Giuseppe Muraca, L’astuzia delle passioni di Piergiorgio Bellocchio

Giuseppe Muraca, L’astuzia delle passioni di Piergiorgio Bellocchio

da Utopisti ed eretici nella lettweratura italiana contemporanea, Rubbettino editore

 

 

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1. Quando alla fine degli anni ottanta Piergiorgio Bellocchio ha pubblicato Dalla parte del torto per molti è stata una sorpresa, una rivelazione: ad esempio, tra i giovani lettori del libro quanti conoscevano la singolare esperienza politico-culturale dei <<Quaderni piacentini>>, la rivista che lui insieme a Grazia Cherchi aveva fondato nel 1962 e che era diventata nel giro di pochi anni il principale punto di riferimento della nuova sinistra italiana? Nel ’66 Bellocchio aveva sì pubblicato il volume di racconti I piacevoli servi , però quello era rimasto per più di vent’anni il suo unico libro, e chi lo conosceva e lo aveva frequentato si era abituato a questa lunga pausa. Se ciò a prima vista può destare meraviglia in realtà si giustifica col fatto che lo scrittore di Piacenza ha ben poco del tipico intellettuale alla moda, delle vedettes della cultura che fanno a gomitate per farsi notare e affollano le giurie dei premi letterari, le redazioni radiotelevisive, dei giornali e delle case editrici. In fin dei conti ancora oggi lui ama considerarsi un dilettante, un “testimone secondario” (secondo una calzante definizione di Cesare Cases che ha fatto sua), e non per semplice vezzo bensì per un desiderio congenito di tenersi lontano dalle risse e dal blà blà, di lavorare ai margini o fuori dai grandi circuiti culturali. Però dopo Dalla parte del torto ed Eventualmente egli ha avvertito sempre di più l’esigenza di <<mettere un po’ di ordine tra le proprie cose>>, si è sentito quasi in dovere di <<fornire al lettore>> i suoi <<precedenti>> di scrittore e saggista, e di archiviarli. E’ nato così L’astuzia delle passioni, pubblicato dopo rinvii e incertezze di vario genere; una sorta di “diario in pubblico” che raccoglie i testi più significativi scritti e pubblicati dal 1962 al 1983, cioè nel corso di un ventennio cruciale della nostra storia repubblicana. Non a caso il libro si presta a rappresentare in maniera esemplare non solo il percorso intellettuale, lo sviluppo del pensiero del suo autore ma anche la parabola di una generazione di intellettuali militanti che ha cercato di rinnovare radicalmente la cultura e la politica della sinistra tradizionale e che ha vissuto con profonda partecipazione e con grande passione etica e politica contraddizioni, ideali, valori ed eventi collettivi di grande rilevanza: la genesi e lo sviluppo della nuova sinistra, il ’68 e l’autunno caldo, le speranze rivoluzionarie, gli orrori del terrorismo, il fallimento della nuova sinistra e le cocenti delusioni che sono seguite.

2. Bellocchio ha raggruppato gli articoli in due parti. Nella prima è stata inclusa gran parte dei testi usciti sui <<Quaderni piacentini>> ed è intitolata Il franco tiratore, in omaggio ad una delle rubriche più originali e più lette pubblicata sulla rivista, con poche interruzioni, fino al 1968. Sono per lo più brevi note di critica culturale e di costume, stroncature, recensioni letterarie e cinematografiche, scritte con la massima libertà e con il proposito di fare opera di contro-informazione, in uno stile aggressivo e tagliente, spesso ironico e sarcastico, dove si prendono di mira i miti e i valori dominanti, l’inadeguatezza della morale conformista e di un cattolicesimo bigotto, l’edonismo della società del benessere con la sua logica produttivistica e consumistica, i vizi, l’incoerenza e il malcostume di una certa intellighenzjia (specialmente di sinistra) integrata nel sistema e asservita all’industria culturale, il moderatismo e i mostri sacri della “sinistra rispettosa”.
In quegli anni Bellocchio partecipa alla cultura del marxismo critico, eterodosso (influenzato da personalità come Gobetti, Gramsci, Vittorini, Fortini, Adorno…) e la sua attività polemica è animata da una profonda tensione morale e da un’esigenza di radicale rinnovamento ideale e politico. Ecco, ad esempio, che cosa afferma in uno dei primi scritti:

Guardiamoci intorno e non vedremo che gente che vive e ragiona solo in termini di lavoro e ferie: produrre col massimo profitto per poterci permettere un tempo libero più rilassante e privo di pensieri il quale ci rimetterà in forma onde riprendere il lavoro col massimo profitto […]. Questa civiltà non può che essere “razzista”, il razzismo le è connaturato e indispensabile. La sempre più vasta ed efficace assistenza che daremo ai malati, ai vecchi, ai pazzi, ai deformi, ai moribondi non è affatto antitetica allo sterminio sistematico usato dai nazisti, è solo un metodo di eliminazione meno brutale e più ipocrita che ci permette di espellere dolcemente dalla nostra vita tutto ciò che disturba la nostra produttività e il nostro relax, tutto ciò che è difforme, eccezionale, problematico, difficile, inquietante.
Costruiremo sempre più ospedali, cliniche psichiatriche, gerontocomi, istituti di rieducazione, e sempre maggiore sarà il numero di coloro che vi confineremo. Senza bisogno di usare violenza: noi stessi ci andremo spontaneamente quando sarà il caso. Segregheremo prontamente, uccideremo quella parte di noi che nuocerà alla nostra produttività e al nostro relax. E la nostra vita diventerà sempre più comoda e ottusa e “felice”: la clinica ci regalerà la pillola adatta per ogni minimo caso di dolore fisico e psichico, la psicanalisi le formule in cui catalogare ogni nostro pensiero, avremo libri da leggere scritti da macchine elettroniche e altre macchine elettroniche ci forniranno le chiavi per capirli. Moriremo in aereo senza accorgercene oppure nel letto di una clinica (senza che ce ne accorgessimo saranno morti i nostri genitori, i nostri amici), soli (perché la produttività e il relax dei nostri figli, dei nostri amici ne sarebbero disturbati), così ben imbottiti di morfina da non accorgerci di nulla né che siamo soli né che stiamo morendo. Né che la nostra vita è stata uccisa ben prima della sua morte fisica. Il rispetto della vita altrui comincia da quello che abbiamo per la nostra.

Abbiamo citato abbondantemente perché si tratta di uno dei testi più singolari e tipici della produzione di Bellocchio in cui viene denunciata la logica del sistema capitalistico, il modus vivendi della società opulenta, mediante uno stile crudo e intriso da risentimento e amarezza.
In questi corsivi vengono infatti affrontati, in maniera inusuale e anticonformista, temi e problematiche (parecchie delle quali ancora attuali) di grande importanza che non godevano però di molta attenzione e considerazione da parte della stampa di regime e della sinistra “ufficiale”. Così si passa da Il suicidio di Marylin (Monroe) al già citato Il caso Vandeput: la morale in crisi, da Postille al caso Ward-Profumo a Baruffe di servi (sul Premio Viareggio), che provocò il risentimento e la vivace reazione di Moravia e Pasolini, da Una morte postuma (sulla fine de <<Il Mondo>> di Pannunzio) a La licenza di uccidere ecc.
E’ questo il primo periodo dell’attività di Bellocchio (e del gruppo dei <<Quaderni piacentini>>), la fase dell’incubazione della nuova sinistra, di maggiore incisività, problematicità e apertura, con una critica a volte illuminante e anticipatrice. Però con l’esplosione dei movimenti di massa della fine degli anni sessanta la ricerca di Bellocchio risente, a mio avviso, di quel clima politico-culturale che si è andato via via affermando nel corso delle lotte studentesche e operaie: il campo di intervento in un certo senso si restringe e le questioni, le idee, le opere e gli avvenimenti vengono affrontati e interpretati in chiave prettamente ideologica, mentre la “cultura” viene confusa con la “teoria” e viene posta al servizio dell’azione politica, anche se, a ben guardare, il discorso di Bellocchio (come della maggior parte dei collaboratori della rivista) si differenzia sostanzialmente da quel contesto generale, conservando una sua singolare autonomia, una forte indipendenza nel giudizio e nella riflessione. Infatti, se da una parte egli continua a non risparmiare frecciate e critiche alla sinistra ufficiale dall’altro lato non manca di prendere le distanze dall’estremismo ideologico, dal settarismo e dal dogmatismo delle frange meno irriducibili della contestazione e dei gruppi extraparlamentari. E per quest’ultimo aspetto sono da vedere il corsivo I rischi inutili e i veri compiti, dove si denuncia il pericolo che “giocare alla rivoluzione” diventi di moda, il gusto della violenza per la violenza e la ricerca dello scontro inutile con la polizia, e l’articolo Santità e competenza, dedicato alla singolare figura del dottor Bethune, in cui viene criticata aspramente l’ideologia del primato della politica, del suicidio dell’intellettuale tipico del <<maoismo>> e del <<guevarismo caricaturali correnti per cui gli unici compiti rivoluzionari sarebbero predicare e operare>> . Ciò che viene delineata è, insomma, una sorta di terza via tra riformismo ed estremismo.
Si tratta comunque della fase meno significativa e “invecchiata” (proprio perché direttamente politica) dell’attività intellettuale di Bellocchio dove si nota una certa superficialità e faciloneria in certi giudizi e nella stesura dei testi, sebbene non manchino anche qui articoli di un certo interesse, come, ad esempio, L’ultima speranza, Omaggio a <<Quindici>>, che stronca senza mezzi termini e con sarcasmo l’ultima impresa culturale dei rappresentanti del gruppo ’63, il pezzo abbastanza singolare su Aldo Braibanti, un insegnante che nel 1968 è stato condannato a nove anni di carcere perché omosessuale, panteista e anarchico, o, ancora, L’autobiografia di un proletario (su Sante Notarnicola), del 1973.
Intanto Bellocchio aveva da poco iniziato a collaborare con l’editore Garzanti (è il suo primo lavoro retribuito) scrivendo “voci” per l’Enciclopedia della letteratura (1972) e per l’Enciclopedia europea (1976) e prefazioni a opere di Stendhal, Dickens e Casanova, mentre va via via pubblicando sulla rivista piacentina alcuni dei testi più compatti e complessi della sua intera attività di saggista, che non a caso segnano, con i primi segnali di crisi dei movimenti di massa, un ritorno agli interessi letterari e cinematografici: Boll e il romanzo, L’itinerario poetico di Raboni, A proposito di Barry Lyndon (il film di Stanley Kubrick, uno dei registi più amati: si ricordi che sul Dottor Stranamore aveva scritto nel ’64 la sua prima importante recensione) e infine Riflessioni ad alta voce su terrorismo e potere, che, per ironia della sorte, apre l’ultimo numero della prima serie dei <<Quaderni piacentini>> (la seconda serie della rivista, durata fino alla fine del 1984, verrà pubblicata dall’editore milanese Franco Angeli e sarà diretta soltanto formalmente da Bellocchio). In quest’ultimo saggio, che rappresenta il massimo sforzo di riflessione etica e politica compiuta fino a quel momento dallo scrittore di Piacenza, viene fatto un esame severo e inclemente del decennio appena trascorso, dei vizi, dell’ottusità e degli errori della sinistra vecchia e nuova, mentre vengono denunciate la corruzione, l’inamovibilità, l’irresponsabilità e l’impunità della classe dirigente e posto in risalto il distacco dei cittadini dal potere politico e dalle istituzioni della Repubblica. Contro l’accusa di essere all’origine di tutti i mali Bellocchio difende il grande valore politico e ideale del ’68 e afferma che il terrorismo può essere sconfitto non con l’autoritarismo e il regime poliziesco bensì rimuovendo le vere cause del fenomeno: la degradazione politica e sociale, la disoccupazione, l’emarginazione, l’isolamento ecc. Insomma nel saggio si fa una radiografia impietosa dello stato dell’Italia, minata da un malessere profondo e insanabile, e in quelle parole si avverte una profonda amarezza per la sconfitta e il fallimento di una fondamentale e irripetibile esperienza politica, morale e culturale (la nuova sinistra, il ’68) che aveva coinvolto e impegnato un’intera generazione, il senso della fine di un’epoca e di una profonda crisi dei valori. Non a caso questo saggio conclude il primo periodo dell’attività intellettuale di Bellocchio e contemporaneamente anticipa idee, opinioni e sentimenti che saranno espressi e sviluppati nella fase successiva.

La seconda sezione del libro s’intitola L’offesa superflua (dal testo omonimo che prende spunto dai Minima Moralia di Adorno) e comprende i testi dei primi anni ottanta, pubblicati in vari periodici. Dopo la conclusione dell’esperienza della prima serie dei <<Quaderni piacentini>> Bellocchio inizia nel 1980 a collaborare a <<Panorama>>, un po’ per <<ragioni alimentari>> e un po’ <<incuriosito e tentato da un pubblico diverso, più vasto e indifferenziato>>, però, come avverte lui stesso, <<presto mi fu chiara la totale inutilità della mia collaborazione. Qualunque cosa tu scriva, perde il suo originale significato per confondersi nel contesto. In teoria lo sapevo già, ora ne avevo la materiale, sensibile conferma>>.
Questi articoli segnano, per molti versi, l’inizio di una nuova fase dell’attività intellettuale di Piergiorgio Bellocchio, con la manifestazione di “nuova” visione ideale e politica, della vita e del mondo. Con la crisi della sinistra vecchia e nuova e l’esaurirsi dei movimenti sociali di massa nella seconda metà degli anni settanta anche in Italia si afferma progressivamente un modello di società totalmente integrata, omologata e autoritaria in cui vengono annullate tutte le differenze e le contraddizioni politiche: è il trionfo del mercato, del consumismo, della telecrazia e dell’edonismo di massa. Bellocchio è uno dei primi a capirne e a denunciarne gli effetti devastanti, le disastrose conseguenze e implicazioni sul piano della cultura, dei comportamenti e dei costumi degli italiani. Per lui la società attuale è segnata da sempre più gravi ingiustizie e malessere però non presenta possibilità di riscatto e di trasformazione radicale. Di qui la sua sfiducia, il suo pessimismo; un pessimismo attivo lucido antagonista, però, che testimonia, contro l’offesa continua, la necessità di salvare i valori positivi, l’integrità dell’uomo. Delusione, amarezza, senso di solitudine, sdegno morale: sono infatti questi i sentimenti che animano i testi de L’offesa superflua che si traducono sulla pagina in un acceso furore polemico e in una rara e intensa passione civile.
In queste brevi riflessioni e meditazioni Bellocchio riprende, per molti versi, i modi dei corsivi dei primi anni sessanta, ma con una maggiore consapevolezza e lucidità, con una superiore padronanza della scrittura, mentre lo stile assume nei vari articoli movenze e tonalità differenti. Così, per fare qualche esempio, si va dalla pacata ma ferma denuncia di Il camion assassino, all’ironica stroncatura di Facile, semplice, quasi banale, dalla dura e risentita requisitoria di L’offesa superflua e di L’otto settembre alla dissacrante e gustosa farsa di Il Nobel a Borges, per favore!. Insomma, nella loro singolare esemplarità questi testi esprimono un netto e categorico rifiuto dei valori correnti, dell’insensatezza e degli orrori della nostra vita quotidiana (ridotta a “merda”), del conformismo e dell’opportunismo della nostra “classe media”, della cieca follia, della pavidità, dell’insipienza e irresponsabilità dei ceti dirigenti italiani di ieri e di oggi.
Chiude il volume il bellissimo Down and out (da leggere accanto ai due brevi testi su Céline), un saggio del 1983 sull’opera di George Orwell, in cui Bellocchio difende l’autore di 1984 dai suoi critici, esaltandone la lucidità (il suo “senso storico”), l’integrità e la coerenza morale e intellettuale, la grandezza di scrittore. Bellocchio giudica molto severamente il comunismo e la qualità dell’impegno politico di gran parte degli intellettuali negli anni trenta e quaranta. Secondo lui per <<trovare intelligenza e passione all’altezza dei tempi, coscienza dell’entità della posta in gioco, dobbiamo rivolgerci ad alcune figure di isolati, di outsider, di inclassificabili>> come <<Simone Weil, Bernanos, Céline, Orwell e pochissimi altri>>. Ma, già a una prima lettura, appare chiaro che Down and out non è soltanto un saggio su Orwell, è anche (e forse principalmente) un’accorata, tormentata e pessimistica riflessione su una fase storico-politica ormai tramontata, sulla propria fallimentare esperienza politica e sulla propria condizione di intellettuale isolato, squattrinato e senza futuro, “senza arte né parte”.
Negli articoli di L’offesa superflua Bellocchio procede verso una revisione, un graduale superamento dell’estremismo ideologico che aveva caratterizzato la sua precedente attività, in special modo negli anni della contestazione. Questa nuova fase dopo qualche anno culminerà nella singolare esperienza della rivista <<Diario>>, scritta e pubblicata insieme ad Alfonso Berardinelli nel più completo isolamento.

3. Dalla parte del torto è stato un “piccolo” evento editoriale della fine degli anni ottanta, un caso assai raro e inusuale nel panorama culturale italiano, per un libro così fatto. Ma leggendolo ci si avvede subito che si tratta di uno dei libri più belli e più singolari scritti e pubblicati nel corso di quel decennio, sia per la forma e l’intensità della scrittura e sia per la coerenza e il vigore morale del suo messaggio critico e polemico. Sta di fatto che la relativa e meritata fortuna di critica e di pubblico ha permesso che venisse meglio conosciuta l’attività politico-culturale dello scrittore piacentino richiamando l’attenzione sulla sua precedenza attività.
In questo libro Bellocchio ha raccolto gran parte dei testi già pubblicati dal 1985 al 1989 sulla rivista <<Diario>>, nata dalla

esigenza di creare uno strumento di comunicazione libero da ogni condizionamento, indenne dal rumore della chiacchiera culturale, della pubblicità, dei falsi specialismi. Una rivista necessariamente povera, che esce quando ha qualcosa da dire, che non deve niente a nessuno, totalmente autogestita. <<Diario>> non ha voluto né vuole essere altro se non un luogo dove la parola non perda il proprio significato, dove appunto chi scrive sia preso in parola. Una rivista che non è proprio una rivista ma una specie di opera a puntate di due autori: Alfonso Berardinelli ed io. Tornando a parlare a pochi lettori, quasi cercandoli uno per uno, mi sono convinto che quanto andavo scrivendo riacquistasse senso ed efficacia.

Il rifiuto dei mezzi e dei metodi dell’industria culturale e l’invenzione di strumenti culturali alternativi, cioè la scelta della “forma umile” del <<diario>> e della rivista “povera” e artigianale, nascevano dalla volontà di distinguersi dal (e di contrapporsi al) al contesto politico-culturale, dal bisogno e dalla fiducia di poter sottrarre il proprio lavoro alle leggi del mercato e del “Grande Varietà Culturale”, al processo di omologazione, di manipolazione e di mercificazione, di rompere l’isolamento e di dare forza ed efficacia alle proprie idee e alle proprie parole, di incidere sul sistema sociale e culturale.
In questo libro Bellocchio prosegue l’attività di polemista e di critico militante collegandosi, in maniera particolare, sul piano tematico, stilistico e ideale, al discorso avviato agli inizi degli anni ottanta, ma con una differenza sostanziale: non più articoli giornalistici bensì aforismi, epigrammi, scketch, note di costume, pagine di diario, raccontini, citazioni, brevi articoli, saggi, ecc., che si pongono tra <<la satira>> e la <<critica militante>> e che si susseguono senza un ordine prestabilito ma che nell’insieme compongono un mosaico abbastanza organico ed omogeneo. La prosa nitida e smagliante assume nei vari testi movenze diverse, assumendo ora il tono aspro dell’invettiva e della denuncia, ora quello corrosivo sferzante della satira e della parodia, ora quello risentito e amaro della rievocazione autobiografica ed ora quello più disteso e pacato della riflessione filosofica, estetica o morale. Per tutti questi motivi il libro di Bellocchio rimane, per molti versi, estraneo ai canoni della letteratura italiana contemporanea e può essere tutt’al più avvicinato ad alcuni modelli del pensiero critico contemporaneo: allo Zibaldone leopardiano, agli “scritti corsari” e “luterani” di Pasolini, agli aforismi di un Kraus e di un Adorno, ai pamphlet di Céline, al Diario di lavoro di Brecht (è proprio una nota dello scrittore del periodo americano a dare lo spunto allo scrittore piacentino per il titolo del suo libro) o ai Quaderni di Simone Weil. Bellocchio è infatti un moralista antisistematico che sviluppa la sua “filosofia” non in maniera organica bensì in una serie di spunti, di frammenti, di brevi riflessioni e illuminazioni.
L’esperienza di <<Diario>> (e quindi di Dalla parte del torto) affonda le radici nella crisi degli anni ottanta ed è ispirata ad una sorta di “pessimismo radicale”, ad un programma, seppur minimo, di critica delle ideologie e della politica, ben evidenziati sin dai primi testi del libro:

Limitare il disonore. Un obiettivo che vent’anni fa avrei trovato ripugnante e assurdo, in quanto onore e disonore non sono graduabili. E in effetti si tratta di un proposito ben misero, una guitteria morale, una trovata da servo di commedia. Ma quand’ero giovane non potevo ipotizzare un fallimento di queste proporzioni. Se allora immaginavo il peggio, era la sconfitta politica per opera della controrivoluzione, e si manifestava nella reazione, che per quanto spietata (e proprio per questo), garantiva ai vinti l’onore dell’esilio, della prigione e, al meglio, la gloria del patibolo. Il destino è stato derisorio. Nessuno vuole ucciderti. La reazione quotidiana di offese che patisci proviene da istituzioni e da persone animate dalle migliori intenzioni, e il trattamento a te riservato è più o meno lo stesso che tocca alla stragrande maggioranza della razza occidentale, che pare trovarsene bene. Per cui corri sempre il rischio di apparire (anche a te stesso) paranoico, snob, o semplicemente ridicolo.
Così per un po’ subisci facendo finta di nulla, eviti le occasioni, giri al largo, e ogni tanto reagisci. In altre parole, dopo aver incassato trenta o quaranta colpi, ti rintani in qualche angolo o buco, dandoti per morto per evitarne altrettanti. Poi rimetti fuori la testa. Giusto il tempo di buscarne sette o otto. Allora ti scuoti: pari un colpo o due e replichi a tua volta con due o tre colpi, che nei migliore dei casi suscitano qualche curiosità (mai simpatia o solidarietà), nel peggiore deplorazione, ma per lo più non vengono neppure avvertiti. Serve comunque a restituirti per un momento un po’ di rispetto per te stesso, sì che neppure senti i colpi che continuano a pioverti addosso. Guadagni, come dire, un po’ di tempo. E si ricomincia. Questo intendo: per limitare il disonore.

Questo senso di solitudine, d’amarezza e d’impotenza sono la spia di una profonda crisi d’identità, di una delusione politica e morale. In una società totalmente integrata, dove gli spazi di libertà e di autonomia sono ridotti praticamente a zero, all’intellettuale che non vuole scendere a compromessi con il potere, che rifiuta di adeguarsi al nuovo ordine sociale e politico non rimane che mettersi <<dalla parte del torto>> e <<limitare il disonore>>. E il singolare e tanto discusso epigramma <<Taci, il nemico non ti ascolta>> deve essere interpretato come un’ulteriore conferma di una visione della realtà e della vita estremamente pessimistica, di una condizione oggettiva che Bellocchio considera senza vie di uscita e prospettive. Infatti, il tracollo della nuova sinistra (dell’intera sinistra) e dei movimenti di massa, è stato vissuto dallo scrittore piacentino come un vero e proprio fallimento, come un evento traumatico, la fine di un’epoca e il tramonto di qualsiasi progetto di radicale cambiamento politico e sociale. Forse nessun altro scrittore italiano ha saputo esprimere con pari intensità di Bellocchio, con la stessa passione e tensione etica e civile l’amarezza, il disincanto e il risentimento della generazione degli sconfitti e dei perdenti. Crollati gli ideali, i valori e le illusioni che avevano alimentato e animato la sua giovinezza, Bellocchio non si considera più parte di un gruppo, di un partito o di una comunità, bensì uno sradicato, un esiliato, un <<corpo estraneo>>, al pari di Totò, <<vestito da soldato napoleonico [che] irrompe per sbaglio nello studio dove si sta girando un film ambientato nella Roma imperiale>>.
Questo senso di solitudine e d’impotenza, di avvilimento e di sfiducia è particolarmente marcato nei primi testi del libro. Però, con l’andare del tempo, Bellocchio pian piano <<riscopre il gusto di scrivere e di polemizzare, riscopre persino il senso di quanto ha fatto e ha ancora voglia di fare, riscopre, “nonostante tutto”, “l’amore della vita”, più forte di qualsiasi tentazione di lasciar perdere e arrendersi>>. Insomma, egli recupera non solo la fiducia in se stesso ma anche la certezza di essere “dalla parte della ragione”, operando una tagliente demistificazione e una dissacrazione di tutti i luoghi comuni e le pseudo-verità. Infatti, Dalla parte del torto deve essere considerato innanzitutto una feroce ed irriverente requisitoria contro i “dorati” anni ottanta, la “società dello spettacolo” e la civiltà dei consumi, di cui vengono denunciati gli effetti devastanti sulla mentalità, la cultura e il costume degli italiani (Bellocchio arriva persino a fare la parodia del linguaggio pubblicitario).
Per lo scrittore piacentino negli anni ottanta la

società totale è un fatto compiuto. Nessuno vuol far più nulla in proprio. Tutti lavorano, si divertono e lottano collettivamente: partiti, gruppi, associazioni, settori, categorie, fasce di reddito, scaglioni, cooperative, corporazioni, livelli, cartelli, consorzi, consigli, aggregazioni, correnti, chiese, leghe, confraternite, giunte, confederazioni, coordinamenti, club, tifoserie, commissioni, comitati, comitive, condominii… Tutti partecipano con fervore pro quota, societariamente, sindacalmente, assemblearmente, telefonicamente, via satellite…

Il mondo è diventato un <<immenso parco divertimenti […], ottuso, fragoroso, luccicante>> , e il degrado ha raggiunto un tale livello che alla vita non viene dato più alcun peso. Gli unici valori che contano sono quelli propagandati dal potere: <<grinta, piaceri, efficienza, soldi, successo>>. Anche se ci sarebbe più di un motivo per ribellarsi a questo ordinamento sociale, economico e politico, nessuno ha più voglia di cambiare: la gente si è assuefatta a questo regime di sovrabbondanza, ha perso la capacità di reagire, anzi sembra ben disposta a subire senza battere ciglio la dose quotidiana di torti e di ingiustizie, vive in una condizione di ipnosi e di aberrante sazietà. Le parole d’ordine sono: <<laicismo, aperturismo, pluralismo, liberismo>>. La borghesia (che non è mai stata peggiore) <<flirta con le idee della sinistra>> , mentre l’opposizione richiama i cittadini al “senso di responsabilità”, si è adeguata, partecipa agli utili, e il sistema partitocratico è diventato <<di gran lunga la maggiore industria del paese […], solo un gigantesco racket >>. In questa situazione qualsiasi tentativo di ribellione organizzato dalla <<classe dei salariati, dei sottoproletari, degli emarginati, degli esclusi>> verrebbe schiacciato <<facilmente dalla superiorità numerica e di mezzi della grande classe media unificata>>, che non sarebbe disposta a mettere in discussione se stessa, a fare a meno dei privilegi e delle comodità conquistati e dell’ingente quantità di beni che il capitalismo consumistico mette a disposizione. E’

un esercito formato da milioni di burocrati, industriali, liberi professionisti, commercianti, agenti, concessionari, assessori, sottosegretari, consulenti, appaltatori, faccendieri, esattori, designer, promotori, pubblicitari, giornalisti, programmatori, assicuratori, stilisti, estetisti, operatori di borsa, operatori sanitari, operatori di volo, operatori artistici, operatori sportivi, operatori turistici…

Ma la novità e la singolarità del libro non dipendono tanto dall’aspetto tematico, dalla sua intensa carica polemica, etica e ideale, bensì dallo stile e dalla struttura dei vari testi, cioè dal <<modo che ha l’autore di parlarne tra prosa saggistica e invenzione narrativa, tra sdegnata requisitoria e gusto della caricatura che rappresenta la cifra preziosa e unica delle sue pagine>> , anche se non bisogna dimenticare, ovviamente, che i vari aspetti sono indissolubilmente legati.
Pochi scrittori contemporanei conoscono come Bellocchio i segreti della lingua. Abbiamo già citato alcuni “saggi” della sua singolare ars combinatoria che utilizza procedimenti diversi, che spesso trasgrediscono la norma linguistica, con l’uso della tecnica del montaggio, della enumerazione e della deformazione. Il libro è quindi abbastanza ibrido, composto di testi appartenenti a generi e a stili diversi. C’è una vena funambolica, farsesca e satirica, alla quale appartengono, ad esempio, la gustosa stroncatura del romanzo di Umberto Eco il Nome della rosa, definito sarcasticamente la <<Zuppa Medioevale>> (Un’eco è un’eco è un’eco è un’eco…), le parole al cianuro scritte sulla smania di aggiornamento politico-culturale, sul moderatismo di certa cultura comunista:

La smania di aggiornamento, la corsa all’adeguamento di molta cultura comunista fa un effetto grottesco. Come una donna tutta casa chiesa famiglia che a cinquant’anni improvvisamente scopre il piacere del sesso libero. Anzi, il dovere. Laonde concede tutto a tutti e subito, temendo di non apparire abbastanza moderna. E’ vero che c’è da rimediare a decenni di gretta virtù, miopi economie, canina fedeltà. Ma fra l’interesse e il delirante entusiasmo, corre qualche differenza. Una cosa è l’apertura di trattative, un’altra la resa senza condizioni. E la cortesia non implica necessariamente l’irrumazione.
L’abbandono del materialismo dialettico e la scoperta del pensiero liberale, l’apertura alla psicoanalisi e alle scienze umane, il superamento del realismo socialista e la riconsiderazione dell’avanguardia, non comportano che si debba addirittura far concorrenza agli ex avversari sul loro terreno. Non serve che i comunisti vogliano fornire a tutti i costi il loro contributo in tema di labirinti, tarocchi e sciamanesimo. C’è già chi ci pensa. Anche troppi. E lo faranno sempre meglio degli ultimi arrivati, i goffi neo-adepti comunisti.

oppure sul malcostume e il conformismo di certi giornalisti, di scrittori di grido, vecchi e nuovi baroni universitari (<<la merda salita in cattedra>>) che fanno a gomitate sul video – sempre col sorriso sulle labbra –, sui maggiori quotidiani e sulle riviste patinate per sciorinare le loro chiacchiere e le loro pseudo-verità, per predicare la fine delle ostilità fra le parti sociali:

Vogliono sempre il bicchiere pieno. Sennò perdono la testa. Se il vino scarseggia, aggiungono acqua. Purché il livello si mantenga costante. Se il marxismo è in ribasso, si integra subito la perdita con un po’ di spiritualismo, liberalismo, pensiero negativo…Qualunque cosa. La democrazia delude? Metti un po’ di decisionismo, reaganismo, fascismo… L’avanguardia non rende, si torna ad investire in valori tradizionali. Il pensiero forte segna il passo? Si promuove il pensiero debole. E viceversa. Passando dal mercato delle idee ai problemi di reddito e status, la regola non cambia. Se cessano la collaborazione al <<Corriere>> è solo per passare alla <<Repubblica>>, se lasciano <<l’Espresso>> è solo per traslocare su <<Panorama>>. E viceversa. Non le vedi più sulla Prima Rete? Prova la Seconda, La Terza, Canale cinque… Sta pur certo che lo ritrovi. Il peccato mortale è l’assenza. Inconcepibile. Non si ammettono vuoti. Le rarissime pause sono programmate, annunciate, senza sospensione di stipendio. Produttive. Se staccano per qualche mese è per scrivere un libro.
Non mi riferisco a forsennati arrampicatori, a mostri d’ambizione. Parlo di intellettuali medi, alcuni anche non spregevoli. Hanno bisogno di stare a una certa quota. Raggiunta la quale, se anche non si può o non si vuole andare più avanti, indietro non si torna.

o sulla mediocrità e il buonismo di certi giornali di sinistra:

Se <<L’Espresso>> e <<Repubblica>> s’identificano tout court con il potere nella sua espressione arrogante e canagliesca […] l’Unità cerca disperatamente di cancellare ogni segno di <<diversità>>, ogni residuo sospetto di <<comunismo>>. Il new look del quotidiano del Pci è reclamizzato dalle facce sorridenti di dodici individui d’ambo i sessi e in scala d’età, scelti accuratamente, si direbbe, in virtù della loro insignificanza. <<I ragazzi dell’85, i ragazzi del ’77, i ragazzi del ’68, i ragazzi del ’45>> sorridono contenti, uniti dalla loro adolescenza coatta, assolutamente innocui.. E’ il pubblico dell’Upim, i consumatori di caramelle Golia e della Pasta del Capitano.

E c’è, come si è già visto, una vena più “seria” dal tono amaro e risentito, dallo stile lirico ed elegiaco, in cui l’autore indugia e riflette su particolari momenti della sua biografia, sulla sua attuale condizione morale e intellettuale, con passi davvero memorabili. E ci si riferisce qui ai saggi sul pensiero reazionario e il “caso” Schmitt (Uomini superiori) e su Pasolini (L’autobiografia volontaria di Pasolini), e, in particolar modo, ad alcuni densi raccontini d’ispirazione prettamente autobiografica e ad alcuni illuminanti aforismi dove si avverte maggiormente la lezione dei suoi maestri “francofertesi”, Adorno, in primis.

4. Dopo la pubblicazione di L’astuzia delle passioni il lettore ha la possibilità di conoscere quasi l’intera opera dello scrittore piacentino (a proposito: a quando la ristampa de I piacevoli servi e degli altri testi narrativi pubblicati successivamente?) e ciò che di essa innanzitutto colpisce, pur nel variare delle stagioni politiche e culturali e al di là del valore e del significato dei vari testi, è la profonda unità e coerenza, frutto dell’appassionato impegno etico e politico di uno scrittore irregolare, di un severo polemista sempre geloso della sua integrità e della sua indipendenza. Infatti, sin dai suoi esordi Bellocchio ha cercato continuamente di mantenersi estraneo ai vizi e ai compromessi tipici della corporazione degli intellettuali, di denunciare il processo d’integrazione e di omologazione politico-culturale; e i suoi giudizi severi e la sua intransigenza morale non sono mai dettati da astio personale o da pregiudizi nei riguardi di questo o quell’autore o gruppo politico o intellettuale bensì dal proposito di modificare radicalmente la società in cui viviamo e operiamo. Non a caso egli ha lanciato ripetutamente critiche sferzanti nei confronti di quegli intellettuali della sua generazione, degli <<ex rivoluzionari del movimento sessantottesco>> che <<si sono rivelati prestissimo degli spregiudicati arrampicatori, dei brillanti arrivisti, cambiando disinvoltamente casacca e conservando solo della vecchia militanza una certa prepotenza e arroganza>>. Tanto è vero che l’unico insegnamento che si sente di dare ai suoi eventuali discepoli è quello di sforzarsi di <<non diventare delle puttane>>.

Giuseppe Muraca, L’astuzia delle passioni di Piergiorgio Bellocchioultima modifica: 2011-11-24T11:13:37+01:00da mangano1
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