Giuseppe Bailone,Montaigne: come vivere senza certezze e bene

Montaigne: come vivere senza certezze e bene
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Montaigne ha un profilo filosofico molto originale e difficile da classificare. Nella sua riflessione i punti d’arrivo non sono mai definitivi, ma solo soste da cui ripartire per nuovi approfondimenti. Critico nei confronti di tutte le idee dominanti del suo tempo, non si affeziona a nessun risultato raggiunto, non si chiude in un sistema, si muove sempre alla ricerca di ciò che soggiace alle idee. Più che alle idee, infatti, guarda alla forza dell’abitudine che le sostiene, alla loro genesi e al soggetto proteiforme che le genera, all’uomo, capace di assumere identità molto diverse.

Montaigne interpreta originalmente il socratico conosci te stesso.

Nella presentazione dei Saggi al lettore, scrive: “Voglio che mi si veda qui nel mio modo d’essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione e artificio: perché è me stesso che dipingo”. Il fine della sua scrittura è “domestico e privato”: voglio – scrive – che i miei parenti “dopo avermi perduto (come toccherà loro ben presto) possano ritrovarvi alcuni tratti delle mie qualità e dei miei umori, e con questo nutrano più intera e viva la conoscenza che hanno avuto di me”.

Avviata con mire modeste, l’opera cresce su se stessa per vent’anni.

A partire da se stesso, dalla propria esperienza di vita, Montaigne passa in esame la condizione umana in tutti i suoi aspetti, centrali o marginali, quotidiani o insoliti, tradizionali o nuovi, vicini alla cultura del proprio paese o del tutto estranei. Si serve di una straordinaria conoscenza dei classici per alimentare con la loro esperienza dei fenomeni umani la propria riflessione. Procede senza un piano. Organizza le sue riflessioni in brevi capitoli, avviati come per caso e poi sviluppati per digressioni, per flusso libero di pensieri. Ritorna più volte sulle cose scritte con correzioni e aggiunte. Produce un’opera molto ponderosa ma non finita, sempre aperta a nuove digressioni e a nuovi sviluppi.

Montaigne ha aperto una strada, ha inaugurato uno stile nuovo di pensiero, quello di saggiare (anche nel senso di assaggiare, di assaporare) la vita in tutte le sue manifestazioni, in piena libertà e così come si presentano per caso o per libere associazioni. Il suo è un pensiero incarnato, ricco di umori, di emozioni, mai astratto. Egli entra nelle questioni con tutto se stesso, con la sua voglia di vivere, di fare esperienza, di mettersi nei panni degli altri e di provare a vivere come loro. Nelle sue pagine è la vita stessa che si saggia mentre scorre e si dilata, come un fiume che cresce, per effetto della riflessione stessa.

Nei Saggi niente resiste al suo flusso di pensieri: antiche certezze cadono ad una ad una. Cadono, però, non per assalto, per aggressione polemica, ma per curiosa e leggera invadenza, per irresistibile desiderio di fare esperienza di tutto fino in fondo. Invece di farsi portare dalla corrente del pensiero dominante egli si muove in direzione opposta, risale alle sue origini e ne riduce così progressivamente la forza travolgente. Non aggredisce con la critica polemica le certezze più comuni, ci entra dentro e prova a viverle fino a scoprirne i limiti. Vince la forza delle abitudini cercandone la genesi.

Montaigne non è un militante, non è un polemista, ma un viaggiatore nel mondo umano, un antropologo ante litteram. Scrive: “Le leggi derivano la loro autorità dal possesso e dall’uso; è pericoloso ricondurle alla loro origine; esse si rafforzano e si nobilitano scorrendo, come i fiumi; risalitele fino alla sorgente, non si tratta che di una piccola vena d’acqua appena riconoscile, che s’inorgoglisce così e si rinvigorisce invecchiando”.[1]

Pratica in modo molto sorprendente il ritorno ai principi che caratterizza la cultura umanistica e rinascimentale: riportando le cose umane alla loro origine, ne mette allo scoperto la fragilità e la contingenza originaria. Invece di richiamarsi alle radici per consolidare ciò che l’abitudine ha reso pesante, torna alle sue radici, alla sua nascita incerta, leggera, “appena riconoscibile”.

A chi, anche oggi, invoca la memoria delle radici per rendere indiscutibili le proprie convinzioni, Montaigne offre una prospettiva opposta: le radici non sono il punto fermo, ma il momento di massima instabilità delle cose e aiutano a vedere la loro permanente possibilità di essere diversamente.

Montaigne non teme il pericolo di scoprire il vuoto che soggiace alle certezze abituali. La caduta delle certezze non lo disorienta, non lo angoscia. Sembra nato per abbandonare abitudini e muoversi nel vuoto.

Uno sguardo alla sua singolarissima infanzia ci aiuta a capirlo.

Nato, al termine di una gravidanza che lui dice di undici mesi,[2] in un castello, ai vertici della società francese, viene subito sottratto dal padre alle cure materne e affidato a una famiglia di contadini.

Un primo sradicamento, che Montaigne considera un caso felice.

“Se avessi figli maschi, desidererei volentieri per loro la mia fortuna. Il buon padre che Dio mi dette (che ha da me soltanto la riconoscenza della sua bontà, ma certo molto viva) mi mandò fin dalla culla in uno dei suoi poveri villaggi per esservi allevato, e mi ci tenne finché fui a balia, e anche dopo, abituandomi alla più bassa e comune maniera di vivere”.[3]

Consiglia a tutti i genitori di fare come suo padre.

“Non prendetevi mai, e ancor meno affidate alle vostre mogli, l’incarico di allevarli; lasciate che la sorte li formi sotto leggi comuni e naturali, lasciate che l’abitudine li avvezzi alla frugalità e all’austerità; che debbano scendere dalle difficoltà piuttosto che salire verso di esse”.

Suo padre – aggiunge con ammirazione – con quella scelta “mirava anche ad un altro fine: di avvicinarmi al popolo e a quella categoria di uomini che ha bisogno del nostro aiuto; e pensava che fossi tenuto a guardare verso chi mi tende le braccia piuttosto che verso chi mi volta le spalle. E questa fu anche la ragione per cui mi fece tenere a battesimo da persone della più bassa condizione, per legarmi ed attaccarmi ad esse. Il suo proposito non ha avuto affatto un cattivo risultato: mi dedico volentieri agli umili, sia perché c’è più gloria, sia per compassione naturale, che può infinitamente su di me”.[4]

Appena ambientato nel mondo contadino, il bambino Montaigne ne viene sradicato e riportato al castello per essere sottoposto a un sorprendente esperimento educativo.

Il padre, innamorato della classicità romana, vista come vertice assoluto di umanità, vuole che suo figlio, raggiunta la capacità di vivere come i suoi contadini, impari a parlare come i suoi modelli umani, i classici dell’antica Roma. L’impresa sembra impossibile, ma lui, non potendo portare il figlioletto nella Roma del passato, cerca di riprodurre nel suo castello l’antico mondo linguistico latino.

Ecco come Montaigne ricorda il piano paterno.

“Dopo che il mio defunto padre ebbe fatto tutte le ricerche che un uomo può fare, fra le persone dotte e d’ingegno, per scoprire una forma di educazione eccellente, gli fu fatto notare l’inconveniente che a questo riguardo ci si doveva aspettare: gli dicevano, cioè, che tutto il tempo che noi mettiamo a imparare le lingue che agli antichi non costavano nulla era la sola ragione per cui noi non potevamo arrivare alla grandezza d’animo e di dottrina dei Greci e dei Romani. Non credo che questa ne sia l’unica ragione. Comunque l’espediente che mio padre trovò fu di affidarmi, quando ero ancora a balia e prima che la mia lingua cominciasse a sciogliersi, a un tedesco, che in seguito è morto, medico famoso, in Francia, assolutamente ignorante della nostra lingua e assai esperto di quella latina. Costui, che egli aveva fatto venire appositamente e che percepiva uno stipendio molto alto, mi aveva continuamente fra le braccia. Oltre a questo ce n’erano anche altri due di minor dottrina, per seguirmi e aiutare il primo. Costoro non mi parlavano che in latino. Quanto al resto della casa, era una regola inviolabile che lui stesso, mia madre, camerieri e cameriere parlassero in mia compagnia solo con quelle parole di latino che ciascuno aveva imparato per chiacchierare con me. E’ straordinario il profitto che ciascuno ne trasse. Mio padre e mia madre impararono abbastanza latino per capirlo, e ne appresero a sufficienza per servirsene al bisogno, come fecero anche quei domestici che erano addetti più particolarmente al mio servizio. Insomma ci latinizzammo al punto che ne traboccò un poco fino ai nostri borghi tutt’intorno, nei quali ci sono ancora, e hanno preso piede con l’uso, parecchie denominazioni latine di artigiani e di utensili. Quanto a me, avevo più di sei anni e non capivo il francese o il perigordino più di quanto capissi l’arabo. E, senza studio, senza libro, senza grammatica o regole, senza frusta e senza lacrime avevo imparato un latino altrettanto puro di quello del mio maestro, poiché non potevo averlo contaminato o alterato”.[5]

L’apprendimento linguistico di Montaigne inizia con lo sradicamento dal suo abituale mondo di suoni e di voci. Le sue prime parole non sono quelle familiari. Non le ha imparate dalla madre naturale né dalla balia. Sono per lui una novità assoluta. Vengono da un precettore, non di madrelingua, che parla alla perfezione il latino dei classici. E sono parole che i genitori e i servi che si occupano di lui usano con difficoltà.

In un ambiente che si occupa solo di lui, il piccolo Michel è il solo che parla il latino classico come prima e unica lingua. La sua singolarità non può non essersi manifestata presto alla sua coscienza, magari accompagnata da un’oscura nostalgia di quel mondo elementare in cui è stato bambino alla pari con gli altri bambini contadini. Non a caso, forse, il Montaigne adulto e filosofo, molto critico nei confronti di tutti i pregiudizi, ha una certa indulgenza nei confronti del mito del buon selvaggio e di quello della bontà umana naturale che l’ignoranza e la vita rozza terrebbero al riparo dalla corruzione della civiltà.

A sei anni c’è un terzo radicale cambiamento: Montaigne entra nel collegio di Guienna in Bordeaux, “allora molto fiorente, e il migliore di Francia”.

Il padre continua ad assicurargli dei “bravi precettori personali” e particolari condizioni educative, ma non può evitargli l’impatto con un mondo dove la lingua che lui parla con naturalezza è il punto d’arrivo di un faticoso e lungo apprendimento di compagni che parlano una lingua a lui del tutto ignota e hanno interessi lontanissimi dai suoi.

“Il mio latino – racconta – s’imbastardì immediatamente e da allora mi ci sono disabituato tanto da perderne completamente l’uso. E quella mia inconsueta educazione non mi servì che a farmi saltare subito alle classi finali: infatti a tredici anni, quando uscii dal collegio avevo terminato il mio corso (come lo chiamano) e, a dire il vero, senza alcun frutto di cui adesso possa far conto.

Il primo gusto che presi ai libri mi venne dal diletto delle favole delle Metamorfosi di Ovidio. Infatti, all’età di sette o otto anni circa, mi privavo di ogni altro piacere per leggerle; tanto più che quella era la mia lingua materna, e che era il libro più facile che conoscessi, e il più adatto alla mia tenera età, a causa della materia. Infatti dei Lancillotti del Lago, degli Amadigi, degli Huons de Bordeaux, e di tutta quella caterva di libri ai quali l’infanzia si diverte non conoscevo nemmeno il nome, e non ne conosco ancora la materia, tanto scrupolosa era la mia educazione”.[6]

“Quanto al greco, del quale non ho quasi conoscenza, mio padre stabilì di farmelo imparare con lo studio, ma in maniera nuova, sotto forma di passatempo e di esercizio. Giocavamo con le declinazioni come quelli che con certi giochi di scacchi imparano l’aritmetica e la geometria. Poiché, fra l’altro, gli avevano consigliato di farmi gustare la scienza e il dovere non forzandomi, ma di mia spontanea volontà, e di educar la mia anima con perfetta dolcezza e in piena libertà, senza rigore né costrizioni. E, dico, arrivando a tale scrupolo che, siccome alcuni ritengono che turbi il cervello tenero dei ragazzi lo svegliarli la mattina di soprassalto e lo strapparli al sonno (nel quale sono immersi molto di più di quanto lo siamo noi) all’improvviso e con violenza, mi faceva svegliare dal suono di qualche strumento; e non mi trovai mai senza un uomo per questo servizio”.[7]

In collegio Montaigne perde sì l’abitudine a parlare il latino, ma le nuove abitudini linguistiche che faranno di lui un grande scrittore in lingua francese, non sradicano l’educazione linguistica infantile.

“La lingua latina – scrive – mi è come naturale, la capisco meglio del francese; ma sono quarant’anni che non me ne sono più servito per parlare e per scrivere; e tuttavia in talune acute e improvvise emozioni da cui sono stato preso due o tre volte in vita mia, e una volta vedendo mio padre, che stava benissimo, rovesciarmisi addosso svenuto, mi son sempre sgorgate dal fondo delle viscere le primitive parole latine”.[8]

Cartesio, all’inizio del Discorso sul metodo, facendo il bilancio dell’educazione ricevuta, convinto “di aver già dedicato abbastanza tempo alle lingue, e pur anche alla lettura dei libri antichi, alle loro storie, alle loro favole”, e ritenendo che “conversare con gli uomini degli altri secoli è quasi come viaggiare”, sostiene: “E’ bene saper qualcosa dei costumi dei vari popoli, per essere in grado di giudicare i nostri più sanamente, e per non pensare che tutto ciò che è contro le nostre abitudini sia ridicolo e contro ragione, come sono soliti fare coloro che non hanno visto nulla. Ma quando s’impiega troppo tempo a viaggiare si diventa stranieri nel proprio paese; e quando si è troppo curiosi di sapere quel che si faceva nei secoli passati si resta in genere assai ignoranti su ciò che si fa nel nostro”.

Montaigne, invece, non ha paura di diventare straniero in patria: in quella condizione lui è venuto a trovarsi molto presto, a sei anni, molto prima di fare viaggi e anche di leggere i libri antichi. Non resta nell’ignoranza di ciò che si fa nel suo paese. Impara il francese come lingua straniera e se ne impadronisce perfettamente. Molto curioso di tutto ciò che di più lontano c’è dal proprio mondo, riesce a inserirsi molto bene nel proprio paese, ricopre in esso anche incarichi di alta responsabilità e svolge importanti funzioni di pacificazione nella guerra di religione tra cattolici e ugonotti. La sua educazione infantile agli sradicamenti, la sua abitudine a liberarsi dalle abitudini, il suo non essere chiuso in identità culturali rigide, lo mettono in condizioni di essere prudente e saggio quando le logiche identitarie portano la Francia alla guerra civile.

Trovatosi straniero in patria, fin dal suo primo ingresso in società, Montaigne non si chiude in se stesso, non si perde, contamina la propria lingua con quella dei suoi compagni, inizia molto presto la conversazione con i classici antichi, poi coltivata per tutta la vita con molta intensità, e quando viaggia apre bene gli occhi sui mondi che incontra. In un tempo in cui cadono antiche certezze lui non vive l’incertezza con inquietudine: le prove infantili lo hanno emotivamente preparato a vivere senza affanno l’urto delle diversità.

Montaigne è molto grato al padre che ha provveduto in modo così singolare alla sua l’educazione. Non considera negativa l’infantile esperienza della propria radicale diversità. Infatti, consiglia di portare in giro i fanciulli “in quei paesi in cui il linguaggio è più lontano dal nostro”: fa molto bene – scrive – “sfregare e limare il nostro cervello contro quello degli altri”.[9]

Montaigne ha continuato per tutta la vita a “sfregare e limare” il suo cervello con quello degli altri, e i suoi Saggi sono il frutto di questa costante attività di autoformazione alla scuola dei classici e con la riflessione sulla pluralità dei modi d’interpretare la condizione umana sulla scena del mondo.

Certo, a “sfregare e limare” il proprio cervello con quello degli altri ci si espone al senso di vertigine che provoca la caduta delle abituali certezze e la ragione vacilla.

“Mettete – scrive – un filosofo in una gabbia di fili di ferro sottili e radi, sospesa in cima alle torri di Notre-Dame di Parigi, egli vedrà per evidenza di ragione che gli è impossibile cadere, e tuttavia, a meno che non sia abituato al mestiere di conciatetti, non potrà impedire che la vista di quell’altezza enorme lo turbi e lo sbigottisca. Infatti ci è molto difficile sentirci sicuri nelle gallerie che sono nei nostri campanili, se sono traforate a giorno, benché siano di pietra. Ci sono alcuni che non possono sopportarne l’idea … Ho spesso sperimentato in queste nostre montagne (eppure io sono di quelli che non si spaventano molto di queste cose) che non potevo sopportare la vista di quell’infinita profondità senza fremere e senza che mi tremassero le gambe e le cosce, benché fossi distante dall’orlo di tutta la mia lunghezza, e non potessi cadere a meno di non espormi al pericolo a bella posta. Osservai anche che qualsiasi fosse l’altezza, purché nel precipizio ci fosse un albero o una prominenza di roccia per soffermarvi un poco lo sguardo e arrestarlo, questo ci solleva e ci dà sicurezza, come se fosse una cosa dalla quale potessimo aver aiuto nella caduta; ma che i precipizi a picco e ininterrotti, non possiamo nemmeno guardarli senza che giri la testa”.[10]

Ci vuole un buon controllo del senso di vertigine.

Ci vuole la sicurezza emotiva che viene da un’assuefazione infantile agli sradicamenti profondi ma amorevoli e non violenti.

Montaigne è nato e cresciuto libero. La violenza educativa, quella che chiude lo spirito con paure e pregiudizi, l’ha conosciuta solo indirettamente agire sugli altri. In quella libertà infantile ha imparato presto a salire sui tetti, sulle vette della riflessione, a guardare il vuoto che soggiace alle certezze e a convivere con la vertigine. La sua educazione infantile ne ha fatto presto un funambolo, un uomo capace di praticare la filosofia senza cinture di sicurezza. “Una figura nuova: un filosofo non premeditato e fortuito”.[11] Educato libero, senza forzature, ha sempre tenuto aperta l’esistenza alle varie possibilità, l’ha saggiata in se stesso e negli altri, l’ha esplorata nei suoi più diversi aspetti. Abituandosi presto a cambiare abitudini, ha acquisito quella sicurezza emotiva che consente di riconoscere l’incertezza per quello che è, mancanza di certezza, senza assimilarla, come fanno i molti che soffrono di vertigine, all’abisso e al nulla.

C’è in Montaigne una serena accettazione della condizione umana e dei suoi limiti. “Mette in dubbio tutto, ma poi canta le lodi di tutto ciò che è familiare, incerto e ordinario: è tutto quello che abbiamo, in fondo. Il suo scetticismo lo porta a celebrare l’imperfezione: quella stessa cosa da cui volevano fuggire sia Pascal che Cartesio, senza mai riuscirci”.[12]

 

Torino 18 ottobre 2011

                                                                          

[1] Montaigne, Saggi, libro II, cap. XII, p. 775 dell’ed. Adelphi 2005
[2] Montaigne lo dice a pag. 738, parlando degli errori della medicina, all’interno della lunga Apologia di Raymond Sebond. Ecco il passo: “Ecco i medici, i filosofi, i giureconsulti e i teologi alle prese, insieme alle nostre donne, nel disputare sul termine entro il quale le donne portano a compimento il loro frutto. Ed io soccorro col mio stesso esempio quelli che fra loro sostengono la gravidanza di undici mesi”.

Montaigne conosce Rabelais, che fa del sarcasmo sulla gravidanza di undici mesi della madre di Gargantua, ma non manifesta imbarazzo nel riferire il caso suo identico e in nessuna parte dei saggi manifesta dubbi sull’identità paterna. Anzi, segnala tratti ereditari, come l’onestà (a p. 552) o il “mal della pietra” (a p. 1012 nel cap. Della rassomiglianza dei figli ai padri), che lo legano al padre e alla famiglia paterna.

[3] Libro III, cap. XIII, p. 1474 dell’ed. Adelphi 2005.
[4] Ib., p. 1474.
[5] Libro I, cap. XXVI, pp. 230-31.
[6] Ib. p. 233-4.
[7] Ib. p. 232.
[8] Ib. libro III, cap. II, p. 1075.
[9] Ib. p. 201.
[10] Ib. libro II, cap. XII, pp. 791-792.
[11] Ib. p. 722.
[12] Sarah Bakewell, Montaigne. L’arte di vivere, Fazi Editore, 2011, p. 169.

Giuseppe Bailone,Montaigne: come vivere senza certezze e beneultima modifica: 2011-10-23T15:21:49+02:00da mangano1
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