Giuseppe Muraca, La “banda Apollinaire” e il mito di Parigi in un libro di Renzo Paris

Giuseppe Muraca, La “banda Apollinaire” e il mito di Parigi in un libro di Renzo Paris
pubblicata  su facebook  da Giuseppe Muraca il giorno sabato 25 giugno 2011

 

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La banda Apollinaire e il mito di Parigi in un libro di Renzo Paris
Guillaume Apollinaire mori a Parigi di febbre spagnola il 9 novembre del 1918, a soli 38 anni (infatti era nato a Roma il 25 agosto 1880 da una relazione tra la madre polacca e un padre rimasto sempre ignoto), ma era tornato dal fronte abbastanza malconcio, con una profonda ferita alla tempia destra, e costretto per questo a subire un delicato intervento chirurgico. Come tanti altri intellettuali della sua generazione era partito volontario per la guerra con grande entusiasmo e la convinzione che bisognava schiacciare la barbarie germanica, ma ben presto si era dovuto ricredere. In vita le sue opere ebbero una circolazione limitata e fu sempre costretto a vivere di espedienti e in gravi ristrettezze economiche, tanto è vero che per sbarcare il lunario dovette svolgere lavori abbastanza umili e a scrivere persino romanzi erotici. Stando alle informazioni di Clemente Fusero, che nel 1958 ha introdotto un’ampia antologia della produzione poetica di Apollinaire pubblicata dall’editore dall’Oglio, al momento della sua scomparsa delle sue opere più importanti si erano vendute circa 2.000 copie. Autore di prima grandezza di alcune delle opere letterarie più innovative dell’età delle avanguardie, già in vita la sua figura di eccentrico bohémien fu avvolta nella leggenda e nei decenni successivi la sua fama ha raggiunto meritatamente una risonanza mondiale, e ormai tutti sono concordi nel considerarlo una delle personalità più rappresentative e affascinanti della letteratura francese e mondiale della prima metà del ventesimo secolo, un grande catalizzatore capace di calamitare intorno a sé un folto gruppo di letterati ed artisti intenti ad aprire nuove strade, a creare un nuovo linguaggio nel campo delle arti e della letteratura, a valicare i confini dell’ignoto e a fondare un diverso rapporto tra arte e vita. Amico di Picasso, di Alfred Jarry, di Andrè Salmon, di Giuseppe Ungaretti e di tanti altri artisti e poeti appartenenti a diverse generazioni, fu anche un intraprendente manager culturale (per usare una parola di oggi), uno scopritore di talenti e un giornalista bizzarro e la sua influenza sulla cultura letteraria ed artistica dei primi decenni del secolo scorso fu veramente profonda e di respiro internazionale. Basta considerare i legami da lui intrattenuti con il fondatore del futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, e il gruppo fiorentino della rivista “Lacerba”, con i dadaisti zurighesi e con altri gruppi europei dell’avanguardia primonovecentesca che lo consideravano un maestro e un fondamentale punto di riferimento. “Di fatto, finché quest’uomo visse”, – scrisse di lui il grande filosofo tedesco Walter Benjamin – “non c’è stata nessuna moda radicale, eccentrica nella pittura e nella letteratura che egli non avesse creato o almeno lanciato. Con Marinetti lanciò, ai suoi inizi, le parole d’ordine del futurismo; poi propagandò Dada; la nuova pittura da Picasso fino a Max Ernst; e infine il surrealismo, a cui diede il nome nella sua prefazione del suo ultimo dramma Les mamelles di Tirésias. Ma la cosa singolare è che tutte queste teorie e parole d’ordine erano già presenti, in certo modo, nello stile del suo scrivere e della sua vita. Egli le tirava fuori dalla sua esistenza come un prestigiatore estrae dal cilindro precisamente quello che gli si chiede: frittate, pesci rossi, abiti da ballo, orologi. E’ stato il Bellachini della letteratura.” E proprio su questa scia si è posto Pasquale A. Jannini che nel 1972 ha curato per l’editore Mazzotta un’importante raccolta di scritti del grande poeta francese intitolandola Gli anni Apollinaire proprio per sottolineare la sua gigantesca presenza nell’ambito della cultura francese ed europea del suo tempo, da lui illuminata con le “sue stupende intuizioni” e il suo genio eclettico, “la sua inesauribile curiosità” e la sua infaticabile ricerca. Alla già immensa bibliografia esistente, si è da poco aggiunta la bellissima biografia critica scritta da Renzo Paris (La banda Apollinaire, Hacca edizioni, p. 268, 14.00 Euro), scrittore, poeta e già docente universitario di Lingua e letteratura francese, amico di Moravia e autore del romanzo Cani sciolti e di numerose altre opere di critica e di narrativa. Il libro è godibilissimo, da considerare più l’opera di un scrittore che di uno studioso di letteratura in senso stretto, peraltro molto attento a ricostruire in maniera precisa e circostanziata l’esistenza e le peculiarità artistiche del suo personaggio nell’ambito della società, della realtà e della cultura del suo tempo. A uno stile spigliato, colorito e asciutto, infatti Paris unisce uno spirito antiaccademico e antispecialistico sorretto però da un esemplare rigore esegetico che non manca di fare i conti con molti dei luoghi comuni che si sono accumulati nel corso del tempo sulla figura e l’opera di Apollinaire, consegnandoci un ritratto per molti versi inedito dell’autore di Alcools e di Calligrammes. In sostanza l’autore del libro avanza la tesi (che io condivido totalmente) che se è giusto parlare di una “banda Picasso” come si fa ormai da tanto tempo, è altrettanto giusto parlare di una “banda Apollinaire”. Da ciò discende tutto il disegno messo in atto da Paris, che armato da un’inesauribile curiosità e da un’insolita passione, scava nella vita torbida della madre, puttana d’alto borgo, e nell’esistenza inquieta e avventurosa del poeta, fra le carte dei suoi amici, seguendo le sue tracce dappertutto, per ricostruire con fedele esattezza le fasi più salienti della sua vita avventurosa ed errabonda, il suo sodalizio umano e intellettuale con gli scrittori e gli artisti squattrinati di Montmartre, di Montparnasse e del Quartiere latino, le sue amicizie poco raccomandabili con prostitute ed esponenti della mala e i suoi tanti amori, dedicando peraltro una particolare attenzione anche all’analisi delle sue opere. In sostanza, ciò che viene posta in risalto nelle pagine di questo libro, e peraltro in maniera abbastanza netta, è la sconcertante singolarità di Apollinaire, difficile da catalogare e da incasellare in schemi prestabiliti ma che è impossibile, pena l’incomprensione, scindere dalla cultura e dalla società del suo tempo, dall’ambiente di una città come Parigi che proprio in quegli anni ha raggiunto nel campo delle arti e della letteratura un primato e una fioritura davvero incomparabili e proprio per questo diventata sempre di più polo di attrazione e meta agognata di numerosi scrittori e artisti provenienti da molti paesi europei e del mondo spinti da un forte spirito di avventura e dal desiderio di realizzare i loro progetti artistici e letterari in una città unica e culturalmente molto feconda, in un clima di febbrile ricerca, di intensa effervescenza intellettuale e di grande laboriosità artistica e letteraria ormai esauritosi da tempo ma che è stato tramandato e immortalato nelle opere e nei ricordi di tutti coloro che hanno vissuto a Parigi, che l’hanno frequentata ed amata. Basta ricordare ciò che ha scritto Ernest Hemingway nella sua bellissima autobiografia, Fiesta Mobile. “Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi sempre qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.” Apollinaire fu senza dubbio un uomo sfortunato e dal punto di vista esistenziale poco più di una meteora, ma con la sua opera, la sua multiforme attività e la sua geniale creatività contribuì senza dubbio ad arricchire una cultura di per sé straordinaria ed eccezionale, ad alimentare il mito di una città che nello sviluppo delle arti e della letteratura ha poche eguali nella storia della civiltà umana.

Giuseppe Muraca, La “banda Apollinaire” e il mito di Parigi in un libro di Renzo Parisultima modifica: 2011-06-25T15:11:43+02:00da mangano1
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