Aldo Giannuli, Rivoluzioni arabe e caso libico

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Parlando delle rivolte arabe, l’atteggiamento degli osservatori oscilla fra quanti sottolineano i caratteri unitari del fenomeno, e quanti, al contrario parlano di una sincronia più o meno casuale fra contesti completamente diversi, che stanno generando fenomeni politici altrettanto diversi, resi simili più dall’eco mediatica che dalla dinamica reale.
I primi tendono un po’ grossolanamente ad assemblare fatti e cose molto diversi fra loro, tracciando linee troppo dritte e ipotesi interpretative troppo semplicistiche, gli altri, all’opposto, si esercitano a spaccare il capello in otto per dimostrare che è tutto diverso da caso a caso.

Questo riguarda in particolare il caso libico di cui –in sostanza- i fautori dell’intervento occidentale sottolineano il carattere tutto interno alla “primavera araba” e gli oppositori elencano puntigliosamente tutte le ragioni che ne fanno una cosa totalmente diversa dalle altre.

Probabilmente questo è effetto anche del fatto che eravamo tutti impreparati a questo uragano che ci ha gettato in una confusione profonda.
Non ho nascosto la mia posizione non ostile (ma assai diffidente) verso l’intervento occidentale, però vorrei sottrarmi a questa logica di schieramento, per cui, fatta una scelta, poi si devono trovare le pezze d’appoggio che la giustifichino. Dato che riconosco tranquillamente la possibilità che mi stia sbagliando, vorrei tentare una strada diversa: cercare  di riassumere in breve le poche “certezze” a nostra disposizione, per poi passare alle questioni più controverse

– Una sincronia casuale?

1- il mondo arabo è caratterizzato da profonde differenze etniche, sociali, culturali, economiche e politiche anche fra paesi confinanti (ad esempio, l’Egitto è un paese densamente popolato, con una marcata appartenenza nazionale e, per converso, un limitato peso delle questioni tribali, ha una forte tradizione culturale, una economia in ascesa, limitate risorse petrolifere, ha un esercito politicamente ed economicamente molto forte ecc. mentre la Libia è un paese scarsamente popolato, con forti riserve petrolifere, con un accentuato ruolo delle tribù, ed un conseguente debole senso di appartenenza nazionale, un esercito debole a fronte delle milizie di regime, un limitato sviluppo culturale, una economia poco sviluppata e totalmente dipendente dalla rendita petrolifera ecc.)

2- tuttavia, lo stesso mondo arabo presenta anche accentuati tratti comuni: ad esempio la rilevanza della rendita petrolifera (anche per i paesi come il Libano o la Tunisia, che, pur non disponendo di propri giacimenti, usufruiscono indirettamente di essa), la comune appartenenza all’Islam sunnita (anche se con importanti minoranze sciite e con declinazioni piuttosto diverse del credo religioso). La maggiore similitudine è nel carattere autocratico dei regimi politici divisi fra monarchie e repubbliche a conduzione militare, ma pur sempre autocrazie. La Libia non fa eccezione alcuna.

3- Un altro importante punto comune e tutti è dato dall’andamento demografico. Youssef Courbage ed Emmanuel Todd sostengono che ci sono due soglie critiche oltre le quali si produce la rottura dell’ordine tradizionale: quando il calo della fecondità registra un numero medio di figli per donna al di sotto dei 4 e quanto più della metà dei giovani maschi venticinquenni  è alfabetizzato, si produce una rivoluzione entro i 20-25 anni successivi. E, salvo alcune eccezioni, le tavole sinottiche dei casi storici gli danno ragione.

In effetti, i paesi arabi hanno varcato quasi tutti queste due soglie  verso la metà degli anni ottanta e, puntualmente, oggi registriamo l’ondata rivoluzionaria in atto. La Libia non fa eccezione.

4- Altro importante punto comune è la questione del pane. Le difficili condizioni ambientali dovute alla scarsità d’acqua hanno sempre reso assai precario l’approvvigionamento alimentare dei paesi arabi. A partire dagli anni cinquanta, i paesi arabi hanno iniziato ad importare massicce quantità di cereali grazie alla rendita petrolifera: in effetti nella graduatoria del 20 principali importatori  cerealicoli del Mondo, 13 sono paesi arabi. Questo ha costituito a lungo la principale ragione di consenso ai regimi, ma ha anche avuto una serie ricadute controintuitive: ha scoraggiato ulteriormente la produzione interna che è crollata a livelli del tutto trascurabili e (per i peculiari meccanismo di distribuzione delle farine attraverso magazzini statali) ha alimentato una rigogliosa corruzione generalizzata.

Pertanto, proprio perchè il basso costo dei generi alimentari era la principale base di stabilità dei regimi, l’impennata dei prezzi è diventato la principale ragione di crollo del consenso e innesco delle rivolte. La Libia non fa eccezione.

5- Quasi tutti i paesi arabi sono stati investiti, pur se in misura diversa, da forti flussi emigrativi verso l’Europa o verso altri paesi mediorientali (come gli Emirati), quello che ha contribuito ad accelerare il mutamento culturali soprattutto delle nuove generazioni. La Libia fa eccezione a questo quadro avendo tassi di emigrazione molto bassi

6- Il mutamento culturale è stato favorito ed accresciuto anche dalla presenza di una Televisione del mondo arabo come Al Jeezira e dall’esplosione di internet (fenomeno i cui effetti vanno approfonditamente studiati). La Libia fa parziale eccezione a queste dinamiche per la minore incisività dei nuovi media.

Già questo quadro comparativo, con i suoi numerosi elementi di concordanza, lascia intendere che molto difficilmente la crisi libica  possa essere solo una coincidenza occasionale con la più generale rivolta del mondo arabo. Tuttavia potrebbe anche esserci una spiegazione diversa: la coincidenza potrebbe non essere casuale, ma voluta dall’intervento dei servizi segreti occidentali alla ricerca di un inserimento nella dinamica della rivoluzione araba.

– il ruolo dei paesi occidentali e dei loro servizi segreti.

Fra le varie certezze, infatti, possiamo tranquillamente aggiungere il particolare ruolo dei servizi occidentali nel caso libico: sappiamo della fuga in Francia di Nouri Masmari già ad ottobre, che già in novembre il colonnello dell’aeronautica Abdallah Gehani incontrò un gruppo di agenti dei servizi francesi. Sappiamo anche che uomini dei reparti speciali inglesi sono sbarcati in Cirenaica ed hanno avuto un ruolo importante nell’organizzare l’insurrezione. Sono cose che abbiamo gà detto in questo blog.
E’ altrettanto chiaro che dei destini della (futura) democrazia araba alle potenze occidentali non importi un fico secco: la Libia è un immenso tesoro di gas e petrolio, dispone di un pingue fondo sovrano sul quale molti amerebbero mettere le mani e, disponendo di ampie distese desertiche potrebbe, in futuro, essere un importante fornitore di energia da solare. E queste sono sicuramente motivazioni molto più credibili di quelle “umanitarie” che, infatti, sono del tutto ignorati nel caso del Barhain dove i sauditi hanno schiacciato la rivolta senza che l’occidente facesse un colpo di tosse.

In più, ci sono gli scopi politici della manovra: inserirsi nella rivolta araba per portarla dove si desidera.
Dunque nessun dubbio nè sulle intenzioni imperialiste dell’intervento in Libia nè sul fatto che in questo caso la rivolta ha potuto giovarsi di aiuti venuti da questa parte.
I problemi sono tre, connessi ma distinti:

1- capire sino a che punto questa sia una rivolta inventata o reale
2- capire sino a che punto gli esiti di questa rivolta possano rafforzare o pregiudicare la rivoluzione araba in atto
3- capire se questo intervento occidentale, al di là delle intenzioni dei suoi attori (che sono quelle appena descritte) possa oggettivamente essere d’appoggio alla rivoluzione araba e sino a che punto.

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli, Rivoluzioni arabe e caso libicoultima modifica: 2011-06-28T10:43:11+02:00da mangano1
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