LA NASCITA DI DP –

LA NASCITA DI DP – Un estratto del libro
pubblicata da Gli Ultimi Mohicani il giorno mercoledì 13 luglio 2011 alle ore 15.09

 

264986_117750954984925_100002500622870_137187_1636874_a.jpgLa fondazione ufficiale di Democrazia Proletaria avviene nella prima “assemblea congressuale” di Roma, che si tiene dal 13 al 16 aprile ’78 al cinema Jolly di via Tiburtina. Fu un congresso classico, ma la nuova dizione dava un tocco light al tutto. Lo slogan era ambizioso: “La democrazia degli operai, dei giovani, delle donne per cambiare la vita trasformando la società”. Coreografia spoglia e spartana se non inesistente – di soldi non ce n’erano e i congressi costano adesso e costavano allora – qualche drappello rosso e falci e martello qua e là. Due diverse relazioni introduttive, anche qui per rinnovare un po’ i riti della sinistra tradizionale: una di Calamida e l’altra di Ninetta Zandegiacomi.
Ma sono giorni particolari quelli, proprio nel bel mezzo del sequestro di Aldo Moro, uno dei fautori del compromesso storico tanto avversato dall’estrema sinistra. La posizione di Dp era sintetizzabile nella massima “contro lo Stato, contro le Br”, fermo restando che l’opzione terroristica veniva drasticamente rifiutata: «L’Autonomia, con la pretesa che quello che si stava addensando nelle università era il nuovo movimento operaio, ha cacciato il movimento nel vicolo cieco dello scontro frontale con lo Stato e con le sue articolazioni. L’effetto devastante che questa linea avventuristica e rozzamenteestremistica ha avuto sul conflitto sociale e sulle condizioni che presiedono al suo sviluppo ci viene costantemente ricordato dall’iniziativa delle organizzazioni terroristiche che da quel contesto politico trassero forza». Nei vari interventi dei delegati sarà chiaro che Dp non accetta l’idea che lo Stato si difenda e non tratti. Niente partito della fermezza, sia per motivi umanitari sia perché si ha la sensazione che Stato e Brigate Rosse giochino al rafforzamento reciproco: «Le Br affermandosi come interlocutori dello Stato – è l’analisi di Miniati al congresso –, lo Stato irrobustendosi in senso autoritario e colpendo i diritti democratici delle masse e le lotte operaie».
Ovviamente i compagni del Pci non la prenderanno bene, proprio il Pci che fa dell’intransigenza alle Br una questione di principio: «L’equiparazione o equidistanza tra Stato democratico costituzionale e Brigate Rosse è una posizione nefasta – scrive Aldo Tortorella sull’Unità parlando all’ultrasinistra –. Sappiamo bene che i più che sostengano questa tesi sono non solo distanti, ma francamente, decisamente, ostili a ogni forma di terrorismo. Ma il punto, allora, qual è? Il fatto è che si è determinata una confusione tra Stato democratico-costituzionale e gestione di esso e, più oltre, una impostazione assurda, manichea, della politica e della morale». Mentre Foa sul Quotidiano dei Lavoratori risponde così: «Pur corretto come risposta a un ricatto del tipo chi non è con noi è contro di noi, il nostro slogan è tuttavia una formula passiva, mentre è necessario tornare a una azione organizzata per difendere il diritto-dovere del dissenso e rifiutare la letale concezione della democrazia come immobilismo e conformismo sociale».
Il clima che si respira al Jolly non è dei più elettrizzanti, la spinta emotiva dei delegati non è quella dell’entusiasmo. Il muso lungo va per la maggiore. Terrorismo a parte, alle spalle c’è una stagione di pesanti sconfitte, mentre nel presente c’è un sistema politico bloccato dalla sinergia tra Dc e Pci. C’è la consapevolezza che comincia un’altra storia, che le vecchie categorie di analisi e comprensione della società – e così anche del proprio ruolo come singoli militanti rivoluzionari – vanno riaggiornate con nuovi elementi, nuove proposte, nuovi cavalli di battaglia. «Si vive – dirà nel suo intervento Pino Ferraris – uno sforzo tormentato: si rifiuta l’utopia, la fuga verso il ghetto dei puri, l’isolamento. Ma si rifiuta anche la realpolitik, l’adeguarsi alla realtà com’è. Vi è in questo il dramma di una generazione, il travaglio di restare attaccati alla quotidianità illuminandola dal di dentro con il senso dell’avvenire».
Non viene eletto alcun segretario generale. La figura non rientra nello statuto. Nessun “comitato centrale”, che sa molto di vecchio Pcus e di minestra riscaldata. Solo un generico “esecutivo”. La collegialità come valore supremo. Ma di fatto è Foa la guida del partito. È l’intellettuale più noto, un vero e proprio vate che col suo carisma può mettere insieme quella che è nella realtà Dp, cioè un coacervo di culture e sigle diverse tra loro: pezzi di Avanguardia Operaia, del Manifesto, socialisti ex Psiup poi Pdup, i cattolici di base, il movimento studentesco di Capanna, ex di Lotta Continua, consigli di fabbrica e Cub, pezzi di Fim Cisl e Cgil, gli studenti e le femministe, centri sociali e circoli giovanili, Magistratura Democratica di Luigi Ferrajoli e Luigi Saraceni, il comitato per le scelte energetiche di Gianni Mattioli, Medicina e Psichiatria Democratica, Radio Popolare di Milano, Radio Città Futura di Roma, la cultura alternativa della comune di Milano e Dario Fo.
Nasce così il “piccolo partito delle grandi ragioni”.
GLI ULTIMI MOHICANI – Una storia di Democrazia Proletaria
di Matteo Pucciarelli – Edizioni Alegre
http://www.ilmegafonoquotidiano.it/libri/gli-ultimi-mohicani

LA NASCITA DI DP –ultima modifica: 2011-07-16T09:55:20+02:00da mangano1
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