Maurizio Cucchi,Giudici, la vita presa per il verso giusto

25/05/2011 –
Giudici, la vita presa
per il verso giusto

Giovanni Giudici, in una foto d’archivio per il Premio Viareggio a Firenze il 28 giugno 1982

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Il poeta è morto a 87 anni. E’ stata una delle grandi voci del nostro Novecento. Aveva lavorato all’Olivetti
MAURIZIO CUCCHI

Da anni Giovanni Giudici era assente dalla scena letteraria, da anni non uscivano suoi nuovi libri. Ma la sua presenza, l’importanza cruciale della sua opera nella nostra poesia del Novecento era un dato ormai acquisito, una certezza molto importante. Fin dal 1965, quando era uscita una delle sue opere maggiori (se non la maggiore in assoluto) e cioè La vita in versi, Giudici si era affermato per la sua straordinaria capacità di coniugare un’attenzione costante per la realtà concreta, personale e sociale, con la viva attività del sentimento, muovendosi su percorsi narrativi articolati e scioltissimi e dimostrando una capacità davvero magistrale di gestione dei materiali, della lingua, dello stile. In questo, Giudici è stato un poeta dotato di un estro espressivo strepitoso, il che gli consentiva di passare da toni bassi e prosastici e a vere e proprie impennate liriche con naturalezza estrema.

Nella sua Vita in versi Giudici ha saputo tratteggiare con ironia e vivacità estrema la condizione dell’uomo anonimo quotidianamente impegnato nei suoi piccoli affari e nelle sue ordinarie intenzioni. Lo ha fatto creando una sorta di alter ego, una specie di personale sosia impiegatizio al quale far esprimere una serie di mediocri frustrazioni, compresse tra un’educazione cattolica sempre riaffiorante e una speranza nel riscatto degli umili e nel socialismo. Ma anche questa dimensione non è stata che un aspetto della sua non comune capacità di apertura, della sua abilità nel muoversi su registri diversi. Come, per esempio, negli splendidi pezzi d’amore contenuti in Autobiologia (1969) o nelle riflessioni sulla morte presenti in O Beatrice (1972). Un altro dei momenti essenziali della sua opera è stata la pubblicazione di una raccolta come Il male dei creditori (1977), dove la versatilità della sua vena si manifesta con una padronanza dello stile sempre più solida e geniale. Indimenticabili sono pezzi di ampio respiro come Gli abiti e i corpi, dove Giudici sembra tracciare una gustosa e grottesca vicenda minore, a volte davvero esilarante, per poi arrivare a farci intendere che sta invece parlando della morte e del nostro modo di vederla e rimuoverla.

Giudici, come nessun altro, ha saputo agire su territori svariati con esiti impeccabili. Ha scritto versi comici e profondi insieme, fin dalla Vita in versi, ha raccontato il disagio di una condizione d’origine difficile (la perdita della madre da bambino) senza scendere mai nell’autobiografismo ovvio. Ha praticato la via di una poesia compressa e ardua, come una libera reinvenzione del sonetto con Salutz (1986), e nel 1993, con Quanto spera di campare Giovanni si è saputo inerpicare con efficacia su strade di profonda emozione rievocando in modo visionario la figura della madre in versi toccanti come questi: «Io che ero lì sul punto di fermarti: / Cosa fai dove vai / Tu che hai più di cent’anni e qui tuo figlio / Quasi settanta e perso nel suo mai».

Maturato nel tempo della neoavanguardia, Giudici ha saputo sperimentare in modo del tutto autonomo, avendo presente l’esempio di Umberto Saba e sempre forte il bisogno della comunicazione profonda. Ha avuto un senso spiccato per la forma nelle sue innumerevoli varietà possibili. La sua poesia ha il pregio di non essere classificabile all’interno di scuole o tendenze, ma di possedere una personalità del tutto autonoma e un timbro inconfondibile.

Giovanni Giudici era un uomo di grande affabilità e di cortese, generosissima disponibilità. Ha seguito la poesia dei più giovani, promuovendo diversi autori delle generazioni successive. È stato anche un giornalista culturale acuto e brillante, per l’Espresso, il Corriere della Sera, l’Unità. Ha condotto una vita in fondo semplice, lavorando come copywriter per la Olivetti e traducendo da varie lingue grandi autori, come Ezra Pound, Robert Frost, Sylvia Plath, ma anche, l’Evgenij Onegin di Puskin e gli Esercizi spirituali di Ignazio di Lojola. Era nato in Liguria, a Le Grazie, nel 1924, e si era formato a Roma, laureandosi in lettere classiche. Era poi passato alla Olivetti di Ivrea e dal ’59 si era trasferito a Milano, per poi tornare negli ultimi anni al suo paese, dove si è spento. Lascia dunque un’opera poetica molto vasta e varia, raccolta nel 2000 in un Meridiano Mondadori con il titolo I versi della vita. Giovanni Giudici è un classico del Novecento, un autore a cui ritornare per comprenderne il grande valore di umana testimonianza nell’arte, e per amarlo.

Maurizio Cucchi,Giudici, la vita presa per il verso giustoultima modifica: 2011-05-27T14:53:19+02:00da mangano1
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