Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia, Montaigne e l’essere

Montaigne: “Non abbiamo alcuna comunicazione con l’essere”

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“Non abbiamo alcuna comunicazione con l’essere, poiché ogni natura umana è sempre a metà tra il nascere e il morire, non manifestando di sé che un’oscura apparenza e un’ombra, e un’opinione incerta e debole. E se, per caso, fissate il vostro pensiero per voler afferrare il suo essere, sarà né più né meno che se voleste afferrare l’acqua: poiché quanto più esso serrerà e stringerà ciò che per sua natura cola via dappertutto, tanto più perderà ciò che voleva tenere e stringere in pugno. Così, essendo tutte le cose soggette a passare da un cambiamento all’altro, la ragione, cercandovi una reale consistenza, si trova delusa, non potendo afferrar nulla di consistente e permanente”.[1]

Questa tesi si trova nelle ultime pagine dell’Apologia di Raymond Sebond, un saggio molto lungo, articolato e insolitamente abbastanza organico, che Montaigne ha inserito come dodicesimo capitolo del libro secondo dei Saggi.

Raymond Sebond è un medico e teologo catalano morto a Tolosa nel 1436, autore di un libro, Teologia naturale o libro delle creature, che, su richiesta del padre, Montaigne ha tradotto dal latino in francese.

Nella Francia lacerata da terribili guerre di religione, il libro di Sebond, che mira a conciliare fede e ragione, viene subito preso di mira da posizioni opposte: i fideisti criticano il suo ricorso alla ragione a sostegno della fede, mentre i razionalisti accusano la debolezza dei suoi argomenti razionali. Montaigne difende l’opera che ha tradotto, cominciando a prendere di mira i razionalisti: “Bisogna trattare costoro un po’ più duramente, perché sono più pericolosi e più maligni dei primi”.[2]

Per combattere la “frenesia” dei razionalisti, Montaigne pensa che la cosa migliore sia quella di “schiacciare e calpestare l’orgoglio e l’umana baldanza; far sentir loro l’inanità, la vanità e la nullità dell’uomo; strappar loro di pugno le meschine armi della ragione; far loro abbassar la testa e mordere la polvere sotto l’autorità e la reverenza della maestà divina. A lei sola appartiene la scienza e la sapienza; lei sola può stimarsi qualcosa in se stessa, e da lei noi prendiamo ciò per cui ci valutiamo e ci apprezziamo”.[3]

Montaigne, però, non è nemico della scienza: “In verità, la scienza è una gran cosa, e utilissima. Quelli che la disprezzano, dimostrano a sufficienza la loro stoltezza; tuttavia, io non stimo il suo valore fino a quel punto estremo che alcuni le attribuiscono … io non credo … che la scienza è la madre di ogni virtù, e che ogni vizio è prodotto dall’ignoranza”.[4]

Il male non è la scienza, ma l’orgoglio umano che impedisce di riconoscere i limiti della scienza. Non è l’ignoranza a generare il male morale, ma sono i vizi della presunzione e dell’orgoglio a compromettere la natura della scienza, privandola della coscienza dei suoi limiti. C’è in Montaigne un sostanziale primato dell’etica sulla teoria, come in Socrate che, prima di praticare la maieutica, aggrediva con l’ironia la presunzione degli interlocutori.

L’uomo non è al centro del mondo e non è superiore agli altri animali.

L’orgoglio umano è del tutto infondato, ma è un vizio difficile da vincere. Nasce dal disagio dell’uomo di fronte ai propri limiti, ma aiuta a sopportarli solo coprendoli con artifici inconsistenti prodotti dalla ragione.

Le pagine dei Saggi offrono molti elementi per riflettere “su quanto la ragione sia uno strumento libero e vago … capace di costruire cento altri mondi e di trovarne i principi e la struttura. Non le occorre né materia né base; lasciatela fare: essa costruisce altrettanto bene sul vuoto e sul pieno, e dal nulla come dalla materia”.[5] Per resistere alle sirene della ragione in libertà occorre, però, la serenità emotiva che Montaigne ha acquisito fin da piccolo: si tratta di prendere atto dei limiti umani e dell’incertezza che ne deriva, senza infilare la testa in illusorie certezze e senza il terrore di cadere nel vuoto.

Montaigne ha il coraggio di prendere in esame qualsiasi ipotesi, spingendosi anche più in là dei suoi antichi maestri scettici. Arriva a formulare l’ipotesi che l’uomo, la cui conoscenza comincia dai sensi, non riesca a vedere “la maggior parte dell’aspetto delle cose” per la mancanza di qualche senso.[6]

Non solo i sensi sono incerti e alcuni di essi sono molto migliori in altri animali, ma, forse a noi ne manca più d’uno. L’esperienza che possiamo fare di questo mondo non solo è debole e insicura, ma anche incompleta: ci sono, forse, molti aspetti del reale che ci sfuggono del tutto per mancanza degli organi sensibili adatti a percepirli.

“Noi abbiamo foggiato – spiega – una verità con il consiglio e il concorso dei nostri cinque sensi: ma forse era necessario l’accordo di otto o dieci sensi e il loro contributo per percepirla con certezza e nella sua essenza”.[7]

Se la ragione lavora sul materiale fornito dai sensi, non può che muoversi con molta incertezza. L’uomo non ha facoltà conoscitive privilegiate per accedere a una realtà al di là delle percezioni.

Partito per difendere l’impresa di Sebond che cerca nella ragione e nello studio della natura validi sostegni alla fede, Montaigne finisce per dissolvere la consistenza di questi sostegni e approdare a un moderato fideismo religioso, coniugando il suo sereno scetticismo filosofico con il dogma cattolico.

Si tratta di un approdo non privo di contraddizioni, ma a Montaigne, molto più della coerenza razionale, interessa spegnere le tensioni violente in tempi di guerre di religione nel suo paese e vivere bene. Inoltre l’accettazione dei limiti umani e del carattere incerto della nostra conoscenza, riduce l’asprezza delle contraddizioni stesse, le ammorbidisce e le rende, per così dire, fisiologiche.

Se, infatti, “non comunichiamo con l’essere”, ciò non significa che non comunichiamo con nulla: tra l’assolutismo di tanta metafisica e il nichilismo suo opposto simmetrico, c’è la serena e bonaria accettazione dei limiti umani, delle incertezze e delle contraddizioni che ne derivano.

“Fare il pugno più grande della mano, la bracciata più lunga del braccio, e sperar di fare il passo più lungo della gamba, è impossibile e contro natura. Come è impossibile che l’uomo s’innalzi al di sopra di sé e dell’umanità: poiché non può vedere che coi suoi occhi, né afferrare che con le sue capacità”.[8]

Gli esseri viventi fanno esperienza del mondo con mezzi diversi: alcuni penetrano più a fondo in alcune dimensioni, altri in altre. L’uomo non ha sensi più capaci di quelli degli animali. Molti aspetti della realtà gli sfuggono del tutto e di quelli che gli sono accessibili ha un’esperienza incerta.

Anche di se stesso l’uomo non riesce a realizzare conoscenze sicure, avendo sempre e solo a che fare con un fluire continuo d’impressioni.

Chi cerca di avere un’idea di se stesso si ritrova a pezzetti e diviso.

“Noi – scrive Montaigne – siamo fatti tutti di pezzetti, e di una tessitura così informe e bizzarra che ogni pezzo, ogni momento va per conto suo. E c’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri”.[9]

Parlando dei “miracoli”, dei prodigi che le cronache del tempo registrano numerosi, scrive: “Ci si abitua ad ogni stranezza con la consuetudine e col tempo; ma più mi frequento e mi conosco, più la mia difformità mi stupisce, meno mi capisco”.[10]

Siamo noi ad apparire come dei veri “mostri” a noi stessi.

Riflettendo sull’insegnamento, molto ragionevole, di Epicuro di non regolare le proprie azioni “sull’opinione o la reputazione comune”, osserva: “Ma noi siamo, non so come, doppi in noi stessi, e questo fa sì che quello che crediamo, non lo crediamo, e non possiamo liberarci di ciò che condanniamo”.[11]

Come guida di noi stessi, a pensarci bene, siamo poco rassicuranti.

Nel saggio Nulla di quanto gustiamo è puro, scrive: “Quando mi confesso scrupolosamente a me stesso, trovo che anche la miglior bontà che possiedo possiede un certo colore di vizio … L’uomo in tutto e per tutto non è che rappezzamento e screziatura”.[12]

E questo fluttuare interiore, che la riflessione scopre sempre più complesso, rende difficile la vita pratica a coloro che si affidano troppo alla riflessione: “Le imprese umane devono essere condotte più grossolanamente e superficialmente, e bisogna lasciarne gran parte ai diritti della fortuna … Chi ne ricerca e abbraccia tutte le circostanze e conseguenze si impedisce la scelta”. La vita pratica richiede un limite alla riflessione. Infatti, “i migliori amministratori sono quelli che sanno meno spiegarci come lo sono”.[13]

Se le questioni pratiche esigono un limite alla riflessione, è però con la ricerca sempre aperta a nuovi sviluppi che l’uomo può raggiungere la serenità dell’animo.

La saggia e serena accettazione dei limiti umani non significa, infatti, rinuncia alla ricerca della verità, ma solo alla presunzione del suo possesso: “Noi siamo nati per cercare la verità; il possesso spetta a un potere più grande … Il mondo non è che una scuola di ricerca. Non importa chi raggiungerà la meta, ma chi farà la più bella corsa”.[14]

La conoscenza è una virtù che possiamo praticare al suo livello più alto, se manteniamo un sereno e sobrio rapporto con le nostre facoltà.

Essere virtuosi nella conoscenza non significa il possesso della verità, bensì usare al meglio i nostri mezzi conoscitivi e aver coscienza dei loro limiti.

Nell’ultima pagina dei Saggi Montaigne scrive: “E’ una perfezione assoluta, e quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere. Noi cerchiamo altre condizioni perché non comprendiamo l’uso delle nostre, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo che cosa c’è dentro. Così, abbiamo un bel montare sui trampoli, ma anche sui trampoli bisogna camminare con le nostre gambe. E anche sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo”.

Non a caso Montaigne inserisce il suo lungo confronto fra l’uomo e gli altri animali, alcuni dei quali sono dotati di sensibilità superiore alla nostra, proprio nell’apologia-confutazione di Sebond: uno sguardo attento e simpatetico agli animali ci porta a specchiarci e a riconoscerci in essi, ad apprezzare le loro capacità e le nostre; il metterci nei panni degli altri, e più sono altri e meglio è, ci aiuta a conoscerci e a valorizzare le nostre possibilità.

Nella serena accettazione della condizione umana Montaigne ci mette anche il dogma cattolico, che non sottopone mai al suo abituale vaglio critico. Egli accetta la religione cattolica come parte del suo destino: “Ci siamo trovati nel paese nel quale essa [la nostra religione] era in uso … Noi siamo cristiani per la stessa ragione per cui siamo perigordini o tedeschi”.[15]

Chi cerca di trasformare il destino in scelta razionale, si affida a un mezzo umano molto limitato: o ne esce con una presunzione infondata o naufraga in dubbi crescenti. Montaigne preferisce riconoscersi nell’impossibilità di fare quel passo: “E poiché non sono capace di scegliere, mi appiglio alla scelta altrui e sto al posto in cui Dio mi ha messo. Altrimenti non saprei impedirmi di rotolare senza posa. Così, per grazia di Dio, mi sono conservato fermo, senza agitazione e turbamento di coscienza, nella antiche credenze della nostra religione, attraverso tante sette e divisioni che il nostro secolo ha prodotto”.[16]

L’accettazione del dogma cattolico gli assicura quella serenità e quel riparo dai turbamenti che sulle altre questioni dell’esistenza egli raggiunge con la riflessione libera e tendenzialmente scettica. Montaigne si professa cattolico, ma nei suoi scritti si cerca invano qualche riflessione sull’incarnazione, sulla passione e morte di Cristo. Parla sì della necessaria preparazione alla morte, ma ne parla come un allievo di Socrate o di Seneca: senza il timore dell’inferno né il desiderio del paradiso. Non c’è in lui il minimo interesse ai temi del sacrificio, del pentimento e della redenzione.

La sua è una fede praticata per abitudine e per amor del quieto vivere. Nelle guerre di religione che devastano il suo paese cerca di ridurne il più possibile la violenza. Non si sente minimamente investito della missione di diffondere verità salvifiche. Tenta sì l’apologia dell’opera di Sebond, ma, in corso d’opera, la trasforma in demolizione.

Formatosi alla scuola dei classici, si muove in un orizzonte culturale nel quale il cristianesimo resta marginale. Tutto ciò che quindici secoli di cultura cristiana hanno prodotto per adattare la classicità al messaggio cristiano gli resta in gran parte estraneo. Egli torna ai classici, in particolare alle grandi scuole ellenistiche dello stoicismo, dell’epicureismo e dello scetticismo, direttamente, senza la mediazione cristiana.

 

Torino 14 novembre 2011

                                                                                Giuseppe Bailone

[1] Montaigne, Saggi, ed. Adelphi 2005, libro II, cap. XII, p. 801.
[2] Ib. p. 578.
[3] Ib. p. 578.
[4] Ib. p. 564.
[5] Libro III, cap. XI, p. 1370.
[6] Libro II, cap. XII, p. 784.
[7] Ib. p. 785.
[8] Ib. p. 804.
[9] Libro II, cap. I, p. 435.
[10] Libro III, cap. XI, p. 1375.
[11] Libro II, cap. XVI, p. 826.
[12] Libro II, cap. XX, p. 900.
[13] Ib. p. 901.
[14] Libro III, cap. VIII, p. 1235.
[15] Libro II, cap. XII, p. 574.
[16] Ib. p. 755.

Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia, Montaigne e l’essereultima modifica: 2011-11-16T10:32:30+01:00da mangano1
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