GIOVANNI GIUDICI,Quaderni piacentini Una storia milanese

Giovanni Giudici, L’antologia della famosa rivista “Quaderni piacentini”
pubblicata SU FACEBOOK  da Giuseppe Muraca il giorno giovedì 11 agosto 2011

 

fortini.jpgGiovanni Giudici, L’ antologia della famosa rivista
Quaderni piacentini. Una storia milanese
—————————————————————– ELZEVIRO L’antologia della famosa rivista Quaderni piacentini Una storia milanese di GIOVANNI GIUDICI E’ uscito “Prima e dopo il ’68” (edizioni Minimum Fax, lire 30.000): e’ un’antologia dei “Quaderni piacentini”, la rivista fondata nel 1962 da Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi. “Cerco di incontrare persone nuove, fuori della solita cerchia: ecco, in questo periodo, dei giovani di Piacenza che si interessano di lotte operaie, di sindacati… Forse l’unico tra loro con una inclinazione letteraria e’ un certo Bellocchio…”. Eravamo nel 1962 e cosi’ mi parlava un battagliero Franco Fortini. Ci vedevamo quasi ogni giorno alla Olivetti: lui consulente e io dipendente, uno al di qua e l’altro dal lato opposto di un grande tavolo. L’estate di quell’anno (lo stesso, per la cronaca, di una possibile terza guerra mondiale per la “crisi dei missili” a Cuba) si era aperta in Italia con i premonitori fatti di piazza Statuto a Torino; per la prima volta la “base” sindacale scavalcava i suoi dirigenti e una “nuova sinistra” si profilava al di la’ della sinistra tradizionale. In quelle inedite frequentazioni di Fortini (ormai lontani gli anni del “Politecnico”), stava in sostanza nascendo (anzi, in teoria, era gia’ nata) una nuova rivista, dal nome dimesso: “Quaderni piacentini”. Dopo i primi due numeri (da sempre “rigorosamente introvabili”), quello smilzo fascicolo provinciale sarebbe pero’ diventato in pratica una rivista “milanese”, con una risonanza di crescente ampiezza. Ma “milanese”, perche’? Non soltanto (o non tanto) perche’ a Milano abitava Fortini, interlocutore costante dei due fondatori e animatori della rivista, Piergiorgio Bellocchio e una giovanissima Grazia Cherchi, ma soprattutto perche’ da Milano partiva principalmente la rete di contatti e discussioni che ne sarebbero stati base teorica e verifica pratica. Da un caffe’ a un circolo culturale, in casa di uno o di un altro collaboratore, senza dogmatismi e con apporti disciplinari estremamente versatili (sociologi e giuristi, letterati e psicologi, storici ed economisti), si andava cosi’ formando una specie di redazione “aperta”, all’insegna di un’affinita’ politica e ideale, ma specialmente dell’amicizia. Diventavano “piacentini” anche quelli che mai avessero messo piede a Piacenza: qui si tenevano a volte domenicali riunioni presso l’Hotel Croce Bianca che concedeva la sala. Si serviva vino bianco sfuso. Nessuna promotion, ma i “Quaderni piacentini” riuscirono nel giro di un paio d’anni a darsi una discreta base di simpatie e di lettori. Se c’era da attaccare, non guardavano in faccia a nessuno; e cosi’ ugualmente se c’era da difendere una causa o posizione minoritaria o in difficolta’. Rubriche poi diventate famose come “Il franco tiratore” o “Da leggere” e “Da non leggere”, dicono gia’ chiara la loro sfida all’establishment politico – culturale. Un’altra ragione di successo fu, almeno fin quando la rivista si contenne al di sotto delle settanta – ottanta pagine, la rapidita’ con cui si lasciava “leggere” (non semplicemente e pigramente sfogliare come oggi certi elefantiaci periodici); e con un avvicendarsi di temi da invogliare il lettore giovane, che non si sentiva ne’ inseguito ne’ adulato. Quel lettore vi trovava la politica e la letteratura, la filosofia e la psicoanalisi, la sociologia e l’economia. Ma anche le poesie, certe poesie; di poeti gia’ illustri (come Sereni o Fortini) o destinati a notorieta’ (come Bandini e Raboni, Roversi e Majorino), ma anche di poeti come Enrico Furlotti che faceva il cameriere o il ferroviere Vico Paveri che, per amicizia con l’edicolante della stazione di Piacenza, aveva accesso alla lettura gratuita di quotidiani e periodici. Misteriose restano inoltre le identita’ del poeta Felice Papa (“morto di paura” avvertiva una nota “durante la crisi di Cuba”) e dell’anonimo versificatore che, in coda al “Franco Tiratore” del n. 13, 1963, lanciava contro il giovane Umberto Eco la profetica bomba di un dotto epigramma: “Utrimque, utroque, utrolibet, utrumque, / innovando restaura il Professore, /apre il Corriere, l’Unita’ socchiude, / campione gratuito a chiunque, / innocua Eco opera senza dolore”. Su “Quaderni piacentini” si scriveva, “naturalmente”, gratis. E tuttavia non sarebbe facile mettere insieme una lista di firme come quelle che vi apparvero in oltre due decenni di vita. Basterebbero nomi come Raniero Panzieri e Cesare Cases, Edoarda Masi e Sebastiano Timpanaro, Elvio Fachinelli e Sergio Bologna, Giovanni Jervis e Bianca Beccalli, Luca Baranelli e Renato Solmi, Federico Stame e Alfonso Berardinelli… Dalle poche centinaia di copie iniziali, distribuite “a mano” di libreria in libreria o inviate per posta ai fiduciosi abbonati, la rivista aveva raggiunto nel 1967 una diffusione di 7.000 copie, diventate nel ’68 (sulle ali della contestazione) ben 68.000, forse unico caso in Italia di un periodico di cultura in forte attivo. Dalla gestione artigianale dei redattori (Bellocchio, Grazia Cherchi e poi anche Goffredo Fofi), a partire dal 1980 una diversa struttura editoriale resse i “Quaderni” fino al 1984, anno in cui il Collettivo redazionale ne delibero’ la chiusura. Autodafe’? Suicidio incruento? O tipica morte in perfetta salute…
Giudici Giovanni
Pagina 31
(1 luglio 1998) – Corriere della Sera

GIOVANNI GIUDICI,Quaderni piacentini Una storia milaneseultima modifica: 2011-08-16T11:20:37+02:00da mangano1
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