Mario Tronti, Terza domanda

Siamo partiti, forse, da questioni troppo complesse (pensiero tragico, teologico-politico), ma non stiamo affatto divagando.

 

ab433653258b6bd6.jpegL’obiettivo di una tale scelta è, infatti, quello di creare lo sfondo, un contesto adeguato, per proporre ai giovani il

problema della politica, di contribuire alla diffusione tra di essi di una conoscenza seria della politica, che essi, anche quelli politicamente più impegnati e più sensibili, fanno fatica a comprendere in tutta la sua interezza, e in tutto il suo spessore. Più specificamente, l’intento è quello di far misurare i giovani e i giovanissimi con la politica, contribuendo alla loro formazione culturale e politica. Soprattutto quelli, già ben orientati, che la politica la cercano, ma non la incontrano, perché le ideologie (antipolitiche) che più direttamente hanno influenzato la loro formazione, e il loro stesso impegno «critico», gli impediscono di guardare con occhio critico alla storia del Novecento, e alla storia del movimento operaio, e, dunque, alla Politica come strumento insostituibile di trasformazione del mondo e delle nostre vite.

 

3r. Alla politica si arriva sempre. E sempre dalla politica si riparte. È un tema difficile. Oggi, il più difficile. Difficile,

non da pensare, ma da comunicare. Su di esso si è accumulato il più diffuso dei sentimenti di rifiuto, a livello popolare, di massa, in un concentrato impressionante di senso comune.

In più, una dannazione intellettuale, un rigetto culturale a farsi carico del problema. Motivi che, tutti insieme, hanno

segnato il passaggio di egemonia da sinistra a destra, che questa volta ha avuto questa precisa specificità. Non occupiamoci dell’antipolitica prodotta dal populismo conservatore. La conosciamo e la combattiamo. È l’impolitico prodotto dal campo progressista che dobbiamo qui mettere sotto critica.

Viene da lontano. Io lo dato, e la datazione viene molto contestata, dagli anni Sessanta. Infatti sentii arrivarmelo addosso dall’interno dell’esperienza operaista. Già allora era il fenomeno del movimentismo, che crebbe e s’impose come bandiera della contestazione giovanile antiautoritaria. Purtroppo non fu il recupero di una tradizione che pure c’era stata, nobilmente, nella storia del movimento operaio: l’azione dal basso, spontaneismo, sindacalismo rivoluzionario, luxemburghismo, in una parola, critica del primato dell’organizzazione.

Se fosse stato così, potremmo oggi dividere le colpe a metà, tra i vecchi partiti che non colsero lo spirito dei

tempi nuovi, che effettivamente stavano arrivando, e le nuove generazioni che dei nuovi tempi fecero un feticcio da adorare. Magari fosse emerso lo schema: nuovi movimenti contro vecchie organizzazioni. Emerse invece la pretesa, non

giovanile ma infantile, di un’altra idea di politica, «un altro modo di fare politica». Questa massima è all’origine dell’attuale crisi della politica, e del fatto che risultano praticamente bloccate le possibili vie d’uscita. Non esiste «un altro modo di fare politica». Lo voglio dire a questo punto con chiarezza.

Questa è un’idea contestatrice, a suo modo e nelle sue varie forme, antirivoluzionaria. La politica con cui abbiamo a che

fare è la politica moderna. Un universo conchiuso, compatto, in sé logico, con regole e leggi, non scientificamente esatte, questo è il bello, ma mutabili e interpretabili nella contingenza, con un fondo, dentro, di irrazionalità, il caso, l’occasione, l’eccezione. Tra politica e modernità si è stretto un patto demoniaco, che se lo incontri non lo eviti. E se lo eviti, diventi postmoderno, cioè niente, chiacchieri di mondi inesistenti, vedi le stelle che non ci sono. Volere un altro modo di fare politica moderna è come volere un altro modo di fare economia capitalistica. È come voler vivere da borghese buono e giusto. Una pratica molto diffusa tra i nostri contemporanei.

Questa pretesa di fare politica con l’idea che da Machiavelli a Weber ci sia a questo punto nient’altro che un cimitero

di cani morti, mi sembra proprio una bizzarria che solo la storia della stupidità culminata nella reazione antinovecentesca poteva produrre. La difficoltà del trattare il problema è che questa certificazione di falsa morte della politica moderna non è maggioritaria, è totalitaria. L’interesse capitalistico esprime oggi la sua egemonia, continuando tranquillamente a fare politica moderna, costruendoci sopra un apparato ideologico antipolitico. L’interesse che dovrebbe essere opposto prende questo mascheramento come la realtà e risponde quindi non a quello che l’avversario fa ma a quello che l’avversario dice. Conseguenza: «tutto fuorché la politica », è la parola d’ordine che unisce le membra sparse della sinistra divisa di oggi. Sono molto preoccupato: perché, se non si scioglie questo nodo, non si riprende il filo del discorso alternativo e dell’azione antagonista. Questo lo devono capire soprattutto i più giovani militanti, quelli a cui la politica è sembrata dare solo delusioni, compromissioni, cedimenti, a volte tradimenti. E comunque è sembrata parlare d’altro, rispetto al loro bisogno di fare i conti direttamente con l’avversario sociale. Ma la raccomandazione di Brecht agli antifascisti riuniti a Parigi a metà degli anni Trenta: compagni, parliamo dei rapporti di classe!, non era valida allora e tanto meno è valida oggi, quando il capitale non è più armato di dittatura, ma rivestito di democrazia. Come bucare questa veste più resistente di un’armatura, è il problema preliminare per l’organizzazione del conflitto, qui e ora, sulla forma della società e su chi e come la comanda. Nella conversazione precedente abbiamo parlato di come stare nella contingenza. Bene. Non si sta criticamente nella contingenza senza la politica. La politica è lotta attraverso la mediazione. Un’arte raffinatissima: che richiede un’alta professionalità, che solo i grandi politici sanno esprimere. L’idea che la politica è di tutti, e alla portata di tutti, è una menzogna che hanno messo in giro i potenti per ingannare i deboli. Il populismo è anche questo: l’illusione che l’azione del capo sia l’azione del popolo. Il cittadino sovrano che viene chiamato non più ad eleggere attraverso un partito chi deve rappresentare la sua parte, ma direttamente a designare chi deve governare il paese, è il più recente imbroglio democraticistico, che solo intellettuali politicamente ritardati, e politici potenzialmente suicidi, potevano scambiare per un progresso dell’umanità verso il meglio. È la società civile che pretende di autorappresentarsi politicamente. La società reale sa che la politica sta tra sé e il potere. La società civile è il sistema degli interessi, dei bisogni, oggi si dice dei desideri, è il mondo del bourgeois. Il privato non è politico. Mai. Per diventare il pubblico deve trasvalutarsi, trascendersi, uscire dall’individuo per farsi collettività, riconoscere la propria condizione come la stessa dei molti insieme a lui. La società reale è la Lebenswelt, il mondo della vita, agita, esperita, come esistenza quotidiana, l’ambito che la Fenomenologia dello spirito hegeliana,

letta da Kojève, indica come il lavoro e la lotta. In mezzo,  tra il lavoratore e il padrone, c’è la politica. Sempre. Perché

il rapporto di classe è un rapporto di forza. Quando il lavoratore arriva a prendere coscienza di questo, passa, come ci ha

insegnato Marx, dall’in sé al per sé. L’operaio di fabbrica ha espresso il lavoro e la lotta al massimo livello. L’operaio non sa che farsene dell’essere cittadino sovrano. Lascia questa funzione di sovranità a chi lo rappresenta nelle istituzioni.

Esprime una parzialità, che sa deve essere tradotta in una forma organizzata. A difesa del suo interesse, c’è il sindacato,

o magari, nei momenti alti, il consiglio di fabbrica. Ma all’attacco del potere manda il partito. L’operaio è il più disposto, e il più disponibile, alla mediazione politica. «Tutto il potere ai soviet» era uno slogan agitatorio, adatto appunto al momento alto della rivoluzione. Poi Lenin virava opportunamente verso la NEP. È dal non aver continuato su questa strada che si sono costruite le basi, invece che di una realizzazione, di un fallimento. Insomma, la politica è l’unico modo per fare i conti con la durezza della storia. Io l’ho imparato, per prova ed errore, in questi anni e decenni. Ho visto che quelli che volevano tutto e subito, alla fine hanno avuto niente e per un tempo lungo che dura ancora. Quelli, dall’altro lato, che manovravano, non abilmente ma cinicamente, nelle pieghe del presente, alla fine si sono ritrovati senza né potere né popolo. E io sono ancora lì a chiedermi dove si può andare a scoprire la misura tra antagonismo e realismo, tra volontà alternativa ed azione efficace, dove la reciproca giustificazione, non etica ma politica, tra mezzi e fini, come si passa dal «non si può accettare» al «si deve abbattere», e non con

gesti e parole, ma entrando nella testa dura dei fatti. So soltanto che ci vorrebbe una nuova leva di cervelli con braccia e

gambe, uomini e donne capaci di pensare e fare, conoscere per trasformare. E il senso di questo discorso è provocare l’irruzione di questa piccola truppa di assalto.

Mario Tronti, Terza domandaultima modifica: 2011-07-29T11:18:28+02:00da mangano1
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