Vladimir d’Amora, Fondamentalmente

fondamentalmente

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da Vladimir D’Amora il giorno giovedì 26 maggio 2011

Platone, Timeo:
 
(Timeo) …bisogna ammettere che vi è una forma di realtà che è sempre allo stesso modo, ingenerata e imperitura, che non accoglie dal di fuori altra cosa, né passa mai in altra cosa, e non è visibile e percepibile con un altro senso. Ed è questo, appunto, che all’intelligenza toccò in sorte di contemplare.
E bisogna ammettere che di nome eguale e ad essa somigliante vi è una seconda forma di realtà che è sensibile, generata in continuo movimento, che nasce in un qualche luogo e nuovamente di là perisce. E questa si comprende con l’opinione che si accompagna alla sensaziione.
E a sua volta bisogna ammetere che v’è un terzo genere, quello dello spazio (chora), che è sempre e che non è soggetto a distruzione, a che fornisce sede a tutte le cose che sono soggette a generazione. E questo è coglibile senza i sensi con un ragionamento ibrido (loghismo tini nòtho), ed è a mala pena oggetto di persuasione. Guardando a esso noi sogniamo, e diciamo che è necessario che ogni cosa che è, sia in qualche luogo e occupi uno spazio, mentre ciò che non è in terra né in qualche luogo del cielo non è nulla.
 
 
Platone, Parmenide:
 
– E l’uno così, se appunto sta e anche si muove, si muterà in ciascuna delle due condizioni; soltanto così potrà partecipare di ambedue le condizioni, e, mutando, muta istantaneamente e mentre muta non è in nessun tempo, non si muoverà allora, né starà.
– No, infatti.
– Analogamente è anche per gli altri tipi di mutamento, quando passa dall’essere al perire e dal non-essere al venire all’essere, allora esso viene a essere fra determinati moti e determinati stati, e allora né è né non è, né viene all’essere, né perisce. Non è vero?
– Almeno pare.
– Per lo stesso ragionamento anche quando passa dall’essere uno all’esser molti e dall’esser molti all’esse uno, non è né uno né molti né si divide in parti né si rifonde in uno, e quando passa dal simile al dissimile al simile, non è né simile né dissimile, né si assimila né si dissimila, e quando passa dall’esser piccolo all’esser grande, all’esser uguale e viceversa, non è piccolo, non è grande, non è uguale e nemmeno aumenta in grandezza, diminuisce, si eguaglia.
 
 
 
Si dica dunque […] che, sia o non sia l’uno, esso stesso e gli altri, […] e in rapporto a se stessi e in rapporto al loro altro, sono assolutamente tutto e non lo sono, appaiono esserlo e non appaiono.
 
 
 
 
 
Hegel, Fenomenologia dello Spirito:
 
L’esistenza immediata dello spirito, la coscienza, ha i due momenti del sapere e dell’oggettività negativa del sapere. Dacché lo spirito si sviluppa in questo elemento e vi dispiega i suoi momenti, a essi, in quanto si presentano come figure della coscienza, appartiene anche l’opposizione che è propria di questa. La scienza di tale itinerario è la scienza dell’esperienza che la coscienza fa; la sostanza viene considerata, nel suo essere e nel suo movimento, oggetto della coscienza. La coscienza non altro sa e comprende che quanto è nella sua esperienza, poiché ciò che è in questa è solo la sostanza spirituale, la sostanza, cioè, in quanto oggetto del suo Se stesso.  Lo spirito è però oggetto, perché è questo movimento del farsi altro, e cioè oggetto di se stesso, e del togliere questo esser-altro. Viene chiamata esperienza proprio questo movimento, in cui l’immediato, il non-esperito, e cioè l’astratto, sia esso l’essere sensibile o il solo pensiero del semplice, si estranea, e poi da questa estraneazione ritorna a sé, presentandosi ora nella sua realtà e verità, anche come proprietà della coscienza.
 
 
 
 
Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione:
 
Io non vivo mai interamente negli spazi antropologici, sono sempre radicato in uno spazio naturale e inumano. Mentre attraverso Place de la Concorde e mi credo preso per intero da Parigi, posso fissare gli occhi su una pietra del muro delle Tuileries: allora la Concorde scompare, e non c’è più che questa pietra senza storia; posso ancora perdere il mio sguardo in questa superficie granosa e giallastra, e la pietra stessa scompare, resta solo un gioco di luce in una materia indefinita.
 
 
 
 
Husserl, La crisi delle coscienze europee e la fenomenologia trascendentale:
 
Le uniche battaglie veramente significative del nostro tempo sono battaglie tra un’umanità che già è franata in se stessa e un’umanità che è ancora radicata su un terreno, e che lotta appunto per questo o per un nuovo radicamento. Le vere battaglie spirituali dell’umanità europea sono lotte tra filosofie, cioè tra le filosofie scettiche – o meglio tra le non-filosofie, che hanno mantenuto il nome ma che hanno perduto la coscienza dei loro compiti – e le vere filosofie, quelle ancora vive. Ma la vitalità di queste ultime consiste in questo: esse lottano per il loro senso vero e autentico e perciò per il senso di un’autentica umanità. Portare la ragione latente all’auto-comprensione, alla comprensione delle proprie possibilità e perciò rendere evidente la passibilità, la vera possibilità, di una metafisica – è questo l’unico modo per portare la metafisica, cioè la filosofia universale, sulla via laboriosa della propria realizzazione.  Solo così sarà possibile decidere se quel telos che è innato nell’umanità europea dalla nascita della filosofia greca, e che consiste nella volontà di essere un’umanità fondata sulla ragione filosofica e sulla coscienza di non poterlo essere che così – nel movimento infinito dalla ragione latente alla ragione rivelata e nel perseguimento infinito dell’auto-normatività attraverso questa sua verità e autenticità umana, sia una mera follia storico-fattuale, un conseguimento casuale di un’umanità casuale in mezzo ad altre umanità e ad altre storicità completamente diverse, oppure se piuttosto nell’umanità greca non si sia rivelata quell’entelechia che è propria dell’umanità come tale. L’umanità in generale è per essenza un essere uomini entro organismi umani generativamente e socialmente connessi, e se l’uomo è un essere razionale (animal rationale), lo è soltanto se tutta la sua umanità è un’umanità razionale – lentamente orientata verso la ragione oppure espressamente orientata verso quell’entelechia pervenuta a se stessa, che si è rivelata a se stessa e che ormai guida coscientemente, per una necessità essenziale, il divenire umano. La filosofia, la scienza non sarebbero allora che il movimento storico della rivelazione della ragione universale, “innata” come tale nell’umanità.
 
 
 
 
Heidegger, Contributi alla filosofia:
 
L’abisso è l’esitante rifiuto del fondamento. Nel rifiuto si apre il vuoto originario, accade la radura originaria, radura in cui soltanto si può mostrare al tempo stesso l’esitazione. L’abisso è il primo essenziale occultamento diradante, la Wesung [essenziarsi] del fondo quale abisso. Il fondamento ha bisogno dell’abisso.
 
A questa tonalità emotiva fondamentale della filosofia, ossia della filosofia dell’avvenire, posto che sia possibile dirne immediatamente qualcosa, diamo il nome di ritegno. Nel ritegno sono originariamente uniti e propri di uno stesso ambito: lo spavento di fronte al fatto più vicino e più coinvolgente, di fronte al fatto che l’ente sia e, nel contempo, il timore di fronte al fatto più lontano, di fronte al fatto che nell’ente e prima di ogni ente sussista l’essere. Il ritegno è quella tonalità emotiva in cui lo spavento non è superato e accantonato, ma è, al contrario, preservato e custodito per mezzo del timore. Il ritegno è la tonalità emotiva fondamentale del rapporto con l’essere, rapporto in vui il nascondimento dell’essenza dell’essere diventa la cosa più degna di essere posta come domanda.
 
 
Heidegger, Hoelderlin Inni “Germania” e “Il Reno”:
 
L’origine pura non è quella che semplicemente libera da sé qualcos’altro abbandonandolo a se stesso, ma piuttosto quell’inizio la cui potenza costantemente supera e si pone al di là di ciò che in esso è sorto; l’inizio che, procedendo in avanti, dura più tempo di ciò che permane ed è così presente nella fondazione di ciò che rimane; presente non come ciò che continua ad avere un effetto provenendo da un tempo anteriore, ma come ciò che precede e fa il salto in avanti e che di questo fatto è in quanto inizio anche la fine, il termine decisivo, e cioè il fine propriamente detto.
 
 
 

Vladimir d’Amora, Fondamentalmenteultima modifica: 2011-05-29T16:38:30+02:00da mangano1
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