Alberto Papuzzi,Saverio Vertone , L’uomo che odiava le scorciatoie

02/07/2011 – PERSONAGGIO
Addio a Saverio Vertone
L’uomo che odiava le scorciatoie

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Il giornalista e scrittore Saverio Vertone

ALBERTO PAPUZZI
TORINO
Saverio Vertone, morto giovedì a Torino a 83 anni, apparteneva alla stagione del disgelo torinese. Quella in cui, negli anni settanta, ormai finita la guerra fredda, Pci e Fiat tentavano clandestini incontri ravvicinati. In realtà è stato un intellettuale che ha incarnato figure diverse se non addirittura contrapposte.

Nato a Mondovì, figlio di un ufficiale degli Alpini disperso nella campagna di Russia, «ragazzo di Salò» a soli 16 anni, quindi comunista per quasi quarant’anni, forse per riscattare quella macchia, poi nel 1983 abbagliato da Craxi, in seguito iscritto a Forza Italia, nella cosiddetta stagione dei professori berlusconiani, ma passato nel 2001 nelle file della Margherita, il suo è stato il percorso di un politico inquieto se non pessimista. Anche come intellettuale ha vestito panni disomogenei: raffinato germanista, traduttore esemplare di Hermann Broch, autore e programmatore radiofonico e televisivo (con Franco Antonicelli, Umberto Eco, Furio Colombo, Gianni Vattimo).

Su ccessivamente giornalista all’«Unità», direttore della rivista «Nuova Società», infine politico a tempo pieno, come parlamentare. Ma la sua vera esperienza carismatica fu quella di comunista dissidente, amendoliano o di destra, si diceva allora, capace di cogliere i fermenti di novità che arrivavano dai nuovi quadri del partito, intrecciandoli con le aperture sia del mondo cattolico sia di quello imprenditoriale. Laureatosi nel 1952 con una tesi sui dialetti italiani prelatini, seguita dal grande Benvenuto Terracini, protagonista nel 1956 di una scorribanda per l’Europa, su una Fiat 1400 in compagnia di Eco, pubblica all’inizio degli Anni Sessanta «Il grattacielo nel deserto», inchiesta sulla Fiat scritta insieme con Adalberto Minucci. E’ l’occasione che lo fa scoprire: «Una tendenza di tipo individualistico sembra aver sostituito in alcuni settori operai – si legge nel libro – l’antica spinta a una solidarietà di classe che si esprimeva in tutti i settori della vita sociale». Non è eccessivo dire che scorgeva i prodromi della fine della classe operaia e dello svuotamento della sua ideologia. Con il monopolio della grande azienda e lo sfascio della città proletaria. Un silenzio operaio che risuonava anche in opere come «Una nuvola d’ira» di Giovanni Arpino.

Testimonianza di Diego Novelli, l’ex sindaco rosso di Torino: «Faceva allora il programmatore Rai, qui a Torino. Siccome era un comunista rompicoglioni, prima lo misero in una stanzetta a cronometrare i tempi delle trasmissioni, poi lo cacciarono. Era disoccupato, fui io a portarlo nella commissione culturale del partito e nella redazione di “Nuova Società”, di cui gli affidai la direzione quando diventai sindaco». La rivista era stata creata da Novelli come un ponte fra il Pci e forze o movimenti di slancio progressista, dal cardinale Pellegrino a don Ciotti, fino a Paolo Volponi, il romanziere di provenienza olivettiana, chiamato da Agnelli a curare i rapporti tra Fiat e Torino.

Ma non bisogna dimenticare che Vertone era un polemista nato. Elegante, naturalmente, perché l’eleganza era la sua misura. Ma non per questo meno spietato nel giudizio, come mostrava lo sguardo beffardo. Dunque ecco gli strali contro l’indulgenza per la droga, la chiusura dei manicomi, più in generale contro tutte quelle che gli apparivano scorciatoie della politica (la contestazione studentesca, il movimentismo sessantottino e così via). All’interno della federazione comunista torinese si arrivò a una spaccatura tra la leadership ortodossa di Fassino e Novelli e le provocazioni di Vertone in coppia con l’amico Giuliano Ferrara, il futuro ministro di Berlusconi e direttore del «Foglio».

La marcia dei quarantamila segnò uno spartiacque: «Era proprio difficile immaginare i “quarantamila” prima di trovarseli di fronte – si chiedeva Vertone – come evocati dal nulla?». Per parte sua diagnosticava una incapacità del partito e dei sindacati a essere ancora avanguardie che vedono prima e meglio. Parlava di ciechi, «che pretendono di fare le guide in montagna». Da quella delusione partì il percorso che lo portò fino alla corte berlusconiana, rimanendo peraltro grande amico – per dire le contraddizioni – di Armando Cossutta, il leader degli staliniani. Ma Berlusconi non era adatto a un intellettuale sofisticato come Vertone. Dieci anni fa torna a sinistra, ormai un reduce, un po’ più solo e stanco.

Alberto Papuzzi,Saverio Vertone , L’uomo che odiava le scorciatoieultima modifica: 2011-07-02T15:23:45+02:00da mangano1
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