo suo orientamento in un’opera rimasta incompiuta, La nuova Atlantide, nella quale delinea l’utopia di un mondo umano giusto e felice, in cui la liberazione dell’uomo dai mali e dalle ingiustizie è realizzato dalla scienza e dalla tecnica al servizio degli ideali della fratellanza.

La scienza, infatti, scrive nella prefazione a La grande instaurazione, va praticata “in spirito di carità”, a beneficio di tutta l’umanità. E, “in fatto di carità non si può peccare per eccesso”.[21]

Bacone si muove con slancio quasi religioso, come un profeta del nuovo sapere. I molti errori del passato non lo scoraggiano: “La speranza più certa – scrive – nasce proprio dagli errori del passato, perché … dall’abbandono dei vecchi errori … deriverà un cambiamento grandissimo. Se gli uomini avessero sempre seguito, per tanto tempo, la via giusta senza tuttavia progredire, non ci sarebbe più nessuna speranza; perché allora sarebbe chiaro che la difficoltà è nella materia e nell’argomento, cioè nell’oscurità delle cose (che sfugge al nostro controllo), e non negli strumenti, cioè la mente umana e il suo esercizio (che dipendono invece da noi). E’ chiaro invece che la via non è ostruita da un qualche ostacolo insuperabile, ma va in una direzione non ancora battuta dai piedi dell’uomo: potrà intimorirci la solitudine, ma non ci sono altre minacce. Infine, anche se da questo nuovo continente spirasse un’aura di speranza ancora più debole e leggera, dovremmo egualmente tentare la prova. Non tentare costituisce infatti un pericolo maggiore che tentare e fallire. Il mancato tentativo rappresenta la perdita di un bene immenso, il fallimento solo quella di un trascurabile sforzo”.[22]

Bacone usa qui, per promuovere la fede nella scienza nuova, un argomento che Pascal userà, qualche decennio dopo, nella sua celeberrima scommessa: lavorare come se la scienza nuova fosse possibile è, per Bacone, oltremodo ragionevole, così, come per Pascal, è molto sensato vivere come se Dio esistesse, perché in entrambi i casi il guadagno possibile è enorme, mentre un’improbabile perdita verrebbe a costare assai poco.

Torino 5 dicembre 2011

                                                                                Giuseppe Bailone

[1] Francesco Bacone, Pensieri e conclusioni sull’interpretazione della natura o sulla scienza operativa, in Scritti filosofici, Utet, 2009, p. 389.

[2] Verulamio è il nome di un’antica città romana sulle cui rovine sorge St Albans.
[3] Lettere, VII, 252.
[4] Alle pp. 126-128 degli Scritti filosofici, Utet, 2009.
[5] In La confutazione delle filosofie scrive: “In astronomia le testimonianze dei fenomeni celesti sono equivalenti sia per coloro che sostengono la rotazione della terra sia per coloro che aderiscono all’ipotesi tradizionale, e i calcoli delle tavole astronomiche corrispondono egualmente ad ambedue le teorie” (a p. 420 degli Scritti filosofici, Utet 2009).

Nel valutare l’incomprensione del copernicanesimo di Bacone, si tenga presente che questa posizione si riscontra anche in personaggi come Gilbert, Mersenne, Gassendi e Pascal.  Bacone aveva ventiquattro anni quando il copernicanesimo veniva difeso in Inghilterra da Giordano Bruno in accanita polemica con gli ambienti universitari: di Bruno egli scrive, ormai sessantenne, una sola volta, come di “uno di quei filosofi che si fabbricano ad arbitrio i soggetti dei loro mondi, come se fossero altrettante favole e salgono l’uno dopo l’altro sulla scena” (citato dall’introduzione di Paolo Rossi, a pag. 30, agli Scritti filosofici, Utet 2009).

[6] “Non abbiamo ancora una filosofia naturale pura, quella di cui disponiamo è infetta e corrotta: dalla logica nella scuola di Aristotele; dalla teologia naturale nella scuola di Platone; dalla matematica nella seconda scuola di Platone, di Proclo e di altri; e la matematica deve concludere, non generare e procreare la filosofia naturale” (Aforisma XCVI, p. 608).

[7] Il parto maschio del tempo, in Scritti filosofici, Utet 2009, pp.108-109.
[8] Ib. pp. 108-109.
[9] Ib. pp. 114-115.
[10] Ib. p. 115. “Probabile il riferimento alle critiche avanzate da Celso contro l’impiego dei cadaveri dei condannati per la vivisezione” (nota 23 di Paolo Rossi).

[11] Ib. p. 115.

[12] A p. 164 di Scritti filosofici, Utet 2009.

[13] In Scritti filosofici, Utet, 2009, pp. 373-374.

[14] In Scritti filosofici, Utet, 2009, p. 523. La similitudine del tempo come un fiume ritorna più volte nelle pagine di Bacone, ad es.nell’aforisma LXXI a p. 583.

[15] Ib. p. 376. In La confutazione delle filosofie scrive: “I Greci furono eterni fanciulli non soltanto nella storia e nella loro conoscenza del passato, ma soprattutto nello studio della natura … i nostri tempi hanno il vantaggio di usufruire di quasi duemila anni di avvenimenti e di esperienze e della conoscenza di due terzi della superficie terrestre” (pp. 410-411).

[16] Ib. p. 390.
[17] La confutazione delle filosofie, in Scritti filosofici, Utet 2009, p.436. Lo stesso concetto espresso con le stesse parole si trova nell’aforisma LXXXIV, a p. 595.

[18] Pensieri e conclusioni sull’interpretazione della natura o sulla scienza operativa, in Scritti filosofici, Utet, 2009, p. 393.

[19] La confutazione delle filosofie, in Scritti filosofici, Utet 2009, p. 421. Questa similitudine, ricorrente nelle pagine di Bacone (ad es. nell’aforisma LXI a p. 572), c’è in Seneca (De vita beata, I,1) e in Agostino (Sermoni, 169) ed è ripresa da Cartesio (Discorso sul metodo, I,1).

[20] Pensieri e conclusioni sull’interpretazione della natura o sulla scienza operativa, in Scritti filosofici, Utet, 2009, pp. 388-389.

[21] Ib. p. 529.
[22] Ib. p. 396. L’idea che gli errori del passato siano un forte motivo di speranza è ripresa nell’aforisma XCIV, a p. 606; e la scommessa ritorna nell’aforisma CXIV a p. 619.

Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia, BACONEultima modifica: 2011-12-06T16:50:28+01:00da mangano1
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