Aldo Giannuli,Uscire dalla crisi si può, continuare come sempre no

da www.aldogiannuli.it

Uscire dalla crisi si può, continuare come sempre no

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Spesso mi sento accusare di eccessivo pessimismo, ma si tratta di una impressione sbagliata. Al contrario sono molto ottimista circa la possibilità –in sè- di uscire dalla crisi, evitando sia una prolungata depressione che eventi più drammatici come un conflitto generalizzato dall’esito tutt’altro che certo.  Ma occorre fare le cose giuste e vincere resistenze di interessi consolidati. Il problema è la qualità indecente della classe politica occidentale (non solo italiana).
Le crisi non sono disastri naturali indipendenti dalla volontà umana, come uno tsunami, o la manifestazione di un fato ostile cui arrendersi; sono totalmente dipendenti dall’azione dell’uomo. E non sono neppure eventi incomprensibili al quale nessuno sa come porre rimedio. Al contrario, le crisi (e questa forse più delle altre) sono processi le cui cause sono abbastanza trasparenti e, di conseguenza, comportano soluzioni razionali non impossibili da immaginare e realizzare. Certo: uscite razionali, possibili ma non indolori.
Una crisi è sempre il prodotto di qualcosa che non funziona o non funziona come dovrebbe e richiede, conseguentemente, di essere corretto o sostituito. E, quanto più è vasta e profonda la perturbazione, più è di natura sistemica la causa. Pertanto, in questi casi si rendono necessari mutamenti strutturali che, inevitabilmente, attaccano posizioni consolidate, comportano spese e, con esse, sangue e sudore. Non ci sono vie d’uscita miracolistiche e nessuno ha la bacchetta magica, per cui il problema è chi deve pagare il conto. Perchè, in un modo o nell’altro, qualcuno il conto lo deve pagare.

Ovviamente questo accende conflitti per cui ciascuno passa il cerino nella speranza che resti in mano ad un altro, solo che in questo modo, l’uscita dalla crisi  si prolunga molto più del necessario ed alla fine, in modo diverso, si scopre che non era un cerino, ma un candelotto di dinamite con la miccia e tutti si fanno  male.

Fuor di metafora: qui il problema è quello del debito che è andato fuor di misura e che ormai è inesigibile, anche se continuiamo a passarcelo da una mano all’altra.

Mi sembra di rivedere la scenetta di una commedia di Peppino De Filippo (se la memoria non mi inganna): in un misero abituro, il capofamiglia sta andando a svuotare la pattumiera, quando entra il padrone di casa, di fronte al quale cerca di nascondere dietro le spalle il bidone e passandolo furtivamente alla moglie. Questa, sua volta, imbarazzata non sa dove metterlo e lo passa di nascosto al figlio grande che, con lo stesso disagio, lo passa alla sorella che, non sapendo cosa fare lo ripassa al padre e così via. Una specie di minuetto in cui il secchio gira continuamente da una mano all’altra. Noi stiamo facendo qualcosa di simile (il secchio dei debiti-spazzatura viene passato dalle mani dei debitori insolventi alle banche, da queste al governo che a sua volta cerca di sbolognarlo ai contribuenti con le tasse ed ai creditori con la svalutazione, ecc.) con una aggravante: che il cumulo di spazzatura cresce di passaggio in passaggio.

Il primo (ma non unico) problema da risolvere è quello del debito pubblico delle economie occidentali che, come già abbiamo avuto modo di dire, non è estinguibile (se non parzialmente) e pesa come un macigno sulle possibilità di sviluppo economico. Certo si possono utilizzare beni demaniali o quote di società pubbliche, ma siamo comunque al di sotto delle esigenze. Inoltre, vendere beni demaniali o quote di società pubbliche in queste condizioni, vuol dire svenderle a prezzi assai inferiori al loro valore. Magari con parte delle riserve auree qualche risultato consistente si può ottenere, ma non certo risolvere il problema.

Ed allora che si fa? C’è un vecchio consiglio di Keynes che mi pare molto attuale: fare un bel falò, mandare in gas, cenere e scintille la bella montagna di carta che si è accumulata e che ci schiaccia tutti: debitori ed anche creditori che ben presto si accorgeranno di quanto vale quel loro credito.
Ma come fare? Credo si debba iniziare a riflettere su alcune possibilità che vanno oltre i soliti rimedi (aumento della pressione fiscale, con o senza patrimoniale, taglio delle spese, comprese quelle militari, alienazione del patrimonio pubblico, svalutazione ordinaria ecc.) che ormai sono solo pannicelli caldi. Ogni qual volta il debito pubblico è andato oltre il 90%, lo sviluppo è stato lento e stentato, ed ogni qual volta ha superato la soglia del 120% la via di uscita non è stata più possibile con mezzi ordinari, ma ha imposto soluzioni di continuità: liquidazione dell’Impero per Francia e Gran Bretagna, cambio dell’unità monetaria in Francia, default argentino ecc.
Ed allora iniziamo a vedere in quale modo è possibile liberarci di questa massa debitoria.

In primo luogo è possibile una riduzione del debito interstatale per compensazione: ad esempio giapponesi ed europei possiedono reciprocamente titoli di debito pubblico e così altri paesi hanno reciproche partite di dare-avere pur se non sempre sotto forma di bond o simili, si potrebbe andare ad una compensazione per la quale, pur senza risolvere il problema, si sgonfierebbe un po’ l’ascesso, recuperando un po’ di spazio di manovra.
La soluzione, per molti versi preferibile sarebbe quella di una moratoria parziale o totale dei debiti interstatali, per ridare fiato ai paesi indebitati e permetterne la ripresa. Una sorta di default concordato con i paesi creditori. Ovviamente questo presuppone che i paesi debitori:

a- non ricomincino a fare disavanzo di bilancio finanziato da nuovo debito

b- investano rapidamente in modo da riequilibrare rapidamente la bilancia commerciale

c- che offrano contropartite in cambio ai paesi creditori.

Su tutti tre questi punti torneremo.
Ma perchè mai i paesi creditori dovrebbero fare un simile “regalo” ai paesi indebitati? Al di là delle eventuali contropartite, di cui diremo, semplicemente per una ragione: che quei crediti già oggi valgono zero (o zero virgola qualcosa) e che la rendita degli interessi è un guadagno che non compensa la perdita, in prospettiva, dei maggiori mercati di sbocco. Stando alle attuali tendenze economiche e demografiche, Europa, Usa e Giappone sono destinati ad un lento (per bene che vada) ma costante declino, per cui assorbiranno sempre meno le esportazioni degli emergenti che, invece, produrranno sempre di più. Il persistere del debito, a questo punto, diventa solo un acceleratore della decadenza di questi mercati. Un po’ di saggezza consiglierebbe maggiore flessibilità.

Naturalmente questa moratoria si può realizzare miscelando forme diverse: ad esempio, una parte può essere “congelata” a trenta o quaranta anni ad interessi minimi (dallo 0.50 all’ 1%), così da essere rimborsata in condizioni migliori, oppure accettando il pagamento di rate di debito senza interessi per un’altra parte del debito, trasformando un’altra parte dei debiti riscossi in investimenti nel paese debitore, acquistando oro delle Banche centrali occidentali a prezzi superiori a quelli correnti ecc.
Forme diverse che, in qualche modo, rendano più “digeribile” il condono ai creditori il cui guadagno principale resterebbe pur sempre la ripresa dei propri mercati di sbocco.

Ma non è detto che i creditori siano disposti ad una mossa del genere, saggia più che generosa, anche perchè gli Occidentali non hanno fatto molto per farsi amare dagli altri e l’idea di graziare i “ricchi” potrebbe risultare molto indigesta alle opinioni  pubbliche degli Emergeti.

Ed allora occorre pensare a misure unilaterali di autoriduzione del debito (mi rendo conto di star dicendo una cosa molto sgradevole).
Una prima modalità, la più ovvia, è quella della dichiarazione di default totale o parziale. Vanno valutati gli effetti di un default concordato e simultaneo di Usa, Giappone e maggiori debitori europei (Spagna, Grecia, Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo ma anche Francia e Germania che stanno in condizioni non molto migliori e comunque hanno il problema comune dell’Euro che non si salverebbe con un default collettivo dei Piigs). Nel caso di un default generalizzato dei maggiori paesi debitori, le conseguenze per ciascuno di essi sarebbero ben diverse da quelle che si avrebbero nel caso di default di un singolo o di ciascuno in ordine sparso. Peraltro, il caso argentino insegna che il default può anche essere salutare ai fini della ripresa. Le controindicazioni sono altre: in primo luogo questo colpirebbe anche il debito interno (componente molto alta del debito in Italia e Giappone) per cui si finirebbe per colpire anche i piccoli risparmiatori con effetti molto pesanti sulla credibilità del sistema.

Occorrerebbe, quindi, studiare forme di risarcimento dei piccoli risparmiatori anche se non è semplice.
Ma  la più  forte controindicazione di questa soluzione potrebbe stare nei suoi  effetti sistemici globali e nelle possibili reazioni dei creditori: poco male se a dichiarare default è un paese con alcune centinaia di miliardi di dollari di debito, ma quando si tratta di un default per 20 o 30.000 miliardi di dollari la cosa si fa pesante e calcolare la ricaduta su banche e stati diventa difficile da calcolare. Così come è difficile ponderare le reazioni altrui: si pensi alla reazione della Cina, anche solo dal punto di vista della fornitura di terre rare…
Va però, preso in considerazione, il valore deterrente di una simile misura, che potrebbe anche indurre gli altri a considerare più benevolmente l’ipotesi moratoria.

Altra possibile via d’uscita da considerare: una svalutazione shock (dal 25 al 40%) di Yen, Marco ed Euro che svaluterebbe anche il debito.  Peraltro questo ridurrebbe le importazioni con un riequlibrio forzato della bilancia commerciale.
D’altro canto, su questa strada gli americani già ci stanno con la politica di liquidità alluvionale della Fed che sta già svalutando di fatto il dollaro, anche se in misura contenuta. Ma, se la politica di iper-liquidità dovesse proseguire si imporrebbe una ben più consistente svalutazione. Controindicazioni diverse: in primo luogo questo farebbe salire di molto il costo delle importazioni e, se questo non riguarderebbe i beni scambiati fra i tre blocchi, il conto salirebbe con quelli importati dagli Emergenti che, ovviamente, avrebbero reazioni molto negative. E questo potrebbe infiammare il mercato delle commodities: in particolare i prezzi di petrolio, rame, litio, coloniali, gomma, oro, cotone ne risentirebbero (per non dire delle terre rare) e riflessi potrebbero esserci anche per i cereali. Questo però potrebbe indurre gli occidentali ad una maggiore sobrietà di consumi (che non sarebbe poi tanto male).

Anche qui occorrerebbe testare con molta attenzione gli effetti sistemici globali ed anche qui la cosa avrebbe un riflesso pesante sul debito interno (anche se la svalutazione avrebbe effetti relativi, perchè resterebbero più o meno stabili i prezzi dei prodotti interni ed importati dagli altri paesi a moneta svalutata). Ci sarebbe, tuttavia, un effetto collaterale sicuramente positivo: considerando che la parte più rilevante del denaro accumulato dalla superclass (manager, finanzieri, star dello spettacolo e dello sport ecc) è in beni o titoli quotati in dollari, euro e Yen, questa pensante svalutazione colpirebbe soprattutto loro, abbattendone proporzionalmente la ricchezza  con un desiderabilissimo effetto “equalizzante” .

Peraltro, questa misura, portata alle estreme conseguenze potrebbe anche evolvere successivamente nel passaggio a nuove unità monetarie (Nuovo Dollaro, Nuovo Euro, Nuovo Yen) lasciando bruciare l’unità precedente, sul modello di quanto fece la Francia nel 1959-62. Ovviamente, i riflessi positivi e negativi sarebbero gli stessi del caso precedente, ma in scala crescente.

Anche per queste due soluzioni occorre tener presente il loro valore deterrente e la possibilità di essere modulate opportunamente in un negoziato internazionale.
Ed a questo punto è evidente che si impone una nuova Breton Woods  che ridisegni l’ordine economico (e politico) mondiale. Ovviamente questo presuppone anche una parallela riconsiderazione dei rapporti di forza internazionali che sancisca la fine dell’attuale egemonia “occidentale” (ed essenzialmente americana). Non credo che questo significhi il passaggio del testimone alla Cina o anche all’Asia in genere: la soluzione più probabile sarebbe quella di un mondo policentrico con egemonie regionali. La stessa Cina non si candida a succedere agli Usa in quella posizione: non ne è preparata ed, ancor più, questo è estraneo alla tradizione del suo pensiero politico.

Una volta sgonfiato l’ascesso del debito interstatale, occorrerà affrontare la partita del debito con le banche e con i cittadini. Per i cittadini, magari qualche forma di protezione sociale per i piccoli risparmiatori è possibile ed utile. Per quanto riguarda le banche, considerato che il debito c’è anche per il loro improvvido salvataggio, questa volta tocca a loro restare con il cerino in mano.

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli,Uscire dalla crisi si può, continuare come sempre noultima modifica: 2011-08-27T16:11:49+02:00da mangano1
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