Giuseppe Bailone, Il processo di Giordano Bruno

Il PROCESSO DI GIORDANO BRUNO

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La sera del 23 maggio 1592, Giordano Bruno viene arrestato e condotto nelle carceri di S. Domenico di Castello a disposizione dell’Inquisizione.

Bruno si trovava a Venezia ospite di Mocenigo. Costui l’aveva invitato perché gli insegnasse l’arte della memoria, ma quando Bruno, dopo due mesi, gli ha chiesto congedo per tornarsene a Francoforte per pubblicare dei libri, l’ha fatto sequestrare in casa sua dai suoi servi e l’ha denunciato per eresia.

Giordano Bruno aveva lasciato l’Italia nel 1578 anche per problemi con la giustizia ecclesiastica e aveva vissuto e lavorato in molte città europee, con frequenti problemi con le autorità religiose. Aveva distrutto cardinali certezze culturali, il geocentrismo, l’antropocentrismo e anche l’idea che Adamo sia il padre di tutti gli uomini, aveva scritto critiche radicali alla dottrina della Trinità, della transustanziazione, dell’anima come forma del corpo, al culto dei santi e delle immagini. Scomunicato da tutte le Chiese, la romana, la calvinista e la luterana, compromessi i rapporti con i puritani inglesi, nel 1586 era stato costretto a lasciare Parigi, nel febbraio del 1591 era stato espulso dal Senato di Francoforte. Bruno era in difficoltà un po’ in tutta Europa, ma l’Italia non era certo un luogo in cui potesse pensare di vivere e lavorare in tranquillità.

Perché torna in Italia? Perché viene nella tana del lupo?

Giovanni Gentile ha sostenuto che egli sarebbe tornato attratto dall’idea d’insegnare matematica a Padova, dove in effetti si reca prima di raggiungere Venezia. Altri hanno individuato il movente in un progetto di riforma religiosa che Bruno avrebbe pensato di potere realizzare anche grazie alla magia.

Certo è che egli aveva della Chiesa cattolica un’idea meno negativa di quella che aveva maturato ed espresso su quella calvinista e su quella luterana: apprezzava la valorizzazione cattolica delle opere e dei meriti umani e, forse, pensava di poter profondamente rinnovare la religione nella quale era nato.

Forse, però, più che a cambiare la Chiesa cattolica, Bruno pensava a un più generale rinnovamento religioso. “Da tempo Bruno pensava se stesso come a un Mercurio mandato dagli dei per portare la luce dopo secoli di tenebre”.[1]

L’approdo a Venezia, in una città non direttamente sotto il controllo dell’Inquisizione romana e relativamente “libera” gli è forse sembrata la condizione ideale per studiare le possibilità d’azione senza troppi rischi. Inoltre non aveva sicuramente messo in conto il tradimento di Mocenigo.

Di certo, però, di quel ritorno è difficile trovare una spiegazione pienamente convincente. “Un elemento, comunque, appare sufficientemente chiaro: il Bruno che torna in Italia, pur consapevole delle difficoltà che aveva davanti, non è affatto un uomo ripiegato, pronto ad accettare una sconfitta, disposto a rinunciare alle proprie convinzioni filosofiche. Al contrario: è un pensatore nel pieno della sua maturità filosofica e della sua produzione scientifica, consapevole del suo valore. E’ anche un uomo abituato a confrontarsi realisticamente, dissimulando se necessario, con il potere, nelle sue varie facce, convinto di essere in grado, in qualche modo, di contenerlo”.[2]

Si è spesso trovato in situazioni nuove e ostili.

Lo guidano due principi esposti con molta chiarezza nello Spaccio de la bestia trionfante: la dissimulazione non sempre è male, ma la verità non può essere tradita per paura della morte. Due principi da tenere in armonia con la virtù della prudenza.

Della “Dissimulazione”, infatti, “talvolta sogliono servirsi anche gli dei: perché talora per fuggir invidia, biasimo et oltraggio, con gli vestimenti di costei la Prudenza suole occultar la Veritade”.[3]

L’uso della dissimulazione è quindi una questione di prudenza, ma di una prudenza consapevole dei limiti invalicabili, da difendere con coraggio, senza farsi travolgere dalla paura della morte: “dove importa l’onore, l’utilità publica, la dignità e la perfezzione del proprio essere, la cura delle leggi divine e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte”.[4]

Bruno “si mosse costantemente, con poche oscillazioni, fra questa doppia consapevolezza: della opportunità di dissimulare, finché fosse possibile, usando tutti i mezzi; della necessità di restare fedele alla Verità, senza «timor di morte», se fosse apparso impossibile salvaguardarla attraverso la Dissimulazione. A ben vedere, è questo atteggiamento che gli consente nel processo una straordinaria libertà di movimenti; l’uso, senza scrupolo, degli strumenti disponibili; una capacità di resistenza, che dura fino agli ultimi momenti, scandita da un movimento «ciclico» di aperture e di concessioni, secondo una tattica precisa del tutto consapevole. Ma è, al tempo stesso, da questo atteggiamento fondamentale che germina, alla fine, la scelta, senza timore della morte. Decide di rompere e di morire, quando comprende che si sono interamente consumati gli spazi della Dissimulazione, «ancella della Prudenza» e «scudo della veritade». Quello che, a prima vista, può sembrare un crollo improvviso, è dunque la presa d’atto ferma, consapevole di una sconfitta alla fine di una partita giocata lungo dieci anni con straordinaria freddezza, nelle condizioni peggiori, di fronte ad avversari implacabili e, in tutti i sensi, favoriti”.[5]

Bruno usa i mezzi che Socrate aveva rifiutato. Ma Socrate giocava in casa, veniva processato da una giuria popolare di cinquecento persone, in pubblico, in un solo giorno, nella città che sentiva sua e riteneva la sola in cui poter vivere e filosofare: vive il processo come una lezione di filosofia e di educazione civica alla sua città; accetta la morte come parte integrante e fondamentale della sua lezione alla città. Bruno, invece, è caduto nella trappola del nemico, che dispone anche della tortura e agisce al riparo dal pubblico: si difende, quindi, dall’aggressione con tutti i mezzi di resistenza di cui possa avvalersi senza doversene vergognare.

Durante il processo a Venezia si difende abilmente, facendo leva anche sul fatto che gli inquisitori veneziani non conoscono le sue opere più compromettenti. La vicenda sembra potersi chiudere bene per Bruno, ma l’Inquisizione romana si fa viva e, dopo un breve braccio di ferro con le autorità veneziane, ottiene l’estradizione e, nel 1593, lo chiude nel carcere del Sant’Uffizio di Roma.

A Roma la posizione di Bruno si aggrava per le deposizioni di suoi compagni di carcere a Venezia e per nuovi gravi capi d’accusa. Bruno risponde con la stessa tattica usata a Venezia, tenendo fermo il cuore della sua filosofia, la dottrina della pluralità dei mondi. Tutto però procede con lentezza fino al 1996, quando si stabilisce una commissione di teologi che esamini le opere bruniane per individuare le tesi eretiche. E’ in questa fase che s’impone la presenza del cardinal Bellarmino. Nel gennaio 1599 gli vengono sottoposte otto proposizioni eretiche, il cui testo integrale è andato perso, da abiurare. Bruno tergiversa, si dichiara disposto a ritrattazioni parziali, purché i suoi errori siano definiti per tali dalla Chiesa e dal Papa ex nunc (= da adesso: Bruno vuole, cioè, che la Chiesa riconosca che lui ha trattato con libertà filosofica di questioni che solo adesso la Chiesa e il Papa definiscono dogmaticamente) e scrive memoriali per difendersi ai giudici e anche al papa Clemente VIII, in cui ripone ancora qualche speranza. Gli viene però imposto di abiurare senza condizioni. Egli cerca ancora di trattare, fino al 29 dicembre, quando dichiara di non volersi pentire e di non aver niente di cui pentirsi.

Il 20 gennaio del 1600 Clemente VIII decide la condanna di Bruno.

L’8 febbraio viene letta la sentenza nella casa del cardinale Madruzzi: Bruno viene dichiarato “eretico impenitente, pertinace e ostinato”, condannato alla degradazione, espulso dal Foro ecclesiastico e consegnato al governatore di Roma per la debita punizione; si ordina che tutti i suoi libri siano bruciati in piazza S. Pietro e messi all’Indice. La sentenza elenca una trentina di imputazioni, di cui “una sola ci è serbata dalla parziale copia superstite, quella di aver negato la transustanziazione, ma un teste oculare, lo Scioppio[6], riferendo a memoria nove giorni più tardi le sue impressioni di quella giornata, ne rammentò non meno di quattordici, e cioè:

·      Negare la transustanziazione.

·      Mettere in dubbio la verginità di Maria.

·      Avere soggiornato in paesi eretici vivendo alla loro guisa.

·      Aver scritto contro il papa lo Spaccio de la bestia trionfante.

·      Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni.

·      Asserire la metempsicosi e la possibilità che un’anima sola informi due corpi.

·      Ritenere la magia buona e lecita.

·      Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo.

·      Affermare che Mosè simulò i suoi miracoli e inventò la Legge.

·      Dichiarare che la S. Scrittura non è che un sogno.

·      Ritenere che persino i demoni si salveranno.

·      Opinare l’esistenza dei preadamiti.

·      Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago, e che a buon diritto fu impiccato.

·      Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine”.[7]

 

In questo elenco, ancorché incompleto, ci sono così tanti e così gravi capi d’imputazione che diventa improprio parlare di eresia. L’eresia, infatti, è sì dissenso su punti fondamentali della dottrina ufficiale, ma resta sostanzialmente legata ad essa: inquisitori ed eretici si richiamano agli stessi testi fondamentali, lottano per farne valere la propria interpretazione e, naturalmente, vince sempre l’inquisitore, che ha il coltello dalla parte del manico. Eretici sono, ad esempio, per i cattolici i luterani e i calvinisti e viceversa. Bruno non si richiama agli stessi testi dei suoi inquisitori, non propone una più vera interpretazione delle sacre scritture, non è un eretico cristiano, non è un cristiano che diverge su punti importanti della dottrina: è un filosofo non cristiano, che in molte pagine dei suoi scritti si rivela nettamente anticristiano.

Nato nel cristianesimo, Bruno ha abbandonato ben presto i confini culturali del suo paese. L’Inquisizione, nella sua intolleranza, nel culto arrogante del suo pensiero unico, non solo non tollera, ma non può neppure vedere un dissenso radicale: l’idea di un pensiero totalmente altro è per essa del tutto impensabile. Dalle società chiuse non si può uscire, neppure col pensiero. Chi ci prova va annichilito, riducendo il suo pensiero altro a eresia e bruciando il suo corpo e i suoi libri.

 

Torino 23 maggio 2011

                                                                              Giuseppe Bailone




[1] Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Laterza 1990, p. 263.

[2] Ibidem, pp. 263-4.

[3] In Opere italiane 2, Utet 2002, p. 304.

[4] Ibidem, p. 297.

[5] Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Laterza 1990, p. 269.

[6] Scioppio è Kaspar Schoppe, un tedesco che latinizzava il suo cognome in Schoppius. E’ una fonte che Luigi Firpo ritiene molto attendibile e di cui si avvale per integrare la ricostruzione delle scene conclusive della vicenda romana di Giordano Bruno.

[7] Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno, Salerno editrice 1993, pp. 103-4.

Giuseppe Bailone, Il processo di Giordano Brunoultima modifica: 2011-05-24T14:27:00+02:00da mangano1
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