Luciano Lanna, Brassens

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mio ultimo articolo apparso nella rubrica “ma anche” sul settimanale “Il futurista”
 
Luciano Lanna
… Antonio Manfreda, un mio caro amico oltre che collega di studi universitari e commilitone nel servizio militare, è uno studioso di filosofia di quelli davvero seri. Per niente presente nel teatrino mediatico, preferisce trascorrere ore in biblioteca e non a caso è uno dei migliori esperti italiani di Weininger, Benjamin o Junger. Docente di filosofia nel secondo ateneo romano, non è certo un intellettuale di sinistra, anzi… Amante com’è dello stare insieme tra amici, non c’è però festa o incontro in cui non sfodera la chitarra e non s’esibisce in uno dei suoi pezzi forti, Il gorilla di George Brassens, cantato nella versione di Fabrizio De André: «Piangeva il giudice come un vitello / negli intervalli gridava mamma / gridava mamma come quel tale / cui il giorno prima come ad un pollo / con una sentenza un po’ originale / aveva fatto tagliare il collo / Attenti al gorilla!». Ne scrivo per smantellare ancora una volta i soliti stereotipi sui riferimenti culturali che imprigionano in Italia la percezione pubblica in una serie di gabbie anacronistiche e prive di senso. Brassens, per dirla tutta – l’ho già scritto a suo tempo sul Secolo – è senz’altro uno degli autori che insieme a Camus, Orwell o Simone Weil, può e deve essere inserito nel pantheon libertario dell’area politico-culturale che oggi ha il compito di interpretare nel quadro odierno la complessa grammatica dei diritti civili e della libertà postliberale.
Lo ripetiamo perché proprio in questi giorni ricorrono il novantesimo anniversario della nascita e il trentennale della morte di quello che può essere considerato il padre di tutti i cantautori. Era nato a il 22 ottobre 1921 a Séte, in Linguadoca, si spense il 29 ottobre del 1981 nel paesino di Gély-du-Fesc, vicino a Montpellier. E Brassens era un libertario senza se e senza ma, refrattario all’incasellamento in qualsiasi ideologia, da lui considerata in quanto tale la causa principale della tragedia delle vittime nella storia. Se nella sua canzone Le deux oncles prendeva le distanze sia dai vincitori che dai vinti della seconda guerra mondiale, in La tondue arrivava coraggiosamente a criticare la ferocia nelle epurazioni. La ballata era infatti la storia di una ragazza accusata di collaborazionismo con i tedeschi e punita con il taglio dei capelli.
Georges i vantava di non essere mai entrato dentro una banca e diceva di essere così libertario da attraversare scrupolosamente sulle strisce pedonali, pur di non dover avere a che fare o a che dire con i gendarmi.
Un paio di anni fa la romana casa editrice Coniglio ha mandato in libreria Le strade che non portano a Roma. Riflessioni e massime di un libertario, una bella raccolta di suoi aforismi selezionati e commentati da Jean-Paul Liégeois. Pagina dopo pagina il suo pensiero fa tabula rasa di ogni tentativo di incasellarlo. «Nessuno ha diritti su nessuno», sosteneva. E dalla lettura del libro emergono gli autori che hanno inciso sulla sua formazione: Villon, Baudelaire, La Fontaine, La Rochefocauld, Mallarmé, Céline e Rabelais. Un mix che nella Francia degli anni ’50 e ’60 appariva urticante. Va ricordato che, come accadrà più avanti nell’Italia democristiana per De André e Guccini, più della metà delle sue canzoni erano censurate sulle radio e tv della Francia conservatrice e che solo qualcuna poteva andare in onda, ma dopo la mezzanotte. E quanto il suo pensiero fosse anticipatore lo dimostra questa sua frase: «L’informazione è cresciuta più velocemente della cultura, in questo senso la propaganda ha più chance di prima. Viviamo purtroppo in epoca di slogan».

Luciano Lanna, Brassensultima modifica: 2011-10-31T16:44:17+01:00da mangano1
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