Guido Caldiron,Noir, il romanzo dell’inquietudine scandinava

Noir, il romanzo dell’inquietudine scandinava

di Guido Caldiron36646_132627433430009_100000482603188_301283_2918759_s.jpg

All’indomani della strage di Oslo in molti hanno ripensato alle parole di Stieg Larsson che nel 1995, pochi giorni dopo che un fanatico dell’estrema destra americana aveva fatto esplodere un furgone sotto un edificio federale di Oklahoma City uccidendo quasi duecento persone, aveva scritto: «Anche a Stoccolma potrebbe avvenire un attentato del genere. Qui abbiamo tutti gli ingredienti necessari: odio, fanatismo, culto della violenza e la mentalità adatta al complotto». Prima di trasformarsi nel simbolo stesso del successo internazionale del noir scandinavo, grazie alla trilogia di “Millennium”, pubblicata nel nostro paese da Marsilio, Larsson, scomparso nel 2004, aveva fatto il grafico e il giornalista, anche se al centro della sua vita c’era soprattutto la politica. Già membro del Partito Comunista Svedese, con cui aveva rotto criticando il sostegno dato da questa formazione ai regimi del socialismo reale dell’Europa dell’Est, si era impegnato negli anni Ottanta nei movimenti di soldarietà con l’America Latina e nella battaglia contro il razzismo in grande crescita anche nel paradiso socialdemocratico scandinavo. Poi, dalla metà degli anni Novanta, era stato l’antifascismo ad assorbire tutto il suo tempo. Nel 1995, dopo l’omicidio da parte dei neonazisti di cinque ragazzi a Stoccolma, Larsson aveva dato vita, insieme a un gruppo di militanti e giornalisti di sinistra, a “Expo”, rivista d’inchiesta, poi divenuta anche fondazione e archivio, dedicata interamente allo studio e alla denuncia delle attività dell’estremismo di destra in Svezia cone nel resto del Nord Europa. Prima di dedicarsi alla letteratura Larsson aveva scritto alcuni saggi sulla nuova destra, riflettendo in particolare sull’ascesa dei Democratici svedesi, il volto rispettabile e elettorale che si è dato il network neonazista del paese. Ma anche dopo aver creato i personaggi di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist, protagonisti della piccola saga di “Millennium”, che allo scenario nordico di fiordi e foreste preferisce le periferie industriali di Goteborg o Malmo e i contorni di una società attraversata da razzismo, violenza e corruzione, Larsson non aveva abbandonato la sua battaglia contro il neonazismo. «A differenza di molti giallisti, evita di coltivare il cinismo senza speranze che sembra dominare questo genere letterario. Crede fermamente nella forza dell’inchiesta e nell’efficacia, quasi catartica, rappresentata dal rivelare la verità in una società aperta: in una parola vuole riparare ai torti che ci circondano», scriveva di lui Laurent Joffrin nel 2008 su un numero di “Libération” che si apriva con una prima pagina dedicata a “Millennium” e al suo autore. Di fronte alla tragedia di Oslo e all’emergere della lunga catena d’odio che ha armato Anders Behring Breivik, ma ha portato anche molti scandinavi a votare per i partiti della nuova destra xenofoba e populista, non ci si può non porre la medesima domanda che rivolgeva ai suoi lettori il giornalista francese in quell’occasione: «E se il boom del giallo nordico fosse anche un fenomeno politico?». Già certo della risposta positiva da dare a questa domanda, Joffrin aggiungeva: «Giornalista investigativo trasformatosi in narratore dell’epoca della globalizzazione, Stieg Larsson era altermondialista, femminista dichiarato, nemico delle multinazionali, militante antifascista: osservava invece da sinistra lo stato di salute della socialdemocrazia svedese, denunciandone le derive verso l’iper-capitalismo». Lontano dai canoni classici dell’hard boiled ma anche dalle recenti tentazioni ai limiti dell’horror o del mistery che attraversano sempre più spesso la narrativa poliziesca internazionale, il noir scandinavo coltiva una propria vocazione all’indagine sociale, mettendo in primo piano la parte abitualmente in ombra delle società del nord Europa e conducendo un’inchiesta permanente sulla violenza e il crimine anche quando questi fenomeni non si manifestano per le strade ma all’interno delle accoglienti dimore dei quartieri residenziali simbolo stesso del benessere nordico. Come ha spiegato Nicolas Benard, autore di un saggio sul fenomeno, “Le Polar nordique: entre réalisme social et conscience politique”, ospitato sul n. 7 (2005) della rivista francese di studi scandinavi “Nordiques”, «si può tranquillamente parlare ormai di una tradizione di noir sociale nei paesi scandinavi. Inizialmente questo genere è apparso in Svezia negli anni Sessanta con i romanzi firmati in coppia da Maj Sjowall e da suo marito Per Wahloo (pubblicati in Italia da Sellerio) e ha conquistato progressivamente anche gli altri paesi nordici, dall’Islanda alla Finlandia». «L’universo che prende forma in questi romanzi – sottolinea ancora Benard – è inquietante: il mito della socialdemocrazia trionfante ne esce decisamente a pezzi. La società descritta conosce una forte deriva individualista ed è attraversata da fenomeni crescenti di esclusione, impoverimento e corruzione a tutti i livelli. La famiglia è spesso il luogo dove covano violenza e soprusi e i comportamenti marginali dei giovani (droga, alcolismo, piccola delinquenza e abbandono scolastico) sono frutto di una realtà sociale molto dura di cui loro sono le prime vittime. Infine, la polizia manca di mezzi o è incapace e violenta, la giustizia il più delle volte inefficace». Se a questo quadro si aggiunge la memoria spesso occultata del passato più torbido di questi paesi, il collaborazionismo con i nazisti in Norvegia, le campagne per l’eugenetica in Svezia, i tanti misteri legati alla Guerra Fredda fino all’omicidio del premier svedese Olof Palme, e il razzismo tornato in auge nell’ultimo decennio accompagnato dalle azioni di un’estrema destra sempre più violenta, lo scenario che fa da sfondo all’emergere del noir scandinavo è pressoché completo. «Solo dopo aver scritto l’ottavo e ultimo romanzo della serie di Kurt Wallander, ho capito quale sottotitolo avevo sempre cercato, senza mai trovarlo. Quando tutto era finito, o quasi, ho capito che il sottotitolo della serie doveva essere I romanzi dell’inquietudine svedese. Avrei dovuto trovarlo prima». Così scriveva nel 1999 Henning Mankell, il più prolifico e tradotto scrittore svedese – le inchieste del suo eroe, il commissario Wallander, sono pubblicate in tutto il mondo -, nell’introdurre “Piramide” (Marsilio, 2006), una raccolta di indagini giovanili di quello che è stato definito come il “Maigret scandinavo”. «Questi romanzi, in fondo, pur nella loro varietà – suggeriva ancora Mankell – hanno sempre girato intorno a un unico tema: che cosa è successo negli anni Novanta allo Stato di diritto? Come può sopravvivere la democrazia se il fondamento dello Stato di diritto non è più intatto? La democrazia ha un prezzo che un giorno sarà considerato troppo alto e che non vale più la pena pagare?». Se l’inquietudine degli scandinavi è la benzina che brucia nelle storie di Mankell, ambientate negli anni Novanta ma con immersioni nel periodo della Guerra Fredda e in quello tra le due Guerre Mondiali, già molti anni prima Maj Sjowall e Per Wahloo avevano indicato la strada di un racconto tutt’altro che neutro della realtà dei paesi nordici. Giornalisti di sinistra prima di diventare autori di noir (Wahloo, scomparso nel 1975, aveva sostenuto l’opposizione al franchismo spagnolo e Sjowall aveva partecipato al movimento femminista), con le indagini di Martin Beck, commissario capo della squadra omicidi di Stoccolma, protagonista dei loro romanzi, hanno dato corpo alla loro critica della società del controllo. I loro libri sono pieni di annotazioni, apparentemente innocue, che danno però il senso del clima che si respira da tempo in questa parte d’Europa. Così quando Lennart Kollberg, braccio destro di Beck, che ha ucciso un innocente per cercare di fermare un gruppo di evasi, decide di lasciare il corpo di polizia perché ritiene che la violenza degli agenti e il loro girare armati rappresenti più un incentivo alla criminalità che non un suo valido deterrente, scrive all’Amministrazione una lettera che ha quasi il sapore di un documento politico. «Non ce la faccio più a fare il poliziotto. E’ possibile che ogni società abbia le forze di polizia che si merita, ma è una tesi che non ho intenzione di sviluppare, almeno non ora e in questa sede (…) Quando sono entrato nella polizia, non potevo immaginare che la professione avrebbe subito una tale metamorfosi o che avrebbe preso la direzione che ha preso. Sono un uomo che, dopo ventisette anni di servizio, si vergogna a tal punto della propria professione, che la mia coscienza mi impedisce di continuare a esercitarla ». La lettera di Kollberg porta la data del 27 novembre del 1973, il romanzo da cui è tratta, “Un assassino di troppo” (Sellerio, 2005) è stato pubblicato in Svezia nel 1974. Così, autori come Olle Lonnaeus, che con “Cuore nazista” (Newton Compton, 2011) indaga sul passato del collaborazionismo con il Terzo Reich rimosso dalla memoria pubblica dei paesi del Nord Europa e sulle nuove forme di razzismo che colpiscono gli immigrati; come Jo Nesbo, che con “Il pettirosso” (Piemme, 2006) ha raccontato la pagina più scura della storia norvegese, quella del governo di Quisling che appoggiò i nazisti durante la Seconda guerra mondiale; o come Anne Holt, l’avvocata già ministra della Giustizia norvegese tra il 1996 e il 1997, autrice, tra gli altri suoi titoli, di “Quello che ti meriti” e “L’unico figlio”, (entrambi Einaudi, 2008 e 2011) che riflette il dibattito del femminismo scandinavo e del movimento lesbico, indicano ancora oggi come il noir possa in questi paesi rappresentare un’eco credibile dei quesiti che attraversano, e a volte sconvolgono, l’opinione pubblica.

in data:
02/08/2011

Guido Caldiron,Noir, il romanzo dell’inquietudine scandinavaultima modifica: 2011-08-04T18:53:42+02:00da mangano1
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